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Anglares

Blackout poetry 1 - topic ufficiale

Post raccomandati

Blackout poetry 1

Contest di poesia

Topic ufficiale

 

 

Con questo contest vogliamo innaugurare uno spazio per farvi confrontare su una diversa tecnica di scrittura poetica. Con la blackout poetry l'autore, preso un testo generalmente in prosa, ne individua dei frammenti che assumono una valenza poetica. Si tratta dunque di una scrittura per sottrazione, dove eliminando progressivamente le parole "superflue", il poeta estrae dalla massa del testo nuovi significati o sfumature che la sua sensibilità va a portare in luce. Sarete un po' come degli scultori davanti a un blocco di marmo parole. Scultori di poesie.

In passato abbiamo affrontato il tema in questa discussione. Per ulteriori informazioni potete contattare me o @Sira o porre domande direttamente in questa discussione.

Per tutto ciò che non è operativo ai fini del contest vi rimando all'off topic.

 

Regolamento del contest

 

  • Il contest è aperto a tutti gli utenti del WD che possono partecipare con un solo testo.
  • Venerdì 20 alle ore 12 verranno presentate le tracce. Avrete tempo fino alle ore 12 di domenica 22.
  • La tracce saranno espresse sottoforma di testi da cui i partecipanti dovranno estrarre i versi della poesia.
  • Il componimento deve emergere per sottrazione delle parti del testo escluse, senza aggiungere nulla o cambiare l'ordine delle parole nel testo.
  • Le poesie in gara vanno postate nella sezione contest aperti aprendo una discussione che dovrà avere come prefisso la tag [BP1].
  • Nella discussione andrà allegato il link a un commento approfondito di un qualsiasi testo presente in officina. Valgono le regole generali di questa sezione.
  • La discussione dovrà contenere sotto spoiler il testo integrale della traccia dove le parole escluse andranno evidenziate con il carattere barrato: così.
  • In questa discussione dovrà essere riportato il link alla poesia postata e la traccia scelta.
  • Il commento agli altri componimenti in gara non è obbligatorio ma gradito.
  • Alla fine della prima fase del contest verrà presentato il post di inizio votazione, con le indicazioni in merito e le eventuali penalità.
  • La mancata votazione comporta l'esclusione dal contest.
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Le tracce che vi proponiamo sono racconti che molti di voi conosceranno, poiché selezionati nella sezione “I migliori racconti del WD“.

Ringraziamo @Cerusico, @libero_s e @Ospite Rica per aver aderito a questa iniziativa.:rosa:

 

Traccia n. 1

Tutto quel buio di @Cerusico

 

Spoiler

 

Conserva due sensazioni materiche della notte dopo il Disastro: non aveva mai sentito così netta, nel petto, la lacerazione indotta dalla perdita, e le fu chiaro, senza apparente ragione e senza possibilità di smentita, che nel grembo portava il figlio dell’uomo che aveva seppellito.

 

Dalle pareti, dai comodini, dal tavolino in soggiorno sono sparite le foto di Guido: Guido che mostra la medaglia, Guido con la cuffia, Guido col braccio che mulina e fende l’acqua, Guido che sorride, Guido che la abbraccia, ride, nuota, la bacia, ride, ride, ride e lei non sopporta di vederlo ridere per casa, di vederlo esultare per una vittoria ormai priva di senso, proprio non ne ha, lei è senza di lui ma allo stesso tempo ha un bimbo che le ricorda ogni giorno chi era Guido, glielo ricorda mentre lei vorrebbe dimenticare, dimenticare tutto, dimenticare Guido, e se ci fosse un sistema, qualsiasi sistema, vorrebbe dimenticare anche se stessa, dormire per ingannare la realtà e indurla a fare a meno di lei, per tutto il resto del tempo, dormire per tutto il resto del tempo.

 

Non dorme in camera da letto dalla prima notte dopo il Disastro, passa la serata in soggiorno, davanti alla tv. La sera diventa notte senza che lei abbia modo di sganciarsi da se stessa, chiude gli occhi e la mente si apre, esplora abissi da cui vuole tenersi distante, ed è allora che ingurgita due pillole, neanche sa più di cosa si tratti, il ricordo è sfumato e cominciano a essere sfumate anche le voci provenienti dal televisore, quella di Guido però no, la sente ancora nelle orecchie, la sente, anche mentre le pillole fanno effetto, chiude gli occhi, la voce di lui nelle orecchie, e le sembra di muoversi, di camminare senza sfiorare il pavimento, di raggiungere un luogo in cui può ancora toccare Guido, può sentire la sua voce da vicino, da così vicino.

