Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Naeve

Mi chiamavano pazzo

Post raccomandati

Mi chiamavano pazzo

 

Fu un anno difficile e faticoso. In qualche mese la mia vita di tranquillo impiegato si trasformò nella brutta parodia dello scapolone che vive dalla sorella. Giorno dopo giorno quella che iniziò come una fase di transizione divenne la normalità. Così quando mia sorella, esasperata dallo spettacolo di decadenza che le presentavo, mi lanciò addosso un articolo di giornale con gli annunci di vendita delle case mi misi a cerchiare ubbidiente le offerte che potevo permettermi. La lista si riduceva ad una sola struttura a metà tra la residenza estiva di Don Chisciotte e la casa della famiglia Addams ma non potevo permettermi il lusso di una scelta. 
La comprai. La più contenta fu mia sorella, il cui divano iniziava a presentare una curiosa conca esattamente nel punto in cui lo occupavo da quasi otto mesi.
Dopo il trasloco, dopo le litigate con più della metà delle compagnie di gas e luce del paese, iniziai a sentire la catapecchia come casa mia. Rivedevo la calvizie incipiente nelle imposte del secondo piano sverniciate e senza assi. Percorrevo il mio mal di schiena salendo le scale scricchiolanti, la mia ernia era nel gradino cieco che mi intrappolava il piede quando meno me lo aspettavo. Le borse sotto gli occhi dietro gli occhiali ed il lavello sotto alla finestra della cucina che, opaco, rimandava un curioso riflesso grigio antracite perlato. Le finte colonne del salone attorniavano elegantemente la vecchia biblioteca e per qualche spiffero nascosto gemevano ad ogni giornata ventosa o temporale, in coro con il mio ginocchio malandrino. Stoicamente, rimettevo in piedi il rudere che scoprii essere appartenuto ai Duchi Balbone. Un mucchio di nomi e titoli, nessun quattrino ed una casa che ridondava di glorie lontane che non aiutavano a pagare le bollette.

Mi presi un permesso a lavoro di due mesi per rimettere a posto la casa in vista dell’inverno, sfruttai ogni secondo di ferie e mi tuffai in questa impresa che sembrava rinvigorirmi quasi stessi rimbiancando la mia stessa vita e non le pareti del bagno.
Così quando Elisa entrò a far parte delle mie giornate non mi sembrò assurdo, la presi come una normale manifestazione di quanto la vita sia straordinaria. Iniziò con una sensazione. Lavavo i piatti, mi allungavo a prendere la tazza del caffè ed eccola lì, un riflesso pallido tra le tende della cucina, il riverbero del sole che gioca tra le ombre, la sensazione che avrei potuto sfiorare un viso così come avevo sfiorato la ceramica liscia della tazza sul bancone.
La sera presi l’abitudine di spegnere la TV e rimanere in poltrona ad ascoltare i sospiri del vento tra le assi vecchie, con la luce dell’unica lampada funzionante del salone e tra un sospiro ed uno spiffero una mano mi sfiorava le tempie, leggera come una corrente d’aria. Spesso mi ritrovai a parlare ad alta voce, raccontando aneddoti degli anni passati mentre martellavo un chiodo, e più di una volta aspettandomi una risposta mi girai. Non vedevo niente se non un’increspatura ai margini del mio campo visivo, un movimento lesto e allo stesso tempo immobile. Di notte fantasticavo con le ombre dei rami del giardino che si muovevano sul soffitto, immaginavo delle mani che si intrecciano e inconsciamente stringevo il copriletto dandomi dello stupido e del visionario.
Sapevo che lei era lì, sapevo che la sua risata era nel trillo del lampadario di cristallo che dondolava ritmicamente.L a riconobbi tra i ritratti appesi nel corridoio, il terzo da destra, Maria Elisa Adele Duchessa di Balbone. Il viso sottile, le sopracciglia gravi, gli occhi scuri come pozzi, la bocca socchiusa rosea di giovinezza, la posa ieratica sullo sfondo scuro ed il panneggio che già sentivo in corridoio alle mie spalle, le mani giunte in grembo che già conoscevo da mesi ormai. La mia Elisa. Cercai in ogni volume anche solo una piccola frase che mi richiamasse a lei, qualsiasi informazione che mi saziasse, volevo sapere tutto. Trovai in biblioteca un enorme volume rilegato in pelle di proprietà di Goffredo Allucci, il maggiordomo della casa ai tempi in cui Elisa era viva. Egli teneva conto di ogni richiesta della famiglia Balbone. Scoprii che ad Elisa piacevano le pesche mature grazie ad una piccola nota accanto alla lista dei viveri; scoprii che soffriva spesso di respiro affannato in Settembre; che da ragazza prediligeva la lettura di romanzi, che il maggiordomo le procurava; scoprii infine che una febbre tifoide se la portò via quando aveva 17 anni insieme alla la madre Rosa ed al fratellino Leonardo.
Come ogni innamorato che si rispetti iniziai a vivere per quei momenti passati insieme, come due bambini giocavamo con i raggi del sole che filtravano dalle finestre creando figure immaginarie con le ombre e come rideva lei ogni volta che muovevo il tessuto per animarle. Spalancavo le finestre senza curarmi dei cardini arrugginiti, solo per sentire la sua risata cristallina, passavo le serate in poltrona ad occhi chiusi beandomi delle sue carezze, raccontandole di me, della mia vita.
Ben presto capii che il lavoro da impiegato non faceva per me e decisi di prendere un anno sabbatico. Le bollette si accatastavano nella cassetta della posta, ma a che serviva la luce quando la mia Elisa preferiva il tremolio della fiamma della candela, a che serviva il riscaldamento se lei viveva attraverso gli spifferi della casa? 
In attesa, sedevo ore e ore ad occhi chiusi sulla poltrona, aspettando la freschezza eterea di quella mano sulla fronte che mi avrebbe liberato dal tormento.
Non ricordo quando smisi di avere notizie di mia sorella, né quando venne a suonare alla porta. Ricordo che ero in cucina, Elisa mi guardava accanto al tavolo ed io le tenevo la mano. Ricordo che il campanello suonò più volte poi dei pugni sbattuti forte sulla porta. Ricordo che non mi alzai per paura che Elisa svanisse, ricordo le sue sopracciglia aggrottate e le rughe sulla fronte. No, non avrei mai potuto lasciare quella mano così bianca e perfetta. Rimasi seduto. Elisa andiamo via, andiamo. Appena la chiamai fu subito al mio fianco. Alzò il braccio destro ornato di merletto, facendomi cenno. Seguii la mia sposa silenziosa sulle scale, poi in corridoio, infine in camera, mentre al piano di sotto tentavano di espugnare la mia casa. Mi sdraiai obbediente sul letto proprio accanto a lei, chiudendo gli occhi mentre sentivo la sua mano leggera che mi accarezzava la fronte. Dopo poco, non sentii più nulla se non un peso che svaniva dal mio petto. Quando riaprii gli occhi Elisa era ancora lì e mi sorrideva. I rumori e le voci arrivavano da molto lontano, da sotto l’Oceano forse. Mi alzai tenendola per mano e dopo un ultimo sguardo alla vita la seguii, finalmente eravamo liberi di stare insieme per sempre.
I ricordi che ho di quel limbo sono vibranti come il riverbero del sole che decorava il pavimento del salotto. Rincorrevo ogni segnale, ogni scintillio nella ceramica delle stoviglie, ogni fruscio alle mie spalle. Riproducevo in un’orchestra infinita i rumori della sua esistenza.
Rimanemmo in quella casa nascondendoci tra gli infissi delle porte e le cornici dei quadri, a volte seguendo le tubature arrugginite a volte riposando tra gli scaffali polverosi della biblioteca, ma non  ci separammo mai. Eravamo insieme, Elisa ed io, quando buttarono giù la porta d’ingresso ed entrò la polizia, ma non ci manifestammo. Eravamo sempre lì quando tornò mia sorella, con i capelli grigi e gli occhi stravolti, guardandosi intorno inorridita dall'incuria della casa, abbandonata a sé stessa da tempo. Eravamo lì infine quando trovarono i miei resti sul letto, con le mani che stringevano il copriletto. Elisa indifferente mi convinse ad andare via, silenziosa come sempre. Io la seguii ancora una volta, ormai quel mondo non faceva più parte di me, il loro dolore era lontano. 
Tornammo solo quando la casa fu di nuovo vuota e nostra, liberi di giocare con i riflessi del sole tra le imposte della finestra in cucina,liberi dagli anni, liberi dal sonno e dalla fame, liberi di amarci.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao.

