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Alberto95

Cattivi Propositi

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I primi giorni, avevo paura di non riuscire a vivere senza lavorare. Il ritmo sincopato dei tasti battuti mi accompagnava in quell'epoca anche nel sonno, mi seguiva ovunque andassi. Uscito dall'ufficio, mi accorgevo di pestare i piedi sull'asfalto a ritmo, come un puntacchiere, per tutto il tragitto fino a casa.

Poi, tutto divenne più semplice: niente più conferenze, nessuna rissa tra ubriachi in Via Garibaldi, nessun senzatetto morto carbonizzato in Villa Bellini.

Dopo essermi fatto licenziare, avevo iniziato a trascorrere le mie giornate a casa finché il sole si manteneva alto, per poi sgusciare fuori come un insetto appena giungeva la sera. Avevo denaro a sufficienza per vivere in tranquillità prima di realizzare il mio proposito, così potevo recarmi spesso in Via Etnea per consumare un aperitivo durante l'ora del passìo, nel tardo pomeriggio. Vedevo migliaia di persone scivolarmi accanto mentre addentavo annoiato un pistacchio o un'oliva, contemplando la fiumana del regresso che sembrava sempre sul punto di trascinarmi con sé. Era un ottimo addestramento per il mio spirito.

Non posso certo dire che il mio capolavoro fosse di semplice realizzazione, eppure ero ben fiducioso di riuscire nella mia impresa: avrei terminato il mio romanzo entro la fine del mese oppure mi sarei deciso a strangolare uno qualsiasi tra i passanti, presumibilmente in tarda ora.

A mia discolpa, posso dire che in più di un'occasione avevo già riflettuto sulla possibilità che la mia ostinazione barcollasse proprio dopo aver agguantato la mia vittima, ma quella mattina del 29 novembre, quando i miei occhi iniziarono ad abituarsi all'oscurità della mia stanza, ebbi la sensazione di potercela fare.

Trascorsi come sempre tutta la mattina a casa, aggirandomi annoiato tra le stanze vuote, vecchie carcasse di una balena, care casse toraciche su cui risuonava un silenzio che da tempo avevo smesso di amare. Dopo una lunga doccia, presi un brutto libro di cui non ricordo più il nome e mi misi nudo a letto, sfogliando con rabbia crescente le prime pagine. Niente mi irrita quanto un libro non necessario, che risuona nel deserto della mia anima come un falso allarme, come i fuochi d'artificio in una giornata di lutto. In quel momento, però, era proprio quello che cercavo: un bel libro avrebbe potuto mandare a monte i miei piani.

Decisi quella sera di passeggiare tra le vie più remote della città, dopo il mio lungo aperitivo, così da poter valutare per l'ultima volta i miei cattivi propositi. Capitava sempre così: in tutta la sua tragicità, il concreto superava l'astratto proprio un attimo prima che mi decidessi a intraprendere un'azione. Ma non sarebbe successo anche quella volta. Il refolo maligno della realtà non avrebbe trionfato ancora.

La mezzanotte era ormai sopraggiunta quando notai una meravigliosa stradina che si arrampicava tramite degli alti gradini per qualche metro, costeggiando una vecchia villa nobiliare che era stata adibita a università; era uno spazio sufficiente per i miei propositi.

Decisi che avrei atteso lì la sera successiva, prendendo per la gola la prima figura umana che mi si fosse parata davanti. Così, in un certo senso, non avrei scelto io la vittima. Sarebbe stato, ancora una volta, solo il destino.

Cosa rende l'uomo tanto disgustoso se non proprio l'impossibilità di comunicare? In più di un'occasione mi sono imbattuto in distinti signori apparentemente ragionevoli che iniziavano a deviare disgustati il mio sguardo non appena mi limitassi a esprimere un dubbio su una parola da loro pronunciata con il tono solenne di una sentenza. Quante volte ero rimasto solo nel mezzo di una conversazione, abbandonato dal mio interlocutore proprio mentre cercavo di spiegare il mio punto di vista su qualcosa. Senza considerare, poi, tutte le occasioni in cui tentavo di raccontare una vicenda certamente interessante e mi ritrovavo di fronte un volto oramai estraneo, quando non annoiato. Ma a quell'epoca lasciavo ancora correre: noblesse oblige!

