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Ospite Nephrem On'Yn'Rah

RACCONTI 53° CONTEST

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Ospite

Siori et Siore potete postare qui di seguito i vostri racconti, per qualunque dubbio o problema (o eventualmente, se siete costretti a ritirarvi) mandate pure un mp al sottoscritto, nel caso del ritiro avvisate prima della scadenza, che ricordo essere alla mezzanotte di venerdì.

In bocca al Licantropo :twisted:

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Ospite queenseptienna

ECCOMI!!!! XDDD

Titolo: Sangue e Grappa

Autore: queenseptienna

Beta: hikaruryu

Rating: PG15

Pairing: Charles/Septienne

Personaggi: Septienne, Charles de Temperance, Asmodai

Genere: comico

Avvertimenti: vampiri non propriamente canonici XD

Il vampiro Septienne, quella sera, era particolarmente deciso ad affogare tutti i dispiaceri della sua non-vita dentro un bel bicchiere di sangue corretto con grappa. O ad affondare le zanne dentro un bel moretto ubriaco, fate voi.

Odiava le discoteche, in generale detestava ballare… e allora perché si era rifugiato in quel luogo pieno di gente unta e sudata?

Perché in quel locale poteva essere certo di sfuggire dalle grinfie moleste di Charles de Temperance.

Chi era costui?

Il Master del suo Master.

Okay, la faccenda era un po’ stramba da capire ma, se Septienne in quel momento fosse stato lucido, avrebbe potuto spiegarla per bene. Il caso volle che la grappa era troppa e nessuna delle sue sinapsi culopese era disposta a collegarsi.

-Ehy, è un Bloody Mary quello che stai bevendo?- gli chiese un’avvenente ragazza mortale seduta al suo fianco, mentre lui tentava vagamente di ricordarsi il proprio nome.

-No, è sangue.- rispose con semplicità e un’espressione abbastanza stupida dipinta in volto, al che la fanciulla scoppiò in una risatina divertita.

Lei gli passò una mano sulla spalla nuda e si avvicinò di più, con fare sensuale. –Sei tutto solo?-

Septienne, che era talmente ubriaco da aver perso persino il suo aplomb da Anziano del suo Clan le rispose: –Non mi piacciono gli umani con le tette.-

La ragazza lo fissò tra l’inorridito e l’offeso, e non mancò di tirargli un sonoro schiaffo, prima di lasciarlo lì da solo con il suo Bloody Mary che forse pomodoro non era. L’unica cosa certa era che dentro ci fosse dell’ottima grappa.

Continuò a succhiare imperterrito dalla sua cannuccia, archiviando lo spiacevole siparietto precedente come se non fosse mai accaduto. Nemmeno si preoccupò di alzare la testa e fare uso del suo potentissimo udito da vampiro… tanto era come se avesse la testa piena di lanugine.

Intanto all’ingresso si era formato un nutrito campanello di persone, che stavano additando il nuovo venuto, un tizio alto due metri, biondo e… vestito da Templare.

-E’ già carnevale?- commentò il barista, alzandosi sulle punte dei piedi, ma Sept lo ignorò ancora, senza accorgersi che il “cavaliere” stava fendendo la folla come Mosè con le acque del Mar Rosso. Il suo pesante spadone risuonava secco contro il pavimento, quasi a tempo di musica.

-Septienne!-

Il vampiro alzò la testa di scatto e spalancò gli occhi felini al suono di quel profondo accento francese, sentendo tutti i peli del corpo rizzarsi dallo spavento, anche se tecnicamente i suoi peli erano morti come tutto il resto.

Un vampiro non provava freddo. Allora perché la sua pelle si stava accapponando e la sua espressione era davvero simile a quella di un gatto che soffia davanti ad un getto d’acqua?

Si voltò tanto piano da sembrare che qualcuno avesse impostato la modalità “rallentatore” ed incrociò le iridi azzurre di quel campione di bellezza. –Charles. Siamo nel ventunesimo secolo, non in qualche sperduto villaggio medievale di quel posto orribile da dove vieni- gli fece gentilmente notare.

-Francia.- rispose l’altro fiero, battendosi una mano sul petto con un gesto imperioso che fece svenire metà delle ragazze presenti.

-Odio la Francia. E’ un posto brutto abitato da francesi.- il vampiro dai corti capelli neri sentì i sensi ritornare un po’ più lucidi. Peccato, si vedeva che la grappa non era un granché. –E tu sei uno di quelli.-

Un ghigno si dipinse lentamente sul volto del Templare, dando i brividi alla popolazione femminile non ancora priva di sensi e fissò la sua preda con determinazione. –Non credo proprio. Il tuo Master non ti ha insegnato il rispetto per i tuoi Anziani?-

Septienne fece una smorfia annoiata. Per uno che era nato nel 1400 era piuttosto avanti con le idee e tutta quella roba noiosa di Maestri, rispetto e regole non faceva affatto per lui. –Non sembra, ma Hikaru non è noioso come te, sai?-

-E’ perché passi metà del tempo sotto il suo kimono e non sotto la mia veste.- ghignò l’altro, avvicinandosi ancora di più.

Passò qualche istante in cui si fissarono negli occhi.

Infine accadde.

-Dannato Septienne!- urlò il cavaliere, riferendosi al fatto che l’altro non aveva esitato un secondo a sciogliersi in ombra e sparire alla velocità della luce (passate l’ironia), al riparo da lui e dalla posizione della gogna che intendeva fargli assumere per la sua sfrontatezza.

*************

-Pronto?-

La voce annoiata dall’altro capo del filo non turbò più di tanto il nostro eroe, che prese a stringere convulsamente la cornetta del telefono pubblico che aveva fra le mani. Si poteva sudare, da morti?

-Asmodai! Salvami, te ne prego!- esclamò guardandosi in giro –Charles continua a molestarmi sessualmente!-

Il demone, da casa sua, sbadigliò senza pudore e si tirò le lenzuola sopra la testa. –E tu fatti molestare. Magari poi si stufa.-

-Ma non sei geloso? Insomma, sono pur sempre il tuo vampiro ciccino pucci pucci!- pigolò Septienne, domandandosi quanta grappa avrebbe dovuto ingerire per farla finita con quel mondo crudele.

-Geloso? E di chi? Ho sonno, picci picci, domani devo andare a corrompere le anime dei sacerdoti in quel paese dove siamo andati in vacanza la settimana scorsa. Salutami il cavaliere e digli di non smontarti troppo o dovrò rimetterti insieme il culo con la colla.- E riattaccò.

-Odio questa mia non-vita.- fu il commento del triste succhiasangue.

*********

In seguito ebbe poco tempo per compiangersi. Innanzitutto perché era davvero difficile concentrarsi quando un vampiro vestito da templare giocava al prete sadomaso con te legato nelle segrete del suo altrettanto segreto castello. E poi c’era da considerare il fatto che Septienne non sperimentava da un po’ il BDSM e stava rapidamente iniziando ad apprezzare la fascia di seta che gli teneva i polsi assicurati al letto.

Charles lo aveva sorpreso all’uscita della cabina telefonica ed aveva fatto uso dei suoi duecento e più anni di vecchiaia in confronto a Sept per tramortirlo. Caricatolo sul suo fido destriero di vile metallo (una Seicento che aveva racimolato all’uso, aveva sempre odiato quegli aggeggi moderni e non era certo intenzionato a spenderci dietro dei soldi), era stato uno scherzo guidare fino al maniero ora che aveva persino imparato ad inserire le marce e a non far fumare in maniera sospetta il motore. Gli scocciava solo il fatto che il mantello gli rimaneva sempre impigliato nella portiera.

Septienne, però, non pensava più a quello, ma alle parole di Asmodai, che lo avevano davvero ferito nel profondo del suo cuoricino rattrappito… insomma, il suo amorino non lo amava più? Che avesse un altro amante?

-Septienne, guardami.- la voce calda e roca di Charles lo riportò al presente e le sue sinapsi appesero il cartello “chiuso per ferie” e chiusero i battenti.

Davanti a lui Charles de Temperance era nudo. I lunghi capelli biondi ricadevano sulle spalle ampie, il torace sembrava scolpito nel marmo e le gambe erano il frutto di una vita passata a cavallo.

Poi la sua bocca si spalancò alla vista dello “spadone”.

-Vieni qui e molestami, dannato idiota!- gridò.

In fondo Asmodai poteva attaccarsi al tram, per una volta.

