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Agony

La ballata dell'eresia (66°contest)

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Autore: Agony & Nalea

Titolo: La ballata dell'eresia

Vincitore 66°contest "Inferno moderno"

Sesto girone, eretici. Eretici della musica.

La ballata dell'eresia.

Era una domenica calda d'estate, una coppia di giovani ragazzi sedevano alla riva di un lago mentre si godevano la freschezza d'acqua e il riposo di un pic nic. Lui teneva in mano la chitarra e intonava le mie canzoni cercando di farle apprezzare alla sua dama che, di altra educazione, con generi diversi era solita allietarsi. Or m'era preso desio imitarlo e suonai i miei stessi pezzi senza preavviso con le dovute variazioni che purtroppo loro non potevano udire, almeno così avrebbe dovuto essere.

-Cos'è questo suono?

-Fors'io che tocco le corde di chitarra?

-No, m'era parso di sentire altre note.

-Magari una corda consunta che genera note sporche, colgo l'occasione per cambiarla allora.

Mentre il ragazzo compiva tal atto la dolce compagna espresse un disappunto:

-Non vorrete disturbar ancora i testi e le canzoni di quel bardo?

-Cantante sarebbe termine odierno. Mi par di capire che lo strumento non è l'unico che stona alle note sue, qual'è il problema?

-Oh Freunde, non questi suoni! Ma intoniamone altri più piacevoli e più gioiosi!

L'amor suo colse la richiesta di classica, quanto avrebbe voluto farle comprendere che se la musica non è solo il suono di un'orchestra poteva esser anche la libertà di un suonatore, che senza troppo peccato ama soltanto suonare e lasciarsi ascoltare privo di canoni e pieno d'amore e dolore.

-Mi dispiace esser prevenuta, ma non comprendo la differenza: la musica di oggi mi par troppo aliena, chi è che erra, chi è che sbaglia?

Lo mostrerei io, che son già qua, e invero ragionavo su come porre la cosa se la chitarra senza nota non mi avesse già aiutato lasciando rotolare la corda nuova verso di me. Il giovane se n'accorse tardi ma quando vide che la nota era divenuta più lunga di un gomitolo di lana restò rapito e decise senza dubbio di seguire filo ignorando se questa Arianna era un caso benigno o fatale. La donna, sempre curiosa, lo seguì e assieme vennero verso il mio loco, caldo come l'estate, ma colmo di dannati.

Ci eravamo persi a metà del cammino, la lunga tracciava una via troppo lontana per esser del caso e con, l'avanzar, iniziai a insister di tornare indietro e di tirare la corda da là, ma non ne voleva sapere e più curioso che spaventato proseguimmo sino ad accorgerci che ci eravamo inoltrati entro delle mura, mura antiche dal tempo consunte, abbandonate dalla mente e dalla carta sicchè non videmmo alcuna presenza ne indicazione stradale. Ma, ahimè, accadde che quando fummo troppo all'interno e il capo della nota trovammo, le fiamme si destarono lungo quelle pietre e improvvisamente il tutto divenne lo scenario di una tragedia infernale. Inutile aggiungere che ci stringemmo forte intimiditi da cotal stregoneria e pieni di timore ci guardammo attorno alla ricerca di una via d'uscita.

E non v'era e avrei iniziato a dannarmi per esserci esposti a questo inferno se non fosse che iniziai a sentire un fischiettare e vedere una presenza che avanzava ivi verso di noi. Costui tenea alle spalle una chitarra tracolla e, mani in tasca, avanzava con passo sicuro senza che le fiamme recassero danno alla sua salute e al suo vestiario, che di semplice scelta parea essere dei nostri giorni. Quando vidi, però, la sigaretta in bocca e quel volto attorniato dalla chioma a me troppo conosciuta allora esclamai:

-Il poeta è tra noi!

-Ma qual poeta?- gridò la fanciulla. -Porta a seco un'acustica, non versi e scritti.

