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Miss Ribston

Pubblicare: dinamiche editoriali, comunicative e socio-economiche attorno alla figura del libro

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Apro questa discussione in seguito alla lettura dell'articolo "Di cosa parliamo quando parliamo di pubblicare", di Silvio Lorusso, pubblicato sul numero 28 di Progetto Grafico (AIAP).

L'articolo è molto lungo, pieno di riferimenti bibliografici, esempi ed excursus, e non posso riportarlo qui sul WD nella sua interezza. Vorrei proporre, però, come argomento di discussione, le infografiche inserite nell'articolo e alcune considerazioni sul funzionamento del mondo editoriale a queste correlate.

 

IMG-0794.jpg

Circuito comunicativo di Darnton, Progetto Grafico n.28

 

Il circuito comunicativo sviluppato da Robert Darnton è «un modello generale di analisi della produzione e diffusione dei libri nella società» in grado di far convogliare le varie ricerche in corso nell’ambito della storia del libro, ovvero la «storia sociale e culturale della comunicazione a stampa».
Il modello è costruito sulla base del libro cartaceo e identifica gli attori del processo editoriale e la comunicazione tra di loro. Questo circuito è influenzato dalle tre variabili indicate al centro dell’infografica.

 

IMG-0795.jpg

Il modello elaborato da Adams e Barker, Progetto Grafico n.28

 

A partire da questo modello, ne è stato sviluppato uno successivo elaborato da Adams e Barker, che vede come oggetto un più generico artefatto «stampato o scritto in copie multiple che il suo agente – sia esso l’autore, il cartolaio, lo stampatore, l’editore o qualsiasi combinazione di questi – produce per la pubblica fruizione. […] Il fattore di controllo consiste nel fatto che il documento sia stato progettato per adempiere a una specifica funzione, privata o pubblica».
Quindi, per questa infografica, si prende in considerazione non solo il libro stampato, ma anche il formato digitale dello stesso (oltre a tutti i contenuti scritti che corrispondono alla definizione, quindi giornali ecc…).
Qui vengono rappresentate le cinque fasi che determinano il processo che coinvolge il prodotto editoriale. Nel momento in cui una di queste fasi non dovesse verificarsi, il ciclo si interrompe e la pubblicazione, dopo breve tempo, muore. Infatti, l’introduzione della fase della “sopravvivenza”, rende possibile un riavvio dell’intero ciclo, dopo la stasi che si verifica durante e con la “ricezione”.

 

Molto interessante, a mio avviso, la definizione che Adams e Barker danno del “pubblicare”: «Il punto di partenza, la decisione iniziale di moltiplicare un testo o un’immagine per la distribuzione». Inoltre, al riguardo, specificano che «la decisione di pubblicare, non la creazione di un testo, è dunque il primo passo nella creazione di un libro». La pubblicazione diviene, quindi, un momento specifico che può precedere o seguire la produzione di un testo. Di fatto, sia l’autore prima che l’editore poi possono influenzare la pubblicazione del testo, tenendo da conto tutti i fattori dati che innescano la macchina editoriale (intesa come nei due schemi proposti), e cercando di prevedere quelli più astratti che la influenzano.

 

In opposizione a questa teoria c’è quella di Rachel Malik, la quale sostiene che «il pubblicare precede la scrittura e governa le possibilità di lettura».

Molto più estremista degli altri tre già nominati, ritiene che il “pubblicabile” sia più rilevante del “pubblicare”, dove “pubblicabile” è inteso come una serie di «orizzonti» che delimitano un ampio territorio fatto di relazioni culturali e mediatiche. In soldoni, per lei l’autore, prima di iniziare a scrivere, deve pensare al target di lettori di riferimento e al contesto del mercato, e far sì che la scrittura e l’idea vengano plasmate sulla base dei fattori che rendono pubblicabile il testo.

 

Nel panorama editoriale generale, e quindi anche quello italiano, si trovano entrambi gli schieramenti, pertanto sono da tenere entrambi in considerazione.

 

IMG-0796.jpg

La «macchina del contenuto» di Bhaskar, Progetto Grafico n.28

 

L’ultima infografica proposta rappresenta la «macchina del contenuto» di Bhaskar, una teoria dell’editoria che si articola su più punti:

  • I contenuti, che rappresentano il prerequisito di qualsiasi iniziativa editoriale.
  • I frame, ossia il formato di divulgazione dell’opera (cartaceo, digitale, tascabile ecc…).
  • I modelli, intesi come «agglomerato di motivazioni e aspettative».

