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Deborah Zan.

AA - Aspirante Astronauta

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commento

 

AA - Aspirante Astronauta

 

 

Ad Harobed Ottonaz piaceva davvero molto fare visita ai nonni materni.

Adorava particolarmente sdraiarsi sul pesante tappeto persiano e ascoltare il nonno al pianoforte, mentre faceva danzare le scheletriche dita sui tasti, creando motivetti che facevano viaggiare la mente della piccola in mondi sempre nuovi. Le compiaceva inoltre sentire dalla cucina le squisite torte che nonna sapientemente preparava. Cheescake con confettura di fichi, la sua preferita. Harobed però non la gradiva molto, lei preferiva la torta di carote. Arancione, proprio come il colore dei suoi capelli perennemente arruffati.

Si sentiva bene in ogni stanza della casa, ma il luogo che amava di più in assoluto era la mansarda. Con quell'enorme finestra che dava sulla collina e sui vigneti che si allungavano a perdita d'occhio. In quella stanza ci dormiva duo volte la settimana e molto spesso anche durante il weekend. Il letto era alto, soffice come una nuvola e profumava di magnolie. Il resto del locale era popolato infine da una piccola scrivania, un armadio di modeste dimensioni e dallo Space Shuttle. La Navetta Spaziale della NASA occupava quasi tutta la parte bassa della mansarda. Il soffitto obliquo non permetteva di avere uno spazio omogeneo, ma quel rifugio in legno ci stava a pennello. Harobed trascorreva pomeriggi interi lì dentro. Lo avevano costruttivo suo padre e il nonno sotto la sua supervisione ovviamente. Voleva fosse perfetto, identico a quello che possiede l'ente governativo statunitense responsabile delle missioni spaziali in orbita intorno alla Terra.

Lì dentro c'era tutto il suo mondo: mappe, libri sull'astronomia e cosmologia, disegni di tute utilizzate dagli astronauti durante le attività extraveicolari, prototipi di navette dall'aspetto fiabesco e ipotesi su forme di vita extraterrestre.

In uno dei suoi dieci Natali, le avevano regalato un pigiama intero a forma di tuta spaziale. Come il camice per lo scienziato, utilizzava quell'indumento come una divisa da indossare esclusivamente durante quei pomeriggi di intensa attività cerebrale. Quando scendeva la notte e sul paese calava il velo cobalto steso dalla Luna, la piccola saliva sul letto e incollava il naso alla finestra. Talmente era grande che a quantità ci sarebbero stati altri cinque visi come il suo uno accanto all'altro. Ammirava le stelle. Cosi piccole e infinitamente grandi. Trascorreva le notti più limpide di plenilunio giocando a “unisci i puntini”, creando forme dalle più semplici alle più disparate.

Rideva. Il cielo la faceva sorridere. Trovava conforto nella sua solitudine temporanea. Ma tanto sola non era. Perché in quel momento c'erano il pigiama, il firmamento, lo Shuttle e lei. Non serviva nient'altro.

Ora, dopo vent'anni, quegli attimi sono per Harobed solo un dolce ricordo. La casa dei nonni è stata messa in vendita dopo la morte di entrambi i coniugi avvenuta un'anno prima.

Harobed è in attesa di un acquirente, fuori dalla porta di casa. Quando il tour dell'abitazione ha inizio sente dentro di lei una strana sensazione. É da molto che non entra lì dentro. I rapporti fra i suoi genitori e i nonni sono andati via via frantumandosi.

La coppia sembra particolarmente interessata all'abitazione. Salgono dunque al piano di sopra e infine in mansarda. Harobed apre la porta con un'esitazione a lei sconosciuta. Le mani le tremano sul pomello.

È tutto com'era vent'anni fa. C'è il soffice letto, l'enorme finestra, i libri, le foto di lei vestita con il pigiama e quando i suoi occhi incontrano lo Space Shuttle le pupille si restringono e il cuore salta un battito. Deglutisce un nodo così grande da dolerle la gola mentre avanza piano e lascia entrare gli acquirenti nella stanza.

