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Befana Profana

[MI 143] Astigmatica

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commento a "Il viaggio al termine della notte"

Traccia di mezzogiorno: Daltonici, presbiti, mendicanti di vista

 

 

Astigmatismo. Sembrerebbe il nome di un hobby intrigante, qualcosa come il modellismo in più sofisticato, o l’alpinismo in meno faticoso. Un hobby raffinato, di sicuro: quellastigma iniziale ha un portamento così distinto… invece no: l’alfa privativo davanti a "stigma" (punto) indica che la cornea non visualizza i punti ma li allunga in lineette, deformando l’immagine.

Un difetto della vista piuttosto diffuso, quasi banale. Ma la prima volta che ne sentii parlare (non avevo ancora sei anni e mamma mi aveva portato dal “dottore degli occhi” perché era chiaro che i miei non funzionavano bene) mi sembrò una cosa brutta.

«Signora, la bambina è astigmatica.»

Sarà perché rimava con antipatica, ma non mi piacque per nulla, e nemmeno il dottore mi convinceva granché, con quella voce gracchiante. “Astigmatico ci sarai tu” pensai, e forse lo pensai troppo forte perché mamma mi pizzicò piano il braccio, a mo’ di richiamo, come faceva quando dimenticavo il buongiorno e grazie nei negozi, o dicevo “fa schifo!” invece di “non mi piace”.

«Scusi» dissi anche se non sapevo di cosa mi stessi scusando poiché ero sicura di averle solo pensate quelle cose sul dottore. La mia opinione su di lui non migliorò quando mi mise sul naso una ridicola montatura di ferro con dei cerchi dentati e numerati (pareva uno di quegli strumenti di tortura assurdi che Macchia Nera inventava per fare del male a Topolino) e cominciò a far sfilare diverse lenti tonde, per trovare “quelle più adatte ai tuoi occhietti”. Mai avrei portato quelle cose in pubblico, non mi importava di vederci male, di essere costretta a strizzare le palpebre o incollare il naso alla tv e alle pagine dei fumetti per mettere a fuoco le immagini, ci ero abituata, come ero abituata a riconoscere cosa si mangiava per pranzo più dall’odore che dall’aspetto di quello che bolliva in pentola. Che se le mettesse lui, quelle robe sulla faccia, io non ci pensavo nemmeno!

Ma non ebbi voce in capitolo, naturalmente.

«Non essere ridicola!» fu la risposta di mamma alle mie proteste. Potevo pestare i piedi quanto volevo, dovetti pestarli fin dentro la bottega dell’ottico. Per fortuna, lì scoprii che potevo scegliere tra montature di tutti i colori e le forme, molto più carine di quella di prova del dottore. Non che fossi felice di dover portare gli occhiali, ma sceglierne un paio rossi con tanti cuoricini bianchi sulle aste mi addolcì un po’ la contrarietà. Il «Dopo andiamo in edicola a comprare un giornalino nuovo e vedrai come lo leggerai bene, ora» di mia madre finì per cancellarla del tutto, la contrarietà. I miei primi occhiali. Ce ne sono stati molti dopo, ma quelli, quanto li ho amati! Poco importava che a scuola mi prendessero in giro, ne andavo fiera. Potevano darmi della quattrocchi o della talpa quanto volevano, vederci bene fu una scoperta sensazionale. Mi si schiudeva un mondo nuovo.

La mattina aprivo gli occhi nella foschia abituale, ma mi bastava infilare gli occhiali per vederla scomparire e scorgere ogni dettaglio: il libro illustrato sul comodino, gli adesivi dei Puffi sull’armadio… che sensazione di appagamento, quella di vederci “normalmente”.

Eppure, allora non lo sapevo, ci sarebbero stati momenti in cui il vero lusso sarebbe stato l’astigmatismo e avrei rinunciato agli occhiali di proposito e con proposito. Quegli occhi difettosi erano il mio superpotere, anche se da bambina ancora non me ne rendevo conto.

Fu la nonna a mettermi la pulce all’orecchio, quand’ero ancora poco più che una ragazzina, un giorno che mi lamentavo degli occhiali.