FINE

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Ospite liquid_shadows

Ehi, il racconto di queenseptienna è divertentissimo! :) è così surreale che ricorda un pò "Branchie" di Ammaniti.

Il mio invece is quite dramatic.

Here it is.

My sweet vampire’s last supper

Dalla finestra del mio ufficio si vede la Tour Eiffel tutta illuminata. Mi è sempre piaciuta, mentre Isis la trova di cattivo gusto. E’ strano, perché lei di solito ha uno sguardo leggero su tutte le cose del mondo. Uno sguardo che non se ne è mai andato, nonostante tutti i secoli che ha vissuto e gli orrori che ha visto.

Un’ altra giornata di lavoro è finita. Esco sul balcone e mi accendo una sigaretta. Me la gusto con calma. Un’ abitudine della mia vecchia vita che mi è rimasta addosso. Sento l’aria gelida di novembre ma non sento freddo. Non più ormai. Quello che sento invece è stanchezza, anche se questa condizione non dovrebbe più appartenere alla mia vita. Da quando sono rinata dopo tre giorni di tenebre e dolori tra le braccia di Isis, stanca significa qualcosa di diverso rispetto a quando ero umana. Non vuol dire più avere le caviglie che mi fanno male a causa dei tacchi, né sentire gli occhi chiudersi per il sonno. Significa accusare d’ improvviso tutte le ore passate lontano da lei e sentire un bisogno lancinante di rivederla, e contemporaneamente sentirmi soddisfatta della mia giornata.

Una delle cose che mi hanno fatto innamorare di Isis è che nella sua secolare saggezza di bambina ha capito subito quant’è importante il mio lavoro per me. Venire in clinica tutti i giorni e vedere tanti casi diversi. Sedermi davanti al computer nel mio studio con una tazza di cappuccino fumante e viaggiare nel corpo dei miei pazienti 5 mm alla volta, strato dopo strato, alla ricerca di una malattia che si può nascondere in ogni circonvoluzione dell’ encefalo, in ogni ansa intestinale, in ogni organo e in ogni osso del corpo … che può manifestarsi solo come una lieve alterazione sull’ interminabile scala dei grigi … è qualcosa che mi dà una soddisfazione infinita.

Isis lo ricollega alla mia propensione per la caccia. Dice che raramente nella sua esistenza ha incontrato un battipista abile come me. E siamo solo agli inizi. Posso migliorare ancora molto. E Isis è un’ insegnate severa e premurosa. Accanto a lei imparo ogni giorno qualcosa di nuovo; arti venatorie, combattimento a mani nude, armi bianche, armi da fuoco … se dimostrerò di averne la predisposizione un giorno mi insegnerà anche la levitazione e le arti magiche …

Sorrido come ogni volta che ci penso in segreto. E mentre sono qui a riflettere, ecco che Isis mi appare davanti. Ha levitato fino al settimo piano e ora se ne sta lì, ad aleggiare sopra il parapetto e a guardarmi con un sorriso obliquo che mi confonde impedendomi di parlare.

Di solito Isis non è così scenografica, ma negli ultimi 50 anni si è annoiata molto e ho notato che ogni tanto si lascia andare a colpi di testa del genere. Credo che sia l’ unica cosa che le dia un po’ di adrenalina, il rischiare così apertamente di essere scoperta. Amo anche questa parte di lei. Questo 5% di avventatezza, che di tanto in tanto prende il sopravvento sul 95% di moderazione che di solito la contraddistingue.

Atterra senza un rumore proprio davanti a me e ci baciamo senza misura e raziocinio. Ognuna fa sentire all’ altra i denti acuminati sulle labbra e sulla lingua. Una falce di luna obliqua e velata da uno stralcio di nuvole ci osserva indifferente.

Per baciare Isis mi devo abbassare un po’, mentre lei ama mettersi sulle punte, anche se potrebbe levitare a qualche centimetro dal suolo. Questo perché Isis avrà per tutta l’ eternità il corpo immaturo di una quattordicenne.

Il suo vero nome era Viola Libri, della nobile famiglia Libri di Firenze. E’ rinata come vampiro la notte di Natale del 1494. Si era persa dopo la messa nella folla che brulicava davanti a Santa Maria Novella. Oppressa da quella calca immane si era rifugiata in un vicolo, chiasso degli armati. Lì era appostato in agguato Balthasar. Edonista, cultore del bello e pederasta. Un maledetto figlio di puttana. Non gli deve essere sembrato vero poter sorprendere in quel vicolo una ragazza ambita come Viola Libri. La nobiltà di mezza Europa si stava muovendo per farla diventare la moglie dei propri eredi.

La morse e la violentò per ore, lasciandola sulla sottile linea di demarcazione tra vita, morte e non morte, inebriato dal piacere. Alla fine fu sorpreso dalla folla, che si era messa alla ricerca di Viola per ordine di suo padre e fuggì.

Viola rimase sospesa per alcuni giorni su quel confine molto labile. Aveva perso molto sangue e la vita non le sarebbe più stata restituita. Ormai si trovava in bilico solo tra morte e non morte.

Quando dopo tre giorni i dolori lancinanti e inspiegabili che l’avevano attanagliata scomparvero d’ improvviso, i medici rinascimentali si congratularono a vicenda pensando che fosse merito dei loro intrugli moderni, e il vescovo fu salutato come un santo guaritore. Ma nessuno aveva capito niente. Viola era una creatura diversa. Un vampiro a sua volta.

Dopo due giorni dalla sua guarigione fu sicura che suo padre l’ amasse ancora, ma che fosse oppresso in maniera indicibile dalla vergogna di quello stupro, che cancellava qualsiasi possibilità di un matrimonio principesco. Sapeva che non l’ avrebbe più guardata negli occhi come prima di quel Natale 1494. Così scappò. In preda alla vergogna. In preda alla paura. In preda alla sete.

Vagò molto e, quando tre anni dopo seppe che i genitori avevano avuto un’ altra figlia e che il suo nome era stato cancellato anche dagli annali della famiglia, si ribattezzò da sola, in riva al mare, vicino a Monterosso. Decise di chiamarsi Isis.

Avrebbe potuto scegliere un nome diverso. Quello di una dea della vendetta. Ma la sua temperanza è sempre stata straordinaria; non voleva consacrare la sua intera esistenza al massacro.

Uccise Balthasar qui a Parigi, la notte del 27 giugno del 1876, dopo una caccia durata quasi quattro secoli. Lo uccise senza gioia né rimorso. Da allora si è fermata qui; non aveva più motivo di viaggiare.

Smettiamo di baciarci e la osservo con la calma di chi ha tutta l’ eternità davanti. Mi arriva a malapena al mento. Ha i capelli di un colore che mi fa impazzire, perché non riesco a classificarlo; non è né biondo, né rossiccio, né castano chiaro. Quasi come se Dio si fosse interrotto mentre mischiava la tempera sulla tavolozza e non sapendosi decidere avesse lasciato le cose a metà. Così come le ha lasciate a metà quando l’ha abbandonata in quel vicolo, in una notte di Natale di cinque secoli fa.

Gli occhi di Isis sono di un azzurro e di una ingenuità commoventi. Non si accendono mai, neanche quando combatte; di solito quando è il momento di uccidere si velano solo di malinconia.

Le sue labbra sono sottili, il seno appena accennato, come un sospiro della pelle. I fianchi sono stretti e acerbi.

-Che hai combinato oggi?- le chiedo in un sospiro.

Lei stringe le spalle e accenna un sorriso.

-Ho camminato molto, come al solito. In rue de Marigny ho visto un gatto con una macchia a forma di cuore vicino alla coda. Era una macchia perfetta, simmetrica in maniera ossessiva, come l’ avessero disegnata. Siamo stati lì fermi a guardarci l’ un l’ altro per dieci minuti.

A place de la Republique ho incontrato un bambino con il gelato più alto che io abbia mai visto. Davvero Sabrine, saranno state dieci forse dodici sfere di gelato in equilibrio l’ una sull’ altra.-

Ora capite cosa intendevo, quando dicevo che Isis ha uno sguardo leggero su tutte le cose del mondo? E’ fantastica per questo; sono più di cinque secoli che si aggira su questa terra e ancora riesce a stupirsi per cose del genere.

