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aladicorvo

Di pietra e di carne (Cap 3 di 3)

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A poco a poco la faccia sorridente divenne più nitida. Era il dottor Spinelli. Doc. Il suo Doc.

«Sei qui» disse Angela con un filo di voce. Cercò di alzarsi per abbracciarlo, ma il corpo non rispondeva.

«Tranquilla» disse lui carezzandole la fronte.

«Perché ho voglia di piangere?»

«È la tensione accumulata.»

La sua voce la cullava. Socchiuse gli occhi.

All'improvviso di nuovo quella scena. Le esplose in testa, proprio come fosse lì. Scattò a sedere, gli afferrò un braccio «Ho visto!»

«Va tutto bene, piccola.»

«No, non va bene!» urlò « Cos'era quell'orrore?»

Lui abbassò lo sguardo «Una medicazione. Come quella che ti ho appena fatto.»

Lei si toccò il collo. Sentì la fasciatura. E il dolore, acuto come una stilettata «Cosa... Che sta succedendo, Doc?»

Lui esitava,scuoteva la testa.

«Devi dirmelo. Devi!»

«Hai ragione» disse con un sospiro «È arrivato il momento.» Le prese le mani fra le sue «Non c'è nessuna zia Clara. Non c'è mai stata.»

«Ma come?»

«E nemmeno il notaio Gambetta.»

Lei lo fissava con la fronte aggrottata.

«Era una messa in scena per farti tornare» continuò lui.

 «Una messa in scena, perché?»

«Cosa ricordi della tua infanzia?»

«Questo che c'entra? È stata normale. Con mamma, papà... e te.»

«Venivo spesso a casa, ricordi?»

«Sì. Giocavi con me e mi piaceva tanto.»

«Ma poi succedeva che ti pungevi.»

«È vero. E tu dicevi che era un vetrino.»

«Erano prelievi, Angela. Del tuo sangue.»

Lei lo guardava perplessa.

«E il giorno dopo, c'era una partenza. Ogni volta, te lo ricordi?»

«Papà diceva che era per lavoro.»

Lui scosse la testa «Erano fughe, Angela. Da quando sei nata abbiamo cercato di nasconderti. Ma ti hanno trovata.» Le strinse le mani più forte «Volevano riprenderti. A tutti i costi. Per questo l'incendio.»

Il boato, le fiamme, la porta che si spalanca, le braccia di Doc che la tirano su dal letto.

«Vuoi dire che non è stato un incidente?»

Lui scosse la testa.

La sua vita tagliata in due, quel prima e quel dopo che si saldavano. E il fiume dei perché, come una piena, che si trascinava via ogni memoria, ogni idea del mondo e di se stessa.

E Doc. Che la portava in salvo, sull'altra riva. Dove nulla sarebbe più stato come prima.

«Per tutti questi anni ti ho nascosto e cancellato ogni traccia, come non fossi mai esistita» abbassò lo sguardo «Tutto inutile.»

 Lei si alzò di scatto «Eh no, no! Le fughe, l'incendio, tu che mi nascondi, loro che mi trovano. Ma cos'è, un reality? Ah, ho capito» si avvicinò al muro «Adesso questo viene giù e saltano fuori quelli con la telecamera. Dai, ragazzi uscite!» Dette un colpetto, il muro si contrasse e tornò a posto «Oh, bel materiale! Come quello dei materassi.»

Dette un altro colpetto e quello si gonfiò. Una bolla, due. Una più grossa delle altre prese a tremare, mentre la superficie si assottigliava fino a diventare trasparente. Sotto, un groviglio di filamenti rossicci, piccoli tentacoli che si allungavano, si contraevano fluttuando, premendo per uscire.

«Ma che schifo!» fece lei.

«Allontanati. Potrebbe aprirsi.»

Obbedì appena in tempo: la bolla si squarciò e la bava colò lungo il muro fino al pavimento.

«Ce ne sono di uguali giù in sala da pranzo» disse lei con un filo di voce «Dev'essere un problema alle condutture.»