«Te lo ricordi quant’era brutto nonno Tobia? Da giovane lo era ancor di più. Gli dissi di sì perché non ci volevo più stare in casa a servire i miei, e avevo già una certa età. Ed era un brav’uomo, certo, ma brutto come il culo del demonio. Ma bastava che togliessi gli occhiali, la sera nel letto, e potevo far finta che avesse fascino. Potevo persino immaginare che assomigliasse a Tyron Power. Poi c’ho fatto l’abitudine e non mi faceva più impressione, ma credi che ci avrei fatto tutti quei figli se c’avessi visto bene?»

Diventai rossa, scandalizzata, era molto meno pudica di me, la nonna, ma quella cosa non la dimenticai. È vero, è utile, a volte, non vederci bene. E non parlo delle scene alla Marylin Monroe in “Come sposare un milionario”, per quanto lo sguardo ciecato e la palpebra a mezz’asta abbiano un effetto garantito sui maschi, soprattutto quelli giovani, sarà per via della sindrome da cavaliere senza macchia e senza paura che deve proteggere la fanciulla fragile e bisognosa. In ogni caso, non lo rinnego, ne ho abusato. Anche perché gli occhiali mal si abbinavano al tubino nero e al tacco dodici. Non erano di moda, allora. Il vezzo dell’occhiale come accessorio sexy è arrivato dopo, fino a vedere gente che non ne aveva bisogno uscire di casa con gli occhiali finti. Che sciocchezza! Che ne sapevano loro di chi come me doveva portarli sempre e si massaggiava ogni sera la gobbina sul naso, piccola ma sempre più evidente, causata da quegli accessori magici e dannati insieme. E il segno delle stanghette sulle orecchie, vogliamo parlarne? No, mi distraggo, dicevo dell’utilità di non vederci. E non per farsi piacere un partner sessuale non proprio apollineo, come suggeriva nonna, per fortuna mai avuto questo problema. Ma, per esempio, rispondere «non avevo gli occhiali» ai «ma non mi hai vista, mi sono sbracciata per chiamarti e hai tirato dritto» (ho anche la versione «scusa, devo rifare gli occhiali, con questi non ci vedo più» in caso il molesto interlocutore ricordasse bene che li portavi sul naso al momento dell’incontro). O «non posso, ho rotto gli occhiali» per rifiutare un invito al cinema. La scusa perfetta. O togliere gli occhiali per sembrare più sincera annuendo al “guarda com’è bello mio figlio” di un collega.

Quante volte m’è stato detto «ma perché non ti operi e risolvi il problema una volta per tutte? Col laser, è un attimo.»

Ma che ne sanno, io non voglio liberarmene: ci sono momenti in cui quel problema diventa una forza. I momenti in cui non vuoi mettere a fuoco ciò che hai davanti, quelli brutti, quelli duri, in cui solo non vedere la realtà in tutta la sua miseria ti può salvare. Me ne accorsi il giorno in cui mi imbattei per caso nel mio fidanzato “al lavoro” inlinguato a una tizia davanti al bar dell’università. Una rabbia e un dolore così grandi che mi faceva male dappertutto. Tolsi gli occhiali appannati dalle lacrime che non volevo versare e… magia! Non vidi più che due silhouette confuse agitarsi davanti a me. Non che cambiasse nulla, con o senza occhiali lui non mi vide più, ma in quel momento sfocare l’immagine m’aiutò a non disintegrarmi.

Da allora presi l’abitudine di togliere gli occhiali ogni volta che quello che vedevo faceva troppo male. Meglio sfumarne i contorni, vedere macchie di colore strane e un po’ buffe, come in un sogno o in un trip psicotropo senza effetti secondari.

Può sembrare un atteggiamento infantile, immaturo, ma io penso che sia una forza. Una risorsa. Mi ha aiutata, quando mi sono dovuta chinare a baciare la guancia di mamma, il giorno del funerale, mi sono avvicinata alla sua pelle fredda, gli occhiali piegati nella tasca, strizzando gli occhi, concentrata solo sul suo profumo di sempre e sul blu intenso del vestito, quello che aveva scelto lei “per andarci elegante nell’aldilà”. Non vedevo né il raso della bara, né i fiori intorno, ma solo la mia mamma nel suo tailleur blu, ne immaginavo il sorriso, quello malizioso e irresistibile che era solo suo. Anche il cimitero sembrò meno triste: un giardino pieno di strani ovali sfocati e un pubblico di cartapesta dai colori sfumati e i contorni slabbrati. Un difetto prezioso, non ci voglio rinunciare, me lo terrò stretto fino alla fine.