A me sembra di vedere solo orrori intorno a noi. E non è dovuto all’aggressione da parte dei vampiri in cui la mia migliore amica Laure rimase uccisa e io venni trasformata. Isis li massacrò senza nemmeno sfiorarli, prima che potessero finire la loro orgia di violenza. No, quei bastardi non erano altro che pedine di un destino in cui era scritto che noi due dovevamo incontrarci, per passare l’ eternità insieme. Questa disillusione nei confronti del mondo è qualcosa che ho dentro da prima. Qualcosa che sento da sempre.

Isis ha fatto molti mestieri nella sua secolare esistenza. E’ stata sarta a Colonia, profumiera a Milano, commerciante a Rotterdam, fioraia a Marsiglia, ha gestito un’ osteria a Bristol e una ad Anversa. E’ stata crocerossina durante la prima guerra mondiale, e ha fatto parte dei maquis durante la seconda. Da sessant’anni però il suo aspetto di ragazza di quattordici anni le impedisce di trovare lavoro, così si limita a girovagare tutto il giorno e a osservare il mondo, come non ne avesse davvero avuto il tempo nei cinque secoli precedenti.

E’ per questo che talvolta, appare annoiata. Ma nel suo sorriso leggo che oggi l’incontro con quel gatto e quel bambino l’ hanno resa contenta, e anch’io mi sento felice.

-Che facciamo stanotte?- mi chiede con noncuranza.

-Bé io direi che potremmo andare a caccia. Sono passati sei giorni dall’ ultima volta e io inizio ad avere sete.-

Mi studia inclinando la testa da un lato, con i suoi capelli da principessa bambina che ne assecondano con grazia i movimenti.

-Sei sicura che sia solo sete? Non è che hai voglia di cacciare e basta?-

-No, davvero. Ho la gola riarsa. Sto iniziando ad essere davvero nervosa.-

Ci pensa un po’ su. Lei, con i suoi secoli d’ esperienza, sopporta la sete meglio di me. Può arrivare a nutrirsi anche solo due volte al mese, mentre io ne ho bisogno almeno una volta a settimana. Capitano delle volte, come oggi, che già prima della fine della settimana mi sento impazzire.

La sete dei vampiri non è come quella umana. Assomiglia più alle dipendenze. Assomiglia a quel desiderio pazzesco che ti prende di fumare una sigaretta dopo tre giorni che non ne tocchi una. Roba da farti aumentare la salivazione e occuparti ogni pensiero. E’ un po’ così. Solo mille volte più forte.

-Va bene.- mi dice alla fine. -Ma niente scenate come l’ ultima volta. Prendiamo il cibo e ce ne andiamo senza essere viste.-

-Ok. Promesso.-

Isis mi lancia uno sguardo che mi fa capire quanto poco ci creda.

Il fatto è che l’ ultima volta mi sono lasciata un po’ andare. Ho giocato sull’ aspetto indifeso che abbiamo io e lei per attirare le prede; gli spacciatori di Aulnais. Ci siamo presentate verso le 23:30 nella loro zona di vendita. Hanno iniziato a fare commenti. A girarci intorno come avvoltoi. Noi stavamo immobili, come fossimo terrorizzate.

Prima hanno iniziato ad usare un linguaggio pesante, poi hanno allungato le mani. Li ho lasciati fare, perché mi divertiva la loro stupidità, il loro non capire chi era la preda e chi il cacciatore. Poi però uno ha toccato il sedere di Isis e ho smesso di divertirmi.

Gli ho spezzato l’ osso del collo con un calcio. Gli altri ci si sono avventati contro. Ne ho ammazzati altri due a mani nude, lasciandomi inebriare dalla mia forza. Spezzavo le ossa di uomini 20 – 30 kili più pesanti di me come fossero di polistirolo. Poi un algerino ha tirato fuori una pistola. Gli ho bloccato la mano e gli ho rigirato il polso fino a costringerlo a spararsi in faccia. Gli altri sono scappati all’ istante. Credo che per un po’ non potremo farci vedere da quelle parti. Scateneremmo il panico.

Isis comunque non è davvero arrabbiata. Sono solo due anni che faccio questa vita e ho ancora uno zelo da novizia. E poi finché non facciamo male a degli innocenti non le importa. Finché sterminiamo questa spazzatura, rendiamo solo il mondo un posto migliore per gli altri.

Forse è questo il nostro vero ruolo nel creato. Quello di animali spazzini. Come gli avvoltoi, le iene, o quegli uccellini che puliscono i denti dei coccodrilli.

No. Ovviamente non è così. Noi siamo predatori. I migliori predatori esistenti.

E poi il bello degli spacciatori è proprio questo. Più ne ammazzi e più ne rispuntano. Non finiscono mai. E tutti li odiano. E’ una cosa normale che ogni mese ne muoiano una decina. Nessuno ci fa caso. A nessuno gliene frega qualcosa.

Sapete qual’ è un’ altra cosa fantastica degli spacciatori? Il loro sangue. Quegli idioti si fanno di tutta la roba che vendono. E così dopo esserci nutrite, io e Isis ci sentiamo spesso inebriate da stravaganti mix di droghe diverse. Spesso ci ritroviamo a fare l’ amore nei parchi chiusi per la notte, con la testa leggera e scoppiando a ridere senza alcun motivo. Possiamo avere in corpo intere dosi di ecstasy, speed, ice, crystal e ketamina.

Quando però ci nutriamo di qualcuno che aveva fatto uso di eroina, allora è diverso. Ci rilassiamo e ci sembra di vivere tutta l’ eternità che abbiamo davanti condensata in quei pochi minuti. In questi casi di solito la abbraccio e arriviamo levitando fino alla cima di un palazzo. Lì ci sediamo stravolte e aspettiamo mano nella mano che sorga il sole. Quelle notti e quelle aurore trascorrono irreali come i sogni a cui non siamo più abituate, interrotte solo dai nostri baci silenziosi.

Isis si copre la testa col cappuccio e mi fa cenno che posso andare. Siamo al parco Pierre Beregovoy, tra Aulnais e Clichy sous Bois. Ce ne siamo rimaste nascoste qui, tra gli alberi intorno al campo da calcio, ad osservarli per venti minuti. Ora è il momento di agire.

Mi metto in cammino, protetta dalla boscaglia. Acquisto velocità ad ogni passo, inebriata dalla sensazione di essere di nuovo sul sentiero di caccia. Dopo una trentina di passi sto già correndo, senza riuscire a trattenere un sorriso da predatore che mi contrae ogni muscolo del viso.

Ad ogni metro sento il mio corpo perdere sempre più di consistenza, diventando una cosa unica con la brezza gelida e leggera che spira stanotte, con i fili d’ erba che ondeggiano, con la resina che cola lungo i tronchi di questi sofferenti pini suburbani.

Poi vedo la mia preda. Un gigantesco senegalese separato dal gruppo, che se ne sta a fumare accucciato vicino ad una centralina elettrica. Sono sottovento rispetto a lui. I miei inconsci istinti di cacciatrice hanno guidato i miei passi senza che me ne accorgessi. Mi hanno portato in questa posizione avvantaggiata da cui posso osservarlo senza essere vista, da cui posso sentire e discernere ogni odore.

Sento il suo afrore acidulo, l’ effluvio dolciastro dell’ hashish di pessima qualità che sta fumando; persino il sentore di nuovo delle Nike LeBron Airmax VII che deve aver comprato oggi.

C’ è un’ altra nota olfattiva che non riesco a identificare. Dà luogo a degli strani lampi di malinconia dentro di me, che però mi abbandonano senza aver intaccato il mio umore. Avverto con chiarezza che ha a che fare col suo stato d’ animo. Come un misto di malinconia e demotivazione, insieme a quello che sembra un soffio di nostalgia.

E’ possibile che io riesca a sentire l’ odore dello stato d’ animo delle mie prede? Che riesca a intuirlo e persino a viverlo dentro la mia testa?

Ne devo parlare con Isis. Lei dice che molti vampiri sviluppano delle capacità peculiari col passare del tempo.

Non mi era mai capitato in passato, ma è la prima volta che caccio da sola e non mi ero mai sentita così libera e inebriata. Può darsi che questa capacità entri in funzione solo quando sono pervasa dall’ eccitazione della caccia.

Comunque, sia come sia. Per lui è troppo tardi per tornare indietro. Avrebbe dovuto pensarci prima. Non proverò alcun rimorso nell’ ucciderlo. Dentro di me c’ è solo la sicurezza che quel tramestio interiore ha ulteriormente allentato la sua vigilanza.

