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gias

il vuoto di plastica (oppure sull'io antisociale)

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È dalle marginalità che si possono cominciare a svelare i meccanismi di un sistema.

La nostra immaginazione pagata a caro prezzo. La nostra immaginazione e la possibilità di metterla in pratica è legata alla base dai rapporti economici che le persone vivono sulla propria pelle.

La struttura del nostro sistema socio-politico non viene più dal basso, da radici strettamente connesse col territorio, o dalla memoria. In questi vent’anni abbiamo assistito all’appiattimento della dualità da cui nasce e prende vita il confronto sociale e politico.

Non esiste più un sistema basato sull’opposizione, in cui il dialogo si sviluppa tra tesi ed antitesi, che dovrebbero essere rappresentate dalle realtà del territorio, ma solo un sistema in cui ormai le parti della contesa si limitano ad essere pro o contro la situazione vigente nel nostro paese. Con o contro Berlusconi, questo è diventato il problema del dibattito politico. Sarebbe sciocco essere indifferenti rispetto a questo argomento, ma l’analisi critica dovrebbe costituirsi a partire dai rapporti di potere e ciò che ne consegue. Tali rapporti di potere hanno portato alla creazione, per auto conservarsi, di una realtà parallela e fittizia, che chiameremo di plastica, rispetto a ciò che il piano della realtà fattuale necessita per aver dignità a che gli sia resa giustizia.

Ogni cosa che ci circonda ci è stata messa davanti agli occhi per coprire con un velo di menzogna e perbenismo la verità. Per nasconderci la verità di cui loro sono i padroni, ovvero, che tutto è stato mercificato. Pensiamo, tanto per fare un esempio, cosa hanno fatto (tra mass media del nulla e cartelloni di vacche da macello agli angoli delle strade) alla figura della donna nella nostra ‘civiltà’. L’hanno trasformata in merce, e intanto coloro che la rendevano tale per tornaconti di casta cos’altro facevano? Hanno fatto leva su una delle pulsioni più remote dell’uomo. L’hanno reso schiavo di quella merce. Ci hanno talmente bombardato che alla fine siamo diventati degli animali senza cervello. E senza sentimenti. Senza niente. Ci hanno tolto la purezza dell’innocenza. Hanno strumentalizzato una delle due parti più profonde e remote del nostro io. La sessualità… così facendo hanno preso due piccioni con una fava. Poiché la distruzione della naturale alternanza tra ciò che è femminile e ciò che è maschile non solo ha sminuito e impoverito la donna nella nostra cultura, ma ha pure reso impotente l’uomo di fronte allo spettacolo che hanno messo in scena.

Una carnalità svuotata, infatti, è lo spettacolo ideale per far sentire l’uomo continuamente castrato. Il miglior modo per annichilirlo, renderlo innocuo e privarlo, attraverso la porno aggressività messa in cattedra dalle nostre televisioni, davanti alla quale non si può reagire, della sua energia vitale.

Come se non bastasse hanno saputo far leva anche sulla seconda delle due parti di cui accennavo, la paura della solitudine (o della morte) e hanno infettato con i loro tornaconti anche quella. Poveri noi, pensiamo di non poter vivere senza ciò che da qui in avanti chiamerò “Giochi da Colosseo”. Prendiamo il calcio. Sport nobile. Ma costituito da un grande potenziale intrinseco: la passione. Hanno saputo prenderci per la pancia e disperdere così la naturale tendenza dell’essere umano ad appassionarsi per qualcosa da cui si sente rappresentato. Dispersione delle energie e soddisfacimento dello spirito d’appartenenza. Un miscuglio micidiale di controllo e quella che chiamerò una vera e propria gestione statale delle risorse umane. Se ne deduce che ormai anche la politica è diventata tifo.