Forse anche il giorno in cui la Signora con la falce verrà a cercare me, toglierò gli occhiali e la sua faccia sfocata mi sembrerà cordiale, quasi simpatica, grazie al mio potere d’astigmatica.

 

 

 

 

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@Befana Profana Bella prova anche la tua!  Hai aperto una pagina di diario, sono tornata bambina, ma il racconto trova la sua potenza nella parte finale. Un finale forte, dirompente, inatteso. Complimenti!

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Ciao @Befana Profana ,

bella, forte e intensa la voce di questa donna!

Trovo meravigliose le persone che riescono a fare dei loro (piccoli) punti deboli dei grandi punti di forza: qui citi il superpotere di sfumare la realtà! Magnifico!

Propongo un minuto di silenzio per nonno Tobia...

Complimenti: brava e pungente come sempre!

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Una pagina che sembra autobiografica (non so se lo è), ben scritta, piacevole da leggere. Non racconta proprio una storia, ma delle considerazioni sulla vita.

Il 15/11/2020 alle 20:21, Befana Profana ha scritto:

Forse anche il giorno in cui la Signora con la falce verrà a cercare me, toglierò gli occhiali e la sua faccia sfocata mi sembrerà cordiale, quasi simpatica, grazie al mio potere d’astigmatica.

Questo mi è piaciuto molto.

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@Befana Profana nel complesso l’ho trovato un racconto ‘medio’, senza picchi per creatività e stile (tranne la frase finale, che è davvero molto bella), ma ben scritto. Nel suo piccolo, fa la sua scena. Questo però è anche il suo limite. Si legge il racconto nell’attesa che qualcosa stia per cominciare, che il vero ‘corpo centrale’ della storia si manifesti, e si rimane però sempre in un’introduzione che non sfocia in nulla, ma che si prolunga in una narrazione di episodi ed esempi sull’utilità dell’astigmatismo. Manca qualcosa, un’idea per far esplodere il racconto, che rimane compresso in questo elenco di situazioni, per quanto tutte descritte con ottimo stile.

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@@Monica @Poeta Zaza grazie, siete troppo gentili :flower:

 

17 ore fa, caipiroska ha scritto:

le persone che riescono a fare dei loro (piccoli) punti deboli

mentre leggevo pensavo parlassi di quelli come me che si ostinano a scrivere racconti anche se non hanno in mente una trama xD invece parlavi dell'astigmatismo. Sei molto gentile, @caipiroska, ad aver apprezzato il mio racconto senza trama. Quanto al povero nonno, era un brav'uomo, ricordiamolo così ^^

 

15 ore fa, Poldo ha scritto:

Una pagina che sembra autobiografica (non so se lo è), ben scritta, piacevole da leggere. Non racconta proprio una storia, ma delle considerazioni sulla vita.

No, le uniche cose in comune con la narratrice sono gli occhiali a sei anni, i Topolino e l'adesivo dei Puffi :)

ero consapevole di non avere una storia in cui inserire lo spunto che mi era venuto in mente, ho cercato di palliare dandole una forma di diario - riflessione autobiografica. Ha dei limiti, lo so, ma un paio di cose mi piacevano e non volevo rinunciare a scriverle nonostante tutto. Grazie @Poldo

5 ore fa, Komorebi ha scritto:

Manca qualcosa,

Sei fin troppo gentile, direi che manca tutto, in realtà. Leggendo la traccia mi è venuta in mente una tizia che riflette al vantaggio del non mettere bene a fuoco e la cosa della nonna col nonno brutto nel letto, ho cercato di trovare un contesto, un aneddoto, una trama in cui inserire tutto, ma il tempo passava e non lo trovavo. Allora mi sono rassegnata a scrivere lo stesso le cose che avevo pensato, provando a farne una sorta di diario o riflessione sulla vita. Ma ero consapevole che mancasse il soggetto, la cornice e anche la tela, ho buttato lì solo un po' di colori, forse. Forse un giorno troverò una storia in cui inserire e sviluppare questo astigmatismo come filosofia di vita, l'idea mi piace.