Gli arrivo da dietro, silenziosa come una premonizione di morte. Mi apposto dietro la centralina e chiudo gli occhi. E’ a meno di un metro da me. Sento quando avvicina lo spinello alla bocca, quando inspira il fumo e quando lo butta fuori, disperdendolo nel vento. Prendo il suo ritmo. 1..2…..3 1..2…..3 1..2..e gli sono addosso. Gli tappo la bocca con una mano e gli affondo i denti nel collo. Gli dilanio il trapezio e il sapore del primo sangue in bocca invece di farmi perdere nell’ ebbrezza del massacro, mi fa riacquistare lucidità. Lui cerca di alzarsi, ma non gliene do il tempo. Le sue vertebre cervicali si rompono con il rumore di una noce che viene schiacciata, e il suo cadavere cade a peso morto.

Bene. Ora me ne serve almeno un altro. Mi metto ad annusare l’ aria.

Verso est c’ è un grosso gruppo; sette persone a giudicare dagli odori. Li ignoro. A nord ovest ce ne sono altri tre. Rischio che qualcuno lanci l’ allarme prima di riuscire a ucciderli tutti. A ovest ce ne sono solo due. Sembra fattibile. Ma poi ecco la rivelazione improvvisa. Separato da quei 2 ce n’è un altro. Ha venduto delle dosi attraverso la recinzione del parco e sta tornando dai suoi amici. Sta attraversando una zona fitta di alberi e loro non lo vedono. Se riesco a sorprenderlo nella boscaglia, è fatta. Ma sta camminando veloce. Devo fare in fretta.

Faccio un giro largo per evitare i suoi due amici. Entro anch’io a capofitto nella zona alberata, senza frenare la mia corsa neanche per un attimo. Posso anche chiudere gli occhi ormai. Sto di nuovo seguendo solo il mio naso.

Questo tipo lascia una scia olfattiva molto diversa rispetto al senegalese di prima. Intanto è di origine diversa. Maghrebino. Con buone probabilità algerino. Lui odora di cipolla, coriandolo e ceci. Il suo effluvio mi dice anche che è soddisfatto della vendita. Nella mia testa rivivo a tratti la transazione, il passaggio di mano dei soldi e della droga. Sento il suo compiacimento. Il mio viso è deformato dal suo stesso sorriso. Quasi avverto nella tasca dei pantaloni i soldi appena ricevuti.

Poi finalmente lo vedo. E’ quasi arrivato al limitare della boscaglia. Ancora 15 metri e poi sarà allo scoperto. Sarà in salvo. L’ idea di perdere una preda mi infiamma le meningi con una violenza dolorosa. Aumento la mia velocità sempre di più … sempre di più …

Quando si accorge di me gli sono già addosso. Lo colpisco con un pugno alla tempia e un secondo dopo lui è a terra, scosso da tremori epilettici e con la squama del temporale sfondata. Perde sangue dalle orecchie e saliva dalla bocca, ma non è ancora morto. Le foglie che cadono fanno più rumore di me.

Lo finisco e me lo carico sulle spalle. Ripercorro i miei passi per raccogliere l’ altro e tornare da Isis.

Un’ altalena continua a dondolare nel vento, riempiendo la notte di un cigolio sinistro. Ci siamo spostate ad est. Ora siamo al parc des Friches, che è chiuso e deserto.

Sono le 3 e mezza di notte e abbiamo appena finito di consumare il nostro pasto.

Abbiamo iniziato col senegalese. Ormai era freddo e stava iniziando a perdere sapore. L’hashish nel suo sangue mi è arrivato in testa proprio mentre scompariva l’ eccitazione della caccia e i miei livelli di adrenalina stavano crollando. Mi sono messa a ridere come una stupida per ogni cosa che io e Isis facevamo o dicevamo. Lei, che era calma e tranquilla, non ha risentito degli effetti della droga, ed è stata lì a osservarmi amorevole e divertita per tutto il tempo.

Quando anche gli ultimi residui dell’ hashish sono scomparsi, ci siamo nutrite dell’ algerino. Il suo sangue era tutta un’ altra storia. Era pieno di metanfetamine. Ne aveva assunte così tante che aveva un sapore amarognolo e il suo corpo era ancora caldo.

Appena abbiamo finito, io e Isis ci siamo guardate con le labbra ancora sporche di sangue. Avevamo tutte e due il fiatone ed eravamo percorse da un’ euforia senza precedenti. Poi Isis mi è saltata addosso e abbiamo iniziato a lottare per gioco, rotolandoci tra scivoli, altalene e panchine, e distruggendo mezzo parco giochi.

Siamo andate avanti così per una decina di minuti. Poi finalmente sono riuscita a bloccare Isis a terra. Avrei voluto farle il solletico per sentire la sua risata adolescenziale che ha attraversato indenne cinque secoli, ma mi sono dovuta fermare.

I suoi capelli leggermente ondulati e di quel colore indescrivibile erano tutti sparsi per terra. I suoi occhi erano socchiusi, felici e pacificamente vinti dal nostro amore inarrestabile. Il suo seno delicato si alzava e si abbassava in grandi respiri di emozione.

Così non ho potuto fare altro che fermarmi e osservarla. Arrendermi alla sorprendente bellezza della mia sorte. E poi baciarla a fior di labbra, con una delicatezza fuori da ogni tempo e da ogni spazio.

A qualche metro da noi l’ altalena inascoltata continuava a cigolare in maniera sinistra.

Non so per quanto siamo rimaste così. Quella notte il tempo ci è scivolato tra le dita come un’immensa fortuna persa al tavolo da gioco.

Senza che ce ne accorgessimo il cielo si è rischiarato, divenendo di un azzurro freddo e poi tingendosi di sfumature magenta. Mancava poco all’ alba, quando sono spuntati dagli alberi.

Erano otto. Tutti armati.

Eravamo sicure di noi e sotto l’ effetto delle metanfetamine, e non li abbiamo sentiti arrivare. Mi sono alzata in fretta, adirata con me stessa e rapita dall’ idea di un nuovo massacro, ma Isis mi ha afferrato per un polso.

-Sono Crociati.- ha detto.

Merda. I Crociati sono il braccio armato del Vaticano. Un corpo di sicari creato per sterminarci. Se il resto del mondo è troppo evoluto per credere ancora ai vampiri, la Santa Sede non è così ingenua. Il casino che ho combinato a Aulnais la settimana scorsa deve essere arrivato fino a loro e ci devono aver messo 10 secondi a fare i giusti collegamenti. Hanno capito che i luoghi di spaccio delle banlieues sono il nostro terreno di caccia e ci stavano aspettando.

Combattere con i Crociati è diverso da tutto il resto. Sono uomini addestrati ad avere a che fare con creature come noi, e usano armi non convenzionali adatte allo scopo.

Niente paletti di legno, aglio o croci. Quella roba ci fa ridere. Come anche la luce del sole, ovviamente. Ma l’ acqua santa … l’ acqua santa non ci fa ridere neanche un po’.

I proiettili a punta cava si frammentano nell’ impatto, generando sei, otto, dieci frammenti metallici che penetrano nel corpo lacerando gli organi. Per noi vampiri non sono niente di eccezionale. Solo un po’ più fastidiosi di quelli normali. Ma i Crociati utilizzano proiettili a punta cava riempiti con acqua santa. Nessuno sa con precisione gli effetti che possono avere su di noi, ma avere nel corpo una manciata di frammenti metallici imbevuti di acqua santa sembra qualcosa capace di farti desiderare la dannazione eterna, piuttosto.

I Crociati iniziano a sparare. Io e Isis ci rifugiamo dietro i dondoli e i tavoli da picnic. Sentiamo le pallottole lacerare l’ aurora e crepitare quando si disintegrano al contatto con un bersaglio. Piccoli sbuffi di acqua santa nebulizzata nell’ impatto aleggiano qui e lì nel parco giochi.

I Crociati avanzano disponendosi a semicerchio. Ci vogliono circondare. Io e Isis ci guardiamo e capiamo che è venuto il momento di entrare in azione.

Uno di loro, uno inesperto, forse alla sua prima operazione, si è staccato dal gruppo e viene verso di noi. Cammina sicuro tra gli scivoli, le panchine e le giostre che io e Isis abbiamo distrutto e rovesciato per gioco. Spara come un forsennato, anche se nessuna di noi offre il minimo bersaglio.