 

Non si sveglia fino al primo mattino. Alessandro non piange, quando va in camera lo trova sorridente, le braccia protese per farsi prendere, desideroso di diventare parte del mondo. Lo fa mangiare, il bambino gongola nella stretta materna, sbrodola appena un po’, lei vorrebbe piangere ma si trattiene, poi lo rimette nel box e va in bagno, una nausea nervosa, vomita, sa che non va bene ma la consapevolezza non basta, non sa che fare, non vuole parlarne a nessuno, magari le toglierebbero anche le pillole, le direbbero di fare esami e lei non vuole, non ora, non più.

Controlla l’applicazione con cui tiene traccia del sonno. Ha iniziato ad avere paura, paura di sé durante il sonno, di notte le sembra di allontanarsi così tanto da sé che a volte crede di poter smarrire la strada del ritorno, una notte senza stelle la inghiottirebbe senza restituirla più, e lei lo desidera, lo desidera al punto di temerlo, è ossessionata dalla possibilità che non si svegli più o che si svegli chissà dove, e allora controlla, controlla ogni suono che produce. Stanotte ne ha emessi tanti, lo vede dal grafico, dalle onde, dal resoconto che indica un sonno agitato.

Sposta il cursore sui primi rumori, preme play, si sente un fruscio costante, una base, come se lo spazio generasse un rumore preciso, sibilante; qualcosa sbatte, forse una finestra, uno scricchiolio della struttura, o semplicemente la notte, perché il buio ha una sua base ritmica, e non corrisponde a quella della luce. Alessandro, un verso del bambino, il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, un fruscio, un respiro pesante, il respiro di lei che dorme grazie alle pillole, il respiro cresce, cresce anche il fruscio, un lieve scatto, un cane che abbaia sulle note di una canzoncina infantile, poi si sente una voce distorta, una voce che sembra un tessuto bucherellato, pronuncia parole inintelligibili, e il suono sembra così vicino, così vicino che potrebbe afferrarlo, il suono, e farlo diventare materia, spalmarselo addosso, ingurgitarlo e poi vomitarlo, vomitare ancora, invece continua ad ascoltare, il bambino ride, è divertito, un fruscio, un altro scatto, come di serratura, e i rumori registrati finiscono, torna il respiro di lei che dorme, le pillole, l’attesa del mattino, lo schermo del telefono si spegne e le restituisce il riflesso del suo volto scavato, le borse sotto gli occhi, la bocca aperta, un’espressione di confusione che fa presto a diventare paura.

 

Cena presto, consuma un pasto leggero, Alessandro gioca con la poltrona giocattolo che sembra un cagnolino, con la mano preme un pulsante, la musica della notte, un cane allegro abbaia e Alessandro ride, cerca la mamma, lei rifugge gli occhi di Guido che non sono incastrati nel volto di Guido, porta il bambino in camera e manda giù due pillole per addormentarsi il prima possibile, per sfuggire a tutto quel buio.

 

Sente una musica, le note ossessive della canzone infantile che ha ancora nelle orecchie, fin dalla mattina, da quando l’ha sentita nelle registrazioni sul telefono. Si diffonde come in stereofonia, dall’altoparlante del baby monitor poggiato sul tavolino invaso da piatti di plastica e bicchieri rovesciati, ma stavolta è diverso, è ancora notte, il suono non è una registrazione, proviene dalla stanza da letto, accompagnato dai mugolii divertiti di Alessandro, da una voce adulta, graffiata, che sembra di un altro mondo, sembra che da un altro mondo stia provando a comunicare con questo.