Anche se è difficile ammetterlo non basta più solo fare un’analisi minuziosa della situazione e dire le cose come stanno. Abbiamo bisogno di un progetto, di una prospettiva comune nella quale sublimare la nostra passionalità male espressa o, nella maggior parte dei casi, addirittura repressa. Perché ogni essere vivente se messo nella condizione di non poter subodorare una via d’uscita si arrenderà, prima o poi. Oppure perderà interesse per ciò che davvero conta, la sua spinta vitale, che è lo strumento, insieme alle parole (e alla comunicazione di cui dopo riparlerò) “per giungere al significato”. Ed è per questo che, parafrasando Stefano Martini, l’unica via di salvezza possibile sarebbe il ripristino delle caratteristiche specifiche della figura della donna. E della donna come essere vivente, non come prodotto di scambio, come accadeva nel mercato degli schiavi (che ora è diventato mercato dei servi). Le mie frecce, già da tempo, sono puntate verso il femminile e la giusta valorizzazione di questo tesoro inestimabile. Infatti ho sempre visto, tanto per fare un esempio, le famose ‘quote rosa’ (soltanto all’interno di questo sistema ovviamente) un’abile strategia sociale per ammazzare la dignità che spetta alla donna, che non penso risieda tanto nella parità dei sessi, quanto piuttosto nel comprendere che proprio uomo e donna sono portatori di alcune diversità sostanziali che andrebbero fatte sbocciare, per poterle gestirle al meglio. E solo con il confronto, l’unione, insomma con la dualità delle due fonti si potrebbe giungere ad una giusta amministrazione del potenziale umano. Per quanto mi riguarda la mia opinione è che bisognerebbe lasciar governare le donne, ma un’equa distribuzione dei compiti mi sembra un compromesso accettabile per entrambi. Ma non mi dilungherò a spiegarmi intorno a queste cose, perché finirei fuori strada. Invece il mio intento è cercare un plausibile anelito di verità in tutto ciò…

… E come sempre, quando si parla di verità, “non si può fare a meno di guardarsi allo specchio”. Per fronteggiare tale condizione, sensibilizzarsi di fronte al controllo che il potere esercita su di noi,

(tra l’altro questo potere ha la capacità di fagocitare ogni contraddizione che da esso proviene) proprio come se facessimo parte di una macchina in cui ognuno è un tassello fondamentale della catena di montaggio, bisognerebbe partire da se. Dal proprio luogo comune come persone che coabitano all’interno di uno stesso mondo. La consapevolezza di essere dei prodotti della società contemporanea è il primo passo a cui giungere per poter combattere ‘da dentro’ questo sistema di scatole cinesi in cui ci ritroviamo catapultati. Conosco persone che lottano ogni giorno per combattere dentro di loro quella parte di se stessi che non è altro che prodotto del potere che ci anestetizza e lobotomizza al solo scopo di alimentarlo. È una continua creazione di dipendenze fittizie, di necessità e bisogni ai quali crediamo o ci facciamo persuasi di dover sopperire, e che in realtà non sono altro che la presenza dell’istituzione che ci vuole istituzionalizzati. Istituzionalizzati e incoscienti. Controllati e ignoranti. Mediocri. E io questo prodotto che mi sono dentro non lo sopporto più, non lo voglio più, e mi fa incazzare come un ape sentirmi schiavo di questo meccanismo che mi tiene a bada.

La coscienza e il sapere bisogna, io credo, ognuno dentro di se, osare. Liberarsi dalle catene che ci rendono schiavi, appunto, perché per fortuna la maggior parte di noi almeno è ‘solamente’ schiava, e non serva, di questo sistema di potere e di controllo. È dalla marginalità, dalle piccole grandi lotte di realtà cittadine, o di quartiere, che prende ispirazione il mio scritto. (E qui penso all’Astra, ai compagni di Militant, alla Palestra Popolare del Tufello Valerio Verbano… realtà che stimo per il lavoro che portano avanti con passione e competenza.)

E io sono convinto che proprio la realtà andrebbe esplorata di nuovo con occhi diversi. Con occhi più attenti. Con orecchie che sappiano ascoltare ed accogliere.