Vedo Isis china dietro lo scivolo che muove le labbra concentrata. Sta contando i proiettili che gli restano nel caricatore. …4 …3 …2 …1 … Isis scatta con una velocità che non è di questo mondo e in un attimo gli è addosso. Non sa se il Crociato aveva un proiettile in canna e quindi per non rischiare gli strappa il braccio destro dalla spalla, e alla stessa velocità torna al riparo accanto a me.

Una grandine di proiettili si abbatte sul tavolino da picnic. Un difetto delle pallottole a punta cava è che disintegrandosi nell’ impatto non sono molto penetranti.

Si sentono le urla di dolore del Crociato e quelle di agitazione dei suoi compagni. La velocità di Isis e la vista del loro amico, che si contorce nella polvere urlando e schizzando sangue come una fontana, hanno sortito un buon effetto. Li abbiamo impressionati.

Isis ha ancora in mano il braccio mutilato. Libera la pistola dalle dita e lo getta qualche metro più in là. Ha il suo solito sguardo compassato. Non c’ è un accenno di gioia, paura o quant’altro sul suo volto. Mi porge senza dire una parola la pistola e un caricatore, che ha estratto dalla cintura del Crociato senza che me ne accorgessi.

E’ una Glock 17. Inserisco il caricatore, tiro indietro il carrello e armo il cane. Sono pronta.

Isis si sporge di poco oltre il nostro riparo, e tra gli scalini degli scivoli e le traversine metalliche di altre giostre individua la sua prossima vittima. Senza essere vista se ne sta lì, in attesa che il Crociato entri nel suo raggio d’ azione. Quando arriva a 30 metri da noi il suo destino è già deciso.

Isis lo blocca in una morsa invisibile e lo solleva dal suolo. Il Crociato si dibatte come può a mezz’ aria; sembra una marionetta ribelle. Dopo qualche secondo finalmente si ferma e la testa gli ciondola inerte. Isis gli ha spappolato il cuore nel petto. Alla fine il Crociato rovina al suolo come se gli avessero tagliato i fili.

La scena è stata meno efferata di prima, ma ha nuovamente impressionato i nostri nemici, che ora iniziano ad avere veramente paura.

Un paio si staccano dal gruppo e provano ad aggirarci sulla sinistra. Sembrano furiosi per la morte dei loro compagni.

Improvvisamente capisco che questa non è più una battaglia tra le creature di Lucifero e i servitori di Dio. Non c’ è il bene e non c’ è il male, e non ci sono mai stati. Ora, in questo parco, dei legami di fratellanza ed amicizia stanno affrontando un legame d’ amore destinato a durare in eterno. Un gruppo di uomini che hanno condiviso le sofferenze del campo di battaglia combattono per la propria sopravvivenza, contro due donne che hanno deciso di condividere l’ eternità.

Isis osserva i Crociati che ci stanno aggirando e poi si gira verso di me.

-A quei due ci penso io. Farò in modo che gli altri si scoprano. Appena lo fanno, svuotagli il caricatore addosso.-

Prima che abbia il tempo di risponderle, Isis mi bacia con tenerezza e si lancia allo scoperto.

E’ un bacio che non mi piace per niente. Sa tremendamente d’ addio e mi fa tremare i polsi. E non va bene. Le mie mani devono essere ferme per assolvere il mio compito. Per terminare la strage.

Corre verso i due Crociati attraverso quello che rimane di questo surreale campo di battaglia. Quelli aprono il fuoco e vedo i proiettili esploderle pericolosamente vicino. Ad un certo punto però Isis si ferma, tende le braccia verso i suoi nemici e dalle sue mani fuoriescono due sfere di fuoco, che saettano tra le panchine e i cestini dei rifiuti.

Uno dei templari si getta per terra e riesce a evitare l’ anatema, che si schianta per terra qualche metro dietro di lui. L’ altro non è abbastanza veloce. Viene investito in pieno dalla sfera infuocata, e in un secondo è interamente avvolto dalle fiamme, come fosse stato imbevuto di benzina.

L’ altro si rialza e prova a soccorrere il compagno, che corre in ogni direzione lanciando urla disumane. Quello che ne è uscito indenne si toglie la giacca e prova a domare le fiamme.

Illuso. Il fuoco di Isis non può essere spento in questo modo.

Isis lo osserva per qualche secondo, con la solita espressione calma e malinconica di quando uccide. Poi tende il braccio destro verso di lui, e dalla sua mano scaturisce un fulmine di un bianco accecante che lo raggiunge alla schiena, poco sotto la spalla sinistra.

E così entrambi i Crociati sono ora distesi a terra, fianco a fianco come avevano combattuto. Uno ancora si contorce divorato dalle fiamme, l’ altro immobile, con un denso fumo grigio che si alza dai suoi vestiti e dalle sue carni carbonizzate.

Gli altri hanno assistito alla scena impotenti, e ora stanno correndo attraverso il parco giochi sparando all’ impazzata. Sembrano essersi dimenticati di me. Isis si volta verso di loro e li osserva con la sua aria compassata. Poi si gira a guardarmi e i suoi occhi sembrano voler dire “non ancora”.

Alla fine i Crociati si fermano in uno spiazzo a 15 metri da Isis. Sono tre, sono vicini e ce li ho tutti a tiro. Era questo che Isis stava aspettando.

A quella distanza e da fermi i loro colpi non saranno più imprecisi. Isis lo sa, e così sfiora con una mano il terreno ai suoi piedi e subito si alza un enorme nuvolone di polvere che la avvolge. I Crociati sparano alla cieca in quella cortina indistinta. Neanche si accorgono di me, che esco fuori dal mio nascondiglio e prendo la mira con calma.

Colpisco il primo alla nuca, e quello crolla a terra all’ istante. Prima che gli altri due riescano a capire cosa stia succedendo, esplodo altri due colpi. Uno va a vuoto, mentre l’ altro penetra nella coscia del secondo. Cade seduto a terra, mi guarda e urla per il dolore. Prova a spararmi, ma prima che riesca a prendere la mira, esplodo altri tre proiettili. Non so dove l’ ho colpito, ma quando la cortina di fumo si dirada, lo vedo disteso a terra esanime.

In tutto questo però il terzo Crociato riesce a prendere la mira con cura ed esplode due colpi nella mia direzione.

Provo a rispondere al fuoco, ma una lancinante fitta al braccio me lo impedisce. Mi nascondo dietro il tavolo e mi accorgo che la manica della mia maglietta è lacerata e che perdo sangue. Quel bastardo mi ha colpita di striscio. Ringrazio in silenzio la mia buona stella; mezzo centimetro più in là e il proiettile sarebbe esploso in una gragnola di frammenti metallici e acqua santa.

Avverto una rabbia cieca salirmi al cervello. Mi arrampico sul tavolo e salto verso il mio nemico. Quello spara all’ impazzata e sento i proiettili saettarmi vicino e schiantarsi chissà dove.

Con due salti gli sono addosso. Gli faccio volare via la pistola con un calcio e finalmente è alla mia mercé. Gli punto addosso la pistola. Lui si schermisce con le mani e mi supplica di non farlo. Gliene piazzo due nel cuore e una in testa.

Isis mi appare accanto, come fosse comparsa dal nulla. Osserva la ferita sul mio braccio con uno sguardo severo e io capisco che è arrabbiata con sé stessa.

Poi ci guardiamo negli occhi; ne manca ancora uno.

Seguo la sua scia olfattiva e scopro che se ne sta nascosto dietro un cestino dei rifiuti. Odora di una sola cosa: paura.

Appena gli appariamo davanti, scatta in piedi e inizia a indietreggiare. Ci punta contro la pistola.

Isis scatta con quella velocità che non è di questo mondo e gliela strappa di mano. In una frazione di secondo è di nuovo accanto a me e lo sta tenendo sotto tiro.

Il Crociato trema vistosamente. Lo osserviamo. Non deve avere più di sedici anni.

Rimaniamo tutti e tre in silenzio. Isis non spara. Capisco cosa le sta passando per la testa.

E’ uno dei tanti ragazzi prelevati dagli orfanotrofi della Chiesa, che è stato mandato a combattere una guerra santa che non gli appartiene.

Isis lo tiene sotto tiro ancora per un po’ e poi infine abbassa l’ arma. Rimane immobile a fissarlo. Vorrei che lo uccidesse ma non dico niente. Lei alla fine spezza la pistola come fosse di cioccolata, si volta e se ne va. Io fisso ancora per qualche secondo il ragazzo. Poi mi giro e la seguo.

