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pascal

Gohei

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Camminava distratto, osservando i palazzi della via. Le finestre alte, i frontoni sporgenti; le persiane e le ringhiere in ferro dei balconi.

Era l'ora in cui la sera ancora sospesa nell'aria fresca dell'autunno si fa illusione e sogno, come un velo trasparente che avvolge la forma pura delle cose. Una luce dietro un vetro… in quel buco nero diventato luminoso vive, sogna e soffre la vita.

Cosa importa la realtà, se lì c'è l'anima del mond; tra passi frettolosi e passi lenti, nelle vie affollate, o in quelle più deserte, nelle case in cui arrivano i rumori e le luci della strada.

K avvertiva un dolce mistero nel proprio cuore, riconoscendosi dentro una delle sue infinite potenzialità per quell'aspetto dell'essere cosciente aperto alla possibilità di sentirsi parte di un tutto che lo circonda.

K prese per via R. e quasi all'angolo con via V. entrò nel negozio di fiori davanti al quale era passato tante volte.

Dietro il bancone c'era una giovane commessa. Poggiava la sua testa, piegata da un lato, sul palmo della mano all'altezza della tempia. Le dita nei capelli. Lo sguardo assorto tra le pagine di un libro. Fu richiamata dal campanello della porta che si chiudeva e salutò subito il nuovo cliente entrato con uno spiffero di aria fredda.

"Desidera?"

"Hhh... vorrei un vaso di fiori di paulownia."

Sorrise. "Forse voleva dire saintpaulia" disse con tono divertito.

"Hhh...come?"

"La paulownia è un albero. Forse lei vuole dei fiori chiamati saintpaulia. Sono le violette africane" disse dolcemente.

"Ahh, sì va bene" cercò di dire K con aria distratta. Dopotutto lui era un matematico, cosa ne poteva sapere di fiori? Iniziava già a pentirsi di essere entrato lì dentro.

"Torno subito" disse la commessa continuando a sorridere mentre spariva nel retro.

Ritornò con due vasi in mano.

"Abbiamo la saintpaulia ionantha con i fiori viola blu, oppure questa varietà con il fiore sfrangiato, di colore viola chiaro con i bordi più scuri", appoggiando i vasi sul bancone. "A me questa piace molto."

"Sì, va bene, allora, questa più chiara". Rapido e deciso, non aveva tempo da perdere, una valeva l'altra. La confusione sui nomi dei fiori lo aveva reso nervoso. Doveva tornare ai suoi studi, a Cantor.

"Allora le preparo la confezione."

Per ingannare nell'attesa il silenzio, K iniziò a guardare l'orologio. Chissà cosa avrebbe pensato lei sapendo che era un matematico. L'idea dei numeri transfiniti lo tranquillizzò. Poi per mostrarsi curioso iniziò a guardarsi attorno.

"Sa, sono originarie di Città del Capo, le violette africane. Sono state osservate lì per la prima volta dal barone tedesco Walter von Saint Paul-Ilaire." E dopo un attimo di silenzio

"La paulownia invece arriva dalla Cina" continuò senza alzare gli occhi dalla confezione che stava preparando.

"Una foglia solitaria di paulownia/cade attraverso/la pura aria autunnale". E tirò fuori da un cassetto un fiocco giallo.

"E' di Gohei, un poeta classico cinese, La pioggia sotto la paulownia. Fu chiamata così questa pianta in onore di Anna Pavlovna, la figlia dello zar Paolo I.

Ecco. Vuole un biglietto?"

"No, no non importa. Va bene così".

Voleva andarsene di lì il più in fretta possibile. Studiava la logica.

"Sicuro?" lo guardò lei un po' perplessa.

Non le bagni troppo abbondantemente e non le esponga alla luce diretta del sole, sono fiori da sottobosco.

Gli dava del lei, notò, anche se forse erano coetanei.

"Sì, grazie. Quant'è?"

Cantor, le gerarchie di insiemi... Pagò il conto.

"Grazie. Arrivederci".

"Arrivederci"

E uscì com'era entrato, come uno spiffero di vento.

I numeri transfiniti... Una foglia solitaria, la pura aria autunnale, Gohei aveva detto. Avrebbe cercato su Google notizie di Gohei.

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Devo dire che òl'intero pezzo mi ha lasciato un po' così, perch si accennano a cosa che restano un po' in sospeso, ma nel complesso non male.

Nulla però mi ha spiazzato come il finale

Avrebbe cercato su Google notizie di Gohei.