Stringe la sua cartellina gialla con l'elastico e nella mente sbocciano i ricordi, come magnolie. Le scende una lacrima silenziosa sulla zigomo che è lesta ad asciugare. Harobed non ha mai dimenticato la sua grande passione per lo Spazio anche se la bambina che voleva diventare un'astronauta non c'è più. Oggi c'è una donna che lavora come insegnante di scienze alle scuole medie, ma che sogna ancora la Luna. E ogni tanto la va a trovare. All'osservatorio. Conversa con lei per un'ora circa e al momento dei saluti la congeda con un bacio volante e una promessa: “Fintanto che risplenderai nelle notti più buie, io non smetterò mai di brillare nei momenti più negativi; amica mia. Grazie per tutte le volte che mi guardi da lassù”.

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Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

duo

piccolo refuso: due

 

Un po' troppo sentimentale per me, ma molto gradevole.

 

Hai fatto un gioco di parole con il tuo nome?

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6 ore fa, Almissima ha scritto:

piccolo refuso: due

 

Un po' troppo sentimentale per me, ma molto gradevole.

 

Hai fatto un gioco di parole con il tuo nome?

 

 Ciao @Almissima

 

Grazie per aver letto il mio racconto.

 

Ti ringrazio per il commento e apprezzo il fatto che hai notato il gioco di parole che ho voluto creare con il mio reale nome.

 

A presto.

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Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

piaceva davvero molto

Un doppio rafforzativo, un po' troppo. Sceglierei uno dei due: "le piaceva davvero", oppure "le piaceva molto".

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

mentre faceva danzare le scheletriche dita sui tasti, creando motivetti che facevano viaggiare

Cercherei un modo per evitare la ripetizione del verbo fare.

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Le compiaceva inoltre sentire

In realtà "le piaceva". Compiacere ha un significato diverso: transitivo, come compiacere qualcuno, fare qualcosa che fa piacere a quella persona; riflessivo, come compiacersi, sentirsi soddisfatti.

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Cheescake con confettura di fichi, la sua preferita. Harobed però non la gradiva molto, lei preferiva la torta di carote.

E' la sua preferita ma non la gradisce? Così non capisco.

Forse volevi dire che era la preferita della nonna, ma Harobed non la gradiva molto.

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

la mansarda. Con quell'enorme finestra

Non ho idea di come sia questa mansarda, ma normalmente è difficile che possa avere una enorme finestra essendo nel sottotetto.

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

In quella stanza ci dormiva duo volte la settimana e molto spesso anche durante il weekend.

Refuso.

Vuoi dire che andava spesso in quella casa, e questo potrebbe bastare, ma se vuoi arricchire il racconto, allora prova a giustificare. Per esempio: "Andava a dormire dai nonni due volte a settimana quando i genitori avevano il turno di notte, ma a volte si fermava anche durante il week end"

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

era popolato infine da una piccola scrivania

Se usi "popolato" in senso figurato, mi aspetto comunque una moltitudine di cose. In questo case sarebbe preferibile "arredato con ..."

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

e dallo Space Shuttle

Beh, non mi aspetto di trovare uno Space Shuttle vero in una mansarda. Ci può stare che una bambina dica che quello (qualsiasi cosa sia) è il suo Space Shuttle, ma non posso pensare che poi sia per davvero

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

identico a quello che possiede l'ente governativo statunitense responsabile delle missioni spaziali in orbita intorno alla Terra.

 

La nostalgia per qualcosa che ci ha emozionato da bambini e che ricordiamo anche da adulti può essere un buon tema da sviluppare. Hai cercato di rendere questi sentimenti, forse ti sei persa un po' troppo in dettagli e non sei riuscita a centrare in pieno l'obbiettivo.

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Rideva. Il cielo la faceva sorridere. Trovava conforto nella sua solitudine temporanea. Ma tanto sola non era. Perché in quel momento c'erano il pigiama, il firmamento, lo Shuttle e lei. Non serviva nient'altro.

Questa è forse il momento più significativo a cui hai dedicato solo queste due righe.

Il vero cuore del racconto inizia lì, quando quella bambina scopre come affrontare la propria solitudine. Di lì inizia il senso della formazione che la porterà ad essere adulta e quel filo non deve spezzarsi nella narrazione.

Alla prossima

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Ciao @Poldo

 

Grazie per esserti soffermato a leggere il mio racconto.

