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Ospite Linda Rando

Figlio della Luna

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Ospite Linda Rando

Figlio della Luna




Tra le donne girano storie, storie cupe di vendette di amanti traditi; gli uomini sono soliti raccontarle alle loro donne, o alle figlie, per spaventarle e metterle in guardia dal tradimento. Gente superstiziosa, i Gitani. Gente che teme, rispetta e guarda al passato per decidere del suo futuro.
E tra quelle storie, tra quelle leggende, la più narrata è quella della Gitana che implorò la Luna di aiutarla.
Gente superstiziosa, i Gitani, ma talvolta non abbastanza. Non abbastanza.
Se la Gitana avesse dato ascolto alla superstizione, alla tradizione del suo popolo, si sarebbe ricordata che nei tarocchi la Luna non sempre è benevolente; quando si capovolge è solo inganno. Inganno e Illusione.

Una Gitana danzava sulla strada giocando con un mazzo di tarocchi, destreggiandosi con le carte come farebbe un giocoliere con qualunque altro oggetto, danzava cercando le persone adatte a cui leggere il futuro; non sapeva né immaginava che quella sera l'unico futuro a cui avrebbe dovuto prestare attenzione era il proprio.
Ed ecco lì un bel Ragazzo, alto e dai capelli scuri. Camminava tenendo per mano una Ragazza; ottimo segno, alle coppie piace che venga letto il proprio futuro. Quella sera sembrava essere una sera fortunata; aveva trovato immediatamente qualcuno per cui interrogare gli astri.
La Gitana ampliò il suo sorriso e, svelta e tintinnante, dispose le carte. Quando il ragazzo fece per seguirla venne trattenuto dalla Ragazza "Non voglio che ci legga il futuro." disse
"Perché? Dai, sarà divertente vedere cosa s'inventerà quella truffatrice". La Ragazza lo guardò con occhi di fiamma. "E' solo questo il motivo per cui vuoi che ti legga il futuro?"
"E che altro, scusa? Non sarai mica gelosa?" gli occhi di lui lampeggiarono, ironici, e la Ragazza lo lasciò di scatto, allontanandosi furiosa.
"Ehi aspetta!" il Ragazzo le corse dietro. La Gitana li osservò con un sospiro e scosse il capo.
“Non sono stata così fortunata come credevo, eh?” domandò rivolta alla Luna, che brillava alta nel cielo. Continuando a sorridere, la Gitana tornò in strada danzante, facendo volare le carte tra le proprie dita flessuose; non si accorse però che uno degli Arcani era volato via, trasportato un soffio di vento.
La carta volò, andandosi ad impigliare in un cespuglio poco lontano, vicino ad un rigagnolo d’acqua che scorreva rapido come ogni sera.
Sull'acqua, quella carta si specchiava mostrandosi capovolta: la Luna.
La gemella dell'Arcano brillava alta nel cielo scuro e denso, spiccando per la sua argentea bellezza. Come poteva una donna non fidarsi di una sua Simile così evidentemente rassicurante e placida nella sua luce soffusa? Ogni donna si sarebbe commossa, di fronte a tanto splendore. Le donne amavano la Luna. Ma la Luna non amava loro, anzi, le odiava; loro potevano avere quello che lei, Luna, non avrebbe mai potuto avere; loro potevano avere dei figli.
E così stava ogni notte ad osservarle, guardandole con odio e invidia, specialmente le più belle che erano anche le più corteggiate e tra queste osservava la Gitana.
Quella sera sembrava non aver avuto fortuna coi suoi soliti clienti, nessuno era interessato a conoscere il proprio futuro e tutti gli uomini che le si avvicinavano volevano da lei soltanto una cosa, qualcosa che lei non era disposta a dare se non al suo amato Gitano, li aveva osservati a lungo quando la carovana stava per arrivare a destinazione, stavano vicini e si amavano, progettavano d’avere un figlio; fossero maledetti.