 

Si sveglia, si sveglia davvero, il cagnolino giocattolo abbaia. Si accorge solo in quell’istante di essere in piedi, come se non potesse disporre di percezioni sensoriali prima che gli occhi si aprano. La musica non proviene dal baby monitor, è lì, ce l’ha di fronte, nel box, il bambino se ne sta a braccia protese, sempre, sempre protese, in attesa di lei, e lei non ce la fa più a vederlo così, a guardarlo vivere e muoversi e volerla, a guardarlo avere bisogno di lei, non fa in tempo nemmeno a pensare che non dovrebbe trovarsi lì, non ricorda di esserci arrivata, quella consapevolezza silente le fa cacciare un urlo isterico, il bambino la guarda e il viso gli si contrae, gli occhi si incurvano, la fronte si ridisegna e, quando la canzone finisce, inizia a piangere.

Lei torna in soggiorno e afferra il cellulare, ringrazia il dio in cui ha smesso di credere per aver avviato l’applicazione, non ricorda quando, torna indietro di qualche minuto e sente tutto, sente i movimenti, la voce, si lacera il velo che ha usato per rapportarsi col mondo fin dal giorno del Disastro, il velo che l’ha protetta dal buio, da tutto quel buio che cerca di entrare, che alla fine è riuscito a entrare. Nella registrazione si sentono i rumori del suo riposo inquieto, una sofferenza sommessa che si manifesta attraverso fruscii di lenzuola e lamenti, si interrompono quando si alza, lo capisce perché sente un rumore attutito che conosce bene, il telecomando che scivola e cade sul tappeto, e poi i passi, i talloni sul pavimento freddo, passi nervosi che si allontanano. Viene invasa dal terrore di assistere a qualcosa che non dovrebbe conoscere, nessuno dovrebbe sapere cosa fa nel sonno, il sonno è l’assenza dell’io razionale, l’abbandono di sé, lei invece è lì, testimone della sua stessa coscienza che percorre il corridoio, entra nella camera da letto e lei lo sa, lo sa perché il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, sibilanti passi di piedi nudi, un verso allegro di bambino e poi la sua voce, Smettila, Alessandro sorride, le sembra di vederlo mentre si porta la manina alla bocca, ride e lei gli dice Smettila di tormentarmi, smettila, smettila, smettila!, lo dice al bambino che ride, ride ancora, si sente un colpo, lei sobbalza ma poi parte la canzoncina, la solita canzoncina. Non lo ha toccato, non gli ha fatto pagare la colpa di avere nel suo stesso respiro l’essenza di Guido, Guido che ha smesso di nuotare, gli occhi di Guido che ora sono di Alessandro, gli occhi che hanno visto arrivare l’auto contromano, troppo vicina, troppo vicina, il Disastro, non ha potuto neanche provare a sterzare, andava così veloce ed era così tanto vicina, l’attimo del Disastro, chi ce l’aveva il tempo, ha potuto solo protendersi su di lei, un gesto istintivo, un corpo che sceglie di proteggere e non proteggersi, un atto conclusivo che definisce una vita intera.

Le è morto in grembo, lo vede ora, le sembra di risvegliarsi ancora una volta, di farlo con un dolore insopportabile alle tempie, col cranio fracassato di Guido poggiato sulle sue gambe, nella posizione di molte serate in cui lo ha tenuto tra le braccia, e da allora ha iniziato a piangere, poi ha messo un velo che nessuno può vedere, ha scelto di non guardare più nel buio, il buio di quella sera, il buio da cui è emerso Alessandro, e ci pensa mentre si avvicina al box, interrompe la registrazione, fa partire tutti i giochi musicali, la giostra-carillon, Alessandro la guarda, gli occhi ancora umidi del pianto, lei non lo sa, non sa cos’ha in faccia, quale sia la sua espressione, in mano stringe le forbici, le stesse che ha usato per i ritagli dei giornali, quelli in cui Guido nuotava, Guido esultava sul podio, Guido mostrava la medaglia, Guido con gli occhi che lei continua a vedere tutti i giorni, i ritagli finiti in un cassetto chiuso a chiave, assieme alle foto. Gli occhi di Alessandro la perseguitano e lei non ce la fa più, non ce la fa proprio, gli si mette di fronte e sa che è giunto il momento di farla finita.

 


Traccia n. 2

A nord di @libero_s
 

Spoiler

 

Il disco del sole, rosso e deforme come il ferro incandescente nella fucina di un fabbro, si rifletteva sullo specchio d’acqua piatto e immobile come un felino in agguato, che contrastava con l’atmosfera densa e vorticosa in perenne movimento.