 

Condivido i tuoi consigli e commenti. Non sono una scrittrice navigata e questo lo si nota nei miei racconti imperfetti. 

 

Spero col tempo di apprendere nuovi insegnamenti e perle di saggezza per rendere migliori i miei testi.

 

A presto.

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Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

le scheletriche dita

Non è un'immagine bellissima, sarebbe meglio dita magre oppure ossute, scheletriche fa pensare a una persona molto malata. 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Le compiaceva inoltre sentire dalla cucina le squisite torte

Questa parte è un po' strana. "compiacere" non credo sia il verbo giusto, e poi "sentire le torte", penso manchi il complemento oggetto. "le piaceva sentire (il profumo?) delle torte..."

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Con quell'enorme finestra che dava sulla collina e sui vigneti

Mi immagino una di quelle case ammeregane con la finestra tonda, luminosa, giusto? Bella immagine.

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

duo

"due"

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Il resto del locale era popolato infine

Suona male. Non penso che il mobilio popoli qualcosa. 

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

e dallo Space Shuttle

Dal modellino in scala dello Space Shuttle. 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Voleva fosse perfetto, identico a quello che possiede l'ente governativo statunitense responsabile delle missioni spaziali in orbita intorno alla Terra.

Qui sarebbe stato carino aggiungere dei dettagli sul processo di realizzazione, o sul materiale utilizzato o il tempo impiegato. 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

il velo cobalto steso dalla Luna

Non ho capito. Il cobalto è un blu molto inteso, non mi sembra un colore notturno. 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Talmente era grande che a quantità ci sarebbero stati altri cinque visi come il suo uno accanto all'altro

Per una bambina di 10 anni appare una enorme finestra, ma a spanne misura massimo un metro e mezzo, occhio.

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

un'anno

Refuso: un anno

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

I rapporti fra i suoi genitori e i nonni sono andati via via frantumandosi.

Mi sarebbe piaciuto un approfondimento su questo aspetto.

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

Oggi c'è una donna che lavora come insegnante di scienze alle scuole medie, ma che sogna ancora la Luna.

Perché non ha seguito i suoi sogni? Ha tentato?

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

È tutto com'era vent'anni fa. C'è il soffice letto, l'enorme finestra, i libri, le foto di lei vestita con il pigiama e quando i suoi occhi incontrano lo Space Shuttle le pupille si restringono e il cuore salta un battito. Deglutisce un nodo così grande da dolerle la gola mentre avanza piano e lascia entrare gli acquirenti nella stanza.

Stringe la sua cartellina gialla con l'elastico e nella mente sbocciano i ricordi, come magnolie. Le scende una lacrima silenziosa sulla zigomo che è lesta ad asciugare.

Gradevole l'immersione nei ricordi di bambina, sarebbe stato altrettanto piacevole un approfondimento sui sentimenti e le sensazioni provate. Perché le scende la lacrima, qual è il trigger? 

Un piccolo appunto extra, io sono rossa di capelli, se mai nella vita li avessero definiti arancioni, avrei scatenato un putiferio. Ma stiamo parlando di me, che mi sento un raro unicorno. 

L'idea del racconto è carina, dovresti provare a rivederlo approfondendo delle parti. Spero di esserti stata utile e di non aver esagerato.

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@Em. Ciao, grazie per essere passata e aver letto il mio testo.

 

Apprezzo i tuoi consigli e li ho trovati utili e ben argomentati.

 

Di solito approfondisco molto i miei racconti e finisco per buttare uno tsunami di aggettivi esagerati. Questa volta volevo fare diversamente ma ho finito per non essere empatica come volevo.

 

Devo trovare una via di mezzo.

 

A presto.

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@Poeta Zaza Ciao, piacere mio.

 

Perdona gli errori.

 

Grazie, sono contenta che tu abbia apprezzato la nota poetica nel racconto.

 

Forse avrei dovuto argomentare meglio alcune scene come consigliato anche da altri Wdiani nei commenti qui sopra. 

 

A presto.

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Il 12/11/2020 alle 12:52, Deborah Zan. ha scritto:

@Poeta Zaza Ciao, piacere mio.

 

Perdona gli errori.

 

Grazie, sono contenta che tu abbia apprezzato la nota poetica nel racconto.