Doc sorrise «Ce ne sono ovunque. Tutta l'isola è così.»

«E quindi...non c'entra l'umidità, vero?»

«È cancro.»

«Alle pareti?»

«Quella che hai visto di là era Rosalia, ma da qui passano tutti. Quando non ne possono più, vengono a farsi medicare... Per quello che serve...»

«Vuoi dire che sono tutti malati?»

«Non è così semplice.»

Angela fissava la chiazza sul pavimento. La vide asciugarsi e dissolversi, così come le bolle sul muro che, una dopo l'altra, si appiattirono fino a scomparire.

«Ho bisogno di aria.»

«Vieni, andiamo in giardino» disse lui.

Qualcuno aveva sistemato un tavolino e due poltroncine di ferro battuto.

«Non è un bel posto, Doc. Perché mi hai fatto tornare? »

«Perché ci sei nata. Tu appartieni all'isola.»

«No, non può essere questo. Dimmela tutta.»

«Il cancro è una proliferazione cellulare che va fuori controllo.»

«Non voglio una lezioncina.»

«Quello che hai visto sono proliferazioni cellulari, cioè forme di vita. Come la mia o la tua. Il fatto che siano fuori controllo significa che guadagnano autonomia a spese dell'organismo che le ospita. Si chiama metastasi. Ma loro, le cellule, la chiamerebbero lotta per la sopravvivenza. E questa non è una lezioncina, è il motivo per cui...»

Esitò, le prese le mani e la guardò dritto negli occhi «Nessuno deve lasciare l'isola. Nessuno, capisci? »

«Ma che dici? La gente se ne va in giro tranquilla, mentre si fa massacrare dalla chemio, perché qui non si può fare?»

Lui si alzò, tirò fuori dalla tasca un coltellino pieghevole « Guarda.»

Lo piantò tra le pietre del muretto e ritrasse in fretta la mano.

Un sibilo, quasi un fischio, un getto di vapore grigiastro, le pietre che si fondevano come argilla mentre un'apertura si allargava, inghiottiva la lama e riprendeva la forma di prima.

«Cos'era?» chiese Angela con gli occhi sbarrati.

«Non so che nome dargli. So solo che reagisce diversamente agli stimoli. Lo hai visto in casa e adesso qui, ma è dappertutto. E non credo che nessun paziente oncologico se ne andrebbe in giro tranquillamente, come dici tu, se avesse dentro una roba del genere.»

«Vuoi dire che è la stessa... Cosa che aveva Rosalia?»

«Ce l'hanno tutti qui. Attacca i tessuti e gradualmente colonizza tutto il corpo. Possiede il codice genetico di molte specie e lo trasferisce nella sede che lo ospita. È il suo modo di proteggersi. Così a qualcuno si aprono branchie, pinne caudali. Ad altri zoccoli e corna di capra. Altri ancora vedono germogli e radici uscire dagli arti e impiantarsi a terra. Resistono finché possono, ma il dolore li fa impazzire e quando arrivano da me si trancerebbero un braccio a morsi.»

«Quindi non sono le persone ad avere il cancro. È il cancro a possederle.»

«Sì, è così. È una forma di vita intelligente che ha imparato a crearsi ambienti adatti anche fuori dagli organismi viventi. Vive nella pietra come nella carne. E quello che la rende più resistente è che ogni insediamento comunica con gli altri.»

«Come noi. La specie umana, intendo.»

«Ho detto intelligente.» disse lui con un sorriso mesto.

«Doc, devo sapere una cosa...» Esitava. Qualsiasi risposta avesse avuto, sapeva che non le sarebbe piaciuta « Chi sono quelle donne?»

Lui chiuse gli occhi. Fece un respiro profondo «Non quello che sembrano. Non più, almeno.»

«Allora... Cosa sono?»

«I primi insediamenti dell'organismo centrale, le prime a manifestare i sintomi. Adesso funzionano da sistema di connessione.»

