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Alberto Monroy

Il libraio, parte seconda di tre

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La sera successiva, in negozio, sono immerso nella lettura di una prima edizione acquistata all’ultima mostra del libro antico di Milano: mi colpisce il silenzio e solo allora mi accorgo che è notte fonda. Nessun rumore dalla strada, e la nebbia come una cortina ad attutire suoni e luci, e a ridurre il mondo a una monocromia senza contorni.

«C’è un silenzio terribile» mormoro, e sento un brivido corrermi lungo la schiena.

Ho la sensazione di essere sull’orlo di un abisso e di poter precipitare nell’oscurità anche con un solo passo falso.

Mi decido a chiudere e, serrata la saracinesca, mi avvio di fretta verso casa. Ho subito la sensazione di passi alle mie spalle. Volto il primo angolo di proposito, ma la sensazione dura ancora. E allora mi fermo, e ascolto, cercando di cogliere un suono che possa indicarmi la presenza di un estraneo; ma riesco a distinguere solo il silenzio, interrotto dal rumore di ruote sull’asfalto umido, e il latrare di cani in lontananza. Riprendo a camminare, ma l’impressione di essere seguito diviene prepotente.

Chissà se la solitudine sopra cui ho adagiato la mia esistenza non abbia sollecitato qualche tipo di paranoia, mi domando, e se io abbia finito per assorbire le fissazioni dei miei clienti, oppresso come loro dall’impulso di accumulare opere uniche.

Cos’è la mia vita, mi interrogo… E accelero il passo nel tentativo di distanziare il mio inseguitore.

Le uniche emozioni che mi fanno sentire vivo le ho isolate e concentrate nel ristretto andito lavorativo; ma per quanto tempo ancora funzionerà? Non ho riflettuto sulla solitudine perché di rado mi sono sentito tanto solo come adesso. Ricordo quel passo del Ad se ipsum in cui Marco Aurelio esorta se stesso a cogliere l’istante che rende ogni momento unico.

Sfruttare le gioie che la vita dona in ogni momento? Mi chiedo.

Ne ho sempre dubitato, la vita è fatta di istanti unici, però ognuno di essi, col tempo, scompare e diventa un ricordo che lascia un sapore amaro in bocca.

Vivere, momento dopo momento, non agevola il dare un senso alla propria vita, penso. Nessuna esperienza vissuta, nessun attimo fuggente può servire a regalarmi la lucidità di una visione né la consapevolezza di quel singolo momento. Carpe diem quam minima credula postero, scrive Orazio, ed è un invito a non preoccuparsi del futuro.

Ma questo in fondo significa nessuna felicità, né fuggente né duratura, e ormai arrivato oltre i cinquant’anni sento il corpo invecchiare e capisco che sarà il tempo a risolvere ogni cosa.

Migliaia di istanti erano scivolati su di me come pioggia, uguali gli uni agli altri, indistinguibili e uniti dall’indifferenza in cui annego; cogliere l’istante non vuol dire afferrare il momento, l’occasione propizia, o vivere l’intera vita con l’intensità di un solo attimo, quanto rendersi conto che ogni goccia di vita e di consapevolezza è preziosa pure se si perde nell’immenso Oceano del Tempo.

Mi ci vuole mezz’ora a piedi dalla libreria al mio appartamento, al terzo piano di una palazzina dalle parti del parco del Meisino; in questo luogo conduco la mia esistenza tranquilla e isolata, lontana dal mio prossimo. Di rado mi fermo a parlare con altri condomini, per non parlare degli abitanti del quartiere; passanti che osservo a distanza, senza interesse, quasi con fastidio. Non ho mai voluto sposarmi; le donne mi hanno attirato da ragazzo, ma sono bastate un paio di disavventure per mettermi sulla difensiva, per farmi perdere la voglia di prendere l’iniziativa. In tanti anni non ho mai sperimentato un legame emotivo serio con un altro essere umano.

L’unica emozione che mi è rimasta è l’indifferenza e l’unico legame duraturo che sono riuscito a costruire è quello con i miei libri.

I miei libri sono la mia vita e il mio unico tesoro.

In una stanza del mio appartamento, trasformata in caveau, ho nascosto il mio patrimonio, accumulato in tanti anni di sacrifici, composto da volumi del seicento e del settecento, da incunaboli, da pergamene, persino da antichi papiri, non c’è bisogno di sottolinearlo, rari e preziosi. Un tesoro celato anche a me stesso: soprattutto a me stesso. Come fosse una caparra, una firma di garanzia per un contratto con una clausola che non si avvera, per una vita che non arriva e che si allontana, giorno dopo giorno.

 

Mi attardo sul portone e, prima di entrare, scruto l’oscurità alla ricerca di un segno. La nebbia si è fatta meno fitta e lo sguardo si ferma sul parcheggio vicino. Mi sembra di vedere un uomo nei pressi di un furgoncino scuro; e ho la sensazione che mi stia osservando, mi domando se sia l’individuo che mi ha seguito fin lì. E quell’automezzo, sono sicuro di averlo già visto parcheggiato la sera prima e quella prima ancora.

Qualcuno che abita qui.

E il pensiero ha l’effetto di un tranquillante. Apro il portone e mi accorgo che il furgone è andato via; per qualche attimo osservo l’asfalto vuoto e vengo invaso da una senso di inquietudine. Attraverso a passi svelti l’atrio vuoto, illuminato da una fioca lampadina, e mi trovo davanti alla porta dell’ascensore; la cabina vuota mi offre un senso di sollievo. Entro e spingo il pulsante del piano, tiro fuori dalla tasca le chiavi che serrano la spessa porta blindata e, in un attimo, sono dentro.

«Al sicuro, al sicuro» ripeto a voce alta, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle.

 

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