 

Questi punti sono regolati da due processi:

  • Il filtraggio, che include le scelte effettuate coscientemente da colui che pubblica e le molteplici dinamiche esterne in grado di far affiorare o eclissare un contenuto.
  • L’amplificazione, ossia dopo la pubblicazione effettiva, il movimento attivo da una minore a una maggiore esposizione del contenuto al pubblico.

 

In tutto ciò, l’editore dovrebbe essere quella figura in grado di intercettare il contenuto, che deve essere compatibile con le dinamiche descritte negli altri due schemi, e deve essere in grado di produrre frame efficaci, di modo da cercare di controllare i processi di filtraggio e amplificazione.
L’editore, quindi, è uno dei tanti mediatori del sistema, quello più esposto, sia che si tratti di un editore tradizionale, sia di un editore-autore di autoedizione. L'unica forma di editoria esclusa da tutto il contesto è la EAP/Vanity Press, che non è da considerarsi come parte del sistema, in quanto ruoli, funzioni, dinamiche e obiettivi non c'entrano nulla con tutto ciò di cui si è discusso (l'articolo identifica nella premessa questo punto).
Altri tipi di mediazione, che influiscono sulla vita e sulla rendita del prodotto pubblicato, sono più nascosti e sono tantissimi. L’articolo afferma che «una visione ampia ed efficace del pubblicare deve tener conto di questi numerosi strati di mediazione», tra cui accenna solo (come esempio) agli algoritmi dei motori di ricerca e dei social network, il ruolo attivo degli utenti e dei riceventi, lasciando a intendere che, in generale, ci siano molti altri mediatori cui far fronte, ma specifici di volta in volta a seconda del caso.

 

Se avete considerazioni o perplessità, proverò a spiegare meglio alcune cose o a fornire altri spunti :)

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 Ho visto che ne parlavate in chat e mi incuriosiva molto l'articolo, ma tra schemi e infografiche mi sono un po' persa:lol:

1 ora fa, Miss Ribston ha scritto:

la decisione di pubblicare, non la creazione di un testo, è dunque il primo passo nella creazione di un libro»

è una considerazione inquietante, che sottintende che già mentre scriviamo o programmiamo un libro dovremmo pensare alla pubblicazione. Il che a sua volta sottintende non un piacere di scrivere ma un progetto di marketing. E' un po' il conflitto principale in cui si ritrova invischiato chi scrive: cercare di pubblicare quel che mi piace o scrivere qualcosa solo perché ha buone probabilità di essere pubblicato? Non che sia facile intuire i fattori che "funzionano" (se così fosse si potrebbero scrivere bestseller a comando), ma anche avendone una vaga idea la questione rimane aperta.

Personalmente ho sempre scritto soprattutto per me, e anche se i miei libri hanno trovato un editore, non sarei in grado di spiegare il perché, né di prevedere la loro "speranza di vita".

Frequentando lettori e recensori mi sono fatta un'idea su cosa funziona (anche se spesso non ne condivido il valore) e ho voluto provare a scrivere un libro già pensato per un dato editore e pubblico. Il risultato è che sono ferma da mesi ai primi capitoli. Ormai l'ho iniziato e lo finirò, magari piacerà anche, ma diventa più pesante scrivere, e alla fine la maggior parte di noi scrive perché gli piace, quindi se diventa una cosa programmata e faticosa si perde il senso.

L'ideale sarebbe riuscire a capire queste dinamiche e cercare di integrarle in ciò che vogliamo davvero scrivere, ma non sembra un'impresa facile

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2 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

L'ideale sarebbe riuscire a capire queste dinamiche e cercare di integrarle in ciò che vogliamo davvero scrivere, ma non sembra un'impresa facile

È proprio questo il succo del discorso. Chi pensa di scrivere nell'ottica sì di svagarsi, ma al contempo di volerne ricavarne dei risultati commerciali di un certo livello, dovrebbe conoscere e capire le dinamiche editoriali e solo dopo scrivere un testo che le abbia già integrate di per sé. Che non sia facile, ti do ragione: non è facile per niente (e la complessità dell'articolo e le argomentazioni a corredo credo che lo dimostrino).

In ogni caso, a seguire la corrente di pensiero più "moderata", viene detto che:

2 ore fa, Miss Ribston ha scritto:

La pubblicazione diviene, quindi, un momento specifico che può precedere o seguire la produzione di un testo. Di fatto, sia l’autore prima che l’editore poi possono influenzare la pubblicazione del testo, tenendo da conto tutti i fattori dati che innescano la macchina editoriale (intesa come nei due schemi proposti), e cercando di prevedere quelli più astratti che la influenzano.