M'inchinai dinanzi al miracolo di quel suono in cotanta sventura e trattenendo il verbo della dama attesi che lo stimato spirito mi concedesse udienza.

-Pargoli d'esperienza che ignari vagate, lasciate ogni pregiudizio voi che entrate, qui si vaga nel sentiero della povertà, del dolore, peccato e di vizi senza carità. -Seguì un momento di silenzio ove ruppe in una soave risata. -Spaventarvi non era mio desio, ma altrimenti non avrei saputo come accoglierivi nel loco.

-Tu se' lo mio maestro e segno della musica d'onore, ditemi perchè questo viaggio in un posto tanto deplorevole?

-Udii per caso il vostro parlare e in aiuto alla tua opinione scelsi di farvi scender quaggiù, per mostrarvi le risposte alle domande che vi poste lassù. La signorina della musica voleva sapere, bene qui nella città dolente giacciono gli spiriti di questa e di quell'altra era, uniti nell'unica colpa di aver reso puttana la musica d'uman concepimento. Camminate meco e alcuno danno vi sarà torto.

E così facemmo e sapeste quale pena, quale sventura erano vittime quelle anime eretiche: di una città ardente ogni cosa era usufruito per suddividere le anime in base alle colpe: chi per soldi, per negligenza, per vizio, per fama, per censura, per la gloria sua a scapito dei discepoli e così via ogni peccato era selezionato meticolosamente da un mostruoso organo delle cui canne erano formate dalle gole di coloro che perirono per mano di chi mentre li mandava all'altro mondo con l'udito si serviva della musica per coprire le loro urla di dolore. Ora quell'organo avrebbe urlato forte tanto quanta era la pena da infliggere e con dolore o rabbia in base a quale suddivisione sarebbero dovuti andare i peccatori. A loro le mani venian mozzate per esser gettate sulla tastiera perchè sarebbero state quelle stesse mani che peccaron in vita a drecretare la pena da morto, suonando o meno secondo la loro coscienza. Così marchiati venian trainati da sirene grottesche nei siti destinati e qual stupore quando vidi portar via le anime chi non avrei mai sospettato! Lully il francese, natio florense, che vissuto alla corte del Re Sole estinte la concorrenza dell'altrui composizione, e assieme a lui tanti, altri nomi a me illustri che or ritrovavo a marcire tra le fiamme d'inferno.

-Quale fu il mio errore di giudizio nell'adorare sti falsi maestri?

-Sol qui si sa se furon falsi o giusti, ma anche nelle scuole, che tu chiami conservatori, vi camminan tante menti che se con la bocca parlan da profeti, con l'udito son sordi alle nuovi note.

Costeggiando così l'enorme creatore di oscure litanie, che parea non voler mai finire arrivammo in una radura, ivi venimmo colpiti dai lamenti di quella che da lontano ci parea gentil donzella ma che a sentirla lamentarsi v'era da rimaner terrorizzati tant'ea l'asprezza della voce sua.

Venimmo tosto informati che trattasi dell'equin signora che in vita dilettavasi a defenestrar lo timpano altrui ragliando senza armonico rispetto versi dedicati a quello che dei defunti è il mese.

Ella era stata tosto fornita di giogo e briglie che la tenevan solidamente ancorata all'aratro suo, etterna pena concordata per chi per soldo o vanità avesse martoriato il sacro pentagramma.

Tentammo di interloquirvi mentre i satanassi le schioccavan le carni di sonora scudisciata ma altro non ottenemmo che la solita ragliata narrante di città che si spengon d'istante nel penultimo mese della calenda.

Dal nostro accompagnatore vate e menestrello venimmo informati che lo suo nome in vita era Gaetana e che per colpa del malefico sortilegio del tubo catodico era stata strappata dalla sua mezzadria e lanciata tra le stelle senza che di esse avesse la luce.

