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Franco Digital

L'assurda accusa di "concorrenza sleale"

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Contro il selfpublishing, sia su questo sito che altrove sono state mosse diverse accuse, alcune logiche e altre illogiche, e con questo thread vorrei contestare l'accusa di "concorrenza sleale", e cioè dire che un autore self, non avendo le spese di una CE (Partita IVA, affitto, gestione ecc.), potrebbe fare concorrenza sleale alle CE pubblicando libri a prezzi più bassi rispetto a quelli che può mettere una CE avendo molti più costi di gestione.

 

Ecco i motivi per i quali trovo questa accusa totalmente illogica:

 

Anche il self è un autore che cede i diritti di pubblicazione dei suoi libri a una azienda che li sfrutta facendo editoria, ed è questa azienda che deve avere i costi di un imprenditore, e infatti li ha, le piattaforme di pubblicazione sono imprese editoriali a tutti gli effetti con i vari costi che ne derivano, mentre il self non ha costi proprio perché rimane un autore.

Il self è uno scrittore che, invece di cedere i diritti di pubblicazione all'azienda "A" che fa selezione (editore), li cede all'azienda "B" che non fa selezione (piattaforma), ma questa cosa di non fare selezione non cambia proprio nulla: il self rimane un autore che si affida a una azienda, firma un contratto di pubblicazione e, a livello fiscale, deve solo dichiarare i redditi percepiti già tassati alla fonte dalla piattaforma che, di fatto, per l'autore è come se fosse un editore, almeno a livello fiscale.

 

L' errore logico dell'accusa di "concorrenza sleale" consiste proprio nel non fare differenza tra pubblicare/sfruttare i libri altrui e pubblicare/cedere i propri; non è un piccolo dettaglio, un self che cede i diritti di pubblicazione dei suoi libri è sempre e solo un autore, non si trasforma in un editore solo perché cede i diritti a un tipo di azienda che non fa selezione.

 

Per quanto concerne il prezzo, se i libri dei self hanno un prezzo più basso è per una semplice legge di mercato: le piattaforme di selfpublishing, pubblicando molti libri, possono appunto permettersi di guadagnare meno dal singolo libro, un po' come avviene per i grandi editori che stampano migliaia di copie e quindi hanno grandi tirature che permettono di abbassare i costi di stampa per ogni singola copia, ed è un po' anche quello che avviene per i grandi supermercati che, non vendendo pochi prodotti a poche persone, bensì tanti prodotti a tante persone, possono abbassare il prezzo dei singoli prodotti, al contrario del piccolo negozietto che, avendo pochi prodotti per poche persone, ovviamente deve avere un prezzo più alto.

 

Tra l'altro, tra le stesse CE ci può essere una differenza notevole di costi di gestione e tutto il resto; le CE che pubblicano solo in digitale, ad esempio, hanno di sicuro meno costi, ma non per questo avrebbe senso accusarle di "concorrenza sleale"; si tratta di scelte editoriali; la piattaforma self ha fatto la scelta editoriale di pubblicare tutti, ed è una scelta legittima, con vantaggi e svantaggi, e uno dei vantaggi è proprio quelli di poter pubblicare tanti libri a un costo più basso.

Tra l'altro, anche le piccole CE che pubblicano 50 libri all'anno e usano il POD (quindi stampano solo se i libri vengono ordinati) hanno - almeno in parte - questo vantaggio, se messe a confronto con quelle CE che fanno più selezione, stampano e pubblicano solo 10-15 libri all'anno.

 

Quindi, nessuna furbizia o "concorrenza sleale", ma solo la semplice logica di mercato che permette, a chi pubblica 100 libri al mese, di mettere un prezzo di copertina più basso rispetto a chi ne pubblica non più di 20; il self è un autore e basta, quello di considerarlo "editore di se stesso" è più un modo di dire che altro, dato che cede i diritti di pubblicazione come fa qualsiasi altro autore, ed è l'azienda alla quale cede questi diritti a essere impresa, quindi le piccole CE non sono in concorrenza con i self, ma con le piattaforme di pubblicazione, e queste piattaforme non fanno più "concorrenza sleale" di quanto non ne facciano i grandi editori nei confronti delle piccole CE o i grandi supermercati nei confronti dei piccoli negozi.

 

Pertanto, questa accusa è illogica; sarebbe logica solo se fare selfpublishing significasse ottenere e sfruttare i diritti di pubblicazioni dei libri altrui e quindi operare da editori, invece di cedere i diritti dei propri libri e rimanere scrittori che firmano un contratto di pubblicazione.

 


 

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Faccio un esempio per chiarire ancora meglio: se Tizio vuole fare il grafico freelance, può farlo come libero professionista da casa sua (gli basta avere il computer e una connessione) e quindi avere molti meno costi delle aziende di grafica che hanno dipendenti, un affitto e tutto il resto, con la conseguenza che Tizio, professionista, può farsi pagare 100 euro a servizio mentre Caio, titolare di un'azienda di grafica, non può farsi pagare meno di 150 euro.

Ora, è o non è perfettamente normale che un lavoratore autonomo possa fare prezzi inferiori?

