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Alberto Monroy

Il libraio, ultima parte

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Una settimana dopo, il Natale è già trascorso, mi accingo a preparare l’inventario in vista della chiusura dell’anno e sono incerto se chiudere o meno la libreria.

Non è mai un buon periodo per le vendite questo. Anzi, di regola, ho sempre serrato per una settimana intera, anche per evitare di incontrare facce falsamente felici e dispensatrici di un’armonia e di una serenità certo fasulle ma imposte dalle circostanze, e mi sono rifugiato dietro le saracinesche o in casa.

Sto per chiudermi dentro quando un vecchio cliente mi telefona.

«Le dispiace se passo dalla libreria questo pomeriggio?»

«Emidio Vauro» mi ricorda il nome.

Scavo nella memoria e rammento.

Ho concluso un magnifico affare con lui, molti anni prima, ma è da allora che non lo vedo, o lo sento.

«Veramente avevo in mente di non aprire» mi scuso.

«Non le farò perder tempo» mi assicura, «devo solo acquistare un regalo per un caro amico.»

Non me la sento di negargli un favore, e quel pomeriggio decido mio malgrado di lasciare aperta la libreria.

Arriva verso le sei del pomeriggio e mi ringrazia della cortesia, poi si addentra tra gli scaffali e mi accenna di voler rimanere solo.

Passa del tempo senza che senta rumori e, incuriosito, lo cerco. Sembra quasi che stia lì ad aspettarmi.

«Io possiedo il manoscritto completo e originale, sa...» m’informa, a bassa voce.

Mi avvicino, lo osservo con più attenzione. La memoria, alle volte, gioca brutti scherzi, perché non sembra cambiato da quando l’ho conosciuto, quindici anni prima; riaffiora dagli anfratti della memoria la sua età, uguale alla mia: cinquantadue anni.

Neanche una ruga o un capello bianco, l’abito grigio che veste alla perfezione, il respiro cupo senza essere ansimante.

Il tempo, per lui, non pare passato.

E rammento di avergli venduto un pezzo molto costoso e col ricavato di avere fatto dei buoni affari. E quella grossa cifra pagata in contanti.

Capisco che quella del dono a un amico è solo una scusa e che si trova lì perché desideroso di concludere con me un qualche affare; fiuto l’opportunità, ma l’abitudine allo stare all’erta, pronto a smascherare i bluff dei miei clienti o le truffe di girovaghi imbroglioni intenzionati a fare l’affare a spese mie, mi impone di tenere la guardia alzata anche in quel frangente.

La mia curiosità evapora non appena mi mostra il dorso del libro che tiene in mano con il titolo dell’opera stampato a chiare lettere, in oro rosso: «Zosimus, New History» leggo ad alta voce, e non riesco a nascondere la mia delusione.

«Ho l’originale, se le interessa» prova a solleticarmi, e un sorriso beffardo gli illumina il viso.

«Lei forse possiede l’edizione Green and Chaplin del 1814. Preziosa, ma non rara...» commento, con una punta di sarcasmo.

«Io veramente intendevo il manoscritto di Zosimo in originale... non la tarda traduzione inglese.»

Il mio sguardo stupito si ferma sui suoi occhi, e penso che si stia prendendo gioco di me, o che sia uscito di senno.

«Il manoscritto originale, per quanto ne so, si trova in Vaticano. Ed è mancante di una parte del quarto libro, che non è mai stata ritrovata.»

L’uomo sorride e continua a sfogliare il volume di inizio Novecento che tiene tra le mani.

«Il manoscritto originale, contenuto in pergamene legate in forma di codex, è completo ed è al sicuro in casa mia» mi corregge.

«Mi spiace, ma non è possibile» lo contraddico.

«Niente è impossibile per un vero collezionista» e calca l’accento sul sostantivo, a sottolineare la distanza tra la mera volontà, l’ambizione, i sogni, e la realtà: tra lui e gli altri… tra me e lui. «Lo vuol forse vedere?»