Le prendo la mano e camminiamo con calma, colpite dai raggi del sole che ormai è sorto del tutto.

Non abbiamo ancora fatto 20 passi quando un frastuono assordante riempie l’ alba e Isis crolla a terra al mio fianco.

Mi volto di scatto e vedo che il ragazzo impugna una pistola fumante. Che stupide! Aveva un’ arma di riserva!

Corro verso di lui, che non spara più. E’ di nuovo paralizzato dalla paura. Gli arrivo addosso, gli strappo la pistola di mano e la getto a terra insieme alla mia; non se la caverà in maniera così pulita.

Gli affondo i denti nel collo e gli dilanio i muscoli, la giugulare e la carotide. Prima che muoia, gli pianto una mano nell’ addome. La pelle e i muscoli cedono come fossero di carta, e gli devasto il fegato. Osservo la vita abbandonare i suoi occhi e lo lascio accasciare al suolo.

Tutta sporca di sangue torno correndo verso Isis.

La sorreggo tra le mie braccia e sul mio ventre. Sta perdendo litri di sangue. Non urla ma sento con chiarezza che sta provando un dolore atroce.

Prova a parlare ma le poso con delicatezza le dita sulle labbra per impedirglielo, tingendo di rosso il suo viso ingenuo.

La vista mi si annebbia e d’improvviso mi accorgo che sto piangendo. Erano anni che non mi succedeva. Non pensavo neanche che i vampiri potessero piangere.

Col viso contratto dalla disperazione bacio con delicatezza le labbra di Isis, sottili come sempre, più esangui che mai.

Trascorrono ancora alcuni minuti, in cui ci guardiamo in silenzio.

Alla fine muore lì. Tra le mie braccia. In un parco di periferia.

Avverto una desolazione smisurata, di cui non vedo la fine, e penso a tutte le cose che ancora non le avevo detto pensando che avessimo davanti a noi tutta l’ eternità …

Rimango lì, abbracciata al suo cadavere per un periodo che non saprei definire, perché ormai il tempo per me ha perso di significato.

Poi d’ improvviso so cosa devo fare. La adagio delicatamente al suolo e mi alzo. Vado a raccogliere la pistola che avevo gettato.

Tolgo il caricatore. In canna c’ è ancora un colpo.

A me ne serve soltanto uno.

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E ora...

TragediaXDXD

Finché morte non ci separi

Sedeva su uno dei tanti divani rossi del salotto d'Autunno, con addosso quei vestiti che, per quanto ricercati e raffinati, non sapeva apprezzare e quell'aria distante, fissando la luna come a chiederle risposta a chissà quale quesito esistenziale.

Era questo il ritratto che Julian aveva di Dieter negli ultimi tempi.

Lontano, perso in pensieri che non lo riguardavano.

Quando lui doveva essere il suo centro del mondo.

Era sempre stato così, cos'era quell'allontanamento?

“Anche oggi a fissare la luna? Sei un vampiro, non un licantropo” Julian si avvicinò, sedendoglisi accanto e poggiando una guancia contro la sua schiena, sospirando “Ormai passi più tempo con lei che con me, inizio a diventare geloso...”

Dieter non si girò, lasciandolo stare in quella posizione che il vampiro biondo amava. Perché poteva allargare le braccia e far congiungere le mani al suo ventre, stringendolo.

“Scusami, è solo che...”

“Solo che cosa?”

“...” Scosse la testa “Non capiresti.”

Julian gli diede un leggero morsetto alla nuca “Ho ricevuto una migliore educazione di te sai? Cosa c'è che un nobile non capirebbe e il figlio di domestica sì?”

“Capire il ciclo della vita.”

“Ancora con queste scemenze?”

“Non sono scemenze. Io non ho più il diritto di poter ancora aprire gli occhi, poter vedere i colori del mondo...”

“... E annusare il profumo dei fiori? Me lo hai già detto, ma non ho intenzione di darti corda.”

“Non l'hai mai fatto. Men che meno dieci anni fa.”

“Avresti preferito morire di tisi?”

“Era il mio destino.”

“Destino! Il tuo destino è stare con me! Al mio fianco, da sempre e per sempre! Me lo avevi promesso quando eravamo bambini, non provare a rimangiarti la tua parola!”

“Nessuna promessa vale dopo la morte. Una morte naturale, almeno.”

“Cosa vorresti dire?”

“Lo sai. Questa vita che abbiamo... non è una vita. È un vivere nell'ombra, solo nella notte. Siamo qualcosa contro natura, che non è degna di poter vedere il sole. Viviamo immortali, ma da morti.”

“Che concetto difficile per un servo.”

“E' semplice invece. Siamo in un limbo, Julian, morti che camminano per l'eternità.”

“Cosa importa della definizione? Siamo insieme, non è questo che conta?”

“Uccidendo.”

“Dettagli.”

“Dettagli? Beviamo la vita dalle persone per poter andare avanti. Non è giusto.”

“E gli umani ammazzano le vacche e i maiali... Anche tu li mangiavi, dov'è la differenza?”

“Julian...”

“Quindi cosa vorresti fare, eh servo? Andare a bruciarti al sole, così da finire quello che la tisi iniziò dieci anni fa?”

“Almeno potrò essere di nuovo investito dai suoi raggi...”

“No!” Si alzò in piedi, guardandolo furente “Io ti ho strappato alla malattia! Io ti ho dato una nuova vita! Non ti lascerò compiere un gesto tanto stupido!”

Dieter allora allungò una mano, prendendo quella del biondo, parlandogli con tono calmo

“Mi spiace averti fatto arrabbiare.”

“Non voglio mai più sentirti dire cose del genere.”

“Va bene.”

Julian parve rasserenato e si chinò, poggiando la fronte contro la sua.

“Perché tu non mi puoi lasciare...”

“No.”

“Staremo insieme per sempre.”

Poi non disse altro, perché il suo viso venne circondato dalle grandi mani di Dieter, per far unire le loro labbra in un lungo bacio.

Pensava che la questione fosse finita, Julian.

O meglio, gli era piaciuto pensarlo.

Ma, sebbene non avesse più sollevato l'argomento, Dieter continuava a guardare fuori dalla finestra, rivolto alla luna anche quando era nascosta.

A volte veniva a caccia con lui, ma non voleva mai uccidere del tutto le vittime. Come se poi sarebbero potute davvero sopravvivere, dissanguate come le lasciava. Ma Julian non glielo faceva presente. Voleva che il suo compagno continuasse a vivere, innaturale e ambigua che fosse la loro esistenza.

Dieter era triste. Tendeva a qualcosa che Julian invece non desiderava. Lui voleva solo continuare a svegliarsi ogni notte e trovare Dieter, che si alzava prima, ad aspettarlo in sala.

Ma Dieter no. Dieter era ancora a rimuginare su dieci anni prima, quando sarebbe dovuto davvero morire.

Come avrebbe potuto lasciarlo, però.

Erano cresciuti insieme. Julian conte, Dieter il figlio della governante, ma non avevano mai prestato troppa attenzione ai loro status. Si erano innamorati e non si erano fermati, nascondendo la loro passione agli occhi del mondo.

Poi la tisi aveva colpito la regione: erano morti i genitori di Julian, la madre del suo amante. Erano rimasti solo loro.

Finché Julian non rimase sedotto dall'immortalità. Diedero ospitalità ad una marchesa e questa affascinò tanto il giovane conte che la pregò in ginocchio di renderlo vampiro, venendo accontentato.

Dieter non poté accettare la sua condizione, la riteneva un abominio e iniziarono i loro litigi.

Quando la tisi decise di portarsi via anche lui.

Julian venne attratto da odore di sangue, per scoprire che era quello tossito da Dieter, che in pochi giorni si trovò morente nel letto.

Stava così male... Pallido in volto, scosso dalla febbre, triste per non poter più abbracciare il suo amante.

Ma era pronto a morire.

Julian però non era dello stesso avviso.

Cercò di convincerlo a diventare come lui, passare ad essere una creatura della notte, ma immortale. L'altro però rifiutava. Persino tentare di persuaderlo richiamandolo all'amore che aveva per lui, riuscì; Dieter lo amava e lo avrebbe amato finché morte non li avesse separati, non voleva vivere in una situazione contro natura.