Sono contenta che abbiate apprezzato la frase finale,  avevo paura facesse un po' troppo retorica. Grazie della lettura e del commento @Komorebi

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Ciao @Befana Profana

a me è piaciuto molto questo tuo racconto. Anch'io ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di autobiografico, soprattutto nella prima parte. Mi è piaciuto come hai trasformato un difetto visivo in un pregio. L'idea che l'astigmatismo sia un modo per sfumare i contorni delle brutture del mondo è ottima e andrebbe sicuramente sviluppata. C'è un racconto di Anna Maria Ortese in cui c'è un'idea simile, il titolo mi pare sia Un paio di occhiali, si trova nella raccolta Il mare non bagna Napoli. Lì la parabola è rovesciata, la bambina protagonista non vede bene e a causa degli occhiali viene catapultata nella bruttezza del suo quartiere. Il contesto è quello di una periferia degradata, mentre nel tuo brano l'astigmatismo diventa un modo "universale" di vedere la vita e anche la morte.

29 minuti fa, Befana Profana ha scritto:

Forse un giorno troverò una storia in cui inserire e sviluppare questo astigmatismo come filosofia di vita, l'idea mi piace.

Il racconto secondo me funziona anche così ma se riuscissi a inserirlo in una trama più compiuta sarebbe fantastico!

Finale magistrale!

Alla prossima!

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Il 15/11/2020 alle 20:21, Befana Profana ha scritto:

Signora, la bambina è astigmatica

Sarà perché rimava con antipatica

 

Uno scorcio dolceamaro di vita, in cui ci si può riconoscere, incastonato in un chiasmo del quale uno degli elementi è utilizzato nel suo significato contrario. Raffinatezza che ho molto apprezzato, Bef.

 

Il 15/11/2020 alle 20:21, Befana Profana ha scritto:

la sua faccia sfocata mi sembrerà cordiale, quasi simpatica, grazie al mio potere d’astigmatica.

 

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Un bel racconto, mi è piaciuta soprattutto la voce narrante, che è molto ben caratterizzata e sembra quasi di sentirla. Il ritmo è vivace e scorrevole, e si legge volentieri. Bello anche il messaggio sul difetto come punto di forza. Avevo letto una cosa simile in qualche vecchio romanzo, ma non ricordo più dove (lì era un po' più complicato perché parlava di miopia psicosomatica: la ragazza sarebbe diventata miope proprio perché non le piaceva quel che vedeva intorno). Sei stata molto brava ad approfondire questa riflessione in un racconto breve e in modo coinvolgente. Complimenti.

 

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Mi sono rivista quando a tre anni mi hanno appioppato il mio primo paio di occhiali dalla montatura rossa.

Quanto mi sentivo importante a vantarmi con i miei amichetti del mio astigmatismo.

Nel tuo racconto traspare tutto questo, traspare l'esigenza di sfumare, la controtendenza a non sapere troppo, alla certezza che alle volte bastano degli accenni per capire tutto, il banale e umano fatto che la realtà "acquerellata" é più sopportabile.

Brava, davvero bello!

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@Lo scrittore incolore cavoli, mi batti, la fotosensibilità mi manca! ;) grazie mille.

 

15 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Avevo letto una cosa simile in qualche vecchio romanzo, ma non ricordo più dove (lì era un po' più complicato perché parlava di miopia psicosomatica

Adesso mi ritrovi il titolo perché la miopia psicosomatica mi titilla un sacco! Grazie, @Silverwillow, il racconto manca di diverse cose ma se si legge con piacere è già un fattore buono :)

 

@Ippolita2018 sì, mi piaceva l'idea di chiudere riprendendo e rovesciando l'antipatica dell'inizio. Tanto più che si partiva dall'infanzia e si concludeva con l'attesa della morte. Sono contenta che tu lo abbia notato, ma mi avrebbe stupito il contrario :love:

 

@ivalibri @Almissima grazie mille, sì, le sensazioni della bambina occhialuta sono vere, sicuramente, in qualche modo, non potrebbe essere altrimenti. Cercherò il racconto della Ortese e "realtà acquarellata" è assolutamente bellissimo. Avrei voluto mi fosse venuto in mente mentre scrivevo il racconto :flower:

 

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