Non riesco neanche ad abbozzare una risposta. Rimango sulle mie, sospettoso, temendo che dietro quell’inaspettata rivelazione e la generosa offerta si nasconda un ingegnoso stratagemma.

«Sa chi era Zosimo?» Riprende Emidio Vauro e, posato il volume, si allontana, in tutto simile alla fiera che si distanzia dalla sua preda, tanto da non fargli intendere di essere seguita, e rimanendo sottovento continua a sorvegliarla, pronta a ghermirla e a sferrare il colpo mortale.

«Uno storico, ma anche un giurista... visse durante il regno dell’imperatore Giustino» spiego.

«Ha una buona memoria, caro il mio libraio.»

«Uno storico scadente dalla prosa pomposa, un narratore superficiale privo di carattere e di mordente, ma...» mi interrompo e ricordo di colpo qualcosa di importante che preferisco tacere.

«Ma?» Mi sollecita l’uomo.

«Alcuni sostengono che fosse un farmacista; ma non un farmacista qualsiasi… il più grande fino ad allora... e che la Ίστορία Νέα sia non un’opera di storia scadente, ma un grandioso, unico, codice criptato» mi decido a continuare.

«E che proprio la parte mancante costituisca la chiave per decifrare il codice» aggiunge Emidio Vauro, sorridente e soddisfatto, e inala il contenuto di una piccola bomboletta spray.

«Ricordo anche» aggiungo, scavando nella memoria «che qualcuno affermava che egli avesse trovato una cura per il cancro, con una singolare mistura di erbe rimasta ignota...»

«Ho impiegato dieci anni a decifrare quel codice, e tutte le mie risorse. Mi creda, non soltanto un grande farmacista. Ma il più grande. Zosimo mi ha salvato la vita» conclude, e mi mette in mano una fotografia che tiene dentro la tasca della giacca.

La prendo e la giro: ritrae un uomo in un letto, pallido e senza capelli, lo sguardo spento.

«Lei?» Balbetto, indicandolo.

«Io, poco prima di riuscire a decifrare Zosimo. Mi avevano dato pochi mesi di vita. Le terapie chemioterapiche erano fallite. Devo ringraziare Zosimo e... lei. Mi avete salvato la vita.»

«Io?» Domando stupito. «Perché?»

«Perché quindici anni fa ho acquistato da lei le pergamene di Zosimo...»

«Da me? Non è possibile... No, lo escludo» balbetto ancora.

«L’opera completa di Zosimo era nascosta in un manoscritto. Le pagine di pergamena erano unite in due a formare un unico foglio. La scoperta l’ha fatta il mio piccolo aiutante, per caso» mi spiega, e indica il grosso gatto nero che tiene curiosamente al guinzaglio e di cui, fino ad allora, non mi sono accorto.

«Qual era il libro?» Mormoro.

«Expositio ad Mattheum, di Remigio di Auxerre. Ricorda? Nel 1998 mi costò più di cinquanta milioni.»

Rammento le pergamene di Remigio, che ho tenuto con me per oltre due anni senza trovare un acquirente all’altezza. Ricordo di aver sfogliato innumerevoli volte quelle pagine, con attenzione, impegno, delicatezza. Pagine antiche quasi mille anni. La rabbia nata dall’impotenza mi porta a maledire me stesso.

Non ho capito nulla, penso, pieno d’ira.

Spalanco gli occhi e l’aria quasi mi viene a mancare.

Per lo stupore, l’invidia e la delusione di non essere stato io a scoprire quel testo unico che avevo cercato per tutta una vita e che era stato nelle mie mani, per due lunghi anni, senza che avessi capito nulla.

L’emozione mi tolse il respiro.

«Perché non lo rivela al mondo?»

«Non è ancora giunto il momento. Ma lei lo vuole vedere?» suggerisce, sfoggiando un sorriso largo e amichevole.

Cade ogni difesa e ogni barriera.

«Dove?» Domando, ancora sconvolto da quella rivelazione, mentre ripercorro uno ad uno i giorni in cui avevo avuto con me il codice senza capire nulla.