Quanto avrebbe voluto avere un figlio... sin da quando l'uomo aveva camminato sulla Terra avevano guardato a lei come a una donna, e lei infine se n'era convinta. Ma non aveva nulla della donna se non il nome, e non aveva quella cosa che più avrebbe voluto: la possibilità di avere un figlio.
Mentre la Luna si angustiava, la Gitana smetteva di danzare e affrettava il passo verso la piazza della Città. Non c’era quasi nessuno, a quell’ora, ma di fianco a un bar c’era un uomo con una sigaretta in bocca. Le sorrise.
"Ehi..." disse, l'alito pesante percepibile anche da lontano, accentuato dall’aria limpida della sera. "Ti va di fare un giro, piccola?"
La Gitana si ritrasse istintivamente, sebbene fosse dall’altro lato della strada. Si strinse la camicetta al petto e guardò dritta avanti a sé, fingendo di non averlo udito. L’uomo la raggiunse con ampie falcate, e la prese per un braccio.
“Ehi” ripeté, digrignando i denti e investendola con un’ondata d’alcol “ti ho chiesto «ti va di fare un giro, piccola?»”
La Gitana, spaventata, si divincolò.
“No.” Rispose con sdegno, nascondendo il tremito nella voce. “Mi stanno aspettando.” Si allontanò di alcuni passi, cercando di mettere spazio tra lei e l’Ubriaco. Quello sbuffò col naso e nonostante barcollasse la riacciuffò. Lei cacciò un urlo, ma l’Ubriaco non si lasciò impressionare.
“Zitta, puttana” l’apostrofò “Lo so che a quelle come te piace.” Iniziò a scioglierle i bottoni della camicetta e le posò una mano sul seno. La Gitana era ormai in preda al panico.
“Aiuto” mormorò, i sensi che le si annebbiavano. Diede un debole strattone, inutilmente. L’ubriaco le tolse la mano dai seni e la posò sulla coscia di lei, spostando la gonna.
“Aiuto” ripeté lei, sul punto di svenire. Le difese le vennero meno e si ammorbidì involontariamente. La mano dell’uomo saliva sempre di più e si insinuò nelle mutandine.
Mentre la Gitana veniva aggredita, il suo compagno tornava alla carovana da cui nel pomeriggio si era allontanato, quando fu abbastanza vicino scorse due sagome appartate e sentii dei mugugni e dei gemiti "Si stanno divertendo" pensò, con un mezzo sorriso, pensando alla sua donna.
Ma nel momento in cui riconobbe la debole voce della donna e ne riconobbe l'aspetto, si pentì di quei pensieri. Dove prima c'erano pensieri e immagini di piacere adesso sorgeva la rabbia e tutto si tramutava in violenza; non pensò, non riflettè, si lascio trasportare da quella sensazione di furia interpretando quello che vedeva nel peggiore dei modi: Tradimento.
Se quando si avvicinò ai due non li uccise fu solo perché amava lei e il dolore era troppo forte per fare del male a lui, così si limitò a tramortire l'Ubriaco col bastone che si era portato dietro tutto il giorno e a colpire violentemente lei gettandola a terra, vide le sue lacrime ma non le interpretò per quello che erano, vi vide solo la paura di chi era stato colto con le mani nel sacco.
Alzò il bastone, dando l'idea di volerla colpire con quello, poi lo raibbassò e in silenzio, lo fece cadere e si voltò, andandosene.
La Gitana, troppo debole per alzarsi e inseguirlo cercò di chiamarlo ma non aveva forza nemmeno per sussurrare il nome di lui, lo vide allontanarsi e sparire tra le ombre della notte.
