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@Monica

[BP1] Nessuna luce

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traccia n. 3


 

Nessuna luce

a rischiarare la notte

di silenzio nutrita.

Sprofondato il corpo

giù all’inferno entra

 

Niente mi scuote.

Immobile come una città 

stampigliata

 

Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace


C’è calma

mentre affondo 

piena di vuoto

e vince 

Il gioco già deciso

dal cielo notturno 

 


 

Spoiler

 

In piedi, dritta e immobile, guardo un buco nero avanti a me. Scruto in quella direzione solo perché so che la città è lì. Non vedo niente: nessuna luce, nessun segnale di vita, nessuna finestra illuminata a dire che una famiglia sta bene, nessun’automobile in movimento a rischiarare lontananze con i fari. Buio. Oscurità.

Cinque ore fa la terra si è aperta, ha urlato tonante squarciando la notte in un attimo eterno spolverato da coltre biancastra. Ruggito antico s’è levato sotterraneo spaccando, spezzando, straziando… la terra e la vita. Rimbomba ancora, galleggia sul velo di polvere spessa tutt’intorno e scuote la valle sprofondandola in un silenzio potente e autorevole. Passa vigile quel che resta della notte: nutrita di terrore, scivola in un giorno senza sogni di un sonno non goduto. Occhi sbarrati. Sguardi vuoti.

 

Eccolo di nuovo... Boato improvviso che squassa i miei pensieri rotolanti e scombinati, ne interrompe il turbinio per il tempo che dura. Poi, gli stessi, tornano a sibilarmi in testa senza senso. Vorticosi e senza nesso. Come un fischio.

È sprofondato il corpo dell’Aquila? Non si sa nulla della città non luogo. 

Non ci sono radio, né televisioni. Le strade sono interrotte e il ponte crollato. Nessuno risponde all’appello. Non ho la possibilità di parlare con quelli che conosco: irraggiungibile io agli altri, loro a me. 

Nessuna notizia. Interruzione.

Non so se ce l’hanno fatta. Mancanza. 

Come stanno? Vuoto.

Non avevo mai visto l’assenza prendere una forma così densa e pesante.

 

Mi ritrovo nello spazio più aperto di un paese vicino: un campo da calcio. Fluttuo in questo rettangolo rubato al consueto gioco di squadre locali, in questo recinto indefinito vivo l’ossimoro di un riparo all’aperto: oggi la sicurezza è all’addiaccio.

Poi, l’orizzonte accende il giorno. Intravedo un flebile spiraglio di luce sui contorni dei monti, una fessura preannuncia un’alba sempre uguale che a me sembra crudele.

No… Che fai… Sorgi? Dovresti vergognarti e rimanere giù all’inferno anche tu! 

Vorrei proprio urlarglielo al sole.

Il cielo è ancora generoso delle nuvole dell’acquazzone di stanotte, si appoggia pesante tutt’intorno e non limita più i tetti, ci entra dentro, fa da sfondo alle pareti delle stanze, oppure capolino tra uno squarcio e l’altro di varie intimità.

Oggi è solo il giorno dopo. La terra è fango in questo affollato campo di calcio che si fa poco a poco “campo sfollato”, annegando nell’assenza di rivoli di riflusso della pioggia caduta e nella mancanza di pedane rialzate. Non c’è niente oltre le tende blu piene di acqua. Mancano bagni e riscaldamenti, non ci sono neanche sedie su cui lasciarsi cadere.

Questo isolamento acustico diurno mi scuote. Spaventoso, terribile, agghiacciante. Quello notturno mi sembrava dormire di normalità. Dalle campagne intorno arriva qualche latrato di cane più simile a un ululato sofferente e ogni rutto del suolo mi assale con terrore: scossa, tremo dentro e fuori.  Senza agitarmi. Senza gridarlo. 

Resto muta, piccola e vuota. 

Attenta e allerta.

So che una spaccatura di venti centimetri corre lungo quindici chilometri di prati incolti e coltivati. La cerco. La trovo. Cammino per un po’ il suo solco.

Ancora un boato detonante e la strada sterrata che ho di fronte diventa serpente ondulante, si alza, avanza verso me, scende giù, procede rasoterra, scava in superficie… Non sibila. È un tuono che rimbomba fragoroso. Incontra il mio mutismo mentre calibro il baricentro per rimanere in equilibrio, poi mi oltrepassa e segue la sua corsa: due case avanti a me implodono e, in un tempo infinitesimale, diventano pulviscolo svolazzante e inconsistente. Polvere.