La vegetazione lussureggiante combatteva la sua lenta battaglia per conquistare ogni spazio libero. Migliaia di specie diverse di piante lottavano con tenacia spietata superandosi, avvolgendosi, rubandosi vicendevolmente luce e nutrimenti nell’apparente calma della foresta, come eserciti spietati e dalle risorse infinite, incuranti delle perdite inflitte o subite.

La silenziose armate vegetali progredivano senza sosta, fagocitando nella loro marcia ogni zolla di terra, ogni pietra, ogni superficie disponibile, insinuandosi, scalzando, spaccando ed infine macinando ogni cosa come un mostro proteiforme dall’appetito insaziabile, paziente e inarrestabile.

Il ragazzo corse nell’erba tagliente che gli arrivava alla vita fino alla riva del lago. Un uomo sedeva immobile, con lo sguardo rivolto al sole.

Maestro, dobbiamo andare. Siamo gli ultimi.

L’uomo si girò a fissarlo. Perché sei rimasto?

Per stare con voi.

Te l’hanno detto loro?

Il ragazzo scosse la testa.

L’uomo si alzò e lo guardò con maggior interesse. Non mi ricordo di te, non sei uno di quelli a cui insegnavo.

Ero nel villaggio, ci siamo uniti a voi solo tre giorni fa.

Da quanto sono partiti?

Quando il sole era alto, disse il ragazzo alzando il braccio.

L’uomo annuì e lo prese per mano.

Camminarono per un breve tratto, immergendosi nell’erba sempre più alta, fino a una radura dove gli steli schiacciati e calpestati iniziavano a rialzarsi. L’uomo raccolse una lancia con la punta di metallo e uno zaino di pelle logora e si infilò gli spallacci consunti. Hai preso le tue cose?, chiese. Il ragazzo indicò una borsa di stoffa grezza che gli pendeva sul fianco.

Andiamo, disse l’uomo.

Si avviarono seguendo le tracce di erba calpestata che si perdevano nell’intrico di un muro vegetale.

Come facciamo a trovare la strada nella foresta?, chiese il ragazzo.

Seguiamo gli altri. Il loro passaggio è impresso nel terreno, sul muschio, nei ramoscelli spezzati.

E loro come fanno a sapere la strada?

Non ti sei mai allontanato dal tuo villaggio prima d’ora?

No. Nessuno di noi si allontanava mai.

L’uomo sospirò. Basta guardare il sole, disse. A mezzogiorno, quando il sole è più alto devi voltargli le spalle e andare sempre dritto.

Ora è laggiù, disse il ragazzo indicando verso destra. Qualche raggio rosso penetrava a stento, quasi orizzontalmente, l’intricata volta di foglie che si attorcigliavano in una complicata danza di guerra.

Quando il sole è al tramonto devi tenerlo alla tua destra. Ovest È la direzione del sole che scompare. Noi andiamo a nord.

Perché a nord?

Perché sei rimasto?, chiese l’uomo.

Dicono che voi sapete tutto. Dei vecchi tempi, di dove bisogna andare, perfino del futuro.

Lui rise. E a te cosa importa?

Voglio imparare, disse il ragazzo guardandosi i piedi.

L’uomo gli appoggiò una mano sulla spalla.

È una buona cosa, disse.

Un enorme tronco caduto ricoperto di muschio sbarrava il percorso, avviluppato in un intrico di cespugli cresciuti in fretta per approfittare dell’inaspettata fortuna di un frammento di cielo lasciato libero dal crollo del gigante.

L’uomo si fermò, imitato dal ragazzo.

Un cenno della mano smorzò sul nascere le sue domande e osservò l’uomo con attenzione cercando di indovinarne i pensieri.

La tensione muscolare nel braccio che reggeva la lancia lasciava intuire la vicinanza di un pericolo. L’uomo annusò l’aria e lasciò vagare lo sguardo nella muraglia vegetale.

Attesero a lungo, immobili lasciarono che il sole scivolasse oltre l’orizzonte.

Andiamo, disse l’uomo.

Si infilarono nell’intrico di cespugli spinosi, l’uomo strappò pezzi di muschio fino a sentire la corteccia ruvida del tronco caduto sotto le dita. Si afferrò alle rugosità del legno e si issò, poi si girò e tese la mano al ragazzo. Vieni, disse.