Dal “vu cumprà” (e qui adopero appositamente un termine che è chiara manifestazione di un etichetta, o se vogliamo, di un luogo comune, che dovrebbe assolutamente essere sfatato) all’angolo dei semafori, a quello che cammina tutto il giorno di tutti i giorni estivi sotto al sole e sopra la sabbia bollente per vedersi rispondere male dalla maggior parte della gente a cui si presenta. Va rovesciato il punto di vista. Ci servono altri occhi e altre orecchie, un altro linguaggio con il quale comunicare il nostro disagio, il nostro inno alla giustizia individuale e sociale, il nostro disprezzo nei confronti del sopruso e dell’abominio umano. A me non piace essere usato. Bisogna, nonostante ciò, pur sempre stare attenti a non ‘ghettizzare’, a non far ‘tabù’ di ciò che le bassezze umane possono generare. Noi siamo questi stessi tabù, e quelle stesse bassezze, il nodo problematico, il focus su cui vanno centrate le attenzioni, non è l’abolizione di queste tendenze dell’animo, ma la scoperta e l’accettazione di tali inclinazioni, cercando ogni volta nello straniero che ci abita di poterle gestire senza proiettarle o scaricarle addosso all’altro, ma provando a giungere all’unica verità possibile, che “noi siamo l’altro”.

La forma d’intelligenza più grande e nobile sarebbe quella di fare qualcosa per se senza ledere la sensibilità di chi ci sta intorno, ma anzi, cercando di rendersi utili per una o più persone. Ma le varie sensibilità che non s’adeguano a questo strumento di perpetrazione delle ingiustizie vengono messe al bando, perché considerate inefficienti e pericolose. Io credo profondamente nel fatto che se ognuno facesse il proprio, magari lasciando umilmente spazio a chi sa fare meglio una cosa piuttosto che un’altra, tutto sarebbe più gestibile e vivibile. Senza nascondere la testa sotto la sabbia o cercando di fuggire dai disagi, ma semplicemente rendendo noi stessi in grado di conoscerci, e di poter essere il nostro miracolo.

Non mi spingo oltre, perché sono al limite della banalità e del buon senso, e so che non è per questo che ho cominciato a scrivere, per dire a qualcuno cosa e come o quanto… Essere o Fare anziché sembrare o possedere. A me non piace vivere nella bugia. Io credo nel patto fatto con se stessi e nei confronti dei nostri simili. Io credo in quegli animali bambini che tutto possono vedere perché sanno osservare. E credo nella prospettiva anziché in un mondo bidimensionale. Ho una sola certezza, generata pur sempre dal dubbio del non saper fare, o dall’impotenza, e questa certezza è fatta della rabbia che viene dall’abuso sui più deboli.

Mi piacerebbe pensare che la mia disperazione sia una forma superiore di protesta (o felicità), come diceva Leo Ferré. Un chiaro segnale del fatto che si può reagire a questo regime che ci incatena.

Mi piacerebbe pensare di poter dare il mio contributo per fare contro cultura.

E io questo so fare. Scrivere. E allora scrivo, e mi vergogno per coloro che raccontano solo fandonie sulle quali appendere le armi che servirebbero per contrastare tutto questo. Sono convinto che si possa non cedere all’indifferenza. Sono convinto che i giochi da Colosseo davanti ai quali ci hanno posto servano solo a creare uno scarto per chi sappia sentire e ragionare.

Contro la cultura della plastica e della finzione (quella con la f minuscola… che quella con la F maiuscola la lasciamo al Pessoa) vorrei poter urlare il mio silenzio al mondo, come unica forma possibile di espressione. Come unica mossa dalla quale poter ripartire per cominciare ad ascoltare di nuovo le voci, quelle che vengono dal passato e quindi dal di dentro di ognuno di noi. E proprio qui io individuo la possibilità di riscatto in cui spero. Il potere, sempre parafrasando Stefano Martini, è costituito da ingranaggi, e questi ingranaggi possono essere scardinati. Il potere più grande di cui si avvale la classe politica vigente è quello della comunicazione. È per questo che ho deciso di pubblicare il mio ‘saggetto’. Anche se sicuramente mancherò di freschezza linguistica, quella che non ho ancora acquisito per arrivare a tutti, mi espongo… perché… potrebbe pur sempre essere una chiave, una lettura ‘altra’ della realtà sulla quale dialogare…

… Mi piacerebbe pensare di poter restaurare almeno un modello tra i tanti che sono diventati così poveri per la nostra umanità. Perché è questo il problema, non abbiamo più un modello nella storia contemporanea da seguire. Allora si… prendiamo ispirazione dai grandi ‘del passato’ e del presente, da Marx a Pasolini, da Gramsci a Saramago. E potrei farne molti altri di nomi…

Abbiamo bisogno di un modello.