Ti dirò: sto leggendo volebtieri. A parte una strana sensazione che la voce narrante mi dà (devo rifletterci su cosa mi sta comunicando - non so se io la sento maschile. Ma è forse un problema mio dato che sono di fretta e sto pure leggendo da cellulare) dicevo che a parte il genere della voce narrante (maschio o femmina) l incipit mi è piaciuto e mi invoglia a andare avanti. Perdonami se scrivo solo questo. Appena lo leggo tutto ti dico le mie impressioni. Impressioni stupide e personali. Ovvio. :)

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
8 minuti fa, Aegis ha scritto:

Ciao.

Ti dirò: sto leggendo volebtieri. A parte una strana sensazione che la voce narrante mi dà (devo rifletterci su cosa mi sta comunicando - non so se io la sento maschile. Ma è forse un problema mio dato che sono di fretta e sto pure leggendo da cellulare) dicevo che a parte il genere della voce narrante (maschio o femmina) l incipit mi è piaciuto e mi invoglia a andare avanti. Perdonami se scrivo solo questo. Appena lo leggo tutto ti dico le mie impressioni. Impressioni stupide e personali. Ovvio. :)

 

@Aegis ciao! Mi fanno sempre piacere le impressioni, che non sono mai stupide =) Sul genere della voce narrante ti dirò più in là, aspetto il secondo commento e creo suspense!^^

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

GENERALE

Il racconto mi piace e sembra funzionare. Il linguaggio un po' elevato ci può stare vista la storia, ma l'avrei semplificato giusto un pelo.