Non c’è più pericolo adesso?

No.

E prima c’era?

Si, prima c’era.

Come lo sai?

L’uomo si toccò il naso. L’ho annusato, disse. Un orso rosso. È ancora lì, da qualche parte, ma non attaccano mai dopo il tramonto.

Non ci farà nulla?

No, ma sbrighiamoci, sta diventando buio e ci sono altre creature che cacciano di notte. Dobbiamo fare un fuoco.

E gli altri?

Non li raggiungeremo oggi. Domani, forse.

L’uomo raccolse qualche ramo spezzato e fece cenno al ragazzo di fare altrettanto.

Non è legno secco, disse, ma brucerà lo stesso.

Camminarono nella luce sempre più incerta finché la foresta non si diradò lasciando intravvedere enormi blocchi di pietra ricoperti di muschio e rampicanti, illuminati da una luna opalescente che faticava a perforare la densa atmosfera rossastra.

Cosa sono?, chiese il ragazzo.

Case. Edifici, grattaceli. Una volta ci abitavano le persone.

Persone come te e me?

Persone come te e me.

L’uomo si addentrò fra le case trasformate in un intrico vegetale e si accucciò fra le radici di un albero dal tronco così grosso che sarebbero serviti dieci uomini per farci il giro, cresciuto dentro un palazzo scoperchiato. Appoggiò lo zaino a terra e ne estrasse due pezzi di pietra e una manciata di paglia e di licheni essiccati.

Sfregò le pietre fra di loro producendo una pioggia di scintille che si smorzarono rimbalzando sulla paglia.

Insisté con pazienza finché un filo di fumo scaturì dall’esca. Vi soffiò sopra con dolcezza, covando il fuoco fra le mani. Una fiammella incerta prese vita, l’uomo attese che si rinforzasse prima di posarvi sopra ramoscelli via via più grossi.

Il ragazzo sedette accanto a lui fissando il fuoco.

L’uomo estrasse dallo zaino un involto di foglie che posò a terra e lo aprì mostrandone il contenuto. Prese il coltello e tagliò alcune strisce che diede al ragazzo. Carne essiccata, disse. Ne tagliò dell’altra che tenne per se.

Che altro hai nello zaino?

L’uomo prese con delicatezza uno strano aggeggio di metallo e lo mostrò al ragazzo. È un astrolabio. È uno strumento antico, lo usavano una volta per determinare la posizione.

Il ragazzo annuì senza capire.

Mangiarono in silenzio. Alla fine il ragazzo si girò verso l’uomo. Perché a nord?

Credevo te ne fossi dimenticato.

Una volta c’erano persone ovunque. Città, case, strade. E nessuno si preoccupava di ciò che stavano facendo al mondo. Inquinavano, sporcavano, bruciavano fuochi che facevano nuvole di fumo così grandi da oscurare il sole. Sapevano cosa sarebbe accaduto, ma nessuno voleva rinunciare a nulla e così andarono avanti come niente fosse. La Terra diventò calda, i ghiacci si sciolsero, vi furono inondazioni, terremoti, uragani che duravano anni spazzarono il mondo tempestandolo di piogge torrenziali.

Le piante furono quelle che se la cavarono meglio. Acqua e calore era ciò che serviva loro. E anche se il cielo divenne sempre carico di nuvole e vapore la cosa non impedì loro di crescere.

Guardati attorno. Le piante stanno vincendo, non c’è posto per noi qui. Non possiamo vivere sotto questo cielo sempre gravido di nubi.

E a nord cosa c’è?

Guarda, disse l’uomo alzandosi in piedi. Afferrò la mano del ragazzo e si allontanarono dal fuoco.

Guarda il cielo, da quella parte.

Non vedo niente.

Non fissare lo sguardo altrimenti non la vedrai. Guarda un po’ di lato, ma sempre di là, verso nord.

Aspetta, vedo una lucina. Forse è un fuoco su una montagna.

Non è un fuoco, disse l’uomo. È una stella. L’ultima stella che si vede in cielo.

Cos’è una stella?

È come un sole lontano. Ma non è questo che conta. Quello che conta è che riusciamo a vederla. Vuol dire che il cielo lassù è più pulito, libero dalla cappa di umidità che nasconde tutte le altre stelle.

