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Freedom Writer

Il Dio interiore emerge per i pori della pelle

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Commento

 

 

Racconto scritto su incipit di Maurizio De Giovanni, che costituisce il primo capoverso. 

 

Dedicato a una grande donna, la più grande delle donne. 
A colei che mi ha insegnato il valore dell'accettazione.

A una piccola crisalide evoluta in farfalla.

A Giulietta, e al modo in cui mi ha reso un uomo migliore.

 

 

Affrontò l’ultima parte della leggera salita a occhi bassi, ascoltando il rumore delle rotelle sulla ghiaia. Faceva caldo, e d’altra parte c’era da aspettarselo. Sentì un rivolo di sudore lungo la schiena e provò il tipico disagio di chi non avrebbe potuto mettersi sotto una doccia fino a sera. Il viaggio, pensò. Un lungo viaggio, portando un sacco di cose con sé. Non indumenti e scarpe. Non guide turistiche, o libri da leggere. Il carico era quello dei ricordi, e delle speranze. I ricordi di quello che aveva fatto, che era successo; le speranze, quelle che riponeva nello sguardo e nell’espressione di chi avrebbe incontrato al suo arrivo. Sospirò, e svoltò l’angolo del viale.

Gioacchino Gavetta sapeva perfettamente cosa lo aveva guidato in quel posto.

Bardy, l’orsacchiotto rosa che diversi anni prima era capitolato sotto le fauci affilate della forbice materna, avrebbe guardato con sincera riconoscenza alla direzione che aveva intrapreso. Gioacchino ricordava quel giorno perfettamente: la pioggia fuori sembrava voler soggiogare il mondo e lui era rimasto a giocare nella stanza dei bimbetti mentre il papà e la mamma parlavano con i dottori.

Ricordava le loro facce grigie e lunghe, mente reggevano insieme quel pezzo di carta quasi a volerlo strappare; somigliavano vagamente a quelle strane maschere africane bislunghe e tenebrose.

“Bisogna accettarlo”, aveva detto il dottore, “il Dio interiore non si può confinare; troverà sempre una via d’uscita, fosse anche attraverso i pori della pelle”.

Ma quali pori? La madre era andata su tutte le furie, era il caso di finirla con quelle castronerie! Il figlio era suo e ogni madre sa cosa fare col proprio.

Quella volta, a pagare il prezzo per quanto riportava il documento era stato Bardy.

L’azione di reconquista che la madre aveva intrapreso negli anni seguenti, poi, era stata incomparabile; non certo per cattiveria, ma aveva represso ferocemente ogni insurrezione identitaria del figlio, dominando il suo ‘Dio interiore’ con l’ausilio del proprio. Il diavolo avrebbe invece fatto la sua comparsa qualche anno dopo, in pompa magna, sotto forma di morbida peluria.

Adesso ricordava la violenza dei compagni che, pur non facendo niente, erano in grado di spiegare ogni cosa nei gesti, nello sguardo, nelle stupide asserzioni rubate ai genitori o nella forma più consueta dell’emarginazione

Poi gli anni della pubertà, i più recenti, segnati dalla strana e pungente voglia di non esistere quando un ignaro professore universitario invitava il "signor Gavetta" ad accomodarsi, e ad alzarsi era invece un’ombra di persona di cui cento paia d’occhi indagavano l’identità sotto gli abiti da donna.

Facile comprendere come la decapitazione di Bardy avesse assunto un valore quasi profetico negli anni a venire e come tutto ciò fosse valso un biglietto di sola andata per Gioacchino, che in un freddo mattino di gennaio aveva buttato le gambe al di là di un cornicione e visto la gente in strada farsi piccina piccina.
Ma se il biglietto non fosse stato per quel viaggio? Per la morte, si sa, non ci sono rimborsi; ed ecco che aveva ritratto le gambe e deciso di camminare su un’altra strada, quella di ghiaia su cui adesso si trovava.

Ora non bramava che una doccia, un letto, un sonno lieto; pregustava il momento in cui avrebbe parlato col medico incrociando il suo sguardo rassicurante, indossato il camice celeste, sentito scorrere in sé l’anestetico e, soprattutto, quello in cui, finalmente, non avrebbe più dovuto rispondere al nome di Gioacchino Gavetta.

Se mai qualcuno disse cosa vera, era che il Dio interiore emerge sempre, fosse anche attraverso i pori della pelle.

Gioacchino guardò verso l’edificio e sorrise.

Era giunto il tempo di un atto di fede.