 

DETTAGLI

- Riga 3: dopo "...di vendita delle case" avrei messo una virgola

- 4: metterei altra virgola dopo "...famiglia Addams"

- 6: non mi convince pienamente "curiosa", visto che il motivo della conca è chiaro. Forse preferirei "bella"

- 7: io avrei scritto "...iniziai a sentire la catapecchia come una vera casa. Rivedevo la MIA calvizie...", che poi va a formare un trittico con "MIO mal di schiena" e "MIA ernia" che a me suona forte, se vuoi esprimere che il tizio è pieno di acciacchi :) Ma è un gusto personale

- 8: dopo "scricchiolanti" di conseguenza avrei messo il punto invece della virgola, per rafforzare il trittico di cui sopra

- 9: "...ed il lavello", l'eterna discussione sulla D, qui io non la metterei

- 12: "...ed una casa", idem con patate, io sono sempre minimal con la D :P

- 14: "...permesso DA lavoro", non è un errore ma a me piace più così

- 27: "...che mi richiamasse a lei" non mi convince, io avrei messo "che la riguardasse" o "che parlasse di lei"

- 29: "...ad una piccola nota" idem con patate 2

- 31: "...ed al fratellino" idem con patate 3

- 33: rafforzerei l'esclamazione con una virgola dopo "ombre" e il punto esclamativo dopo "animarle"

- 37: dopo "candela" metterei un punto interrogativo, formando due domande consecutive

- 41: dopo "volte" ci va una pausa, metterei un punto. Ma penso sia un refuso

- 44: "...proprio accanto a lei" alleggerirei la frase

- 45: toglierei la virgola dopo "poco" e la metterei dopo "nulla"

- 47: dopo "seguii" non metterei virgola ma i due punti o un punto

- 50: virgola dopo "arrugginite"

- 53: "sé stessa" con l'accento tecnicamente non è un errore ma è molto più usato senza, lo dico perché lo fecero notare anche a me e l'ho verificato. "se stesso" meglio senza, "pieno di sé" è con

- 53: metterei virgole prima e dopo "indifferente", però farei anche una scelta tra "indifferente" e "silenziosa", forse uno è ridondante

- 54: dopo "una volta" metterei punto e non virgola

 

Spero che ci sia qualcosa di interessante e di non aver fatto casino coi numeri perché contavo a occhio :D

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ehi, ciao. :) 

sono riuscito a leggere. 

ci sono momenti felici, per come la vedo, sparpagliati per tutto il brano. c'è tra l'altro un nucleo centrale, secondo me, che mi pare abbastanza buono. e che quindi mi è piaciuto. 

Evito di citarlo tutto. ma parte da qui «Non ricordo quando smisi di avere notizie di mia sorella [...] » E arriva sin qui: Mi alzai tenendola per mano e dopo un ultimo sguardo alla vita la seguii, finalmente eravamo liberi di stare insieme per sempre»

Ti dirò, la mia sensazio9ne è di sentirci più mani, qui sopra. Non ho idea se l'abbia scritto una sola persona o di più, o sia il frutto di un editing di altri; ci sento variazioni di registro e di tono, che mi impediscono di immedesimarmi appieno. 

Forse non è il mio genere, questo. E mi scuso se non so darti consigli. La porzione che ti ho citato, mi è piaciuta. E la manterrei. Il resto, secondo me, risulta poco funzionale, il brano mi pare troppo arzigogolato, troppo infarcito e autocelebrativo.  Io ti consiglierei, di riprovare a scriverlo. Riscriverlo, in pratica, ex novo, senza starci a pensare troppo. Magari partendo proprio dalla porzione che ti ho citato. Quella mi è piaciuta. Tieni conto che io no sono un editore, né un critico, né un editor. Ho solo dato le mie sensazioni. 

Chi ha scritto questo brano ha una discreta cassetta degli attrezzi, questo sì. ma la dedica quasi interamente a descrizioni che diventano didascaliche e noiose, dal mio punto di vista. la trama del morto che racconta, non è sufficiente a carpire la mia attenzione, in questo caso. Non sono entrano in empatia col personaggio se non nella parte che ho citato. ed è quella, che io salverei. 

solo cazzate mie, eh.

:)

 

cya

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Comincio dai difetti,  evito la solita captatio benevolentiae prima di fare le critiche, ovviamente costruttive. Per cambiare, fammi capovolgere il discorso.

 

Secondo me la trama non è proporzionata alla lunghezza dello scritto.  Una storia così articolata con tante fasi (difficoltà iniziale, crisi, soluzione apparente che sembra preludere all'happy ending, nuova crisi, soluzione traumatica, dark ending a suo modo però felice) non è adeguata a qualche migliaia di caratteri, è la sinossi di un romanzo e neanche tanto breve. Perché a mio parere quando si riassumono in poche frasi dei passaggi così ricchi si finisce per essere apodittici, dicendo troppo esplicitamente al lettore quello che deve pensare invece di indicarglielo indirettamente attraverso la narrazione. Poi manca l’unitarietà del tono, che passa dallo scherzoso (“la casa della famiglia Addams”) al sociologico (bisogna litigare con le compagnie del gas e della luce per avere un servizio essenziale), all’osservazione delle aberrazioni della gestalt (“Quando Elisa entrò a far parte delle mie giornate…un riflesso pallido tra le tende”). Di nuovo andrebbe bene, forse, in un lungo romanzo il tono può lentamente virare (forse, a me non piace ma forse si può fare) , ma in poche righe per me è troppo Un racconto richiede una narrazione con un solo tono, o almeno un tono dominante. Per concludere, evitare di ricorrere ai luoghi comuni letterari per accorciare i tempi (ad esempio “mi tuffai in questa impresa” ,  “La bocca socchiusa”, “I raggi che filtravano dalle finestre”, …), i passaggi chiave vanno raccontati, non riassunti con una frase fatta.

Però, accidenti, la storia ha una sua logica, uno sviluppo consequenziale, che rende plausibile l’improbabile, e la trama ha una sua pregevole ambivalenza, lo squallore di un uomo solo che vive nella sporcizia e i suoi purissimi pensieri che sublimano la sua esistenza consegnandolo addirittura a un amore eterno di invisibile felicità. Bell’idea, forse incomprimibile, o forse no. Forse basta lavorarci togliendo il superfluo e approfondendo quel che c’è di originale. Buon lavoro.