L’uomo chiuse gli occhi e parlò con voce sognante. A nord è più freddo, le piante non ci sconfiggeranno. Ci basterà seguire l’ultima stella.

E se dovesse sparire anche quella?, chiese il ragazzo.

Non sparirà. Andrà tutto bene, te lo prometto.

 

 

Traccia n. 3
Terra e aria di @Ospite Rica

 

Spoiler

 

In piedi, dritta e immobile, guardo un buco nero avanti a me. Scruto in quella direzione solo perché so che la città è lì. Non vedo niente: nessuna luce, nessun segnale di vita, nessuna finestra illuminata a dire che una famiglia sta bene, nessun’automobile in movimento a rischiarare lontananze con i fari. Buio. Oscurità.

Cinque ore fa la terra si è aperta, ha urlato tonante squarciando la notte in un attimo eterno spolverato da coltre biancastra. Ruggito antico s’è levato sotterraneo spaccando, spezzando, straziando… la terra e la vita. Rimbomba ancora, galleggia sul velo di polvere spessa tutt’intorno e scuote la valle sprofondandola in un silenzio potente e autorevole. Passa vigile quel che resta della notte: nutrita di terrore, scivola in un giorno senza sogni di un sonno non goduto. Occhi sbarrati. Sguardi vuoti.

 

Eccolo di nuovo... Boato improvviso che squassa i miei pensieri rotolanti e scombinati, ne interrompe il turbinio per il tempo che dura. Poi, gli stessi, tornano a sibilarmi in testa senza senso. Vorticosi e senza nesso. Come un fischio.

È sprofondato il corpo dell’Aquila? Non si sa nulla della città non luogo. 

Non ci sono radio, né televisioni. Le strade sono interrotte e il ponte crollato. Nessuno risponde all’appello. Non ho la possibilità di parlare con quelli che conosco: irraggiungibile io agli altri, loro a me. 

Nessuna notizia. Interruzione.

Non so se ce l’hanno fatta. Mancanza. 

Come stanno? Vuoto.

Non avevo mai visto l’assenza prendere una forma così densa e pesante.

 

Mi ritrovo nello spazio più aperto di un paese vicino: un campo da calcio. Fluttuo in questo rettangolo rubato al consueto gioco di squadre locali, in questo recinto indefinito vivo l’ossimoro di un riparo all’aperto: oggi la sicurezza è all’addiaccio.

Poi, l’orizzonte accende il giorno. Intravedo un flebile spiraglio di luce sui contorni dei monti, una fessura preannuncia un’alba sempre uguale che a me sembra crudele.

No… Che fai… Sorgi? Dovresti vergognarti e rimanere giù all’inferno anche tu! 

Vorrei proprio urlarglielo al sole.

Il cielo è ancora generoso delle nuvole dell’acquazzone di stanotte, si appoggia pesante tutt’intorno e non limita più i tetti, ci entra dentro, fa da sfondo alle pareti delle stanze, oppure capolino tra uno squarcio e l’altro di varie intimità.

Oggi è solo il giorno dopo. La terra è fango in questo affollato campo di calcio che si fa poco a poco “campo sfollato”, annegando nell’assenza di rivoli di riflusso della pioggia caduta e nella mancanza di pedane rialzate. Non c’è niente oltre le tende blu piene di acqua. Mancano bagni e riscaldamenti, non ci sono neanche sedie su cui lasciarsi cadere.

Questo isolamento acustico diurno mi scuote. Spaventoso, terribile, agghiacciante. Quello notturno mi sembrava dormire di normalità. Dalle campagne intorno arriva qualche latrato di cane più simile a un ululato sofferente e ogni rutto del suolo mi assale con terrore: scossa, tremo dentro e fuori.  Senza agitarmi. Senza gridarlo. 

Resto muta, piccola e vuota. 

Attenta e allerta.

So che una spaccatura di venti centimetri corre lungo quindici chilometri di prati incolti e coltivati. La cerco. La trovo. Cammino per un po’ il suo solco.

