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CelanteS

L'avvocato [3/3]

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La stanza aveva lo stesso odore della sua quando si alzava la mattina, ma lì c’era dell’altro, era simile all’odore del giardino della scuola, pieno di abeti. All’interno di quella prima stanza non c’era nulla, era del tutto vuota, d’avanti a sé vedeva solo la finestra a due ante con l’avvolgibile abbassata, non distingueva molto, la porta dalla quale era entrato l’aveva lasciata appena socchiusa e gettava alla sua sinistra solo una lunga linea verticale di luce dal pavimento al soffitto. Giorgio fece un primo passo in avanti che gli parve riecheggiare nella stanza vuota, deglutì ancora e rimase in ascolto di qualunque cosa, ma la casa sembrava priva di vita. Alla sua destra c’era una seconda porta, aveva una targhetta con su scritto “Studio Avv. Fracastoro”, non era chiusa, Giorgio si avvicinò guardando oltre la soglia

“Una scrivania” “C’è solo quella”

Lo stomaco aveva preso a fargli male e sentiva le mani che gli tremavano, con la mente andò un attimo ai suoi genitori e a quanto si sarebbero arrabbiati, ma scacciò quel pensiero ed entrò nella seconda stanza.

L’odore di abete in quella stanza era più forte, non vedeva molto, così cercò il tasto della luce, lo trovò poco sopra la scrivania e lo schiacciò. La stanza venne subito rischiarata da una luce giallastra e piuttosto flebile che creava proprio un cono di luce sopra il mobile, la scrivania era l’unico oggetto presente

“Forse è andato via” “E la scrivania l’ha lasciata lì”

Il mobile presentava un piano liscio e lucido, i bordi non erano regolari, ma formavano quasi dei ghirigori di legno, mentre gli angoli erano stondati, con degli intagli che sembravano rappresentare qualcosa, la scrivania aveva due cassetti forse lunghi una ventina di centimetri. Giorgio aprì il primo ma questo era vuoto, nel secondo solo una lettera con due righe scritte. Giorgio la prese in mano e si avvicinò per cercare di decifrare la calligrafia che la riempiva solo nel centro

 

Le dono questa scrivania, come segno della fine del mio rancore per i vent’anni di carcere che lei mi ha donato e che non mi hanno scalfito di una virgola. Le auguro buona fortuna avvocato, ne avrà bisogno.

 

Giorgio rilesse ancora un paio di volte quel foglietto, in quel momento si rese conto che avrebbe voluto che ci fosse il padre, in modo che gli spiegasse alcune parole, appoggiò il foglio sul ripiano e si guardò attorno, c’erano altre due stanze, ma le porte erano aperte, vuote anch’esse.

A quel punto Giorgio decise che era il caso di fare dietrofront, quel posto adesso gli metteva i brividi e non voleva rimanerci un minuto di più, quella lettera lo aveva turbato, così uscì da quella stanza

“Non c’è proprio nessuno qui dentro” disse tra sé mentre a passo svelto verso la porta di ingresso che era ancora socchiusa, quando un improvviso stridore lo gelò. Giorgio rimase immobile, il fiato mozzo dalla tensione, adesso il suo cuore gli correva in petto. Il rumore sembrava essere provenuto dalla stanza che aveva appena lasciato.

Un altro stridore e questa volta Giorgio si voltò. La scrivania era d’avanti alla porta, come se qualcuno l’avesse spostata in modo da farla passare attraverso l’uscio per portarla fuori. Giorgio sentì la propria mandibola serrarsi, aveva lasciato la luce accesa e poteva vedere la superficie del mobile, questa adesso era ricoperta di uno strato lucido e dall’apparenza viscido che si stavano condensando in goccioline. Un paio di queste caddero sul pavimento dal quale salirono filamenti di fumo.

Un brivido attraversò Giorgio da capo a piedi, mentre fissava il mobile, sotto quella luce giallastra sembrava che la superficie in legno si agitasse, gonfiandosi e sgonfiandosi in più punti.