Non ho domande, non cerco risposte.

 

Nel campo sguardi sconvolti camminano e occhi persi come i miei guardano il nulla. Corpi svuotati stretti in guaine irrigidite restano pietrificati nell’immobilità, mentre schiere d’individui disordinati e arruffati si muovono a malapena. Assenze, presenze sospese, vite congelate in ventotto secondi appesi alle tre e trentadue di ieri notte. Occupiamo il limbo che ci ha ingoiati e non ci riconosciamo, nessuno sembra umano. Attesa nei gesti cristallizzati e incapacità di riempire questo lungo tempo, immobile nel sangue di giovani e vecchi. I bambini consumano quel po’ di spazio disponibile: come cani alla catena si guardano l’un l’altro e non sanno cosa fare. 

Io mi cerco sommessa senza percepirmi. 

Mi aiuta la forza d’inerzia.

 

Oggi è Pasqua. Per l’occasione, un catering dell’Alberghiero di una città della costa ci ha portato un enorme pranzo. Noi facciamo la fila senza motivo e riempiamo i piatti fino a farli traboccare di tutto ciò che possono contenere. Impiliamo cibo su cibo e mangiamo senza fame: un pieno di abbondanza che stride con tutto. 

Anche i clown stonano con il resto: sfacciati i colori sgargianti, indiscreta l’invadente ironia, fastidiosa e violenta la loro ilarità stampigliata sulla nostra tragedia. Pretendono sorrisi da bambini terrorizzati, mentre simulano un forzatissimo ‘abbraccio terremotato’ su un bancale traballante. Una pacca sulla spalla, ti giri, e joker vuole insistentemente far ridere anche te. 

— Ingoiatelo quel naso rosso!  — stronzo… — Devo conoscere questo mio me e ciò che sono diventata ora. —

So ridere da sola delle mie tragedie, ma voglio poter cogliere l’istante del sorriso spontaneo in questo momento di cordoglio dolente. Senza forzature. Per questo il cuore mi si apre e sorride da solo quando ascolto quel signore. L’anziana donna ripete dondolando che ha perso la casa. Lui: “Signò, la gente normale se perde le chiavi! Ma la casa… ji no lo so sentito mai". Lei, sorpresa di fronte a tanta genuinità, lo guarda stranita, poi lo abbraccia e ride di pianto.

Di noi si dice che ce la facciamo. Si è sempre detto. 

Di noi si apprezza forza e gentilezza. È sempre stato così.

 

Oggi succede qualcosa oltre la recinzione, però.

Con silenzio composto, quasi a non volere disturbare, alcuni uomini scaricano oggetti da un furgone. Ogni tanto ci guardano. Per lo più rimangono concentrati su quello che stanno facendo e nel muoversi quasi non fanno rumore. Noi, dall’altra parte della rete, oltre i rombi metallici, fissiamo curiosi il prato. In poco tempo un enorme ventilatore, cavi d’acciaio, corde e bombole di gas abitano l’erba alta e bagnata. Poi, viene srotolato un lungo telo che giace per un po’, immobile e dormiente, davanti ai nostri volti e sotto un cielo livido. Qualcuno di noi comincia a raggiungerli.

C’è calma nei gesti necessari e qualche incredulità un po’ sopita non capisce cos’è.

Io, nell’osservare, godo la sospensione dell’attesa. 

Una specie di enorme saldatore a gas, collegato alle bombole, sputa lingue di fuoco che scaldano l’aria, mentre il ventilatore la direziona verso la bocca del telo, dove entra accomodandosi come acqua di onda di mare.

Sembra prendere vita. Si sveglia. Respira nell’erba e piano piano si fa grande. Morbidezza nascente in cui affondo la mano per un po’, poi si gonfia e, piena di vuoto, si solleva e si fa forma, si alza leggera: un enorme bolla d’aria su una cesta di vimini che sembra davvero troppo piccola. In mezzo, un cuore sbuffante alimenta il caldo con battito ardente e vince l’aria.

Stupore davanti a questo strano gigante. Esiste davvero! Il gioco già deciso aspetterà. oggi si vola.

— Mamma, posso volare?

Emozioni grandi e bambine affiorano tra abbracci di uomini e donne che traghettano bimbi e sorrisi. Nessuno è raggiante, la paura è tutta lì, ma un piccolo spiraglio di normalità fa godere l’inattesa sorpresa. Anche se solo per il poco tempo che dura.