La letteratura romantica mi fa vomitare, Orgoglio e Pregiudizio è una novelletta lasciva per giovani vergini e Thomas Mann è un coglione. Lo sport è per ragazzini, la psicologia è una scienza nobile, il cinema è letteratura al quadrato; la Nigeria e il Montenegro sono paesi meravigliosi, Times Square è un buco di culo e l'unica cosa buona creata dagli americani è la Coca Cola. Nessun animale è più affascinante della cavalletta e una casa senza balcone è come una bocca senza denti. E via di questo passo. Ormai, avevo iniziato a parlare con me stesso di fronte a una parete, seduto sulla poltrona con una sigaretta in mano. La rigiravo con fare da intellettuale, la poggiavo tra le labbra e prima di accenderla guardavo il mio interlocutore immaginario con un sogghigno. 

Sembra che per osservarsi meglio nella sua interezza, l'umanità debba sempre allontanarsi e farsi da parte, come una ragazza che si guardi allo specchio un'ultima volta prima di uscire. Avvicinandosi a sé stessa, emergono i primi difetti, i primi stridori, come un occhio un po' più chiuso dell'altro o un pelo vigliacco che spunta da una guancia ben rasata.

Per questo ho sempre tentato, con tutte le mie forze, di farne parte in ogni occasione. Per scorgere meglio ogni difetto, per comprenderne le vere debolezze. E poi me ne sono allontanato definitivamente per vederla nella sua interezza e disprezzarla, come disprezzate un uomo che segretamente avete imparato a conoscere, mentre lui non è nemmeno consapevole della vostra esistenza.

Ad esempio, nessuno aveva mai capito che io non arrossisco per l'imbarazzo, ma per la rabbia. Quando il direttore del giornale mesi prima mi rimproverò per aver pubblicato un breve saggio in una rivista palermitana senza consultarlo, sussurrandomi che da una penna del mio calibro si attenderebbe maggiore lealtà, io ero arrossito. Chi era costui per dirmi cosa dovevo scrivere e con chi pubblicare?

Allo stesso modo, quel nuovo cameriere immobile di fronte a me continuava ad accusarmi di non aver pagato il conto per il mio doppio aperitivo, facendomi avvampare le guance. Mi aveva rincorso per molti metri lungo Via Etnea, senza che me ne accorgessi. Dietro di lui, vidi poi giungere altri due uomini. Ero ancora rosso in volto quando quel cane del nuovo cameriere si voltò verso i due colleghi per raccontare goffamente la sua versione dei fatti. Non riuscii più a controllarmi. Lo agguantai per il bavero e lo strattonai a lungo, mentre gli altri due mi pregavano gentilmente di lasciarlo andare, sostenendo che si trattava solo di un malinteso, perché io ero un ottimo cliente, un uomo rispettabilissimo, e cose del genere.

Continuavo a ripetere che non avrei permesso a quell'insetto di trattarmi così in pubblico, a costo di non mettere più piede in quel posto. Riuscirono con la forza a separarmi da lui e mi pregarono di continuare per la mia strada come se niente fosse successo. Mi allontanai rapidamente, barcollando per la collera.

Dovetti fare uno sforzo non indifferente per tornare in me e imboccare la strada che portava alla scalinata. Difatti, senza volerlo, avevo iniziato a vagare allontanandomi dall'epicentro del mio destino, come respinto da un forza centrifuga. Alla fine, il buonsenso trionfò e mi avvicinai al luogo designato: iniziavo a vedere la scala, sudicia e lezza, con un odore di urina e vomito che quasi sfiorava la vista e ti spingeva ad arricciare il naso e socchiudere gli occhi, oppure a voltare la testa disgustato.