Ancora un boato detonante e la strada sterrata che ho di fronte diventa serpente ondulante, si alza, avanza verso me, scende giù, procede rasoterra, scava in superficie… Non sibila. È un tuono che rimbomba fragoroso. Incontra il mio mutismo mentre calibro il baricentro per rimanere in equilibrio, poi mi oltrepassa e segue la sua corsa: due case avanti a me implodono e, in un tempo infinitesimale, diventano pulviscolo svolazzante e inconsistente. Polvere.

Non ho domande, non cerco risposte.

 

Nel campo sguardi sconvolti camminano e occhi persi come i miei guardano il nulla. Corpi svuotati stretti in guaine irrigidite restano pietrificati nell’immobilità, mentre schiere d’individui disordinati e arruffati si muovono a malapena. Assenze, presenze sospese, vite congelate in ventotto secondi appesi alle tre e trentadue di ieri notte. Occupiamo il limbo che ci ha ingoiati e non ci riconosciamo, nessuno sembra umano. Attesa nei gesti cristallizzati e incapacità di riempire questo lungo tempo, immobile nel sangue di giovani e vecchi. I bambini consumano quel po’ di spazio disponibile: come cani alla catena si guardano l’un l’altro e non sanno cosa fare. 

Io mi cerco sommessa senza percepirmi. 

Mi aiuta la forza d’inerzia.

 

Oggi è Pasqua. Per l’occasione, un catering dell’Alberghiero di una città della costa ci ha portato un enorme pranzo. Noi facciamo la fila senza motivo e riempiamo i piatti fino a farli traboccare di tutto ciò che possono contenere. Impiliamo cibo su cibo e mangiamo senza fame: un pieno di abbondanza che stride con tutto. 

Anche i clown stonano con il resto: sfacciati i colori sgargianti, indiscreta l’invadente ironia, fastidiosa e violenta la loro ilarità stampigliata sulla nostra tragedia. Pretendono sorrisi da bambini terrorizzati, mentre simulano un forzatissimo ‘abbraccio terremotato’ su un bancale traballante. Una pacca sulla spalla, ti giri, e joker vuole insistentemente far ridere anche te. 

— Ingoiatelo quel naso rosso!  — stronzo… — Devo conoscere questo mio me e ciò che sono diventata ora. —

So ridere da sola delle mie tragedie, ma voglio poter cogliere l’istante del sorriso spontaneo in questo momento di cordoglio dolente. Senza forzature. Per questo il cuore mi si apre e sorride da solo quando ascolto quel signore. L’anziana donna ripete dondolando che ha perso la casa. Lui: “Signò, la gente normale se perde le chiavi! Ma la casa… ji no lo so sentito mai". Lei, sorpresa di fronte a tanta genuinità, lo guarda stranita, poi lo abbraccia e ride di pianto.

Di noi si dice che ce la facciamo. Si è sempre detto. 

Di noi si apprezza forza e gentilezza. È sempre stato così.

 

Oggi succede qualcosa oltre la recinzione, però.

Con silenzio composto, quasi a non volere disturbare, alcuni uomini scaricano oggetti da un furgone. Ogni tanto ci guardano. Per lo più rimangono concentrati su quello che stanno facendo e nel muoversi quasi non fanno rumore. Noi, dall’altra parte della rete, oltre i rombi metallici, fissiamo curiosi il prato. In poco tempo un enorme ventilatore, cavi d’acciaio, corde e bombole di gas abitano l’erba alta e bagnata. Poi, viene srotolato un lungo telo che giace per un po’, immobile e dormiente, davanti ai nostri volti e sotto un cielo livido. Qualcuno di noi comincia a raggiungerli.

C’è calma nei gesti necessari e qualche incredulità un po’ sopita non capisce cos’è.

Io, nell’osservare, godo la sospensione dell’attesa. 

Una specie di enorme saldatore a gas, collegato alle bombole, sputa lingue di fuoco che scaldano l’aria, mentre il ventilatore la direziona verso la bocca del telo, dove entra accomodandosi come acqua di onda di mare.

Sembra prendere vita. Si sveglia. Respira nell’erba e piano piano si fa grande. Morbidezza nascente in cui affondo la mano per un po’, poi si gonfia e, piena di vuoto, si solleva e si fa forma, si alza leggera: un enorme bolla d’aria su una cesta di vimini che sembra davvero troppo piccola. In mezzo, un cuore sbuffante alimenta il caldo con battito ardente e vince l’aria.