Disperata, guardò il cielo limpido; la Luna piena sembrava un occhio e quell'occhio sembrava osservare soltanto lei.
La Gitana stava per perdere i sensi, ma si sentiva stranamente lucida; vedeva l'occhio della Luna cambiare, diventare solo uno spicchio e sembrare incredibilmente simile ad un ghigno, capii che doveva essere un incubo e non un sogno perché quel ghigno sembrava lo stesso dell'uomo che voleva approfittarsi di lei, eppure non poteva essere così; e, pensando questo, chiuse gli occhi e si ritrovò tra le nuvole.
Salve, donna” una voce femminile carica di sdegno parlò dalle nuvole alla Gitana; ne fu spaventata, in un primo momento, poi capi da chi proveniva e si quietò. A parlare era stata la Luna, protettrice d'ogni donna; lei avrebbe sicuramente saputo cosa fare, lei avrebbe sicuramente trovato il modo d'aiutarla... i suoi pensirei furono interrotti dalla Voce “So già cosa vuoi”. La Gitana riusciva a sentire un sorriso in quella voce “Lo riavrai, donna impura. Riavrai quell’uomo dalla pelle scura come il fumo, e avrai anche il suo perdono. Però” aggiunse, e il suo tono si fece più cupo, minaccioso “voglio che il tuo primo figlio venga a stare con me.
Nel sogno e nel dolore, le parole della Voce della Luna non turbarono la Gitana; senti di poter accettare quello scambio, conosceva le erbe adatte, sapeva come non avere un figlio, avrebbe potuto avere di nuovo il suo amore senza perdere o dover dare in cambio nulla.
Poteva accettare, e lo fece. Con un sussulto si risvegliò, trovandosi immersa nell'oscurità più completa; non ricordava bene il sogno, rammentava solo il suono di una Voce e quello che le era successo prima di cadere.
Cercò d'alzarsi, ma si accasciò di nuovo al suolo: le gambe non la sostenevano. Un rumore di passi l’allarmò, e sentì lo stomaco contrarsi per la paura. Se l’Ubriaco fosse tornato non ci sarebbe stato nessuno a salvarla, stavolta. Le si strinse il cuore pensando che il suo uomo, nonostante l’avesse lasciata e picchiata, l’aveva salvata da una sorte orrenda.
Si rannicchiò su sé stessa, prendendo il bastone che il Gitano aveva lanciato in preda alla rabbia, dopo averla percossa.
Quando alzò gli occhi vide il Gitano, e per un attimo ebbe ancora più paura, scorgendo negli occhi di lui un odio profondo; poi però li vide ammorbidirsi, cambiare. Adesso in quegli occhi c'era amore, sembrava che tutto l'odio provato fosse svanito col vento che aveva preso a soffiare e che oltre che portare via l'odio dalla mente del Gitano stesse portando via anche le nuvole che oscuravano il cielo, riportando la luce della Luna sulla terra.
Il Gitano si chinò sulla donna che amava, prendendola tra le braccia; le baciò la fronte e poi le labbra e stringendosela al petto la portò lontano, tra le ombre non più minacciose degli alberi, la tenne stretta durante tutta la breve corsa che li portò in una piccola radura nella foresta. Ora che il cielo era sereno quel luogo sembrava magicamente illuminato da una luce argentea "Non voglio stare con altri, stanotte." le disse, sfiorandole le labbra con le proprie. L’adagiò sull'erba e chinandosi su di lei sussurrò "Ti amo..."
E quelle parole unite all'atmosfera magica della radura la Gitana non provò più dolore, o vergogna e poté abbandonarsi alle carezze e ai sussurri dell'uomo che amava.
Quando, molto tempo dopo, si addormentarono esausti l’uno tra le braccia dell’altro sul cielo scuro brillava la Luna; la sua luce argentea cospargeva i loro corpi e sembrava abbracciarli come una madre amorevole.