Eppure, dopo i primi minuti prese a piacermi. Iniziai a percorrerla in salita e in discesa, battendo un piede su un gradino apparentemente più fragile e misurandone l'apertura con entrambe le braccia. Era perfettamente collaudata, se fosse stata in vendita l'avrei certamente acquistata. Sì, davvero un ottimo spazio scenico, con le sue proporzioni geometricamente esatte e le sue quinte dalle quali, improvvisando fuori sceneggiatura, sarebbe comparsa la mia vittima.

Sedetti su uno dei gradini più in alto e accesi una sigaretta. I minuti passavano lenti. C'era ancora un residuo di passeggio per strada, lo notavo in lontananza allungando il collo. Dalla stretta via che conduceva al mio trono, però, non era ancora passato nessuno.

Fantasticando sul tipo di vittima che mi si sarebbe parata di fronte,continuavo a ripetermi che mi sarebbe piaciuto tantissimo sfiorare il collo di un giudice, uno scrittore o un attivista; o anche un atleta olimpico, un meccanico, un senzatetto o un pagliaccio da circo. Se fossi vissuto in quello squallido romanzetto giallo che avevo iniziato a leggere, avrei senza dubbio ucciso il maggiordomo, giusto per sovvertire ogni consuetudine.

Mentre riflettevo sulle possibilità a mia disposizione, ecco avvicinarsi una donna alle soglie dell'anzianità, che lentamente saliva i gradini, come se fosse sul punto di scivolare a ogni passo. Poggiava la sua mano carnosa sulla pietra fredda e sudata, per reggersi durante la salita. Io intanto mi ero alzato e avevo poggiato le spalle sull'altro lato della scalinata, parzialmente coperto dall'oscurità. Immediatamente mi accorsi che stavo tremando e fui quasi sul punto di voltarmi e scappare. Al contrario, l'intera figura abbondante della donna procedeva lentamente, parzialmente illuminata da un fascio di luce ocra che proveniva da un lampione sopra la scala. Ancora qualche passo e sarebbe stata divorata dal chiarore, la mia comparsa votata all'ultimo sacrificio drammatico, la moglie di Jago e la mia Giocasta.

In un istante le fui addosso, allungando le braccia verso quell'idolo vivente. La donna si era ritratta su se stessa come una testuggine e la mia presa finì tra le sue guance calde.

Poi, accadde l'irreparabile. Venni agguantato alla stessa maniera e spinto verso il suo busto. Sentii più volte pronunciare quel nome in cui ero stato abituato a riconoscermi, con impeto sempre crescente.

"Tesoro mio, mi hai fatto prendere un bello spavento, che ci fai qui al buio? Abbracciami più forte, non ti avevo riconosciuto."

Continuava ad accarezzarmi i capelli anche dopo che ebbi lasciato la presa. Per qualche momento lasciai il mio capo premuto contro il suo petto. Quando fui pronto, alzai lo sguardo e sorrisi con tutta la mia forza. Il ghigno collerico di un mentecatto.

"Matruzza santa, gioia mia, mi hai fatto spaventare! Tua madre mi aveva detto che adesso vivi in città, ma perché non ti sei fatto più sentire con Rebecca? Mi ha detto che vi siete incontrati per caso l'anno scorso, in quella conferenza. Come stai? Come va il lavoro?" e via di questo passo. Cercai di liberarmi senza successo: adesso ero io la vittima.

"Scusa zia, volevo farti una sorpresa. Mi sono accorto che eri tu a salire le scale e non riuscivo a crederci. Sai, scrivo ancora per quel giornale, adesso sono caporedattore. Mi spiace non essermi fatto sentire, ma non mancherà occasione per rivederci tutti insieme. Rebecca come sta?"

Mi raccontò allora di sua figlia, di come il ventre stesse iniziando a gonfiarsi adesso al quarto mese di gravidanza. Mi trascinò oltre l'ultimo gradino sulla strada illuminata e continuò a parlare con grande gioia di Rebecca e di suo marito. Così, entrai con lei in quel cono di luce, preso dolcemente per mano. Ma la sensazione fu quella di essere stato strappato a forza, come un bambino dopo una monelleria.

