Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Alberto Monroy

Il libraio, parte prima di tre

Post raccomandati

Alzo il capo e cerco l’orologio appeso alla parete.

«È ora di chiudere» mi esce come un mormorio.

Chiudo il volume e lo ripongo sulla scaffalatura di mezzo; è una pregevole prima edizione italiana del 1889 intitolata: Il delitto e il castigo, un volume con la legatura Morris e decoro di fogliame e piante.

Prelevo il denaro dal registratore di cassa, eccetto la banconota da venti euro che fa da esca, spengo le luci, inserisco l’allarme, calo la saracinesca, mi muovo in fretta pure se nessuno in casa aspetta il mio arrivo: a essere sincero, non c’è stato mai nessuno.

Da trent’anni non esiste altro che il lavoro: una libreria antiquaria, a Torino, in vicolo Grosso numero sei, non distante dalla basilica di Santa Maria Ausiliatrice; un luogo nascosto, silenzioso, seppure a due passi dalle vie del centro.

L’entrata è angusta, e anonima, nessuna insegna a indicare la funzione a parte quel Libreria antiquaria a lettere dorate impresse sulla vetrina; dove questo mese ho inserito un paio di atlanti a legatura greca esposti sopra una consolle a tre cassetti.

Il locale al centro ha le dimensioni di otto metri per quattro e comunica, per i lati maggiori, con due altri di dimensioni minori: a ogni parete si trovano delle scaffalature di mogano scuro affollate da libri di diverse taglie e forme.

Più che un libraio mi considero un collezionista e la mia, più che una libreria, la ritengo una galleria d’arte; un luogo silenzioso, e appartato, che consente ai miei clienti di perdersi tra antiche edizioni con brossure di spesso cartone o di antico marocchino e di trascorrere del tempo lasciandosi sedurre dall’aroma simile al tabacco stagionato che emana certa carta o il cuoio leggermente umido. Un luogo dove leggere nomi di case editrici perdute anche nel ricordo e vagare assorti dalle lettere d’oro di autori sconosciuti o dai titoli di opere ignote e dimenticate da tutti.

Per i clienti disposti a spendere riservo dei pezzi particolari; che non tengo in libreria, ma in casa, in una stanza con l’esatta concentrazione di umidità e la giusta temperatura, tenuti al sicuro da una porta blindata nascosta da una scaffalatura mobile.

Là dentro, solo per i miei sguardi, conservo la collezione privata che ho impiegato anni ad arricchire.

Da circa un mese ho messo le mani sopra un’opera particolare, un prezioso manoscritto medievale compilato in carta pergamena, legato con tavole di legno rivestite di cuoio impreziosito con smalti e avori. L’ho inseguito per parecchio tempo; e dalla sua vendita spero di ricavare un ampio utile per premiare la fatica della ricerca.

Ho contattato un possibile acquirente, un noto collezionista piemontese, un facoltoso imprenditore che ha per dimora una splendida villa, uno chateau perso tra le colline, disposto pare a investire la cifra considerevole a cui penso di cedere.

Quando mi convoca per mostrargli il pezzo prendo la macchina e mi perdo nel buio su per i tornanti delle colline boscose ai margini della città. Quando trovo il cancello percorro un ampio viale alberato fino allo spiazzale illuminato circondato da giardini all’italiana intervallati da boschi ben curati. Passo un controllo al metal detector e subisco una perquisizione corporale, ma questo è il minimo per trattare con personaggi prestigiosi; come mia abitudine, per presentare il volume, inizio a narrare le acrobazie che lo hanno condotto, attraverso i secoli, nelle mie mani e poi prendo a elencare i nomi dei precedenti possessori, per dimostrare quanto lustro un’opera del genere possa portare a una biblioteca. Ma il finanziere è allenato a non mostrare le sue emozioni, abituato a trattare o può darsi ancora non del tutto convinto a impegnarsi. Allora inizio a evocare il lavoro, faticoso e oscuro, di quel monaco amanuense che, centinaia di anni prima, aveva compilato l’opera e lo assicuro che il testo è la riproduzione dell’originale papiro sfuggito all’incendio della Biblioteca di Alessandria e poi andato perduto.

«È proprio sicuro, signor Policarpo?» Chiede il ricco uomo d’affari, con una punta di scetticismo, e il suo sorriso molle s’accompagna allo sgranarsi degli occhi.

«È un pezzo unico, glielo garantisco» lo rassicuro.

Non lascio che le sue obiezioni mi inquietino e rispondo: «una riproduzione del ΠΕΡΙ ΥΠΟΥΣ dello Pseudo Longino. Questa» confermo, indicando le fotografie, «è la parte che al mondo manca e che solo lei potrà leggere... e possedere.»

«Vedo bene, signor Policarpo. Ma voglio vedere il pezzo prima di procedere alla transazione» mi comunica l’uomo in tono neutro. «Per lei rappresenta un problema?»

«Chiaro che no, lo potrà vedere, se lo desidera.»

È questo il genere di persone che io frequento da tutta una vita; non dei comuni lettori, ma bibliofili, che amano l’ombra in cui si nascondono: all’eterna ricerca di quel pezzo letterario senza eguali per il quale sono disposti a cifre favolose: collezionisti che aspirano all’unicità e credono di poterla acquistare, ottenere, a volte a ogni costo: uomini che pensano di poter lasciare la loro impronta nella storia quali scopritori di un’opera già scritta: o accumulatori seriali di oggetti per il cui possesso è necessario il trasferimento di una cifra a cinque zeri, o a sei.

 

(continua)

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ti chiedo la cortesia di leggere il regolamento di sezione prima di continuare a pubblicare.

Chiudo anche questo capitolo per assenza di link al commento.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite
Questa discussione è chiusa.

×