Allora Julian aspettò che si addormentasse per morderlo e donargli il suo sangue. Poi chiuse bene le imposte delle finestre, coprendole con le pesanti tende di velluto.

La notte dopo Dieter era un vampiro.

Rifiutò di parlargli e così fece la sera seguente e quella successiva ancora.

Finché Julian lo trovò a terra, troppo debole per via della mancanza di sangue nel suo corpo. Solo allora Dieter acconsentì ad andare a caccia con lui e a tornare a parlargli.

E la situazione sembrò acquistare un suo equilibrio.

Julian aveva voluto pensare che il suo compagno avesse accettato la situazione, almeno per amore suo. Invece solo nella sua mente viziata era successo.

La realtà era un'altra.

E, ogni volta che lo vedeva fissare la luna, si sentiva stringere il cuore che non si muoveva più da tempo.

Quella sera Julian uscì per andare a caccia. Tornò tardi con le guance rubiconde. Per il troppo sangue, pensò Dieter.

Si sbagliava.

Julian gli passò le braccia attorno al collo, portandolo alla camera da letto che usavano più spesso, baciandolo con trasporto, spogliandolo velocemente per far aderire i loro corpi.

“Mordimi.”

Gli chiese mentre mostrava il collo, bianco e invitante, pulsante del suo sangue e di quello altrui. Non era la prima volta che glielo chiedeva, così Dieter fece affondare i canini nella sua pelle delicata che di anno in anno andava a indurirsi, iniziando a succhiare il sangue.

Julian premette una mano contro la sua nuca, invitandolo a non fermarsi, finché non la tolse e Dieter staccò i denti dalla lacerazione che in breve andò a ricostruirsi.

“Mi sento strano, Julian...” mormorò, appoggiando la fronte contro la spalla del compagno, che lo fece distendere sul letto, mettendosi di fianco a lui, con una mano che gli carezzava il petto.

“Perché non hai mai retto il vino.” gli sussurrò all'orecchio, per poi baciargli una guancia.

“Come...”

“Non è male bere un ubriaco.”

Dieter avrebbe voluto dir qualcosa, ma la testa gli girava e chiuse gli occhi.

Li riaprì lentamente, trovando luminoso attorno a sé.

Il sole si stava alzando e lui si trovava nel parco.

“Sono contento che tu ti sia svegliato.”

Julian era lì accanto, che indicava il sole i cui raggi solari avevano ormai raggiunto i loro corpi, distesi nell'erba.

“Julian...”

“Finché morte non ci separi, no?” Gli prese una mano “In fondo lo volevo rivedere anch'io il sole. Ma tu ora guarda solo me. Voglio essere l'ultima immagine che vedrai.”

Non vi fu reale bisogno di quella richiesta, perché il sole li investì l'istante successivo.

E la cenere esplose nell'aria.

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Libidine

Chiamami come vuoi, ninfomane, puttana, come vuoi. Non sarà un epiteto aggressivo a cambiarmi la vita. Anzi, la non-vita.

Non vorrei ammetterlo, ma sei tu il problema. Non hai ancora compreso di essere simile a me, mi sfotti e mi offendi. Vorrei che tu capissi per un momento cosa provo per te.

- Dimmelo- dici con voce affannosa, mentre ti accarezzo la guancia. Sei così bella, così decisa.

- Cosa devi dirmi?- continui.

- Tu...tu...-

Vorrei provare a dire qualcosa d'altro, ma mi è impossibile.

Sei già lì, che mi baci, e non puoi sentire che la mia pelle è fredda come la tua.

E questa pioggia che cade, ti bagna e ti rovina.

Che cosa siamo per scioglierci sotto il sole, ti sei domandata.

Forse te lo spiegherò.

Domani.

Intanto, accompagnami in camera tua.

Io sono un vampiro e ti amo. Noi siamo vampiri e non siamo niente.

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[Ci sono, ci sono!*ansima* Ce l'ho fatta, ho finito. Non l'ho neanche riletto. Perdonatemi.

Anche per i contenuti, s'intende :shock: ]

Il gioco

«Ecco, siamo arrivati». Yvonne annusa l’aria lentamente, assaporandola.

«Ma qui non c’è nulla».

I due individui svoltano in un viale. È quasi sera; la campagna tutt’attorno è una landa silenziosa e piatta: ci sono palazzi sparpagliati e un campo di tennis, dove alcuni ragazzi e ragazze stanno giocando un doppio.

Yvonne continua a camminare, seguita dal fratello; si avvicina senza dare nell’occhio alla recinzione del campo.

«Lui è qui. L’ho trovato» bisbiglia.

«Di chi stai parlando?».

«Guardali bene, Aleck – Yvonne addita i tennisti – Non noti nulla?».

Il giovane annusa a sua volta l’aria e affila lo sguardo. Dopo pochi istanti, risponde: «C’è un nostro simile. È quello più agile. Mi ricorda…».

«Rey. Quello è Rey».

«Proprio lui?» replica Aleck, trasalendo.

Yvonne annuisce.

«Non sapevo fosse… be’, come noi».

«Era abbastanza ovvio che lo fosse. Sennò non saremmo potuti stare insieme, ti pare?».

«Non hai tutti i torti. Ma all’epoca non avrei potuto capirlo».

I due fratelli assistono in silenzio agli ultimi minuti del match; quando la partita è terminata, i ragazzi si ritirano chiacchierando negli spogliatoi. Fra loro, Rey è l’unico ad essersi accorto con un’occhiata della coppia di spettatori.

Yvonne rimane in silenzio, immobile ed ammiccante.

«Da quanto non vi vedete?».

«Dieci anni e tre mesi».

Aleck rimane ancora una volta sbalordito. «È un periodo considerevole. Cosa vi è successo?».

La ragazza sbuffa. «Considerevole è eccessivo. Dopo avervi abbandonato, sono scappata con lui. Questo l’avevate intuito. Non volevo mettervi in pericolo, in primo luogo, e secondariamente ero troppo entusiasta della mia nuova vita per restarmene buona buona con il resto della mia famiglia».

«Capisco. Be’, all’epoca ti ho odiato. Ma ho passato la stessa cosa anche io. Questo non spiega dove sia finito Rey in tutto questo tempo».

«Siamo andati in Europa con mezzi di fortuna, ma siamo stati in grado di adattarci. Abbiamo vissuto a Londra, per i primi cinque anni; poi a Dublino. All’inizio uccidevamo poche persone, solo il minimo indispensabile».

«All’inizio…? In seguito che accadde?». Aleck è un interlocutore un po’ atipico: pone le domande al vento, senza ordinarle o rivolgerle direttamente alla sorella.

«Be’, di preciso non lo so neanche io. Ricordo poco di quel periodo: vivevamo in una casa disabitata e non facevamo altro che mangiare e andare in giro».

«Niente sesso?».

A quella domanda, Yvonne sospira e ridacchia subito dopo. «Ecco. Dev’essere stato quello. Come l’hai intuito?».

«Sono solo curioso» risponde il ragazzo sogghignando.

«Facevamo sesso in continuazione. E più lo facevamo, più avevamo fame. Di conseguenza, diventammo popolari in fretta. Uccidevamo ogni giorno, quasi».

«Non suona bene. Qualcuno avrebbe potuto scoprirvi».

«È proprio quello che è successo. La voce di creature-killer annidate nella periferia di Dublino prese piede; c’erano addirittura delle foto, scattate da una telecamera di sicurezza».

«Ma ve la siete cavata…?».

«Siamo stati cacciati. Ce n’erano altri, a Dublino, ma nessuno aveva mai messo in allarme la città come Rey ed io abbiamo fatto. Un vampiro molto vecchio ci consigliò di separarci e di non vederci mai più».

Aleck sta in silenzio. Naturalmente vuole sapere di più, specialmente su Rey, per il quale ha un debole sin da ragazzino. Ma bisogna essere cauti con Yvonne.

«Da quel momento non vi siete più visti?».

«Non esattamente. Stiamo parlando di trent’anni fa; dopo essere stati cacciati da Dublino, ci rifugiammo in città sempre più piccole e sconosciute. Ma il risultato era lo stesso. In parole povere, eravamo troppo attratti l’uno dall’altra. Rey è sempre stato un po’ eccessivo in quel senso, ma la colpa è da imputare anche a me».

Che rivelazione. “Rey è sempre stato un po’ eccessivo”. Aleck deglutisce, senza lasciar trapelare nulla dalla propria espressione.