Quindi c'è da giocarsi comunque la carta dell'editore (amico e spalla, in questo caso) che appoggia l'autore nel dare valore commerciale al testo, qualora ce ne sia bisogno, e lo inserisce nel modo corretto all'interno di tutta la filiera.

Per quel che mi riguarda, ritengo la posizione della Malik, invece, un po' troppo estrema, visto che preclude la possibilità di un intervento successivo alla stesura. Anche se nel panorama italiano ci sono queste vedute estreme, quindi se un tale editore vuole che il testo sia stato progettato già tenendo in conto tutte le dinamiche della filiera, allora se non si è proceduto in questo modo possono esserci degli inghippi.

Se non ci si appoggia a un editore, invece, è auspicabile che tutti questi concetti si conoscano, se si vuole puntare a una pubblicazione che possa avere un completo ciclo di vita.

 

7 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Frequentando lettori e recensori mi sono fatta un'idea su cosa funziona (anche se spesso non ne condivido il valore) e ho voluto provare a scrivere un libro già pensato per un dato editore e pubblico. Il risultato è che sono ferma da mesi ai primi capitoli. Ormai l'ho iniziato e lo finirò, magari piacerà anche, ma diventa più pesante scrivere, e alla fine la maggior parte di noi scrive perché gli piace, quindi se diventa una cosa programmata e faticosa si perde il senso.

Secondo me ti è capitato questo perché hai deciso a tavolino di entrare in una certa dinamica, quindi il risultato che te ne è venuto è qualcosa di forzato.

Lo scrivere conoscendo certe dinamiche non vuol dire costruire una storia apposta per quelle dinamiche, in modo tale che vada bene per forza, ma vuol dire che, avendo interiorizzato tutto il meccanismo, la storia, l'idea, nasce da te autore che sei già consapevole. Deve essere una cosa spontanea, nata dal fatto che sai già come funziona, che oramai tutti questi concetti sono una base solida, così solida da sembrarti qualcosa di naturale, che dai per scontato.

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24 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

Secondo me ti è capitato questo perché hai deciso a tavolino di entrare in una certa dinamica, quindi il risultato che te ne è venuto è qualcosa di forzato.

non è che l'ho proprio deciso, ma frequento da un po' il mondo dei romance e mi sono fatta contagiare dall'entusiasmo che vedo nelle lettrici, quindi mi è venuta voglia di scriverne uno. Gli unici ingredienti che sono riuscita a identificare come "vincenti" sono una storia d'amore contrastata, un po' di erotismo, e magari (ma non essenziale) un'ambientazione insolita che incuriosisca. Poi ho rimescolato il tutto secondo le mie preferenze, ma siccome sono pessima anche come cuoca non so cosa ne verrà:facepalm:

30 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

. Deve essere una cosa spontanea, nata dal fatto che sai già come funziona,

questo però sembrerebbe escludere quegli autori che esordiscono con un bestseller (a meno che non siano nella filiera editoriale e conoscano già quel mondo, cosa peraltro abbastanza frequente).

Escluderebbe anche quegli autori che hanno pubblicato libri più avanti della loro epoca, facendo da apripista per rivoluzioni culturali (questi sono il mio ideale, fra l'altro, quindi mi sa che morirò povera, ma mi conforta il pensiero che forse i posteri mi capiranno:lol:)

49 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

Quindi c'è da giocarsi comunque la carta dell'editore (amico e spalla, in questo caso) che appoggia l'autore nel dare valore commerciale al testo, qualora ce ne sia bisogno, e lo inserisce nel modo corretto all'interno di tutta la filiera.

 sono d'accordo, le cose cambiano se si trova un editore in grado di applicare i modelli giusti a un libro che non li aveva, perché ci ha visto qualcosa di buono ed è disposto a rischiare ( e ha le competenze per farlo)

Come dice anche l'articolo, le variabili sono molte, e spesso la visibilità o la popolarità di un nome compensano altre mancanze. Il gusto dei lettori può essere influenzato a seconda di quello che arriva alla loro attenzione. Io in questo periodo sento parlare sempre degli stessi libri, e mi viene spontaneo chiedermi: sono davvero capolavori, o il passaparola ha fatto gran parte del lavoro? E quanti libri bellissimi non scopriremo mai perché sono rimasti fuori dal circuito giusto? Sono domande difficili, perché le variabili sono appunto moltissime. Comunque è un articolo interessante, che suscita riflessioni altrettanto interessanti, anche se difficili.

