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Nightafter

L' ospite - Pt. 3 [NNI20- Fuori concorso]

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L' ospite - Pt. 3 [NNI20- Fuori concorso]

 

Si chiese stupito chi mai potesse venire a rompergli le scatole a quell'ora tarda della sera, poiché non attendeva nessuno.
Per altro, la casa era una delle villette unifamigliari, col solo piano terreno che si affiancavano in quella via periferica, quindi non vi era il rischio che una vicina di pianerottolo, rimasta senza sale o zucchero, ti bussasse alla porta per a chiederne in prestito.
Smadonnando, mentre il campanello si faceva insistente, si apprestò all'uscio e cautamente sbirciò allo spioncino, per capire chi fosse lo scriteriato a strapazzargli il campanello con quella insistenza sul fare della notte.
Stupefatto constatò che, sotto la debole luce del faretto posto alla sommità dell'ingresso, si presentava la figura di un ragazzino.
Aprì la porta e alla maggiore luce, potè osservare meglio l'aspetto dell' improvviso visitatore: si trattava di un bambino che, per altezza e struttura fisica, poteva avere un'età tra i nove e gli undici anni, indossava un giubbotto di panno nero con cappuccio di due taglie più grandi della sua, non aveva ombrello né qualcosa di impermeabile a coprirlo, infatti appariva zuppo d'acqua. Calzava scarpe da tennis in tela, del tutto inadeguate per la temperatura di fine ottobre e per quel diluvio che veniva giù.
Aveva un aspetto dimesso, da vagabondo, un visetto magro annegato nell'ombra dell'ampio cappuccio, portava appeso alle spalle uno zainetto, a culmine della bizzarria, teneva sotto un braccio una zucca vuota, sulla quale era stata intagliata una bocca dentata ridente e aperti due buchi come occhi, a simulare un teschio allegorico.


Di colpo realizzò di cosa si trattasse: rammentò che quel giorno era il trentuno del mese di ottobre, la notte di quella cazzata americana chiamata Halloween che ormai aveva preso voga anche in Italia.
Roba da non crederci: quel ragazzetto era in giro da solo a quell'ora, con quel tempo infame, per quella roba di "dolcetto o scherzetto".
Santo cielo, che razza di stupidaggini potevano compiere i ragazzi di oggi per seguire le mode strambe promosse da TV e web: si era all'alienazione totale.
Il ragazzo non chiedeva, stava sulla porta muto e grondante d'acqua, lo osservava senza espressione, come se dovesse assolvere un impegno del quale gli importava meno che niente, tremava anche per il freddo.
- Sei qui per "dolcetto o scherzetto", per Halloween, giusto? - lo anticipò lui, visto che l'altro non si decideva a recitare quella richiesta di rito: forse era un po' imbranato e molto timido.
Il bambino non rispose, sembrava assente, come in attesa di qualcosa che non lo riguardasse, non si curava neppure della pioggia che continuava a scorrergli lungo il corpo, formando una pozza lucida intorno ai piedi.
Ernesto era fortemente perplesso, non sapeva esattamente che dire o fare, quel ragazzino aveva qualcosa di sconcertante che lo metteva a disagio: in casa non teneva dolciumi da offrirgli per liquidarlo, lui non era amante dei dolci.
Per altro pensò che, se pure li avesse avuti, non se la sarebbe sentita di lasciarlo là fuori con quel tempo da lupi, chiudendogli la porta in faccia.
- Cazzo! Ma tua madre è matta a lasciarti andare in giro a quest'ora e con questo diluvio? Domani come minimo avrai una polmonite. -
Nessuna risposta: il piccolo cambiava di piede d'appoggio, sistemava la zucca che tendeva a scivolargli da sotto il braccio, senza mutare espressione.
La situazione era in stallo ed Ernesto iniziava a spazientirsi.
- Senti, non ho dolci o caramelle da darti, mi spiace, ma hai bussato alla porta sbagliata. Non puoi restare qui a marcire sotto quest'acqua, smettila con questa sciocchezza di Halloween e tornatene a casa, che questa non è notte da stare fuori alla tua età. - Esortazione inutile, visto l'ostinato mutismo del ragazzo.
Con la porta spalancata, quell'umidità che penetrava le ossa e l'aria gelida, sentiva intirizzire la pelle: brividi di freddo lo assalivano a intermittenza, era meglio riparare dentro casa per cercare di sbloccare quella situazione.
- Senti figliolo, non possiamo stare qui fuori a prenderci un malanno senza venire a capo di qualcosa: tu non parli e io non so come aiutarti, per ragionarci togliamoci almeno da questo maltempo. Vieni dentro, non ho dolci da regalarti ma possiamo farci un tè caldo, ti asciughi un poco gli abiti, poi ti darò un ombrello e te ne torni a casa con la testa coperta. -