Lo so, domani al risveglio saremo ancora proiezioni deformate di noi stessi, ma sotto quella caverna di blu accecante, circondata dal cielo immenso e leggero, mi sono ritrovata in un ricordo di bambina, un’immagine viva che mi ha riconsegnato un po’ di me: il libro di Jules Verne sul copriletto arancione della mia cameretta, proprio lì, sull’angolo del letto, prima che il mio calcio notturno lo buttasse giù. 

Per me, le mongolfiere abitavano lì…

 

 

 

 

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Nei tuoi versi, le parole innestate danno ritmo e senso alla disperazione. Ma, nel "dolente silenzio" che "srotolato giace" (bellissimo attributo), tu raffiguri la calma della caduta, 

data dalla consapevolezza del pensiero che tutto era già scritto dal destino. 

Per me sei stata brava, @@Monica :)

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Complimenti @@Monica, poesia molto bella e ben riuscita! Quasi si fa fatica a credere che tua abbia utilizzato la tecnica della blackout poetry.

 

13 ore fa, @Monica ha scritto:

Immobile come una città 

stampigliata

Personalmente forse trovo solo la scelta di 'stampigliata' poco adeguata, però è assolutamente un gusto personale.

 

13 ore fa, @Monica ha scritto:

Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace

Anche per me sono questi i versi più riusciti, oltre al finale che mi sembra molto potente.

Ottima prova!

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Ciao @@Monica

La tua “estrazione” mostra chiaramente un grande gusto per la forma e un discreto orecchio per la musicalità delle parole scelte. Mi resta giusto un piccolo dubbio su “stampigliata”, ma penso sia dettato più dal gusto personale che da un giudizio obiettivo. E forse l’unica spiegazione razionale che mi viene potrebbe essere l’accostamento un po’ stridente dei suoni “mp” e “gl”, in un contesto che altrimenti scorre molto agilmente.

Le immagini che compaiono nel testo sono molto evocative e cariche di echi vibranti e profondi, come nei versi “la notte / di silenzio nutrita”; oppure in quelli dove descrivi il silenzio in un modo per me magistrale: “Dolente il silenzio / oltre il prato / srotolato giace”. Davvero efficace anche il quasi-ossimoro incastonato nei versi finali: “mentre affondo / piena di vuoto”.

La sensazione che prevale è un grande senso di calma, ribadito anche nel finale (“C’è calma / mente affondo”), ma non di rassegnazione, anche se ormai tutto sembra “già deciso / dal cielo notturno”. Una calma che ben si rispecchia anche nel ritmo dei versi e nella loro struttura perfettamente circolare, esemplificata sia dalle immagini che ricorrono nei versi iniziali e finali (“la notte” all’inizio e il “cielo notturno” alla fine; “sprofondato il corpo” che si riflette nel “mentre affondo”), sia nella componente strettamente visiva, grafica, della poesia: cinque versi / tre versi; tre versi / cinque versi.

Complimenti. Per me, veramente un ottimo lavoro.

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Ciao @@Monica ,

mi piace lo stile che hai dato alla tua poesia: molto personale e intensa. Le parole si accostano senza fatica e la lettura scivola via (forse la parola stampigliata mi lascia qualche dubbio, o forse il suono quasi esotico che ha mi piace... Non lo so, sono indecisa se considerarlo uno stacco troppo netto dalla morbidezza che hai dato al testo, oppure considerarla un'eccentricità vistosa e necessaria, come quel neo che si dipingevano le donne sul viso qualche secolo fa).

Un bel testo che non lascia indifferenti.

Complimenti!

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Ospite

Ciao @@Monica

 

I tuoi versi sono veramente ben costruiti: eleganti, musicali e amalgamati in modo logico. La resa è ottima, un testo poetico molto intenso. La disperazione, la sofferenza, la malinconia e soprattutto la resa finale alle forze del Tempo e della Natura (finale meraviglioso: quei versi sono potenti) al lettore arriva tutto dritto nella "pancia".

 

Talia 

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Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

 

Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace

Ciao @@Monica.

La tua poesia è ben costruita, musicale, mi piace.

Aleggia rassegnazione.

Questa strofa per me è stupenda. Un uso originale, sapiente delle parole, nella loro semplicità questi versi sono perfetti.

Complimenti! 