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Naeve Ciao, l'idea di base è molto simpatica, con i due amanti che vivono il resto dell'eternità da fantasmi.

Passo solo per dirti che il racconto è troppo carico di aggettivi che non aiutano, anzi appesantiscono il racconto; ad esempio non è necessario specificare che il lavandino è opaco. Forse proprio per questo la seconda parte mi è piaciuta più della prima, perché è più "d'azione".

 A presto

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite

Ciao. Ti dico subito che il racconto mi piace. Trovo l'idea di base molto buona e offre immagini e momenti davvero interessanti. L'ho letto un paio di volte e la seconda l'ho apprezzato ancora di più. Secondo me, proprio per questo, merita di essere rifinito qui e là, per renderlo ancora più incisivo.

Non ho nessun titolo né competenza riconosciuta, ti propongo solo le osservazioni che mi sono fatta leggendo, vedi tu se potranno esserti utili, se no ignorale tranquillamente :)

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Fu un anno difficile e faticoso.

È la prima frase: ridurrei a un solo aggettivo, per aprire con una stilettata asciutta e d'effetto.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Fu un anno difficile e faticoso. In qualche mese la mia vita di tranquillo impiegato si trasformò nella brutta parodia dello scapolone che vive dalla sorella. Giorno dopo giorno quella che iniziò come una fase di transizione divenne la normalità.

secondo me sarebbe più giusto il trapassato: questo è l'antefatto, per una ragione che non conosciamo si è ritrovato a vivere dalla sorella. La storia si svolge alla fine di questo periodo, quindi questa introduzione la vedrei meglio tutta al trapassato remoto. "Era stato un anno difficile. In qualche mese la mia vita si era trasformata eccetera"

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

mi lanciò addosso un articolo di giornale con gli annunci di vendita delle case mi misi a cerchiare ubbidiente le offerte che potevo permettermi

addosso non serve e eliminerei almeno un mi: iniziai ubbidiente a cerchiare  ecc.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

il cui divano iniziava a presentare una curiosa conca esattamente nel punto

l'aggettivo è superfluo: inutile appesantire la celia della conca causata dal sedere con un attributo non necessario. In generale, credo che dovresti rileggere con calma e sfoltire: ci sono molti aggettivi che invece di servire distraggono dal senso del racconto, secondo me.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Dopo il trasloco, dopo le litigate con più della metà delle compagnie di gas e luce del paese, iniziai a sentire la catapecchia come casa mia. Rivedevo la calvizie incipiente nelle imposte del secondo piano sverniciate e senza assi. Percorrevo il mio mal di schiena salendo le scale scricchiolanti, la mia ernia era nel gradino cieco che mi intrappolava il piede quando meno me lo aspettavo

questo passaggio è davvero godibile: lo vediamo tornare alla vita e "innamorarsi" della catapecchia in cui si ritrova a vivere. Forse non continuerei ancora con il lavello del periodo successivo: ormai è chiaro, hai già fatto diversi esempi, non è il caso di dilungarsi eccessivamente.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Mi presi un permesso a lavoro di due mesi

dal lavoro

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

sfruttai ogni secondo di ferie e mi tuffai in questa impresa che sembrava rinvigorirmi quasi stessi rimbiancando la mia stessa vita e non le pareti del bagno.

eviterei l'ennesimo mi e ridurrei l'eccesso di complementi verbali: sfruttai ogni secondo di ferie per quest'impresa ecc

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

dandomi dello stupido e del visionario.

del pazzo, dell'allucinato, piuttosto, no?

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

ritmicamente.L a riconobbi tra i

refuso: spazio dopo il punto e "La riconobbi"

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

il terzo da destra, Maria Elisa Adele Duchessa di Balbone.

non so se eviti i due punti per scelta, so che c'è chi li trova fuori moda, ma io qui li userei "il terzo da destra: Maria Elisa ecc"

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

la posa ieratica sullo sfondo scuro ed il panneggio che già sentivo in corridoio alle mie spalle, le mani giunte in grembo che già conoscevo da mesi ormai

 

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

La mia Elisa. Cercai in ogni volume anche solo una piccola frase che mi richiamasse a lei,

io andrei a capo, per mettere in risalto la frase: la mia Elisa. stop e a capo.

La parte sottolineata non mi convince: ne trova diverse di frasi, quindi metterei piuttosto "Cercai nei volumi ogni piccola frase che ecc"

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

che da ragazza prediligeva la lettura di romanzi,

visto che subito dopo scopriamo che è morta a 17 anni, quel da ragazza è pleonastico.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

quando aveva 17 anni

è preferibile scrivere la parola diciassette, in narrativa, più che il numero

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Ben presto capii che il lavoro da impiegato non faceva per me e decisi di prendere un anno sabbatico

 

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

In attesa, sedevo ore e ore ad occhi chiusi sulla poltrona, aspettando la freschezza eterea di quella mano sulla fronte che mi avrebbe liberato dal tormento.

quel tormento mi sembra superfluo, e anche eccessivo: è chiaro che non ama la sua vita e trova una via di fuga nel fantasma, non serve che spieghi perché aspetti la sua carezza. E come termine è eccessivo: è triste, solo, non ha più una vita, quello che vuoi, ma tormento proprio non lo vedo consono come concetto.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Alzò il braccio destro ornato di merletto, facendomi cenno

Mi fece un cenno con il braccio orlato di merletto.