L'autonomo lavora in prima persona, non compra il lavoro altrui per far lavorare gli altri al suo posto; un discorso analogo si può fare tra l'autore self, cioè un autonomo che crea la sua opera e guadagna appunto tramite ciò che crea lui, e l'editore, cioè l'imprenditore che compra le opere degli altri e guadagna appunto tramite creazioni altrui.

 

Detto questo, la cosa più irritante e, allo stesso tempo, illogica, è la motivazione di base che porta a questa accusa, vale a dire le difficoltà economiche delle piccole CE.

Mi permetto di sottolineare due punti sulle difficoltà economiche delle CE:

 

1. Al giorno d'oggi, grazie al web, fare l'editore è molto meno dispendioso rispetto al passato; un esempio su tutti, i costi di stampa e la relativa diffusione dei libri: mentre in passato la stampa costava molto di più e l'editore era praticamente costretto a stampare molte copie per piazzarle nelle librerie anche solo per far conoscere l'esistenza stessa del libro, ora è possibile stampare anche solo cento copie alla volta in base alle necessità o perfino zero copie (molti editori usano il POD, stampano solo su richiesta), inoltre la vetrina pubblicitaria non è più la costosa libreria che, per essere riempita, ha bisogno appunto di copie stampate, ma è lo store online che, praticamente, non ha costi, e soprattutto è visibile da tutta Italia, per cui ogni libro può essere comprato con una facilità assurda da ogni città, mentre in passato il piccolo editore doveva faticare (economicamente) per far conoscere i libri al di fuori della propria zona; a questo si aggiunge il fatto che, sempre grazie agli store online, l'autore stesso può contribuire alla vendita dei libri agendo sul web, mentre in passato gli autori erano molto più limitati e agivano grossomodo nella loro città.
Ovviamente, con questo non sto dicendo che fare l'editore sia una passeggiata, ma è un fatto oggettivo che oggi sia molto più accessibile, non a caso gli editori, negli ultimi dieci anni, sono spuntati come funghi, e questo è dovuto proprio grazie al web e ai relativi costi inferiori che esso comporta; se fossimo negli anni '70, la maggioranza di questi editori non aprirebbe o chiuderebbe subito, non potendo permettersi i costi di stampa e il resto.

 

2. L'editoria vera dovrebbe prevedere l'anticipo sui diritti d'autore, mentre per il piccolo editore è praticamente prassi comune non dare manco un centesimo, quindi questa spesa si azzera e l'autore, di fatto, accetta di non ricevere quello che in realtà dovrebbe avere.
Quindi, l'autore già si sacrifica a livello economico fin dalla firma del contratto, togliendo all'editore una spesa importante, ma questo non è tutto dato che, gira e rigira, spesso anche per promuovere il libro è l'autore a sacrificarsi economicamente dato che non è raro che investa i suoi soldi o accetti di andare in giro a fare presentazioni senza le spese pagate.

Per cui, al piccolo editore, l'autore costa già molto meno di quanto dovrebbe costare, già accetta di dover rinunciare a qualcosa a livello economico.

 

Per questo mi sorge spontanea la domanda: è davvero giusto, sulla base dell'accusa di "concorrenza sleale" pretendere che l'autore rinunci anche alla libertà di autopubblicarsi (se è "sleale", parliamoci chiaro, dovrebbe essere eliminata, no?) per rendere la vita ancora più facile all'editore?

Non basta rinunciare all'anticipo, né investire di tasca propria (o comunque impegnarsi in prima persona) per promuovere i propri libri, bisogna addirittura arrivare a rinunciare alla libertà di pubblicare in autonomia?
Mi spiace, ma questo è pretendere troppo; se l'editore ha problemi economici, detto terra terra, sono problemi suoi, non deve essere l'autore a metterci una pezza, soprattutto se, ripeto, già ce ne mette due; se si vuol fare impresa il capitale non è opzionale e non devono essere gli altri a mettere mano al portafogli o a fare comunque rinunce economiche, eppure questo già avviene e molti autori lo accettano perché non scrivono per guadagnare (quindi accettano il no all'anticipo) e capiscono che devono darsi da fare per promuovere i propri libri, ma rinunciare al self significa rinunciare alla propria libertà di espressione, alla libertà di poter pubblicare libri che, anche solo per il numero insufficiente di editori (gli editori sono tanti, vero, ma gli autori sono infinitamente di più), non verrebbero mai pubblicati.


Senza contare che molti editori non accettano esordienti proprio perché pensano più al lato economico che artistico, per cui, per la semplice legge dei numeri, ci sarebbero anche autori validi che non pubblicherebbero mai, senza contare che non tutti hanno la pazienza di aspettare anni a inviare proposte a decine e decine di editori.

 

In sintesi, non trovo affatto giusto che l'autore si sacrifichi ancora di più, proprio per principio (anche perché, pur avendo iniziato col self, ho già pubblicato con due editori e continuerò su questa strada, per cui non difendo il self perché senza di esso non pubblicherei), in quanto è l'editore che deve fare l'azienda e quindi arrangiarsi con le spese, e questa storia della "concorrenza sleale" non ha senso, è normale che ci sia questa discrepanza di costi tra chi fa impresa sfruttando il lavoro altrui e chi lavora in proprio, e l'autore self, fino a prova contraria, non è affatto l'imprenditore che pubblica i libri altrui, bensì è l'autore che pubblica i propri, quindi è Tizio, non è Caio.

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