Lei alzò gli occhi al cielo. Che era azzurro, libero e pieno di luce.

«Perché quella notte non mi hai lasciato a casa? » disse con la voce rotta.

«Ho creduto che il tuo sangue fosse diverso perché tuo padre è nato altrove. Mi sbagliavo.»

«E dunque nessuno deve lasciare l'isola.»

Doc annuì.

«Perché la metastasi deve rimanere confinata qui.»

«Quello che hai sul collo non è uno sfogo. Ormai l'hai capito.»

«E se andassi via, se avessi una vita normale, magari dei figli...»

«È finita, tesoro» disse accarezzandole il viso.

Rimasero in silenzio a guardare il cielo che scolorava.

Presto sarebbe arrivata la notte.

 

Grigio. Umido. Non ancora pioggia, ma è questione di poco. Nebbia sull'acqua. E lo scafo che ci dondola in mezzo con due uomini a bordo. Davanti, l'ombra rocciosa di un'isola.

Il brontolio di un motore, sempre più forte. Il faro della motovedetta e alla fine una voce: «Dottor Spinelli! Quando ti deciderai a cambiare quel cesso di motore?»

Quello girò la testa e sorrise «Capitano, stiamo prendendo un tè. Gradisce?»

«Era ora!» fece l'altro scattando in piedi «Potevamo essere già morti, per quello che ve ne fregava.»

All'improvviso un urto, una forma scura sfrecciò a pelo d'acqua. L'uomo barcollò.

«Cos'era?»

«Niente, solo un tonno.» disse Spinelli.

 

Un pesce. Che raggiunse la riva, uscì dall'acqua, si fermò un attimo a guardare e, trascinando una gamba ritorta, si avviò verso la boscaglia.

 

 

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@aladicorvo il commento che hai usato per postare non è sufficientemente approfondito: tocchi temi importanti ma rifacendoti solo alle parole degli altri.

Mandami per messaggio un commento più approfondito e riaprirò il topic.

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Ciao @aladicorvo

 

commento la terza parte perché mi sembra giusto darti un parere sulla storia nella sua interezza. In questa parte del racconto i vari “puntini” della trama vengono uniti e devo dire che secondo me lo fai bene. Spieghi quanto anticipato all’inizio, gettando luce sul passato della protagonista con dei colpi di scena. Leggendo questa parte ho capito da dove viene il titolo e la cosa mi ha lasciato piacevolmente soddisfatto.

 

Forse dovuto alla prevalenza di dialoghi, questa parte mi è sembrata più scorrevole e la narrazione più lineare.

 

Finita la lettura la prima cosa che ho pensato è che una storia come questa forse non si presti ad essere “strizzata” in un numero limitato di caratteri, infatti restano aperti alcuni punti che meriterebbero di essere approfonditi come ad esempio

 

Il 8/11/2020 alle 18:14, aladicorvo ha scritto:

E quello che la rende più resistente è che ogni insediamento comunica con gli altri

 

La stessa cittadina di persone affette da questo “morbo” così come la casa stessa, sono temi che meriterebbero di essere trattati in maniera più ampia in modo anche da creare un’atmosfera che lasci presagire che in seguito avverrà qualcosa di sinistro.

 

La mia personale considerazione è che scrivere un racconto comporti un naturale compromesso in termini di temi trattati. In questo caso gli elementi sono troppi e quindi finisco inevitabilmente per essere compressi e si ha la sensazione che alcune parti vengano un po’ liquidate alla svelta, a mio parere ci sarebbe materiale per scrivere un’opera di più ampio respiro.

 

In definitiva l’idea di fondo mi ricorda “L’ombra di Innsmouth” però la variante del tumore è originale. Come già scritto mi sarebbe piaciuto vedere alcuni temi sviluppati di più, dando magari più spazio all’ambientazione, in ogni caso la lettura è risultata piacevole specialmente per quanto riguarda la seconda e la terza parte ed in uno spazio ristretto hai delineato dei personaggi convincenti.

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