In generale, tenderei a semplificare: è chiaro che è il tuo stile e non mi permetto di cambiartelo, ma i doppi aggettivi, i due verbi giustapposti, i periodi di più frasi per esprimere un concetto o un'azione che una sola frase esprimerebbe, penso che vadano centellinati. Ne usi molto spesso e appesantiscono il tutto togliendo un po' di incisività ai contenuti. Li terrei solo in momenti specifici e non come norma continua.

Il 4/12/2020 alle 12:16, Naeve ha scritto:

Tornammo solo quando la casa fu di nuovo vuota e nostra, liberi di giocare con i riflessi del sole tra le imposte della finestra in cucina,liberi dagli anni, liberi dal sonno e dalla fame, liberi di amarci.

Come per l'incipit, mi piacciono le chiusure puntuali e incisive. Tra l'altro ripeti immagini che hai già usato prima nel racconto, non mi sembra necessario. Proporrei una chiusa tipo:

"... nostra, liberi di giocare tra i riflessi del sole, liberi di amarci, liberi."

Dovresti dare un'occhiata anche alle d eufoniche: ne usi tante e la regola vorrebbe che andasse solo tra vocali identiche "ed ecco", "ad amarsi" e non tra vocali differenti: "a una" "e oggi"

infine, ho un dubbio sul titolo: è chiaro che il racconto si sviluppa sulla frontiera tra la pazzia e il soprannaturale, ma non vediamo nessuno trattarlo da pazzo. Al limite lui, all'inizio delle apparizioni, si pone il dubbio. La sorella lo tratta da ospite indesiderato, parassita, smorto, quello che vuoi, e alla fine inorridisce dell'incuria, ma né lei né nessuno sa nulla di Elisa, quindi nessuno lo considera pazzo, nel racconto. Quindi il titolo non mi sembra del tutto azzeccato. "Non chiamatemi pazzo"? "Diario di un pazzo"? "Elisa"? Non so, smetto di tediarti con suggerimenti inutili però rifletterei al titolo.

 

Ecco, ti ho fatto un tot di pulci, più o meno condivisibili, prendi spunto da quelle che ti sembrano sensate e ignora a cuor leggero le altre :)

Ciao.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@leonreno83 Ciao, devo dire che sei stato davvero preciso, non me lo aspettavo! Per quanto riguarda le tue annotazioni, che sto ricercando nel testo così da correggerle, sono giuste e dovute in realtà in qualche caso a delle sviste (imparerete a conoscere la mia distrazione cronica), in parte a scelte ben precise. Come hai notato, lo stile del testo richiede una certa "pesantezza", che può piacere e può non piacere.  Quando ho iniziato ad immaginarmi la casa ed il fantasma mi è subito venuta in mente una casa nobile piena di ninnoli, panneggi pesanti di broccato, poca luce e tanto tanto tanto lusso. Lo strumento che avevo per rendere tutto questo, oltre alle descrizioni, erano le parole stesse e così ho piegato i dettagli all'idea che avevo in mente! :rolleyes:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Mi fa piacere esserti stato d'aiuto, anzi poco dopo aver postato mi sono reso conto che sono stato anche un po' idiota perché ti ho indicato i numeri di riga ma, a seconda del dispositivo da dove leggi e della risoluzione, le righe cambiano :asd:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 7/12/2020 alle 17:12, Aegis ha scritto:

Ehi, ciao. :)

sono riuscito a leggere. 

ci sono momenti felici, per come la vedo, sparpagliati per tutto il brano. c'è tra l'altro un nucleo centrale, secondo me, che mi pare abbastanza buono. e che quindi mi è piaciuto. 

Evito di citarlo tutto. ma parte da qui «Non ricordo quando smisi di avere notizie di mia sorella [...] » E arriva sin qui: Mi alzai tenendola per mano e dopo un ultimo sguardo alla vita la seguii, finalmente eravamo liberi di stare insieme per sempre»

Ti dirò, la mia sensazio9ne è di sentirci più mani, qui sopra. Non ho idea se l'abbia scritto una sola persona o di più, o sia il frutto di un editing di altri; ci sento variazioni di registro e di tono, che mi impediscono di immedesimarmi appieno. 

Forse non è il mio genere, questo. E mi scuso se non so darti consigli. La porzione che ti ho citato, mi è piaciuta. E la manterrei. Il resto, secondo me, risulta poco funzionale, il brano mi pare troppo arzigogolato, troppo infarcito e autocelebrativo.  Io ti consiglierei, di riprovare a scriverlo. Riscriverlo, in pratica, ex novo, senza starci a pensare troppo. Magari partendo proprio dalla porzione che ti ho citato. Quella mi è piaciuta. Tieni conto che io no sono un editore, né un critico, né un editor. Ho solo dato le mie sensazioni. 

Chi ha scritto questo brano ha una discreta cassetta degli attrezzi, questo sì. ma la dedica quasi interamente a descrizioni che diventano didascaliche e noiose, dal mio punto di vista. la trama del morto che racconta, non è sufficiente a carpire la mia attenzione, in questo caso. Non sono entrano in empatia col personaggio se non nella parte che ho citato. ed è quella, che io salverei. 

solo cazzate mie, eh.