Il matrimonio era avvenuto subito dopo aver scoperto di essere incinta, dunque qualche mese dopo il nostro ultimo incontro. Ma i due si sono amati sin dal primo momento, sai, si comportano proprio come due ragazzini. Però, inutile che te lo dico, gioia, tu saresti stato meglio. Lo sapevi, vero, che Rebecca era pazza di te? E che ci vuole a risentirvi! Un altro caffè le farebbe tanto piacere. In amicizia, si intende. Ormai le cose sono fatte. Mentre continuavo a sorridere, con i muscoli del volto che iniziavano a tremare dal dolore, mi ricordai di quella sera in cui uscii finalmente con Rebecca e le sue amiche. Avevamo appena vent'anni e per tutta la cena pronunciai poche parole. Mi annoiavano i loro discorsi attorno a squallidi film e libri ancor peggiori, e i pettegolezzi sui nuovi colleghi di università o sugli amici di scuola appena lasciati. Tre volte nel corso della cena Rebecca mi aveva però sfiorato la mano o il braccio con le sue dita lunghe e fredde. Ricordo ancora distintamente il suono di quelle risate, intendo quelle del gruppo e di lei, e le mie, forzate ma roboanti, come se così avessi potuto partecipare formalmente alla discussione e al contempo urlare a Rebecca tutta la mia gioia.

Nonostante fosse estate, all'uscita dal ristorante la notte era molto fredda. Ci salutammo rapidamente ed espressi a tutti i miei ringraziamenti per la bellissima serata. Mi accorsi di essere io, più che lei, a tremare per il freddo, così accelerai il passo. Con uno scatto mi si fece più vicina e cercò il mio braccio con il suo fianco. In macchina, a pochi minuti da casa sua, poggiò la mano sulla mia e la lasciò lì per qualche tempo. Ricordo che mi imposi di non cambiare marcia nonostante la strada fosse piena di curve per evitare che quel tocco potesse sfuggirmi. 

Arrivati sotto casa ci salutammo affettuosamente, ma percepii un nuovo sguardo. Pensai di essere finalmente così vicino ad averla tutta per me e notai un sentimento simile da parte sua. Tuttavia, ci separammo rapidamente. Qualche giorno dopo, mi disse che si era pentita di non essere rimasta ancora, e che avrebbe invece voluto trascorrere con me l'intera nottata e forse anche tutta la vita. Disse proprio così, "forse". Partimmo per le vacanze con le rispettive famiglie, l'estate in cui morì mio padre, e al ritorno non ci ritrovammo più. Il nostro ballo era concluso, altre ombre ci incalzavano e ci spingevano, seducenti, al centro della sala, facendoci seguire il loro ritmo. E nonostante avessi cercato in quella folla il suo sguardo, intento a muovermi come un burattino, mai più riuscii a incrociarlo.

Non saprei spiegarne il motivo, ma ancora oggi il suo nome mi tramortisce e Rebecca passeggia sul ventre morbido dei miei sogni, colmandoli fino all'orlo, fino al risveglio.

La zia continuò ad abbracciarmi e baciarmi ancora a lungo. Mi chiese anche perché avessi quel visino triste e cosa ci facessi tutto solo seduto al buio, come era capitato tanti anni prima in più di un'occasione, quando senza preavviso, con la sua allegria, invadeva la nostra casa. Risposi che avevo un appuntamento con un amico e che i ricordi nati dal nostro incontro mi avevano commosso. Ero felicissimo per Rebecca e la pregavo di portare a tutti i miei saluti.

Quando finalmente si congedò per riprendere la sua lenta marcia, restai a lungo immobile, con le mani dentro le tasche del cappotto, sotto la luce ritrovata. Non volevo abbandonarla troppo presto.

Quando ne ebbi abbasta, mi voltai e scesi lentamente i gradini che mi rigettavano all'inferno. Avevo un doppio aperitivo da pagare al bar Europa.

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