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Ciao, @@Monica. Ho trovato la tua poesia molto curata sia sul piano lessicale che stilistico. L’attenzione verso ogni parola è ciò che mi ha colpito di più, persino quell’aggettivo stampigliata che non è scelto a caso ma forse (come l’altro, srotolato) più che per il significato vale per il suono, duro, quasi aggressivo, con quell’incontro di consonanti che creano dissonanza a livello fonico rispetto al resto del componimento. 

Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

Il gioco già deciso

dal cielo notturno 

Bellissima l’immagine finale di un cielo notturno personificato che gioca con il destino degli uomini.

Brava, @@Monica! A rileggerti:rosa:

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Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

Nessuna luce

a rischiarare la notte

di silenzio nutrita.

Sprofondato il corpo

giù all’inferno entra

 

Niente mi scuote.

Immobile come una città 

stampigliata

 

Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace


C’è calma

mentre affondo 

piena di vuoto

e vince 

Il gioco già deciso

dal cielo notturno 

Nessuna sbavatura: una coerenza perfetta tiene legati i vari segmenti della poesia. "La notte nutrita di silenzio" rappresenta un accordo esemplare. 

"Immobile come una città 

stampigliata": connessione ardita ma perfetta, in quanto pare tu ti riferisca a una figurina in cui è rappresentata la città, per forza di cose immobile. 

"Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace": costruzione aulica e di gran fascino. 

"affondo 

piena di vuoto": immagine piena di attrattiva;

"e vince 

Il gioco già deciso

dal cielo notturno": altra costruzione classica, in cui il predicato precede il soggetto. Degna conclusione di un componimento armonioso ed equilibrato. Grazie, @@Monica.

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@Ippolita2018 grazie a te Ippolita.

7 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

stampigliata": connessione ardita ma perfetta, in quanto pare tu ti riferisca a una figurina in cui è rappresentata la città, per forza di cose immobile. 

esatto! è proprio quello che intendevo.

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@@Monica Ciao, io devo dire sono assolutamente incapace di parlare di poesia e tanto più di scriverle, ma la tua istintivamente mi ha colpita subito. Mi piace.

Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace

Questi versi mi sembrano particolarmente belli.

Anche per me stampigliato ha un suono faticoso, però rileggendo più volte nell'ottica della metafora ci faccio l'abitudine.

Complimenti

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@@Monica

 

Entrare all'inferno in un silenzio, in una calma assoluta, essendo nonostante ciò ancora in grado di paragonarsi, fare confronti con la visione immota di una città, ricordi della visione di una città vista in lontananza, un simulacro, silenziosa, senza essere umani in vista ma con la segreta speranza che ci possano essere, che ci siano, per avere l'illusione di appartenere ancora all'umanità.

Questa calma, questa visione è qualcosa di sublime e tremendo allo stesso tempo. È come un compendio, i prodromi di un silenzio, di una solitudine a venire.

In questa calma visione carica di eternità, come l'ultimo desiderio di un condannato all'assoluto, appare struggente la visione della città, archetipo di vita alla quale si è appartenuti. Si continua a sprofondare nel vuoto eterno, evento impossibile da annullare. Tutto è già stato deciso dal cielo notturno che appare come una simbolica visione materiale, l'ultima concessa all'anima che ha vissuto fino a poco prima sotto l'involucro della carne, affinché possa comprendere e compenetrarsi, rassegnarsi alla sua condanna eterna.

Assolutamente tragico, di una tragicità barocca,  un barocco non decorativo ma dell'anima dico io.

Perdona questo commento pseudo escatologico; i versi, costruiti davvero con maestria, precisione, ricchezza di significati reconditi e suscettibili di ulteriori audaci fantasie, mi hanno fatto venire in mente queste immagini, mi hanno colpito così.

Molto brava.

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Non è facile esprimere a parole le impressioni dopo aver letto il compimento, ma qualunque modo si possa provare , è evidente l'intensità con cui si recepisce. Si recepisce un senso di definitività, di antiretorica, di sobria esposizione del dramma, nessuna parola inutile, nessun pensiero di speranza. Qualunque sensazione superflua si mette da parte perché chi legga si focalizzi massimamente sull'evento della caduta, della morte, che si esperisce come un colpo secco, che non richiede  nulla di diverso da sè per trasmettere il senso della sua importanza. "Nessuna luce" raccomanda il titolo, perché nulla ha importanza che si veda, nel momento in cui si cessa di vivere, e al contempo l'oscurità dell'ambientazione sembra accompagnare, preannunciare il buio dell'Inferno, un Inferno che non sono le fiamme e i diavoli col forcone, ma (ricorderò sempre la mia prof. di Religione delle Superiori che una volta lo spiegò così) "il luogo dove non c'è Dio", dove non c'è la Fonte di ogni luce, l'assoluto buio. Senza quel riferimento all'Inferno, la morte non avrebbe comunicato allo stesso modo, in combutta con tutta la descrizione dello sfondo, quel senso di Nulla, di vuoto, dove il linguaggio si riduce al minimo necessario, in una coerenza complessiva dei contenuti del componimento ben espressa e comunicata.