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@Freedom Writer Un piccolo racconto di grande intensità emotiva. Trarre da un incipit di altri una storia credibile non è così facile come sembra, dunque complimenti.

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Bardy, l’orsacchiotto rosa che diversi anni prima era capitolato sotto le fauci affilate della forbice materna, avrebbe guardato con sincera riconoscenza alla direzione che aveva intrapreso. Gioacchino ricordava quel giorno perfettamente: la pioggia fuori sembrava voler soggiogare il mondo e lui era rimasto a giocare nella stanza dei bimbetti mentre il papà e la mamma parlavano con i dottori.

Passaggio ottimo. Ho subito visto la sala d’attesa di un pediatra con la stanzetta piena di giochi.  Il termine bimbetti non mi piace molto, sembra dialettale e non ho trovato altri vocaboli “dialettali” nel testo.

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

somigliavano vagamente a quelle strane maschere africane bislunghe e tenebrose.

Questo è un pensiero rielaborato da adulto. Il bambino non poteva esprimere una similitudine di questo tipo

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Ma quali pori? La madre era andata su tutte le furie, era il caso di finirla con quelle castronerie! Il figlio era suo e ogni madre sa cosa fare col proprio.

Ma quali pori?”  Io lo avrei inserito come ricordo di uno spezzone del dialogo col medico. Scritto come hai fatti tu, sembra una incursione del narratore e rompe il ritmo.

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Quella volta, a pagare il prezzo per quanto riportava il documento era stato Bardy.

Altra immagine perfettamente riuscita. 

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

ma aveva represso ferocemente ogni insurrezione identitaria del figlio

Qui fai capire quale può essere “la malattia”. Mi domando a quale età si possano individuare certi segni di una diversa sessualità .

mi è venuto il dubbio che fosse ermafrodita, nel qual caso il dubbio aumenta se penso come non abbiano potuto accorgersene alla nascita.

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Ora non bramava che una doccia, un letto, un sonno lieto; pregustava il momento in cui avrebbe parlato col medico incrociando il suo sguardo rassicurante, indossato il camice celeste, sentito scorrere in sé l’anestetico e, soprattutto, quello in cui, finalmente, non avrebbe più dovuto rispondere al nome di Gioacchino Gavetta.

La vita ha preso il sopravvento sulla morte e Gioacchino ha finalmente trovato il coraggio di vivere la propria identità .

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Gioacchino guardò verso l’edificio e sorrise.

Era giunto il tempo di un atto di fede.

Molto bella questo chiusa. Penso che Giocchino (ex Gioacchino) sia andato a trovare la madre ricoverata. (Altrimenti non mi spiegherei la sedia a rotelle iniziale) e sì, il Dio interiore aveva vinto.

 

A parte quei dubbi che ti ho espresso nel commento, la storia mi è piaciuta molto, sia per la qualità della scrittura che per la delicatezza e originalità con la quale hai affrontato un tema così particolare.
 

 

 

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Ciao Monica, vorrei taggarti, ma dallo smartphone non riesco a farlo e inoltre ci sono moltissime utenti col tuo nome. 

Ti ringrazio molto per esserti fermata e per aver analizzato il mio testo. Intendo, con questo messaggio, tentare di risolvere qualche tuo rovello. 

- Il testo non parla in di ermafroditismo, bensì di transessualità. Ho tentato di far emergere questa condizione da alcuni tratti come il seguente: 

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Poi gli anni della pubertà, i più recenti, segnati dalla strana e pungente voglia di non esistere quando un ignaro professore universitario invitava il "signor Gavetta" ad accomodarsi, e ad alzarsi era invece un’ombra di persona di cui cento paia d’occhi indagavano l’identità sotto gli abiti da donna.

 

E ancora, come il successivo:

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

pregustava il momento in cui avrebbe parlato col medico incrociando il suo sguardo rassicurante, indossato il camice celeste, sentito scorrere in sé l’anestetico e, soprattutto, quello in cui, finalmente, non avrebbe più dovuto rispondere al nome di Gioacchino Gavetta.

 

L'orsacchiotto rosa ho voluto far sì che fosse un po' il filo conduttore del tema, cioè del processo di transizione M to F (male to female). 

- Per rispondere all'altro tuo dubbio, la disforia di genere può essere rilevata sin dai primi anni di vita, ma esistono casi in cui questo avviene soltanto nell'età adulta. 

- All'ospedale Gioacchino non va a trovare la madre, ma a sottoporsi finalmente all'intervento di riassegnazione di genere. 

- Le rotelle sono presumibilmente di un trolley, o almeno così ho pensato; quell'estratto è parte dell'incipit. 