:)

 

cya

 

Ciao Aegis! Come promesso è arrivato il commento dettagliato, insomma! Come scrivevo prima, la scelta di un certo stile è fortemente influenzata dal tema che ho scelto di trattare... Non un tema leggero e semplicemente romantico ma qualcosa di pesante e morboso. In fin dei conti stiamo parlando di un tizio che si tumula in casa e si innamora di un fantasma lasciandosi morire! Ovviamente ogni commento per me è prezioso per capire cosa prova chi legge, altrimenti scriverei per me stessa e non troverei mai nessun difetto =)

La tua impressione che ci abbiano lavorato più mani o che addirittura qualcuno abbia lavorato al mio racconto non me la so spiegare in realtà e mi piacerebbe qualche approfondimento. Ogni racconto pubblicato è una parte di me che espongo e sentirla attribuire ad altri, per me, è strano. Oltre al fatto che non vedo l'utilità di pubblicare un racconto scritto da altri... Le annotazioni servono a me per crescere come scrittrice, non cerco complimenti.

Mi dispiace che tutti gli elementi che hai citato non ti abbiano permesso di entrare in empatia con il personaggio, che a modo mio ha voluto simboleggiare l'incapacità dell' uomo medio di stringere rapporti autentici con persone vere e quindi trova l'amore in un fantasma chiudendosi al mondo. Come dicevo a Leonreno, lo stile e le descrizioni sono suddite di una casa fantasma che in qualche modo andrà resa, sia con le immagini che descrivo sia con il tono che uso, così come per descrivere un'allegra passeggiata in campagna userei un ritmo veloce ed un tono molto più delicato e divertente! Sappi che comunque sto rivedendo il racconto per cercare di migliorarlo e renderlo più appetibile, sfrondando il superfluo e puntando al nocciolo che hai ben individuato: la sorella lo cerca ma lui se ne va, decide di non rispondere! 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
6 minuti fa, leonreno83 ha scritto:

Mi fa piacere esserti stato d'aiuto, anzi poco dopo aver postato mi sono reso conto che sono stato anche un po' idiota perché ti ho indicato i numeri di riga ma, a seconda del dispositivo da dove leggi e della risoluzione, le righe cambiano :asd:

:lol: Sono comunque lusingata dall'impegno! Poi sta a me fare il "lavoro sporco" e trovare le magagne che mi lascio dietro in ogni racconto!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 7/12/2020 alle 22:07, Ume Fingeba ha scritto:

Comincio dai difetti,  evito la solita captatio benevolentiae prima di fare le critiche, ovviamente costruttive. Per cambiare, fammi capovolgere il discorso.

 

Secondo me la trama non è proporzionata alla lunghezza dello scritto.  Una storia così articolata con tante fasi (difficoltà iniziale, crisi, soluzione apparente che sembra preludere all'happy ending, nuova crisi, soluzione traumatica, dark ending a suo modo però felice) non è adeguata a qualche migliaia di caratteri, è la sinossi di un romanzo e neanche tanto breve. Perché a mio parere quando si riassumono in poche frasi dei passaggi così ricchi si finisce per essere apodittici, dicendo troppo esplicitamente al lettore quello che deve pensare invece di indicarglielo indirettamente attraverso la narrazione. Poi manca l’unitarietà del tono, che passa dallo scherzoso (“la casa della famiglia Addams”) al sociologico (bisogna litigare con le compagnie del gas e della luce per avere un servizio essenziale), all’osservazione delle aberrazioni della gestalt (“Quando Elisa entrò a far parte delle mie giornate…un riflesso pallido tra le tende”). Di nuovo andrebbe bene, forse, in un lungo romanzo il tono può lentamente virare (forse, a me non piace ma forse si può fare) , ma in poche righe per me è troppo Un racconto richiede una narrazione con un solo tono, o almeno un tono dominante. Per concludere, evitare di ricorrere ai luoghi comuni letterari per accorciare i tempi (ad esempio “mi tuffai in questa impresa” ,  “La bocca socchiusa”, “I raggi che filtravano dalle finestre”, …), i passaggi chiave vanno raccontati, non riassunti con una frase fatta.

Però, accidenti, la storia ha una sua logica, uno sviluppo consequenziale, che rende plausibile l’improbabile, e la trama ha una sua pregevole ambivalenza, lo squallore di un uomo solo che vive nella sporcizia e i suoi purissimi pensieri che sublimano la sua esistenza consegnandolo addirittura a un amore eterno di invisibile felicità. Bell’idea, forse incomprimibile, o forse no. Forse basta lavorarci togliendo il superfluo e approfondendo quel che c’è di originale. Buon lavoro.

 

Ciao! Anche il mio commento sarà invertito allora e partirò con la risposta alle "critiche". Ti dirò, quando ho iniziato a leggere il tuo commento ho pensato subito "evvai, ora me lo smonta" e invece ho trovato nelle tue parole degli spunti per un bel dibattito. Riassumerò tutto in poche righe, perché come ogni scrittore parlerei delle mie creature per ore e ore ammorbando chi mi ascolta con dettagli che vedo solo io nella mia testa. Per quanto riguarda la lunghezza del racconto ho dovuto fare una scelta, anche perché tenere un tono così grave ed un ritmo relativamente lento per troppe righe tende a stancare il lettore. Oltretutto, il personaggio è di difficile interpretazione ed un fantasma non si incontra tutti i giorni... di conseguenza prolungarlo eccessivamente mi avrebbe dato modo di esprimere ogni fase della storia ma mi avrebbe anche esposta ad un rischio non indifferente. Le frasi fatte, le espressioni di repertorio che uso derivano invece dalla mia volontà di renderlo accessibile .a più persone possibili, usando le stesse espressioni che troveresti in un romanzo rosa ad esempio!