(Il mio io artistico, dopo aver cercato con tanta foga nel suo percorso una forma di trasgressione al manierismo che ha già detto tutto, non si sarebbe mai sognato di affermare ciò).

Di restituire un ‘esempio’ alle generazioni che verranno dopo di noi. Io ho bisogno di questo perché sento che ognuno di noi avrebbe bisogno di ciò. Aiutiamoci ad aiutarci, partecipiamo almeno dentro noi stessi, gridiamo il nostro disappunto nelle nostre intimità riappropriandoci del nostro privato, che già sarebbe un grandissimo atto rivoluzionario a ciò che accade nel mondo. Non è buonismo, è profonda indignazione. Non è ambizione, ma aspirazione. Non è bisogno, ma sogno. Desiderio. Desiderio d’uguaglianza. Di condivisione. Di comunione e fratellanza. Solo ora che ricomincio a prendere confidenza con le parole mi rendo conto di me e di ciò che mi circonda. L’autorità che passa attraverso il braccio armato del potere controlla ogni forma di socializzazione attraverso il linguaggio, e proprio la socializzazione, in questo periodo storico, è divenuta la più grande forma di controllo sociale.

Mi viene pure in mente come dal nulla, e di questo sono responsabili “i pro e i contro” di questo sistema, abbiano cominciato a confondere il pubblico col privato. E questo mi fa pensare con pietas e ardore alla scuola pubblica, luogo in cui il sapere dovrebbe circolare libero, invece di essere messo alla porta da chi vuol riscrivere addirittura la storia. Penso al fatto che pian piano parole come competitività e interesse hanno preso il posto di altre come Progresso e Bene Comune. Che fare qualcosa Insieme all’altro, è diventato fare qualcosa per l’altro. Una modalità cattolica d’intervento che rende impossibile, nella sua staticità, ogni sorta di scambio umano e quindi miglioramento della condizione di partenza. Vivo in un mondo in cui il rispetto delle radici culturali di altre etnie è diventato fobia delle altre culture, tanto da esserci creati la giustificazione per esportare una democrazia inesistente, che non è altro che pura demagogia. E purtroppo questo è un errore che commettiamo da secoli e che non ci ha insegnato ancora nulla. Anzi… il dramma è che ci sentiamo superiori agli ‘altri’ facendo quella che la chiesa chiama carità, quando in realtà stiamo solo cercando di colmare la nostra piccola coscienza colpevole, egocentrica, ed egoistica.

Ormai il denaro e le ‘cose’ non sono più considerati strumenti per giungere ad un fine, ma essi stessi, in nome del consumo, della presunzione di apparire e la vanità del mostrarsi, sono diventati fini e noi abbiamo permesso che ciò accadesse.

Un mio amico una volta mi ha detto che rimpiange il tempo in cui si lottava per un pezzo di terra; io credo che nonostante tutto questa affermazione sia assai attuale, perché ora la terra per cui lottare siamo noi. È dentro ognuno. E li dentro si può trovare dignità, rispetto per i nostri sentimenti, e apertura nei confronti del diverso. Vorrei che le idee partorite dall’intelligenza potessero scontrarsi con il mondo esterno, ma vivo in un mondo in cui nella maggior parte dei casi, forse per contegno o per protezione della propria fragilità, ognuno tiene per se il meglio che avrebbe da offrire.

Io sono dell’opinione che aldilà di ogni giudizio sterile la violata emotività umana vada indagata e compresa, tanto da poterla abbracciare e da poterci costruire sopra qualcosa di cui valga la pena fruire. Certo, io parlo anche e soprattutto da poeta “non-poeta”, ma è proprio da questo che muovono le mie parole.