 

Controllerò il testo perché devo capire se è la sua struttura a rendere difficile la comprensione del tema. 

 

Grazie ancora per essere passata!

A rileggerci,

 

FW

 

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Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Affrontò l’ultima parte della leggera salita a occhi bassi, ascoltando il rumore delle rotelle sulla ghiaia.

Bell'incipit, che trovo riuscito: si ha sia un impatto visivo, sia uditivo. Coinvolgere più sensi è sempre cosa buona e giusta. Inoltre, anticipa un po' quello che verrà dopo, incuriosendo il lettore (mi riferisco, in particolare, a quel "rumore delle rotelle").

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Faceva caldo, e d’altra parte c’era da aspettarselo.

La parte evidenziata rappresenta un'incursione del narratore. Per carità, non è brutta di per sé, ma - secondo me - potresti anche omettere.

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

il tipico disagio di chi non avrebbe potuto mettersi sotto una doccia fino a sera.

bello, molto azzeccato.

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Il carico era quello dei ricordi, e delle speranze

via la virgola :)

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

I ricordi di quello che aveva fatto, che era successo

qui non capisco. è come se la frase fosse incompleta. Intendi i ricordi di quello che aveva fatto e di quello che era successo?

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

le speranze, quelle che riponeva nello sguardo e nell’espressione di chi avrebbe incontrato al suo arrivo

anche qui: secondo me sarebbe più corretto "le speranze che riponeva nello sguardo (e via dicendo)". Non so, valuta tu :)

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Sospirò, e svoltò l’angolo del viale

toglierei la virgola.

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

sotto le fauci affilate della forbice materna

bello

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

la pioggia fuori sembrava voler soggiogare il mondo

bello. ed efficace.

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Il diavolo avrebbe invece fatto la sua comparsa qualche anno dopo, in pompa magna, sotto forma di morbida peluria.

anche questo mi è piaciuto molto. come tutta la parte che precede.

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

nelle stupide asserzioni rubate ai genitori o nella forma più consueta dell’emarginazione

ok, però secondo me puoi fare di meglio, che utilizzare un "stupida" e "più consueta". 

 

Il 28/11/2020 alle 00:33, Freedom Writer ha scritto:

Gioacchino guardò verso l’edificio e sorrise.

Era giunto il tempo di un atto di fede.

bello.

 

Ciao @Freedom Writer

con questo racconto tratti una tematica non molto semplice e che allo stesso tempo è stata affrontata da molti autori, con alterni risultati. Il tuo è un racconto delicato, in cui descrivi le vicende utilizzando molte belle immagini. Ho fatto un po' le pulci perché vorrei postare un mio, ma di base il racconto mi è piaciuto. Ho un unico dubbio sul finale, che terrò per me. Vediamo se ripensandoci, giungerò a una conclusione.

Bravo

Ciao

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Di base il racconto mi é piaciuto moltissimo e come i lettori precedenti a mia volta lo trovo molto delicato. La lettura é scorrevole, le immagini che hai scelto molto belle.

Non sono molto ferrata su questo argomento, ma mi ha lasciato perplessa il fatto che la storia inizi nell'infanzia, quando ancora si gioca con orsetti rosa, ma soprattutto il fatto che la "diversità" venga certificata da un medico così precocemente. Che tipo di medico certifica la transessualità?

L'idea della madre che vuole castrare lo sviluppo del figlio é ottimamente resa dalla decapitazione con forbici affilate dell'orsetto.

 

Le figure dei genitori, grigi, incapaci di comprendere e accettare, che strenuamente si oppongo all'evoluzione del figlio sono bene rese. Genitori che portano sull'orlo del suicidio Gioacchino, che peró all'ultimo sceglie la vita, la sua identità´ e, per quanto ho capito io, sceglie di andare ad operarsi.

Mi piace anche il coraggio di Gioacchino che all'università ci va vestito da donna per non rinnegare quello che sente di essere.

Ho anche molto apprezzato solo l'accenno a ciò che deve essere stato andare a scuola per Gioacchino, altrimenti non sarebbe più stata una storia sul cambiamento e sulle scelte, ma sulle ingiustizie della vita.

A me é piaciuto proprio per questa vena di ottimismo, per come é conseguente Gioacchino, che nonostante forbici, impedimenti e sberleffi, fedele all'ideale espresso dal suo orsetto se ne va per la sua strada pronto ad assumersi un rischio per una vita migliore più coerente con se stesso.

Complimenti!