 

Forse avrei dovuto argomentare meglio alcune scene come consigliato anche da altri Wdiani nei commenti qui sopra. 

 

A presto.

 

Il 11/11/2020 alle 15:01, Em. ha scritto:

Non è un'immagine bellissima, sarebbe meglio dita magre oppure ossute, scheletriche fa pensare a una persona molto malata. 

Questa parte è un po' strana. "compiacere" non credo sia il verbo giusto, e poi "sentire le torte", penso manchi il complemento oggetto. "le piaceva sentire (il profumo?) delle torte..."

 

Mi immagino una di quelle case ammeregane con la finestra tonda, luminosa, giusto? Bella immagine.

 

"due"

Suona male. Non penso che il mobilio popoli qualcosa. 

 

Dal modellino in scala dello Space Shuttle. 

Qui sarebbe stato carino aggiungere dei dettagli sul processo di realizzazione, o sul materiale utilizzato o il tempo impiegato. 

Non ho capito. Il cobalto è un blu molto inteso, non mi sembra un colore notturno. 

Per una bambina di 10 anni appare una enorme finestra, ma a spanne misura massimo un metro e mezzo, occhio.

Refuso: un anno

Mi sarebbe piaciuto un approfondimento su questo aspetto.

 

Perché non ha seguito i suoi sogni? Ha tentato?

 

Gradevole l'immersione nei ricordi di bambina, sarebbe stato altrettanto piacevole un approfondimento sui sentimenti e le sensazioni provate. Perché le scende la lacrima, qual è il trigger? 

Un piccolo appunto extra, io sono rossa di capelli, se mai nella vita li avessero definiti arancioni, avrei scatenato un putiferio. Ma stiamo parlando di me, che mi sento un raro unicorno. 

L'idea del racconto è carina, dovresti provare a rivederlo approfondendo delle parti. Spero di esserti stata utile e di non aver esagerato.

Sono Alessandra e ho letto il tuo racconto. Secondo me è molto preciso nella descrizione : ti trovi in un luogo che non è luogo e in un Tempo che non è Tempo. La nebbia nasconde in modo poetico la protagonista del racconto, che, coperta da uno strato di neve, perde la coscienza della propria identità. Solo i pensieri le fanno compagnia. Posso dire anche che non si tratta veramente di pensieri, ma di sensazione che la portano gradatamente ad uscire da quel batuffolo di neve e ad entrare nella calda coperta del suo letto.

Alessandra

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Le mie personali correzioni:

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

commento

 

AA - Aspirante Astronauta

 

 

Ad Harobed Ottonaz piaceva davvero molto tanto fare visita ai nonni materni.

Adorava particolarmente sdraiarsi sul pesante tappeto persiano e ascoltare il nonno al pianoforte, mentre faceva danzare le scheletriche dita sui tasti, creando motivetti che facevano viaggiare la mente della piccola in mondi sempre nuovi. Le compiaceva inoltre , e amava sentir provenire dalla cucina il profumo delle squisite torte che la nonna sapientemente preparava. Cheesecake con confettura di fichi, la preferita di quella dolce vecchina. A Harobed però non la gradiva piaceva molto, lei era più per la torta di carote. Arancione, proprio come il colore dei suoi capelli perennemente arruffati.

Si sentiva bene in ogni stanza della casa, ma il luogo che amava di più in assoluto era la mansarda. Con quell'enorme finestra che dava sulla collina e sui vigneti che si allungavano a perdita d'occhio. In quella stanza ci dormiva duo due volte la settimana e molto spesso anche durante il weekend. Il letto, che profumava di magnolie, era alto, e soffice come una nuvola e profumava di magnolie. Il resto del locale era popolato infine da una piccola scrivania, da un armadio di modeste dimensioni e dallo Space Shuttle. La Navetta Spaziale della NASA occupava quasi tutta la parte bassa della mansarda. Il soffitto obliquo non permetteva di avere uno spazio omogeneo, ma quel rifugio in legno ci stava a pennello. Harobed trascorreva pomeriggi interi lì dentro. Lo avevano costruttivo suo padre e il nonno sotto la sua supervisione ovviamente. Voleva fosse perfetto, identico a quello che possiede dell'ente governativo statunitense responsabile delle missioni spaziali in orbita intorno alla Terra.