Io credo che per alcuni di noi non ci sia più la possibilità (e deve continuare a non esserci) di essere perdonati. Non c’è più possibilità di riscatto per questa politica, per la casta dal grande potere materiale. Non è possibile l’oblio. Non si può dimenticare ciò che è stato. Non è possibile qui ed ora nessun compromesso etico, estetico e nemmeno morale. Nessun “cinismo in cui tutto è segretamente permesso e perdonato”. Non ci sono scuse. Solo fatti. E non ci sono nemmeno alternative. Così è questo ciò che io sto cercando di comunicare. Almeno questo. Una scheggia di consapevolezza e di rimorso. Sono finite le scuse, e sono rimaste solo le azioni incompiute e gli atti perversi. Io vorrei smettere di preoccuparmi così, tanto per fare un esempio, del ‘loro’ capo del governo. Lo immagino lasciato solo, abbandonato da ogni forma di vita di cui si circonda. E mi sento meglio. Anche se forse nemmeno la solitudine lo vorrebbe tra le sue braccia consolatrici. (Sono certo che infatti così non sarebbe). E tutto ciò che gli gravita intorno, lo immagino scomparire subito dopo di lui…

Perché in fondo… mi sono sempre chiesto “come si possano riciclare un nazista e un razzista”. Oppure come si possano recuperare (non sono responsabile io di tutti i possibili parallelismi tra questi e quelli sopradetti) un fascista, un capitalista sciacallo, un mafioso e un servo (tutti e quattro, nella maggior parte dei casi, secondo molte e varie fonti autorevoli, indissolubilmente legati tra loro)… e l’unica risposta che ho trovato è stata questa: “vanno tenuti a bada continuamente”, senza mai abbassare la guardia, “perché il male non potrà mai essere del tutto sconfitto” e non si può nient’altro contro di loro. Certamente credo nella coscienza individuale, ma questa è veramente un’altra storia… e qui correrei il rischio di ‘qualunquizzare’ il mio pensiero.

Non mi lascerò neppure andare alla narrazione di visioni distopiche a proposito di ciò che io immagino nel futuro di questo paese. E del mondo. Anche se mi sarebbe piaciuto. Non lo faccio perché come essere umano credo nella possibilità di potersi rinnegare. E ho la sensazione che la mia responsabilità nei confronti di chi leggerà queste pagine è talmente grande da non potersi risolvere tutto in un solo impareggiabile: Ve l’avevo detto! Per questo rimarrò torbido almeno di fronte a ciò. Perché c’è un limite invisibile tra ciò che non ci appartiene e ciò che non ci apparterrà.

Credo anche vada distrutta quasi ogni cosa di quelle portate avanti da 20 anni a questa parte, poiché nella distruzione è rintracciabile l’unico atto creativo adeguato… così ora che ho bisogno di un responso, ora che traduco questa abile somministrazione della paura in coraggio di affrontarla, in volontà di riappropriarsi dei simboli in cui ho fiducia, quelli che vengono dall’interno di ogni individuo, io… voglio resistere. E vorrò resistere. Ancora e ancora.

Tutto ciò che accade al di fuori di noi accade qui dentro. Entro i confini “del sangue e dello sperma”… e questo è proprio ciò che dovrebbe interessarci, perché in fondo, anche se gran parte del mio essere si rifiuta di sentirsi ‘sullo stesso livello’ di chi (non)ci governa, e considerato tra l’altro che le mie scelte parlano da sole, “siamo la stessa cosa”.

Gianni.R

Citazioni tra virgolette di: Alan Moore – V per Vendetta, Milan Kundera, Carmelo Bene, J. K. Rowling, Stefano Martini, Paolo Maras e Gianni Ruscio.

Ispirato da: Noemi.O – Grazie Musa Ispiratrice.

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‎"una cosa è dimostrare ad un uomo che è in errore, un'altra è metterlo in possesso della verità" John Locke

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volevo aggiungere due informazioni al mio piccolo scritto. si... che sembrerà pur lungo da leggere, ma che scorre bene. una è questa, andate a visitare il sito dal quale è preso, vi è una testimonianza tra gli ultimi commenti molto bella che vale la pena leggere.

questo è il link:

la seconda è questa piccola appendice, che per chi è stato abbastanza coraggioso da iniziare la lettura, potrebbe risultare interessante.

eccola qua:

Appendice a: “Il vuoto di plastica”.