Mentre la vedevamo di fatica allontanarsi trascinando lo peso dell'etterna sua pena, lo nostro sguardo attirato venne da due degli aguzzini suoi, nonostante le corna, la rossa pelle e gli equini arti inferiori, le loro facce ci parean aver un che di famigliare, essi pungolavano di puro istinto sadico le carni di quella mula da soma dall'aspetto umano esibendo un sorriso malefico che sapea di vendetta ascoltando di volta in volta lo suo eterno lamentarsi.

Il nostro vate e menestrello ci disse poi che li nomi di codesti due sadici aguzzini in vita eran Luigi e Rino... Poi ci imbattemo in un tizio che si professava re ma che in realtà era re di niente. Imperterrito continuava con la sua falsa corona a cantar senza decoro della sua famiglia una squallida revisione delle riprovevoli gesta. Continuava a ripeter che niente avevan fatto nonostante la fuga per non risponder delle loro azioni come il più disgustoso ratto, nella sua orrenda e cacofonica litania continuava a professar falso amore per la sua terra natia, ma poiché quivi siam negli inferi e chiunque vi sta deve soffrir la sua pena scoprimmo che da nessuno qui viene ascoltato ed errare in eterno esilio gli tocca con il peso d'un pianoforte sulla schiena. Codesta era la sua pena per aver offeso il buon gusto, il paese, la musica e coloro che dicea esser la sua gente.

Allontanantoci da codesto altro eretico ci voltammo per proseguire il nostro tristo viaggio senza porgergli il benche minimo e immeritato viatico. Ci parve di camminar per anni mesi o forse ere, attraversando lande brulle infestate da mostruose fere, ci imbattemmo in ogni sorta di sacrilego della nota commercialmente torturato, in ogni mare in ogni luogo in ogni lago annegato.

Ognuno di coloro che in vita condusse Euterpe a farsi puttana, languiva nella sua etterna pena con la speme che ogni giorno l'è più lontana.

Infine la nostra guida, ci informò che oltre quell'arcata del nostro mondo v'era la soglia, mapprima di poter lasciare tosto questa terre di morte, ci volle far vedere un'altra anima dalla triste sorte.

Essa in vita sua non aveva mai cantato o suonato eppure in altri modi la Dea aveva trasformato. Ci disse che la donna Ventura di spettacolo, nonostante non avesse di note la benché minima cognizione ebbe a scempiar la Dea tanto da meritar punizione.

Servendosi dell'orrendo spettacolo raccattava personaggi di infimo e dubbio talento e a far sembrare tali scempi come qualcosa di bello riusciva nel suo intento, e fiera della sua incompetenza musicale avea continuato a far danni con la violenza di un fortunale.

Tal punizione quindi le era toccata, in un banco di scuola in catene era stata imprigionata e colui che nell'altro mondo collega era dello nostro guidatore e mentore, colui che di fiere dell'est, di pulci d'acqua era cantore, le infliggeva la pena della sua infinita dannazione, tenendola in sofferenza d'etterna interrogazione, finalmente per la sua ignoranza ella pagava punizione, addogni ovvia sua risposta errata il cantore la colpiva di sonoro sganassone, estraendo poi dalle folte chiome un tristo archetto di violino continuava a scudisciarne le terga in una notte che non volgerà mai al mattino.

Visti infine queste e altre cose la smarrita via era finita, giunti alla fine delle mura l'erba verde tornava a mostrarsi.

-Rilancia il rotolo di nota e da dove veniste così tornerete.

Congedarci senza grazie e senza onori mai avrem potuto dopo tali valori, e mentre il mi compagno trattava ancora di qualche teoria, io osai un'ultima cortesia:

-Scusassi cantore, ma se quivi giacciono i dannati d'arte, perchè la vostra presenza in questo sistema?

Egli sorrise, e rispose con garbo:

-Io vago, io canto, della libertà ne sono il vanto, ma v'è un vizio che non abbandono, tra i tanti che condono. Di questi è il mio vecchio fumo, dove in paradiso ne ignoran anche il profumo e se ben hai capito io qui mi trovo bene, difatti qui... deh, v'è sempre da accendere.

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