E ora rispondo ai complimenti. Grazie grazie grazie, hai colto in pieno ciò che volevo esprimere. Finalmente, grazie. Questo pallido ometto è la sconfitta dell'uomo medio, incapace di entrare in sintonia con gli altri e soprattutto incapace di stringere rapporti autentici con persone vere...Sceglie più o meno inconsapevolmente di chiudersi al mondo e trova più facile innamorarsi di un fantasma. Inizia tutto come un racconto di vita vissuta con il lavoro da impiegato, la mediocrità di un uomo che resta immobile per mesi e trova la sua espressione in una casa fatiscente con una ragazza morta. L'idea ancora mi gira in testa, sicuramente questa non sarà l'ultima stesura del racconto:P

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 10/12/2020 alle 15:44, Befana Profana ha scritto:

Ciao. Ti dico subito che il racconto mi piace. Trovo l'idea di base molto buona e offre immagini e momenti davvero interessanti. L'ho letto un paio di volte e la seconda l'ho apprezzato ancora di più. Secondo me, proprio per questo, merita di essere rifinito qui e là, per renderlo ancora più incisivo.

Non ho nessun titolo né competenza riconosciuta, ti propongo solo le osservazioni che mi sono fatta leggendo, vedi tu se potranno esserti utili, se no ignorale tranquillamente :)

È la prima frase: ridurrei a un solo aggettivo, per aprire con una stilettata asciutta e d'effetto.

secondo me sarebbe più giusto il trapassato: questo è l'antefatto, per una ragione che non conosciamo si è ritrovato a vivere dalla sorella. La storia si svolge alla fine di questo periodo, quindi questa introduzione la vedrei meglio tutta al trapassato remoto. "Era stato un anno difficile. In qualche mese la mia vita si era trasformata eccetera"

addosso non serve e eliminerei almeno un mi: iniziai ubbidiente a cerchiare  ecc.

l'aggettivo è superfluo: inutile appesantire la celia della conca causata dal sedere con un attributo non necessario. In generale, credo che dovresti rileggere con calma e sfoltire: ci sono molti aggettivi che invece di servire distraggono dal senso del racconto, secondo me.

questo passaggio è davvero godibile: lo vediamo tornare alla vita e "innamorarsi" della catapecchia in cui si ritrova a vivere. Forse non continuerei ancora con il lavello del periodo successivo: ormai è chiaro, hai già fatto diversi esempi, non è il caso di dilungarsi eccessivamente.

dal lavoro

eviterei l'ennesimo mi e ridurrei l'eccesso di complementi verbali: sfruttai ogni secondo di ferie per quest'impresa ecc

del pazzo, dell'allucinato, piuttosto, no?

refuso: spazio dopo il punto e "La riconobbi"

non so se eviti i due punti per scelta, so che c'è chi li trova fuori moda, ma io qui li userei "il terzo da destra: Maria Elisa ecc"

 

io andrei a capo, per mettere in risalto la frase: la mia Elisa. stop e a capo.

La parte sottolineata non mi convince: ne trova diverse di frasi, quindi metterei piuttosto "Cercai nei volumi ogni piccola frase che ecc"

visto che subito dopo scopriamo che è morta a 17 anni, quel da ragazza è pleonastico.

è preferibile scrivere la parola diciassette, in narrativa, più che il numero

 

quel tormento mi sembra superfluo, e anche eccessivo: è chiaro che non ama la sua vita e trova una via di fuga nel fantasma, non serve che spieghi perché aspetti la sua carezza. E come termine è eccessivo: è triste, solo, non ha più una vita, quello che vuoi, ma tormento proprio non lo vedo consono come concetto.

Mi fece un cenno con il braccio orlato di merletto.

In generale, tenderei a semplificare: è chiaro che è il tuo stile e non mi permetto di cambiartelo, ma i doppi aggettivi, i due verbi giustapposti, i periodi di più frasi per esprimere un concetto o un'azione che una sola frase esprimerebbe, penso che vadano centellinati. Ne usi molto spesso e appesantiscono il tutto togliendo un po' di incisività ai contenuti. Li terrei solo in momenti specifici e non come norma continua.

Come per l'incipit, mi piacciono le chiusure puntuali e incisive. Tra l'altro ripeti immagini che hai già usato prima nel racconto, non mi sembra necessario. Proporrei una chiusa tipo:

"... nostra, liberi di giocare tra i riflessi del sole, liberi di amarci, liberi."

Dovresti dare un'occhiata anche alle d eufoniche: ne usi tante e la regola vorrebbe che andasse solo tra vocali identiche "ed ecco", "ad amarsi" e non tra vocali differenti: "a una" "e oggi"

infine, ho un dubbio sul titolo: è chiaro che il racconto si sviluppa sulla frontiera tra la pazzia e il soprannaturale, ma non vediamo nessuno trattarlo da pazzo. Al limite lui, all'inizio delle apparizioni, si pone il dubbio. La sorella lo tratta da ospite indesiderato, parassita, smorto, quello che vuoi, e alla fine inorridisce dell'incuria, ma né lei né nessuno sa nulla di Elisa, quindi nessuno lo considera pazzo, nel racconto. Quindi il titolo non mi sembra del tutto azzeccato. "Non chiamatemi pazzo"? "Diario di un pazzo"? "Elisa"? Non so, smetto di tediarti con suggerimenti inutili però rifletterei al titolo.