“La libertà va conquistata, altrimenti non è.

E la libertà è non avere un padre, quindi autonomia.”

Vorrei soffermarmi per un attimo su questa affermazione che a me risulta essere davvero affascinante. Qui si parla della dimensione della conquista. Una modalità dell’essere che stiamo dimenticando. Ma è fondamentale per l’integrità dell’essere umano. Cos’è che si conquista? Una donna o un uomo. Qui, per esempio, prende sfumature di seduzione. Cos’altro si conquista? La fiducia. Prendiamo la fiducia. È qualche cosa che viene e dipende direttamente dall’aspetto relazionale umano. Una relazione tra se ed un’altra persona, in questo caso. Ma può essere anche una relazione tra se e se. Intuisco davvero esserla una cosa importante, questa della conquista, anche se non mi so spiegare ancora bene perché. Ma cercherò di ragionare insieme a me. Vediamo se riesco a conquistare la mia fiducia. Bene. Dicevo… si conquista anche, per fare un ulteriore esempio, un trofeo. Un territorio. Quante cose sono collegate con questo concetto? Io direi tutto quello che riguarda il percorso di un esistenza, umana e non. Anche gli animali agiscono in termini di conquista. Certamente meno raffinata, meno elaborata e complessa della nostra, ma sotto alcuni aspetti siamo molto simili. È scritto nel nostro dna, fa parte del nostro istinto, aspirare alla conquista di qualcosa. È una caratteristica degli esseri viventi. Sia che ne siano consapevoli, come noi (a volte) sia che non lo siano. L’elaborazione umana della conquista abbraccia ogni aspetto della vita. Dagli albori della nostra storia, in cui appunto eravamo simili agli animali, anzi, proprio animali sotto questo aspetto, fino ad oggi. E che mi ritrovo a scoprire durante una delle mie riflessioni? Che il potere sta distruggendo anche questa dimensione umana, che raccoglie in se molti altri elementi fondamentali per una ipotetica autonomia. Questi elementi sono facilmente riconoscibili, quindi mi limiterò ad accennarne alcuni. Prendiamo per esempio l’esplorazione del se. Non viene forse da una spinta, da una volontà e da una voglia di conquista? E potrei fare molti altri esempi. E invece no. Nella condizione storica odierna ci stanno facendo abituare a non saper cosa voglia dire conquistarsi qualcosa. Sia questo qualcosa una donna o un uomo, un sogno, o non so cos’altro. Questa dimensione dell’essere così complessa (non nel senso di difficile, ma fatta di molti fattori) struttura l’essere umano e, parallelamente, la storia dell’umanità. Darò per assodato il fatto che sia una tendenza, una potenzialità, una caratteristica, meglio ancora, di ognuno. Per esempio nella relazione materna è presente in grande misura. È presente ancora nei rapporti con l’esterno e con l’interno di ognuno di noi. È presente a scuola, nei rapporti sociali, nelle relazioni umane, nella riuscita di un progetto, la realizzazione di un sogno, e molto altro ancora. Lo è per un semplice fatto. La conquista ci pone in diretto contatto con la percezione di noi stessi all’interno del mondo. E ci pone pure, di conseguenza, in diretto contatto con la percezione del mondo all’interno di noi stessi. Insomma è la prima forma di relazione con cui veniamo a contatto. Se volessimo esagerare, potremmo dire anche che l’udito, la vista e tutti gli altri sensi umani sono frutto di una conquista, la conquista biologica. Che poi si tramuta in conquista cognitiva. E poi ancora in affettiva, emotiva, di coscienza di se e degli altri… e così via. Ora se il potere di cui ho parlato nel mio piccolo saggio precedente ci toglie la possibilità di strutturarci a partire da questo elemento così pregnante per la naturale formazione umana come potremmo crescere e progredire al meglio, secondo le nostre naturali attitudini, ognuno per ciò che desidera, vuole, spera di più? Che senso avrebbero la vita umana, il disagio, la musica, la