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Ciao @m.q.s.
e grazie per essere passato. Mi scuso per il ritardo con cui ti rispondo, ma tra il lavoro e i vari impegni non sono riuscito più a scrivere, né a commentare. 
Le tue considerazioni hanno un risvolto assolutamente inaspettato, e adesso vado a spiegarti il perché: tutti gli estratti che hai quotato e che non hai compreso o per i quali hai suggerito delle migliorie non li ho scritti io, bensì fanno parte dell'incipit scritto dallo scrittore partenopeo Maurizio De Giovanni. Viceversa, tutti quelli per cui ti sei complimentato sono scritti di mano mia. Ora, comprenderai che questo mi lusinga, ma non solo; mi fa anche pensare che tra l'incipit e il suo sviluppo c'è effettivamente una linea di demarcazione percepibile. Grazie per l'attenzione e per le belle cose che hai scritto. 

Ciao @Almissima
ti ringrazio per aver letto, commentato e, specialmente, per esserti espressa in termini tanto entusiastici. Vado a tentare di risolvere i tuoi dubbi: la transessualità può essere diagnosticata assai precocemente, tramite un percorso di indagine psicologica. Fino a non molti anni fa non era pressoché possibile indovinare questa condizione per vari fattori: stigma sociale, la non accettazione in famiglia, il fatto che corpo e mente fossero visti come un unico indivisibile e non si comprendesse minimamente la condizione provocata dalla disforia di genere. Oggi, fortunatamente, non è più così, quantomeno nella maggior parte dei casi; se, infatti, la scienza ha compiuto passi da gigante in tale ambito, con il riconoscimento della disforia di genere tra le condizioni patologiche della psiche, in società continuano a persistere lo stigma sociale e la discriminazione. Per una persona transessuale o ex transessuale (dato che dal momento in cui l'intervento di riassegnazione di genere ha avuto luogo si parla di uomo o donna e non più di transessuale) è difficile l'inserimento nel mondo del lavoro ecc. 
Attenzione quando si parla di scelta. Una persona transessuale non sceglie di cambiare sesso biologico, ma è costretta a farlo perché la condizione derivante, appunto, dalla disforia tra il suo genere reale e il sesso biologico diventa letteralmente intollerabile, in certi casi incompatibile con la vita (The Danish Girl, sia il libro che il film, spiegano abbastanza bene questo stato). In sostanza: se una persona nasce biologicamente uomo, ma il suo genere è femminile, la discrepanza tra la sua vera identità di genere e ciò che rappresenta invece la sua fisionomia è il catalizzatore di una sofferenza insormontabile, che in non pochi casi può condurre al suicidio. 
Idem per quanto riguarda il vestiario. Una persona transessuale non sceglie di indossare quei vestiti per ribellione contro qualcosa, ma per totale e incondizionata coerenza tra quello che è il suo genere di appartenenza e il modo in cui la società è solita rappresentare quel genere: semplicemente, se la società occidentale è abituata a vedere una donna con la gonna o il tailleur, la persona transessuale di sesso biologico maschile (il cui genere però è femminile) si vestirà con quei determinati abiti per esprimere la propria identità. Per questo è importante anche fare attenzione alla scelta dell'articolo. Una persona transessuale di sesso biologico maschile, ma di genere femminile, non sarà IL transessuale, ma LA transessuale.
Magari ti ho spiegato cose di cui eri già a conoscenza, e nel caso mi scuso. Spero, ad ogni modo, che queste informazioni possano esserti utili. La tua frase, comunque, è assolutamente vera: Il mio personaggio alla fine sceglie la vita. 
A presto, e grazie ancora! E scusa per il ritardo nel risponderti. 

 

Ciao @Alba360
grazie per essere passata e scusa per il ritardo nel rispondere. La prima parte che hai quotato non è mia, ma è parte dell'incipit scritto da Maurizio De Giovanni. Per il resto, ti ringrazio molto per tutti i suggerimenti che mi hai dato a scapito del tuo tempo. Sono contento che infine, nel complesso ti sia piaciuto. C'è però un'interpretazione errata, il racconto tratta della transessualità e non dell'omosessualità. Forse è per questo che non sei riuscita a cogliere alcuni passi, oltre al fatto che il mio modo di scrivere è spesso reso (consapevolmente) sintatticamente complesso. Il professore è ignaro perché nel momento in cui chiama per l'esame il candidato il nome è maschile, ma chi si alza è una donna. In università durante le lezioni i docenti è raro che conoscano chi tu sia e come ti chiami, e lo scoprono solo durante gli appelli. Immagina il sentire di questa persona che non ha scelto di indossare abiti femminili per ribellione, ma perché di fatto è una donna, e che tuttavia, di fronte a un'intera aula, viene chiamata con il nome maschile (quindi corrispondente al suo sesso biologico e non alla sua identità di genere). Anche per il docente, dato il modo in cui è organizzata la nostra società, anche in termini di pensiero e di accettazione di una realtà altra, non deve essere una situazione particolarmente agevole, ma nulla a che vedere con quello che può provare una persona come Gioacchino. 
Spero di aver chiarito il tuo dubbio! :) 
Grazie ancora e a rileggerci. 