I vagiti disperati del neonato riempirono la casa. La Gitana si abbandonò esausta sul cuscino, respirando affannosamente.
“E’ un maschio, señora!” gridò la levatrice, con un sorriso entusiasta. “Un bellissimo maschietto!”
“Fammelo vedere, Rocìo, presto!” la invitò la Gitana, impaziente nonostante la stanchezza. Tese le braccia e la levatrice glielo consegnò con delicatezza.
Gli occhi della Gitana si dilatarono per la meraviglia. Il bambino aveva la pelle chiarissima e i capelli argentei; e gli occhi erano di un azzurro così chiaro da essere quasi bianchi.
Era sconcertata, ma l’amore per quella fragile creatura la assalì, scacciando i pensieri. Eppure, mentre lo allattava al seno, non poteva fare a meno di chiedersi come fosse possibile che il bambino avesse dei colori così chiari.
Il Gitano era lontano, al momento del parto; era andato a trovare il vecchio padre malato nella città vicina. Tornò dopo qualche giorno, quando lei si era già rimessa in forze. Gli corse incontro e gli gettò le braccia al collo. Si baciarono a lungo.
“Come sta il bambino?” le chiese lui prendendole il viso tra le mani. La felicità gli scintillava negli occhi. La Gitana sorrise e lo prese per mano.
“Vieni. Dobbiamo decidere come chiamarlo.”
Lo condusse nella stanza dove il bambino dormiva, e scostò le tendine dalla culla.
“Non è bellissimo?”
Il volto del Gitano si trasfigurò. La gioia scomparve dal suo viso, lasciando posto allo stupore, all’incredulità e infine alla rabbia.
“Lui non è mio figlio” sibilò a denti stretti.
La Gitana lo guardò spiazzata. “Certo che è tuo figlio” protestò, colta sul vivo. “Sei l’unico uomo con cui sia mai stata, amor, lo sai.”
“Ah, sì? E come mi spieghi lui?” strinse i pugni. “E come lo spieghi quell’uomo, quella notte?”
“Te l’ho spiegato milioni di volte. Stava cercando di violentarmi!” la Gitana era sconvolta.
“Smettila di mentirmi! Le prove del tuo tradimento sono qui, davanti ai miei occhi!” la furia stava montando in lui “Non cercare d’ingannarmi, puta!”
Gli occhi della Gitana si riempirono di lacrime. “Non ti sto ingannando, amor. È la verità, ti prego di credermi. Può essere che il bambino abbia una malattia, ho sentito la vecchia Esther parlare di…”
Un ceffone le bloccò le parole sulle labbra. Incredula si portò una mano al viso.
Amor…”
“Lui non è mio figlio” ripeté il Gitano, folle di rabbia. “E io non lo voglio.”
“Sì che è tuo figlio” insistette la Gitana, supplichevole. “Devi credermi, amor…”
Un altro schiaffo la scaraventò a terra.
“Non chiamarmi amor, puta! Hai tradito la mia fiducia e mi hai disonorato, maledetta. Come… come hai potuto farlo?” la voce del Gitano ora era intrisa di dolore. Le lacrime gli bagnarono gli occhi.
“Io ti ho amata più di ogni altra cosa…”
L’aiutò a rialzarsi e la guardò piangendo in silenzio. Lei giunse le mani davanti a sé.
“Oh, amor, ti prego di credermi; io non ho mai conosciuto altro uomo all’infuori di te.”
Il Gitano le prese il viso tra le mani e la baciò brevemente con foga, poi la spinse via. La guardò ansimando e quando lei fece cenno di aprire bocca la zittì.
La prese tra le braccia, continuando a piangere. La Gitana si abbandonò con sollievo a quell’abbraccio, ma un dolore acuto all’altezza del polmone sinistro la paralizzò. Sentì freddo, tanto freddo e vide il mondo annebbiarsi.
Il Gitano estrasse la lama dalla schiena della sua donna, con le labbra che gli tremavano.
“Addio, me amor…” mormorò mentre la Gitana crollava a terra priva di vita.
Si portò una mano al viso e chiuse gli occhi, straziato dal dolore. Un vagito richiamò la sua attenzione. Si era quasi scordato che il bambino era ancora lì.
Il Gitano lo guardò disperato. “Che colpa hai tu di quello che ha fatto la tua scellerata madre?” disse con un sussurro. Lo prese tra le braccia e il pianto del bimbo si placò.
Per un attimo il Gitano lo cullò in silenzio, poi scosse la testa.
“Non posso. Non posso tenerti con me. Mi ricordi troppo lei… lo capisci, vero?” disse tra le lacrime.
Si strinse il bimbo al petto e fuggì nella notte; corse spinto dal vento, come se non fosse padrone del proprio corpo, corse verso i piedi della montagna a cui piedi sorgeva il villaggio in cui lui e la Gitana si erano stabiliti.
Sentiva la luce della Luna sul proprio capo come una che lo osservava, giudicandolo; ma lui non poteva fare altrimenti; giunto alla piazza del villaggio si avvicinò al pozzo e osservò il riflesso dell'astro notturno, che si specchiava nell’acqua in profondità. Sembrava che fosse un altro cielo, solo spostato in basso.
"Mi spiace… mi spiace..." continuava a singhiozzare, ma nonostante il pianto lasciò cadere il bambino in acqua; la Luna sull’acqua tremò e, per un attimo, un singolo attimo, quello che era stato il riflesso di una luna piena divenne uno spicchio, lo stesso che vide la Gitana la notte in cui venne aggredita: la notte del patto.
Il Gitano non sapeva nulla di tutto questo, ma quel che vide fu sufficiente per fargli provare paura e dolore.
Fuggì di nuovo verso il bosco e stavolta, quando le ombre lo inghiottirono, non fece più ritorno.