Io non so se è voluto, ma qui crolla tttua l'atmosfera. Il riferimento a google, a un elemento così concreto e tecnologico, a un riferimento storico ben preciso mi toglie completamente dall'ambientazione e dall'atmosfera precedente, che poteva porsi dovunque e in qualsiasi momento, ora non più.

Però nel complesso mi è piaciuto, solo un po' spiazzato.

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Camminava distratto, osservando i palazzi della via. Le finestre alte, i frontoni sporgenti; le persiane e le ringhiere in ferro dei balconi.

Era l'ora in cui la sera ancora sospesa nell'aria fresca dell'autunno si fa illusione e sogno, come un velo trasparente che avvolge la forma pura delle cose. Una luce dietro un vetro… in quel buco nero diventato luminoso vive, sogna e soffre la vita.

Non mi convince del tutto la punteggiatura dell'incipit.

La seconda frase ho fatto un po' fatica a capirne il senso, quell'ora/ancora non mi suonano molto bene, e poi troppi termini eterei: illusione, sogno, velo trasparente, forma pura, credo che il messaggio passerebbe meglio cambiando qualcosa perché l'immagine di quell'ora della sera in cui le cose è come se avessero un velo trasparente addosso è bella, ma ho dovuto rileggere per apprezzarla, l'hai caricata troppo.

La frase sottolineata invece non mi è piaciuta e non ho capito bene cosa intendessi dire (oltre a non amare la pausa dei puntini di sospensione, al massimo qua ci vedrei un inciso) la luce, nel buco nero (un appartamento? Una stanza?) vive, sogna e soffre la vita? Cioè la persona che vive in quella casa? La luce in sé? Vedi, non ho capito icon_cheesygrin.gif

Cosa importa la realtà, se lì c'è l'anima del mond;

refuso

Dietro il bancone c'era una giovane commessa. Poggiava la sua testa, piegata da un lato, sul palmo della mano all'altezza della tempia.

lo toglierei, parli della commessa, si capisce.

Non le bagni troppo abbondantemente e non le esponga alla luce diretta del sole, sono fiori da sottobosco.

qua non hai messo le virgolette

Trovo l'incipit poco amalgamato con il resto, andrebbe rivisto perché sia più scorrevole, come il resto. Dici troppe cose e non riesco a focalizzare, vuoi che la mia attenzione sia sulla luce? Sullo stato d'animo d'infinite possibilità del protagonista? Guiderei meglio il lettore. La scena nel negozio di fiori mi è piaciuta molto, anche se credo che conoscendo meglio la matematica e i rimandi che fai, forse avrei apprezzato e compreso meglio il senso del tuo racconto, ma è una mancanza mia. Immagino ci sia una correlazione tra la poesia e la matematica, ma mi sfugge. Il dialogo con la fioraia, le descrizioni nel negozio e l'haiku mi sono piaciuti molto. Una buona atmosfera.

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La trama mi risulta un po’ ermetica, devo ammettere. Non riesco ad afferrare il senso delle riflessioni finali, mi sfugge qualche correlazione. Però, quello che mi ha colpito del pezzo è stata l’atmosfera sospesa, fresca ma a tratti misteriosa, in qualche modo. Sarà che hai fatto riferimento all’oriente, ma il modo in cui evochi la scena mi ricorda lo stile di Banana Yoshimoto.

Nel complesso ho apprezzato, pur rimanendo a tratti smarrito a causa di rimandi che non sono riuscito a comprendere.

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A differenza di chi ti commentato prima di me, credo che nel mio caso il tuo "gioco" sia riuscito.

Leggendo questo scritto etereo con la volontà di commentarlo, mi annotavo mentalmente i punti salienti. Già durante l'incipit sapevo che avrei sottolineato il tuo iniziale tentativo di prosa poetica, forse un pò vano, ma che col senno di poi getta una luce diversa su tutto il racconto. Quando poi ho letto quella citazione di Gohei, mi stavo giusto domandando se fosse un Haiku, ma non ricordando esattamente la struttura e il numero di sillabe di cui - per regola - sono composti, mi sono riproposto di cercare su Google.

Per cui il finale mi ha fatto sorridere.

Tirando le somme; se la tua intenzione era di giocare un pò con il lettore, portandolo su un piano diverso dalla pura narrativa, allora per me è riuscito.

Altrimenti potrei semplicemente definire il tuo racconto, come un buon omaggio a un autore che non conoscevo.

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