Spinto dalla curiosità metto da parte ogni cautela e indugio e, per un attimo, mi balugina persino l’idea di uccidere quell’uomo, invaso e diretto dalla mia stessa ossessione, ma che aveva dimostrato di avere più capacità o, soltanto, più fortuna di me.

Un uomo, rimugino, che per forza sarà solo al mondo, come lo sono io.

«A casa mia domani sera» propone, e porta di nuovo l’inalatore alla bocca, mentre mi consegna uno sbiadito biglietto da visita con il suo indirizzo.

«Sarò puntuale, non tema.»

«Oh, non ho dubbi...» risponde, e mi porge la sua mano, fredda e diafana.

La sera seguente mi presento all’orario stabilito e mi attardo all’ingresso, incerto sul da farsi.

Decido di suonare.

La casa è elegante senza essere lussuosa, ma anonima e mi stupisce non vedere librerie o scaffali da nessuna parte né, tanto meno, libri.

Emidio Vauro mi rivela di essere solo in casa. Di non avere moglie o famiglia. Mi confida, mi pare con una punta di sincero rammarico, che i libri sono l’unica cosa viva della sua vita.

Come mai prima d’allora ho l’impressione di trovarmi davanti al mio doppione esatto. Poi mi offre da bere e mi intratteene con chiacchiere e confidenze vuote; d’improvviso si alza e si allontana, senza dire una parola, torna dopo qualche istante con il voluminoso involucro che contiene le pergamene.

Apre il panno che contiene il manoscritto originale di Zosimo di Panopoli, ma non riesco a vedere altro che l’Expositio ad Mattheum che gli ho venduto anni prima.

«Dov’è l’opera di Zosimo» chiedo, e trattengo il respiro.

«Guardi meglio. È lì, davanti ai suoi occhi... il tesoro lo tiene in mano» mi garantisce.

Continuo a sfogliare il volume, con le mani che tremano per la trepidazione.

«Lei è libero... finalmente» mi sussurra, con un sorriso beffardo, mentre ogni cosa intorno a me si fa sfocata.

«Il tesoro l’ho in mano io... sono un uomo libero» ripeto, mentre il mondo intorno a me perde i suoi contorni.

Quando mi sveglio, il giorno seguente, dolorante e intontito, noto intorno a me degli agenti di polizia, e una donna fuori di sé che ripete la parola ladro continuando a indicare verso me.

D’istinto con le mani vado alla ricerca delle chiavi di casa nella tasca dei pantaloni.

Gli agenti che mi riaccompagnano constatano che l’uscio è aperto e che il mio appartamento sembra sia stato svuotato; entro barcollante nella stanza blindata che ha contenuto il tesoro di lunghi decenni di fatiche e di privazioni, e la voce di quell’uomo inizia a rimbombare nella mia mente: sei un uomo libero.

Emidio Vauro, o comunque si chiamasse, non ha lasciato neanche uno dei preziosi libri a cui avevo dedicato la mia intera esistenza.

 

Questo il fatto o, se preferite, l’antefatto.

Perché il senso di quell’ultima frase che mi disse l’ho compresa solo più tardi: sei un uomo libero.

Per due anni ho pensato alla beffa finale e crudele di un uomo senza sentimenti, di un astuto ladro di vita.

Ma oggi io sono un uomo libero; mi conoscono tutti nella cittadina dove ho scelto di ricominciare la mia vita, e finalmente libero ho trovato qualcuno che mi aspetta a casa, ogni sera, e che mi accoglie con affetto, con un sorriso e un abbraccio.

Il mio lavoro non è cambiato, vendo sempre libri. Ma adesso non sono più oggetti da accumulare e collezionare; essi non sono più una barriera, non hanno più un valore di scambio, non formano più il recinto che racchiude il mio angusto universo, ma sono essi stessi un formidabile mezzo per scambiare esperienze e sono loro che mi uniscono agli altri esseri umani invece che separarmene: attraverso di essi io do e ricevo.

E solo adesso, mi sono reso conto, i miei libri sono vivi e sono capaci di regalarmi quella saggezza, quella maturità e quella serena calma e soddisfazione che prima non ho mai conosciuto.


 

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