 

Ecco, ti ho fatto un tot di pulci, più o meno condivisibili, prendi spunto da quelle che ti sembrano sensate e ignora a cuor leggero le altre :)

Ciao.

Ciao! Rispondo a questo commento ma per evitare di citare anche gli altri... Grazie per le annotazioni e grazie per aver speso tanto tempo sul mio racconto, ad uno scrittore non può che far piacere ( in fondo lo sappiamo anche noi di essere animali da palcoscenicoxD). Come dicevo anche ai ragazzi nelle risposte più in alto lo stile è stato piegato alla storia che volevo raccontare e da lì ne vengono limiti e pregi. Come giustamente mi hai fatto notare può andare bene per alcuni passaggi mentre per altri è necessaria una sfilettata, una frase netta che cambi lo scenario o che dia una scossa al lettore e qui potete vedere tutta la mia inesperienza all'opera. Ho ancora tanto da imparare ma per fortuna ho ancora tante idee da raccontare. Per il titolo hai beccato uno dei miei più grandi limiti: sono negata a darli. Ti giuro che potrei averlo sotto il naso e non lo vedrei. Probabilmente se dovessi pubblicare un libro lascerei la copertina vuotaO_- Inizialmente lo avevo chiamato "Elisa" richiamando la ragazza, anche perché così avrei dato l'illusione che prima o poi il tizio avrebbe incontrato questa ragazza e la sua vita mediocre sarebbe migliorata grazie all'amore... e invece no perché lei è morta e lui la segue. Poi ho cambiato idea, non ne ero per niente convinta. Allora ho tagliato la testa al toro e ci ho messo la prima frase che mi è venuta in mente. In ogni caso, turbe mentali a parte, grazie ancora per il tuo commento!:)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao. 

Come dicevo: la mia sensazione è che ci siano troppi cambi di tono e registro ingiustificati per come la vedo. Il che mi frastaglia la sensazione di voce unica nel testo. Magari lo hai scritto in momenti diversi e con diversi livelli di immersione. Non saprei.

Spero di esserti stato utile.

:)

ciauz

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 12/12/2020 alle 12:28, Naeve ha scritto:

Ciao! Anche il mio commento sarà invertito allora e partirò con la risposta alle "critiche". Ti dirò, quando ho iniziato a leggere il tuo commento ho pensato subito "evvai, ora me lo smonta" e invece ho trovato nelle tue parole degli spunti per un bel dibattito. Riassumerò tutto in poche righe, perché come ogni scrittore parlerei delle mie creature per ore e ore ammorbando chi mi ascolta con dettagli che vedo solo io nella mia testa. Per quanto riguarda la lunghezza del racconto ho dovuto fare una scelta, anche perché tenere un tono così grave ed un ritmo relativamente lento per troppe righe tende a stancare il lettore. Oltretutto, il personaggio è di difficile interpretazione ed un fantasma non si incontra tutti i giorni... di conseguenza prolungarlo eccessivamente mi avrebbe dato modo di esprimere ogni fase della storia ma mi avrebbe anche esposta ad un rischio non indifferente. Le frasi fatte, le espressioni di repertorio che uso derivano invece dalla mia volontà di renderlo accessibile .a più persone possibili, usando le stesse espressioni che troveresti in un romanzo rosa ad esempio!

E ora rispondo ai complimenti. Grazie grazie grazie, hai colto in pieno ciò che volevo esprimere. Finalmente, grazie. Questo pallido ometto è la sconfitta dell'uomo medio, incapace di entrare in sintonia con gli altri e soprattutto incapace di stringere rapporti autentici con persone vere...Sceglie più o meno inconsapevolmente di chiudersi al mondo e trova più facile innamorarsi di un fantasma. Inizia tutto come un racconto di vita vissuta con il lavoro da impiegato, la mediocrità di un uomo che resta immobile per mesi e trova la sua espressione in una casa fatiscente con una ragazza morta. L'idea ancora mi gira in testa, sicuramente questa non sarà l'ultima stesura del racconto:P

@NaeveInnanzitutto buon lavoro su questa idea.  Il problema di adeguare la narrazione alla lunghezza è , secondo me, cruciale. I racconti a mio parere pongono un vincolo forte, e devono trovare una loro unità di ritmo, di tono, un "focus" per non diventare un elenco di fatti -- o una sinossi. Poi anche le sinossi sono un genere letterario: Borges ha spesso immaginato che dei libri esistessero e poi li ha raccontati, sembra un trucco banale ma nasconde secondo me una grande sapienza tecnica. Se ci si attiene a un racconto e nei limiti dello spazio concesso,  come lettore ti dico che non mi piace leggere troppo in troppo poco spazio. Per essere un tantino più tecnico: un romanzo ha il tempo di "creare" il lettore, lo prepara, gli fornisce molti elementi che poi fra loro si completano, e le parole assumono un significato diverso perché il contesto le carica di significati. Anche una raccolta di racconti, con un tema unitario può svolgere il ruolo di contesto, come esempio paradigmatico, prendi "Se una notte dinverno un viaggiatore", sono racconti incompleti e diversissimi, uno alla volta avrebbero un valore completamente diverso, messi assieme hanno una forza strepitosa. Ma credo il problema lo hai individuato correttamente: gli scrittori prlerebbero pre ore di quel che hanno scritto perché nella loro testa risuonano ricchissimi, mentre quel che davvero è scritto è molto meno. Alla prossima revisione!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

×