poesia, l’amore, l’amicizia, la sofferenza, la morte, la felicità, e chissà cos’altro… se non fossero soggetti e figli tutti dello stesso padre e della stessa madre? La conquista ci pone in diretta comunicazione con la nostra autostima, con la possibilità di riuscire a creare qualsiasi cosa, ci fa scoprire chi siamo, ci mette alla prova, ci sprona, ci affligge, ci accarezza e ci bastona… ed è proprio per questo che è tanto importante. Come si fa a dimenticarsi di tutto ciò? La conquista è autonomia. È maturazione. È gioco. È tutto. Perdio! L’unica forma possibile di felicità o di libertà può venire solamente dal fatto di averla conquistata. Di averci messo dentro noi stessi. Di aver sperimentato, investito, di esserci illusi e disillusi. Di aver fatto i conti con i nostri lati peggiori. Di averli messi in conto. Di averci avuto a che fare. Di aver guardato l’altro con gli occhi spalancati. Cosa faremmo se non avessimo mai imparato a badare a noi stessi a partire dalle cose più facili? Saremmo una continua richiesta d’aiuto, un pozzo senza fondo di bisogni, forse addirittura un peso per noi e per gli altri. Ma bisogna fare attenzione. Questo non vuol dire vedere le cose in maniera rigida, pensare che noi non abbiamo più bisogno dell’altro dal momento che sappiamo vedercela da soli in alcune situazioni, o di pensare che sia giusto competere con gli altri per conquistare qualcosa. Per quanto mi riguarda ho capito che l’unico modo per continuare a migliorarsi sta proprio nel porsi in una condizione di umiltà e apertura nei confronti del ‘resto’. Io per esempio quando scrivo una poesia, che nella maggior parte delle volte ormai è frutto di un canale diretto dalle mie immagini e voci interiori alla mano e al foglio, parto sempre dal presupposto che sto un gradino sotto rispetto al luogo in cui voglio arrivare. Questo mi pone nella condizione di auto generare e di conquistare, grazie alla spinta, alla tensione, e all’intenzione che metto in quello che faccio, il logos. Senza questa ‘visione dal basso’, senza questa ‘umiltà’ non mi sarebbe possibile creare alcunché. Bisogna sempre fare attenzione a non sfociare nel fanatismo quando si parla di termini così pericolosi e facilmente strumentalizzabili da coloro che controllano le attività sociali. Conquista non è qui intesa, ovviamente, come arraffare, distruggere la concorrenza, o chissà cos’altro, ma è un traguardo, un’immagine, un’idea che prende forma a partire dalla collaborazione tra gli esseri umani perché si abbia la possibilità di guardare tutti in una stessa direzione o in direzioni diverse, da un punto di vista piuttosto che da un altro, ma pur sempre dallo stesso piano. E nel caso si vogliano guardare le cose da piani ‘altri’, avere la possibilità di deciderlo insieme. Tutto qui.

È ovvio che potrebbe acquisire, questa parola a me tanto sacra, anche altre inclinazioni, ma non sarà questo il caso in cui ne parleremo, anche perché è possibilissimo ragionarci da soli. (Noi siamo la parte attiva, e non solo passiva, dell’universo).

Fare qualcosa per noi stessi vuol dire essere dei testimoni diretti della vita. Io credo sia questo il senso della parola conquista. Portare testimonianza agli altri di chi siamo. Invece di creare un mondo in cui le persone sanno conquistarsi in modo genuino e spontaneo ciò che desiderano, si sta configurando un mondo di guardoni. Si… perché guardare è l’unica cosa che rimane da fare quando si è impotenti di fronte a uno stimolo.

Gianni.R

grazie ancora, e per la possibilità di confronto, e per la possibilità di comunicare.

un abbraccio a tutti

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ne sono l'autore, si. e anche un mio amico ne è l'autore. e mio fratello. e le persone che amo. non è importante chi l'abbia scritto, ma il messaggio che porta. e tu l'hai letto???

g

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