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3 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

questo però sembrerebbe escludere quegli autori che esordiscono con un bestseller (a meno che non siano nella filiera editoriale e conoscano già quel mondo, cosa peraltro abbastanza frequente).

Escluderebbe anche quegli autori che hanno pubblicato libri più avanti della loro epoca, facendo da apripista per rivoluzioni culturali (questi sono il mio ideale, fra l'altro, quindi mi sa che morirò povera, ma mi conforta il pensiero che forse i posteri mi capiranno:lol:)

C'è anche il fattore C che concorre, come sempre. :asd: Gli esempi che porti possono essere considerate più eccezioni che regole, e l'eccezione può venire fuori da qualsiasi cosa per qualsiasi motivo. Visto, però, che è sempre meglio pensare di essere nella regola che nell'eccezione, e che il fattore C (chiamiamolo "fortuna") non è quantificabile, ritengo sia più utile concentrare le proprie forze su qualcosa di più oggettivo. ;)

Tantissimi titoli sono stati pubblicati in passato e non sono arrivati a noi tramite ristampe, perché il loro ciclo si è interrotto, non c'è stata abbastanza "sopravvivenza" perché fossero rilanciati. Nella libreria di mio nonno ho trovato tantissimi libri di narrativa stampati nella seconda metà del 1800, e che non esistono più in libreria. Questi libri, al tempo, hanno avuto una loro vita, sono stati letti. Quei pochi che girano ancora tra noi, ristampati perché hanno avuto e hanno una "sopravvivenza" maggiore, sono eccezioni del loro tempo, a fronte di una moltitudine, di una maggioranza di altri libri che hanno venduto, ma hanno avuto un ciclo più breve.

 

È un campo molto complicato, ma secondo me è utile porsi domande al riguardo e informarsi su questi meccanismi, nell'ottica di muoversi sempre meglio nel panorama editoriale :)

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La schematizzazione è interessante, le dinamiche già più o meno esaminate/discusse. Chi scrive per pubblicare dovrebbe  trovare un decente equilibrio tra ciò che sente e ciò che è per così dire richiesto. Interviene anche il fattore fortuna e altri. Tuttavia aver prodotto un testo valido e magari di successo in un certo momento non ne garantisce la sopravvivenza.

Anche sui  miei scaffali riposano molti libri, e parecchi neppure vecchissimi, il cui ciclo si è interrotto. Mi è passato di recente tra le mani, per es., La sparviera di Gianna Manzini, pubblicato nel 1956. Sulla copertina  Ungaretti dichiara: Una delle pochissime opere di cui parlerà la gente di domani. Ne ho un ricordo vaghissimo: positivo, ma molto impreciso a parte la tosse (da cui il titolo) che tormenta il protagonista. Come mai è scomparso ? Conto di rileggerlo...

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3 ore fa, sefora ha scritto:

Mi è passato di recente tra le mani, per es., La sparviera di Gianna Manzini, pubblicato nel 1956. Sulla copertina  Ungaretti dichiara: Una delle pochissime opere di cui parlerà la gente di domani. Ne ho un ricordo vaghissimo: positivo, ma molto impreciso a parte la tosse (da cui il titolo) che tormenta il protagonista. Come mai è scomparso ? Conto di rileggerlo.

Beh, è un libro bellissimo, ingiustamente dimenticato. D'altra parte ci sono editori che si occupano anche di ripescare opere del genere, che magari hanno avuto una buona accoglienza quando sono stati pubblicati ma poi per qualche motivo sono stati messi da parte. Mi viene in mente un esempio recente: Giuseppe Berto, con il suo Male oscuro, recentemente ristampato da Neri Pozza.

Ciao @sefora

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17 ore fa, sefora ha scritto:

Mi è passato di recente tra le mani, per es., La sparviera di Gianna Manzini, pubblicato nel 1956. Sulla copertina  Ungaretti dichiara: Una delle pochissime opere di cui parlerà la gente di domani. Ne ho un ricordo vaghissimo: positivo, ma molto impreciso a parte la tosse (da cui il titolo) che tormenta il protagonista. Come mai è scomparso?

Credo che le influenze intellettuali e la spinta del pubblico siano decadute, per questo il libro è scomparso. Nel momento in cui una delle fasi del ciclo di vita del libro viene a mancare, il libro "muore", non viene più ristampato.

A volte, però, come dice @ivalibri, alcuni libri "morti" vengono rimessi in circolo da alcune case editrici che selezionano volumi dimenticati e non più editi. Magari, prima o poi, anche questo titolo potrà rientrare nel mercato, se sarà ancora in grado di soddisfarne i requisiti :)

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