Stupore davanti a questo strano gigante. Esiste davvero! Il gioco già deciso aspetterà. oggi si vola.

— Mamma, posso volare?

Emozioni grandi e bambine affiorano tra abbracci di uomini e donne che traghettano bimbi e sorrisi. Nessuno è raggiante, la paura è tutta lì, ma un piccolo spiraglio di normalità fa godere l’inattesa sorpresa. Anche se solo per il poco tempo che dura.

Lo so, domani al risveglio saremo ancora proiezioni deformate di noi stessi, ma sotto quella caverna di blu accecante, circondata dal cielo immenso e leggero, mi sono ritrovata in un ricordo di bambina, un’immagine viva che mi ha riconsegnato un po’ di me: il libro di Jules Verne sul copriletto arancione della mia cameretta, proprio lì, sull’angolo del letto, prima che il mio calcio notturno lo buttasse giù. 

Per me, le mongolfiere abitavano lì…



Per qualsiasi dubbio potete usare questo topic.

Pronti... via! :super:

 

 

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Il 15/11/2020 alle 14:52, Anglares ha scritto:

Il componimento deve emergere per sottrazione delle parti del testo escluse, senza aggiungere nulla o cambiare l'ordine delle parole nel testo.

Nemmeno eventuale punteggiatura, corsivi, ecc...? 

 

Talia 

Modificato da Talia

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17 minuti fa, Talia ha scritto:

Nemmeno eventuale punteggiatura, corsivi, ecc...?

Il testo finale deve emergere solo dalla sottrazione delle parti depennate. Quindi potete usare la divisione in strofe e versi o l'impostazione grafica per rendere le pause ma non potete aggiungere nulla al testo.

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19 minuti fa, Anglares ha scritto:

non potete aggiungere nulla al testo.

e la punteggiatura presente nel testo? Dobbiamo lasciarla accanto alle parole che conserviamo? Possiamo lasciarla se ci serve? Dobbiamo conservare solo parole e non la punteggiatura?

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Io non ho chiaro se è possibile cambiare l'ordine delle parole trovate (esempio: "cane blablabla foglia blablabla annusa blablabla la" posso farlo diventare "cane annusa la foglia"?).


Ottimala domanda sulla punteggiatura :)

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5 minuti fa, Befana Profana ha scritto:

e la punteggiatura presente nel testo? Dobbiamo lasciarla accanto alle parole che conserviamo? Possiamo lasciarla se ci serve? Dobbiamo conservare solo parole e non la punteggiatura?

Come per le altre parti del testo potete depennare la punteggiatura che non vi serve.

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1 minuto fa, ilion ha scritto:

Io non ho chiaro se è possibile cambiare l'ordine delle parole trovate (esempio: "cane blablabla foglia blablabla annusa blablabla la" posso farlo diventare "cane annusa la foglia"?).

 

Ecco la risposta nel regolamento:

Il 15/11/2020 alle 14:52, Anglares ha scritto:
  • Il componimento deve emergere per sottrazione delle parti del testo escluse, senza aggiungere nulla o cambiare l'ordine delle parole nel testo.

Quindi l'ordine non può essere cambiato, altrimenti sarebbe un collage... Nulla esclude che in futuro si possa dedicare un contest anche a questa tecnica. ;)

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14 minuti fa, Befana Profana ha scritto:

Possiamo lasciarla se ci serve? Dobbiamo conservare solo parole e non la punteggiatura?

Se ti occorre puoi lasciarla, ma solo se precede o segue la parola scelta.

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 Traccia 3 - Terra e Aria di Ospite Rica

 

Non c'è che dire: ho fatto proprio un bel casino  <3 

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Il 15/11/2020 alle 14:52, Anglares ha scritto:

Il componimento deve emergere per sottrazione delle parti del testo escluse, senza aggiungere nulla o cambiare l'ordine delle parole nel testo.

La sottrazione può riguardare anche parti di parole, come sembrerebbe di capire, o soltanto parole intere?

Esempio: 

Allo stato delle cose = lo stato e le cose      è consentito?

 

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27 minuti fa, Marcello ha scritto:

Allo stato delle cose = lo stato e le cose      è consentito?

Sì, articoli e congiunzioni si possono recuperare tra le parole del testo.

Spoiler

^^

 

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