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Cara @@Monica arrivo in ritardo a commentare questo componimento dal fascino crepuscolare.

Comincio subito col dire che la cosa che mi ha colpito di più è stata la tua scelta di utilizzare dei periodi decostruiti, in modo tale che la struttura del periodo sia inverso rispetto all'ordine classico.

L'effetto di queste 'fratture' del linguaggio mi ha suscitato un'impressione molto forte, come di una scossa che attraversi (dai versi) il poeta e il lettore, comunicando un senso di spaesamento, di 'interruzione' dell'ordinario.

Non a caso il testo di base descrive proprio questo: lo sconvolgimento dell'ordine consueto, a favore di un prepotente senso di perdita e di alienazione.

 

Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

Nessuna luce

a rischiarare la notte

di silenzio nutrita.

Sprofondato il corpo

giù all’inferno entra

 

 

Apertura brutale, capace di colpire subito la sensibilità del lettore. 

La prima inversione la troviamo là nel terzo verso, con quella notte che da soggetto si trova ridotta a oggetto del discorso: c'è da chiedersi se venga prima la notte o il silenzio, su quale fra questi due elementi abbia il rapporto di forza.

Tuttavia è con il quarto e quinto verso che arriva 'la mazzata' più forte: la parola 'inferno', incredibilmente diretta, scabra e priva di connotazioni qualitative, colpisce più di qualunque aggettivo o immagine pantagruelica.

Qui l'inversione è ancora più cacofonica, il suo disaccordo con l'ordine classico del periodo è ancora più stridente. Sembra quasi che le parole subiscano il peso dello smarrimento del poeta, collassando e perdendosi.

 

Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

Niente mi scuote.

Immobile come una città 

stampigliata

 

Dolente il silenzio

oltre il prato

srotolato giace

 

In una parola: IMMOBILITA'.

L'inerzia si rivela di nuovo essere il vero supplizio del gestalt poetico: nei primi versi si avvertiva un mondo (esteriore) immobile e quieto (notte + silenzio).

Adesso invece scopriamo che la sospensione del silenzio è più interiore che esteriore ('niente mi scuote'), tanto da ridurre l'intera coscienza umana ad una vasta landa piena di rovine ("Immobile come una città/ stampigliata" - metafora assolutamente sublime, nella sua atrocità).

 

Il 21/11/2020 alle 02:38, @Monica ha scritto:

C’è calma

mentre affondo 

piena di vuoto

e vince 

Il gioco già deciso

dal cielo notturno 

 

La chiusura offre una chiusa perfettamente in linea con il resto del poema: un lento affievolirsi della coscienza, un oblio incipiente che avvolge e cancella ogni cosa.

Per ultimo: lo sguardo poetico che affonda.

C'è qualcosa che si può fare per evitarlo? Una speranza di luce, di rivalsa? No, purtroppo no: l'esito di questo scontro era "già deciso" (sic.) dal cielo.

 

In sintesi: una discesa nell'oblio e nell'annebbiamento, senza possibilità di salvezza. Sia per il tema trattato che per lo stile (asciutto e scabro) il poema si colloca in una regione della poesia moderna, anche se in qualche modo richiama uno spirito da crepuscolarismo del primo novecento.

Pur nella sua totale e completa disperazione, il poema propone spunti poetici di una rara bellezza.

Personalmente, mi è parso molto cupo (forse troppo), ma ciò non di meno ho apprezzato molto la delicatezza e la sobrietà del testo.

Altri poeti si sarebbero crogiolati nell'abuso emotivo: tu invece hai mantenuto un tono parco di emozioni, lasciando trapelare solo il giusto...

Una buona prova di cavierdage e un poema interessante.

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@greenintro @Nerio Davvero grazie per il passaggio e per i commenti così approfonditi. In genere non riesco ad amare molto quello che scrivo, ci trovo sempre una infinità di difetti. Si vede che usare le parole di altri come i questo esperimento di  B.P.  è stato utile!

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