Yvonne prosegue spontaneamente, senza essere pungolata: «Messi alle strette, concordammo di non vederci più. Almeno, questo è quello che ci fece dichiarare la comunità dei vampiri. Da quel momento Rey ed io siamo rimasti di fatto separati, ma abbiamo trasformato questa imposizione in un gioco. Ci dividiamo tentando di trovarci a vicenda, e una volta scoperto il luogo, lasciamo un piccolo segno e ce ne andiamo. Ogni dieci anni, però, il gioco ci riunisce, diventando il pretesto per passare una notte insieme».

«Nessuno ne è a conoscenza?».

«Ovviamente nessuno lo sa. Ma per una notte non corriamo pericoli».

«Perché rischiare? Potreste accidentalmente ritornare al punto dove eravate arrivati»

Yvonne distoglie lo sguardo. Sembra un po’ imbarazzata. «Diciamo… che non possiamo farne a meno. Quello è il miglior sesso che si possa fare».

«Ah, capisco». Aleck sorride. Lui non si sente per niente imbarazzato, anzi. La sua malizia si spinge fino a improvvisare uno stuzzicante diversivo.

«Oggi scadono i dieci anni. È la terza volta che ci ritroviamo a distanza di tanto tempo. Ma va bene così, in fondo. Abbiamo tutta l’eternità davanti».

«Già. Ti vedo agitata, sorellina».

«Mi fa sempre quest’effetto», taglia corto Yvonne.

«Non sarà che hai fame?».

La porta dello spogliatoio si apre all’improvviso, silenziosamente. Aleck se la richiude alle spalle. Come previsto, non è rimasto nessuno, a parte Rey. Il giovane vampiro, seduto su una panca con un asciugamano addosso, ha un’aria confusa.

«Alexandre?» domanda.

«Proprio io». Aleck si toglie la giacca e sorride; i suoi lineamenti si fanno duri, affilati, e le labbra lasciano intravedere i canini sporgenti.

«Ti hanno trasformato…?» mormora Rey, sorridendo a sua volta.

«È successo più di cinquant’anni fa. È stato un ladro di opere d’arte. Io ero un semplice sorvegliante».

«E Yvonne…?».

«Ci siamo rincontrati da poco. Strano, vero? Avremmo dovuto trovarci molto prima… Ma lei era presa dal vostro gioco… Anche adesso ho dovuto distrarla con un po’ di sangue». Aleck si sfila velocemente la maglietta, camminando attraverso la nebbiolina delle docce in direzione di Rey.

«Aspetta, che intenzioni hai?». Il giovane vampiro scatta in piedi.

Con un movimento repentino Aleck gli si affianca. «Calmati – sussurra, appoggiandogli una mano sulla spalla umida e candida e accarezzandola – Nulla che non piacerà anche a te».

Rey non è mai stato difficile da manipolare: in lui tutto si riduce a istinto. È Yvonne quella scaltra.

«Cosa sai del gioco?»

«Tutto quello che c’è da sapere…» sospira Aleck, sorridendo. Con una mano si abbassa la zip dei pantaloni e la rialza, sfiorando la coscia di Rey.

«Non devi dirlo a nessuno».

«Certo che no. Sono troppo coinvolto…». Alexandre inizia ad assaporare la vittoria. Percepisce distintamente il respiro di Rey, che in breve tempo si interrompe. Un chiaro segno di eccitazione.

Lui, invece, inspira pienamente. «Ti ho sempre trovato intrigante…». Aleck spinge il corpo di Rey contro la parete e gli si unisce, avvicinando la bocca al suo collo, come per morderlo. L’asciugamano cade. Alexandre riempie di baci il corpo glorioso dell’amante di sua sorella, sul collo, sul petto, sul ventre…

Nonostante la porta sia chiusa a chiave, il battente prende il volo e si fracassa contro una panca. Yvonne entra di corsa, furibonda. Dello spogliatoio sono rimaste solo le pareti: tutto il resto è sfasciato. In mezzo alla stanza, sul pavimento, giacciono Aleck e Rey, intrecciati l’uno all’altro. Entrambi si sono fermati.

«TU!». Yvonne è impazzita, invasata; ha ancora la bocca imbrattata di sangue.

«Io…– risponde Aleck – Ho solo bisogno di sapere se ti è piaciuto» sussurra. In quel momento, Rey viene.

Alexandre si alza, rivestendosi con tranquillità. Sua sorella gli si avventa addosso, ma lui è più giovane e forte. La respinge con brutalità, ma senza scomporsi.

«Ora siamo uguali, sorellina: siamo vampiri. Abbiamo forza, bellezza ed immortalità. Sono libero di comportarmi come più mi aggrada. E questo mi aggrada parecchio. Pare che il gioco si sia allargato…».

Detto questo, Aleck volta le spalle e se ne va attraverso il varco aperto da Yvonne.

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Suky Lamazza: storia triste italogiapponese

Coniglietti rosa volano. Coniglietti rosa spalmati al suolo, discese verticali. Il materiale di cui sono fatti i sogni? Merda. Gli escrementi sono il nostro rovescio frullato, la merda è il prodotto della vita. Raffinato lo sono sempre stato, lo stile di un italiano e la follia di un “giappominkia” mi rendevano un virtuoso per le strade buie di Roma. Un nome un destino, il mio. Mi chiamo Suky e per campare devo “sukare” sangue, ne sono ghiotto, forse mi piace anche più del Mars e del Kinder Cereali. Non posso andare al mare, neanche con la protezione totale, mettiamola cosi, divento troppo rosso, prendo fuoco. Il mio regno sono i locali notturni, di giorno dormo. Da poco ho comprato la playstation, dormo molto meno e sopratutto non guardo più Roberta Missoni in tv. La mia vita eterna proseguiva tranquilla, anzi ero piuttosto felice, mi incazzavo solo quando perdevo più di cinquanta euro al videopoker. Grazie alla “notte bianca” di Roma ero riuscito a comprare una camicia bianca con i merletti alle due del mattino, la cercavo da secoli. Ora però, da tre mesi non mi riconosco più, neanche indossando la giacca dell’anno passato. Tempo fa ho conosciuto in un locale Andrea. Si è avvicinato con passo sicuro, abbiaqmo cominciato a parlare e mi ha detto che amava ascoltare Ron, mentre mi parlava si aggiustava di continuo i capelli. Ho subito pensato male. L’inganno è stato completo, mi ha detto di amare Go Nagai. Ho subito pensato che mi ero sbagliato, non poteva essere “ricchione”. Uno che ama tanto i robot degli anni settanta è un macho strafico. Non aveva neanche l’aspetto da “smascellato” cronico tipico dei suoi coetanei, sembrava pulito ed appetitoso. In poche parole: un giovane etero in forze. Siamo andati da me la notte stessa, gli avevo promesso un disco di Elio. Appena antrati dalla porta gli ho tirato prima un “cartone” fortissimo alla nuca e poi un gran calcio in culo. Dopo averlo stordito con le mie mosse da "street fighter" mi sono attaccato alla sua giugulare come un infante alla tetta materna. Succhiavo avidamente il suo sangue, sapeva di strano, poi non ricordo. Coniglietti rosa volano. Coniglietti rosa spalmati al suolo, discese verticali. Era MDMA il retrogusto che non mi spiegavo, il piccolo tossico mascherato mi aveva fregato. Mi sono risvegliato con un nuovo inquilino per la mia bara a doppia piazza firmata Renato Balestra. Ora, al mio risveglio. il nuovo Vampiro batteva cassa e spiegazioni. Ancora stordito e con la gola secca gli prestavo poca attenzione, lui era curioso ed eccitato, voleva sapere. Sembrava un bambino alla Auchan, voleva il carrello per scorazzare nelle notti piene di sorprese, io intanto pensavo alla “patana”. Ero troppo stanco e perso in pensieri dal retrogusto “schicchiano”, non ho sentito il rumore della chiusura delle sue manette rosa di peluche sui miei polsi. Vampiro non lo era mai stato prima, ma stronzo si. Il tossico mascherato era anche un “ricchione” di lungo corso. Volevo succhiargli il sangue, gli ho succhiato la "mazza". Ora la notte camminiamo per la mano a Via Monte Napoleone e ceniamo succhiando il sangue dal pene di motociclisti vestiti di pelle e con grossi baffi neri.

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Ospite liquid_shadows

Gracias akiko :mrgreen: 2 volte perché sei stata tu a darmi la bella notizia

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Ospite
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