Ora,il bimbo caduto tra le braccia della Luna nel pozzo è tornato alla sua vera madre; e quando lui dorme bene Lei è piena; mentre quando si fa spicchio non ricorda più un ghigno, ma un sorriso e una culla che accoglie in sé un bimbo che sta piangendo.

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Sarà pure il racconto vincitore di uno dei tanti... concorsi che ci sono in Italia ma a me non piace per nulla. Mi dispiace ma ogni lettore ha i suoi gusti...Ciao!

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Ospite Linda Rando
Sarà pure il racconto vincitore di uno dei tanti... concorsi che ci sono in Italia

Questo commento dispregiativo ti costa il ban. Complimenti, diciassette messaggi e tre richiami.

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Complimenti Ayame e Onin!

A me invece è piaciuto il vostro racconto. E' molto romantico, ma allo stesso tempo molto triste. Complimenti ragazzi, ve la siete proprio meritata la vittoria del contest :)

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Ospite fiorediciliegio

E' davvero un racconto molto bello.

Ha un filo conduttore senza essere troppo ingarbugliato.

Complimenti!

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Ospite Nephrem On'Yn'Rah

Complimenti Ayame e Onin!

A me invece è piaciuto il vostro racconto. E' molto romantico, ma allo stesso tempo molto triste. Complimenti ragazzi, ve la siete proprio meritata la vittoria del contest :)

E' davvero un racconto molto bello.

Ha un filo conduttore senza essere troppo ingarbugliato.

Complimenti!

Rispondo anche a nome di Ayame (anche se dal nick non si direbbe sono Onin), grazie per gli apprezzamenti e_e/

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Racconto davvero molto bello, l'ho letto d'un fiato! Lo stile e il ritmo incalzante rendono bene gli stati d'animo dei personaggi e sono perfetti per la trama; inoltre avete usato un topos letterario, quello della luna, che io adoro. E siete riusciti comunque ad essere originali! Complimenti.

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tra le proprie dita flessuose...

 

L'ho immaginata molto piccola e vecchia

 

e tutti gli uomini che le si avvicinavano volevano da lei soltanto una cosa, qualcosa che lei non era disposta a dare se non al suo amato Gitano...

Dopo ho capito che è giovane e bella

 

Ma la Luna non amava loro, anzi, le odiava; loro potevano avere quello che lei, Luna, non avrebbe mai potuto avere; loro potevano avere dei figli...

 

non mi è piaciuto come è stato introdotto il tema dei figli, in modo così brusco, così stonato con tutto ciò che precede, ovvero la leggerezza della malinconia e lo studio dei tarocchi nelle parole.

Invece hai ben introdotto e creato l'atmosfera per l'incontro con l'ubriaco.

 

C'è un piccolo errore grammaticale.

Si rannicchiò su sé stessa

Se dici: si rannicchiò su di sé, l'accento ci vuole, ma se usi se stessa, c'è già "stessa". Sarebbe come dire "a me mi piace" o dici a me piace o dici mi piace, a me mi, ripeti inutilmente, o meglio rafforzi dove non dovresti rafforzare.

 

Davvero una bella storia, meritevole di complimenti!

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non riflettè

rifletté

Refuso da matita rossa.

 

sentii dei mugugni 

 

capii che doveva essere un incubo

 

Matita rossa, recidiva. 

 

sembrare incredibilmente simile ad un ghigno

Tralasciando la D eufonica e l'avverbio troppo pesante in una subordinata implicita, "sembrare simile a" è un'espressione ai limiti della plausibilità semantica.

 

poi lo raibbassò

Refuso

 

Alzò il bastone, dando l'idea di volerla colpire con quello

Superfluo, e il fatto che si tratti di un dimostrativo lo rende addirittura nocivo in termini stilistici. Le sviste del genere sono molte in tutto il testo.

 

una voce femminile carica di sdegno parlò dalle nuvole alla Gitana; ne fu spaventata, in un primo momento, poi capi da chi proveniva e si quietò

In un solo periodo c'è una grave e fuorviante discordanza di soggetto (dovrebbe essere "una voce") e un ennesimo errore (refuso?) sulla coniugazione di un passato remoto.

 

A parte questo ci sono numerose ripetizioni ("avere un figlio" si ripete come un mantra in pochissimi capoversi), eccessi di dimostrativi, possessivi e gerundi fuori luogo. La punteggiatura è troppo spesso approssimativa quando non addirittura fuorviante (giusto a esempio: Alzò il bastone, dando l'idea di volerla colpire con quello, poi lo raibbassò e in silenzio, lo fece cadere e si voltò, andandosene). Molte espressioni e sequenze abbondano di luoghi comuni e cliché, i personaggi hanno reazioni poco plausibili o ritratte con troppa superficialità. Il registro è poco costante e a volte si altalena tra il complicato e lo sciatto, mancando spessissimo l'efficienza espositiva e la dovuta stringatezza. Il lessico è anch'esso troppo approssimativo (altro esempio: vide le sue lacrime ma non le interpretò per quello che erano - un'interpretazione non rappresenta mai cioè che è, un'interpretazione è una valutazione soggettiva che si discosta dall'essenza obiettiva, e quelle lacrime di obiettivo hanno ovviamente molto poco.)

Il punto di vista è confuso, instabile e poco congruente: dalla gitana ai clienti alla gitana alla luna all'ubriaco al gitano alla gitana senza mai definirsi in modo stabile o alternarsi in modo chiaro.

 

Insomma, il testo va rivisto e l'editing necessario a correggerlo non è nemmeno dei più leggeri.

Modificato da KMR

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