Ancora un altro stridore e questa volta Giorgio vide la scrivania spostarsi da sola contro di lui, ma un rumore secco come di legno spezzato rimbombò nella stanza, la scrivania venne spinta di lato finendo contro lo stipite, arrestando quasi subito la sua corsa. La porta di ingresso nella stanza si era piegata su stessa tra i cardini e il mobile, spezzandosi in due, si doveva essere incastrata in una delle gambe della scrivania, la targhetta adesso penzolava da un solo chiodino. Il mobile prese a dare degli strattoni in avanti, sbattendo contro lo stipite e la porta distrutta.

Giorgio non attese altro, si voltò e corse fuori dall’appartamento senza neanche chiudersi la porta alle spalle. Scese a rotta di collo le scale mettendosi una mano d’avanti alla bocca per non urlare, in un attimo era sul pianerottolo di casa sua, spinse la porta ed entrò, rimise a posto il chiavistello e tornò nella sua cameretta.

Il mattino seguente un grosso furgone era parcheggiato nella strada posteriore del palazzo, sulla fiancata c’era la scritta “Antichità”, suo padre gli aveva spiegato che vendevano oggetti che erano appartenuti a persone molto più vecchie di loro.

Giorgio stava osservando due uomini trascinare fuori la scrivania, alla luce del giorno gli parve un normalissimo mobile, stavano cercando di caricarla sul retro, anche se sembrava che stessero facendo una gran fatica, alla fine riuscirono a metterla nel cassone del furgone, salirono nella cabina e il furgone sparì dalla sua vista. Intanto qualcuno aveva suonato al campanello, Giorgio si fiondò nel soggiorno dove i suoi genitori avevano già aperto la porta, sull’uscio c’era un agente di polizia. Giorgio si sentì mancare il pavimento sotto i piedi e restando dietro i suoi genitori si mise in ascolto.

“L’appartamento era vuoto” stava dicendo l’agente, un uomo alto con i capelli lunghi raccolti sotto il cappello “Oggi dovevano venire a prendere un ultimo mobile” “Avete parlato di recente con l’avvocato Fracastoro”

“In verità non credo di averci mai parlato” rispose suo padre

“Ho capito” disse l’agente

“È successo qualcosa di strano ieri” “Sembra che la porta fosse aperta e la portinaia non trova più le chiavi” “Qualcuno le deve aver prese per entrare”

Il pensiero di Giorgio andò al mazzo di chiavi che aveva nascosto nel suo cassetto, sotto il suo album di disegni.

“No” disse suo padre scuotendo la testa “Non ho visto nulla di nulla mi spiace”

“Ma l’avvocato dov’è” chiese sua madre

“Lo stiamo cercando” disse l’agente, mentre finiva di prendere alcune note “Vi ringrazio per la collaborazione” disse e con un cenno del capo si congedò. Suo padre richiuse la porta.

“È scomparso” chiese Giorgio

“È andato via” gli rispose suo padre “Voleva cambiare casa forse” mentre riempiva una pentola con dell’acqua

“Vai a lavarti le mani” disse sua madre “Tra un po’ si mangia”

“Ok” rispose Giorgio e si voltò per prendere la via del bagno

“È in quella scrivania” “L’avvocato Fracastoro è lì dentro”

Giorgio entrò nella sua cameretta, il libro era sul ripiano, aveva riletto ancora una volta il piccolo paragrafo sulle persone scomparse e ripassava nella mente le parole che gli erano rimase impresse più di tutte

“Setta, congiura”

A queste però ne aveva aggiunte un paio a matita al bordo del paragrafo

“Magia, scrivania”

Mentre era perso in quei pensieri, quasi senza accorgersene, voltò pagina, il foglietto di carta giallo lo aveva messo qualche pagina più avanti:

“I boschi e i loro segreti” lesse ad alta voce.

 Prese a guardare fuori dalla finestra e il suo sguardo si posò sul boschetto poco distante da casa sua.

“Creature ricoperte di muschio, adoratori di divinità, evocazioni”

Quelle nuove parole presero a turbinargli nella testa. Sulla sua scrivania era posato il cappello dalle larghe falde.

“È pronto”

La voce di sua madre arrivò fin nella sua cameretta.

“Magari un’altra volta” pensò

Ed uscì dalla sua stanza.

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