Arretrando dalla porta gli fece cenno d'entrare, il piccolo lo seguì silenzioso come un'ombra.
Nel soggiorno gli indicò il divano su cui accomodarsi, il ragazzo sedette senza un cenno di ringraziamento, si limitò a poggiare la zucca sul tavolino basso davanti a sé, mantenne lo zainetto sulle spalle.
Aveva calato il cappuccio del giubbotto, ora mostrava il capo scoperto: aveva l'aria di un pulcino con le penne arruffate e intrise di pioggia, i capelli gli scendevano sulla fronte come alghe nere gettate sulla battigia dalla mareggiata. La pelle, sul piccolo volto scavato, era livida come quella dei cadaveri di annegati. Solo gli occhi: grandi e scuri come la notte, apparivano, in quel pallore malsano del viso, fermi magnetici come negli uccelli.
Il bambino, oltre al non parlare, aveva nell'insieme qualcosa di strano, di inquietante, faceva pensare a una qualche malattia.
- Allora dai, davvero non vuoi dirmi il almeno tuo nome? Su dimmi quanti anni hai e dove abiti? Sei di qui del quartiere? - Nulla. Una statua di cera sarebbe risultata più espressiva.
- Se conosci il numero di telefono dei tuoi, che certo saranno preoccupati, li chiamo per tranquillizzarli, magari poi ti riaccompagno a casa. - Inutile, sembrava sordo, continuava solo a fissarlo, lo stava mettendo seriamente a disagio, la situazione aveva una piega assurda, non era normale quel bambino.
Gli occhi sembravano non vederlo, erano impenetrabili, non tradivano reazioni, come se non ci fosse alcun pensiero ad attraversargli la mente, si mosse solo per sfilare dalle spalle lo zainetto e posarlo al suo fianco sul divano.
Iniziò a pensare che non capisse la lingua: forse era straniero, non capiva l'italiano, magari era figlio di qualche emigrato, o più verosimilmente aveva qualche disturbo mentale, forse era affetto da una forma di autismo, o di qualche altro disturbo cognitivo.
Probabilmente era sgattaiolato fuori casa eludendo la sorveglianza dei famigliari per partecipare questa menata di Halloween, ansioso di emulare ciò che facevano in quella serata molti bambini della sua età.

Di certo il ragazzino necessitava di aiuto, del resto come aveva pensato non poteva certo lasciarlo tornare in strada e andarsene a letto come nulla fosse.
C'era rischio che, strambo di testa come era, finisse sotto qualche auto o che girovagando cascasse nel fiume che scorreva a meno di trecento metri da lì.
L'unica soluzione era di farlo fermare a dormire per la notte. L'indomani mattina, con calma, lo avrebbe accompagnato alla stazione dei Vigili Urbani più vicina: avrebbe spiegato loro l'accaduto e lasciato che se ne occupassero con i servizi sociali.
- Senti - disse - ora metto su l'acqua per il tè, così ci ristoriamo un poco, poi ti preparo un bagno caldo, ti togli 'sta roba fradicia da dosso e la mettiamo ad asciugare sul termo. Ti cerco una mia T-shit e i boxer di un mio pigiama per la notte, allestiamo questo divano letto con lenzuola e coperta e ne riparliamo domattiina. Ok? -
Inutile attendere risposta, nel nero profondo di quegli occhi sembrò passare una fugace scintilla di attenzione, ma forse fu solo il riflesso dell'alogena a stelo che dava luce alla sala.
Ernesto andò in cucina per la preparazione del tè: mise il bollitore con l'acqua sulla piastra elettrica, poi, in camera sua, prese nella cassettiera gli indumenti per rivestire il ragazzo, infine passò nel bagno, dove aprì l'acqua calda per riempire la vasca e recuperò dalla mensola dove li teneva riposti, un accappatoio fresco di tintoria.

 

(Continua)

 

 

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@Nightafter ma sei di una perfidia unica! 
non puoi lasciarci così! Continua... e quando?

L’ho apprezzato moltissimo, mi ha davvero messo inquietudine. Mi piace questa scrittura verace che rende vivida e reale la storia.
complimenti e attendo il resto anche se ho la sensazione che dovrò attendere a lungo. Chissà!

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Grazie carissima@@Monica

 

per i complimenti e l'interessamento.

Se non defungo nella notte, domani dovrei riuscire a postare la quarta e conclusiva partre.

 

Un abbraccio. Ciao.

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Concordo e sottoscrivo quanto detto da @@Monica  Il racconto inquieta con una grazia davvero particolare.

A parte qualche refuso, quisquilie da tastiera, quello che più seduce è il modo con cui fai montare la tensione.

Non solo per il ritmo che accarezza luoghi e cose, quasi a prendersela comoda mentre tu leggi e fremi, ma per il progressivo disvelarsi  della feccia oscena dietro la maschera per bene di quest'omino grigio. Ed è qui che il ragazzino comincia a far paura, che temi e insieme speri sia la nemesi, uno di quei villain che sopra ogni cosa amiamo odiare.  

Solo una cosa: non farci aspettare troppo la quarta e conclusiva parte.

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Mia amata @aladicorvo

I tuoi commenti lusingano la mia modesta e schiva natura di scribacchino.

Non posso che ringraziarti per il generoso incoraggiamento che anche tu come l'ottima @@Monica

mi chiedete di postare il capitolo finale di questa ignobile storia (nel contenuto).

Come promesso mi appresto, contrariamente al mio solito vizio di disseminare il forum di storie lasciate a metà, che talvolta riprendo dopo mesi di silenzio, a postare la puntata terminale della storia.

10 ore fa, aladicorvo ha scritto:

A parte qualche refuso, quisquilie da tastiera,

Ecco, poiché normalmente non li rilevo, se no farei a meno di lasciarli nei miei testi, è cosa molto gradita farmeli notare, accompagnandoli anche da una dura reprimenda.

Altrimenti non imparerò mai e data l'età matura, non è che mi resti molto tempo davanti per farlo.

 

Screrzi a parte davvero grazie del commento più che benevole.

 

Ciao a rileggerci : ))

 

 

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