 

Grazie a tutti!

FW
 

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Buongiorno @Freedom Writer, mi complimento sinceramente per il tuo racconto. 

Dal punto di vista grammaticale e sintattico mi pare inappuntabile. La scelta lessicale è altrettanto precisa e, mi viene da dire, potente.

 

Mi soffermo ora su sulla questione della comprensione degli eventi del testo: a quanto leggo per qualcuno è stata parzialmente problematica e non nego che anche per me è stato così.
In particolare - ma forse per colpa mia - ho scambiato le "rotelle" del primo capoverso per quelle di una carrozzina, e tutto è venuto di conseguenza: ho creduto che Gioacchino si fosse gettato dal cornicione senza morire ma rimanendo paralizzato (nell'espressione "la Morte non porta rimborsi" avevo letto questo). 
Lo spaesamento in genere comunque mi piace come sensazione nel leggere. In effetti, alla seconda lettura tutto mi è stato chiaro e devo dire che uscire dalle nebbie per il me lettore dà maggiore soddisfazione di non entrarci affatto.
In altri termini, amo i racconti in cui in un certo modo si lascia al lettore, tramite qualche indizio, la possibilità di ricostruire autonomamente cosa succeda, anche non prendendoci per forza: il lettore per me è parte della costruzione e, in genere, non mi piace accompagnarlo per mano (almeno per quanto riguarda i racconti brevi: se ci si "allunga" il lettore potrebbe in effetti spazientirsi e mollare tutto).
Per tutte queste ragioni ho davvero gradito la lettura. Anche il tono, che spesso per temi del genere è in qualche modo ahimè lacrimevole, è per me perfettamente neutro.

Bravo!

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@Freedom WriterWriter

Non so se sei un nuovo iscritto o un utente navigato, ma per me sei di certo una bella scoperta.

Gli altri utenti ti hanno fatto notare un senso di straniamento durante la lettura e lo hanno apprezzato. A me sentirmi persa invece non piace per niente, non oso immaginare la sofferenza di chi ogni mattina come Gioacchino si sveglia e non  riconosce la propria immagine allo specchio.

 

Però sei bravo, mi piacciono i temi che tratti e come li descrivi :)

Secondo me però usi troppe "e" dopo la virgola e dovresti togliere il riferimento alle rotelle (è un po' fuorviante), o specificare si tratti delle rotelle di una valigia o altro.

 

Inoltre, ignoranza mia, ma si dice "emerge per i pori" o "emerge dai pori"?

 

A rileggerci! :)

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Gran bel brano. Mi piace molto lo stile breve, con la giustapposizione di semplici ma efficaci frasi chiave e dettagli che rivelano poco a poco il senso del brano. Espressioni come "orsacchietto rosa" e "Poi gli anni della pubertà, i più recenti, segnati dalla strana e pungente voglia di non esistere quando un ignaro professore universitario invitava il "signor Gavetta" ad accomodarsi, e ad alzarsi era invece un’ombra di persona di cui cento paia d’occhi indagavano l’identità sotto gli abiti da donna."

Si sente molto il disagio vissuto dal personaggio e mi è piaciuto il fatto di mettere in luce il comportamento (ahimè classico) dei genitori. Molto tagliente la parte di quello che sembra un tentato suicidio. Ultimo ma non ultimo, molto accattivante il titolo, che colpisce perchè non ci si aspetta di leggere quello che viene dopo.

 

La punteggiatura è corretta, non ho notato errori rilevanti. 

 

Mi sarebbe piaciuto vedere più analisi della psicologia del personaggio. Qualche altro passaggio chiave (anche solo un paio) sui suoi sentimenti, reazioni, pensieri sarebbe stato ottimo. Per esempio: cosa pensava dello sfogo di rabbia della madre? Come viveva la sua quotidianità in classe? Come percepiva lo sguardo delle persone intorno a sè? 

 

Nel complesso un gran bel brano, spero ci sia la prosecuzione;)

 

Martina

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