Lì dentro c'era tutto il suo mondo: mappe, libri sull'astronomia e cosmologia, disegni di tute utilizzate dagli astronauti durante le attività extraveicolari, prototipi di navette dall'aspetto fiabesco e ipotesi su forme di vita extraterrestre.

In uno dei suoi dieci Natali, le avevano regalato un pigiama intero a forma di tuta spaziale. Come il camice per lo scienziato, lo utilizzava quell'indumento come una divisa da indossare esclusivamente durante quei pomeriggi di intensa attività cerebrale. Quando scendeva la notte e sul paese calava il velo cobalto steso dalla Luna, la piccola saliva sul letto e incollava il naso alla finestra. Talmente era grande che a quantità ci sarebbero stati altri cinque visi come il suo, (VIRGOLA) uno accanto all'altro. Ammirava le stelle. Cosi piccole e infinitamente grandi. Trascorreva le notti più limpide di plenilunio giocando a “unisci i puntini”, creando forme dalle più semplici alle più disparate.

Rideva. Il cielo la faceva sorridere. Trovava conforto nella sua solitudine temporanea. Ma tanto sola non era. Perché in quel momento c'erano il pigiama, il firmamento, lo Shuttle e lei. Non serviva nient'altro.

Ora, dopo vent'anni, quegli attimi sono per Harobed solo un dolce ricordo, per Harobed. La casa dei nonni è stata messa in vendita dopo la morte di entrambi, (VIRGOLA) i coniugi avvenuta un' (NO APOSTROFO) anno prima.

Harobed è all'ingresso, in attesa di un acquirente, fuori dalla porta di casa. Quando il tour dell'abitazione ha inizio, (VIRGOLA) sente dentro di lei una strana sensazione. É da molto che non entra lì dentro. I rapporti fra i suoi genitori e i nonni sono andati via via frantumandosi deteriorandosi.

La coppia sembra particolarmente interessata all'abitazione. Salgono dunque al piano di sopra e infine in mansarda. Harobed apre la porta con un'esitazione a lei sconosciuta. Le mani le tremano sul pomello.

È tutto com'era vent'anni fa. C'è il soffice letto, l'enorme finestra, i libri, le foto di lei vestita con il pigiama, (VIRGOLA) e quando i suoi occhi incontrano lo Space Shuttle le pupille si restringono e il cuore salta un battito. Deglutisce un nodo così grande da dolerle la gola mentre avanza piano e lascia entrare gli acquirenti nella stanza.

Stringe la sua cartellina gialla con l'elastico e nella mente sbocciano i ricordi, come magnolie. Le scende una lacrima silenziosa sulla zigomo che è lesta ad asciugare. Harobed non ha mai dimenticato la sua grande passione per lo Spazio anche se la bambina che voleva diventare un'astronauta non c'è più. Oggi c'è una donna che lavora come insegnante di scienze alle scuole medie, ma che sogna ancora la Luna. E ogni tanto la va a trovare. All'osservatorio. Conversa con lei per un'ora circa e al momento dei saluti la congeda con un bacio volante e una promessa: “Fintanto che risplenderai nelle notti più buie, io non smetterò mai di brillare nei momenti più negativi; , (VIRGOLA) amica mia. Grazie per tutte le volte che mi guardi da lassù”.

 

Ovviamente sono osservazioni influenzate anche dai miei gusti personali. Ci sono alcuni particolari che a mio parere lasciano un po' a bocca asciutta il lettore: per esempio il fatto che i nonni siano scomparsi "entrambi un anno prima" fa pensare a qualcosa di particolare che forse valeva la pena di accennare, oppure un piccolo chiarimento su perché i rapporti tra i nonni e i genitori della protagonista siano peggiorati. Per il resto è un racconto tenero che tratta una tematica comune a tutti, cioè la nostalgia per l'infanzia e il dispiacere di dover lasciare indietro qualcosa di simbolico che ha significato molto in passato. C'è l'elemento emotivo ma avrei cercato un escamotage per renderlo più di impatto :)

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Buona sera @leonreno83

 

Ti ringrazio per essere passato a leggere il mio racconto.

 

Forse avrei dovuto specificare meglio alcune parti. ho basato quasi tutto sull'emotività, forse in maniera esagerata.

 

3 ore fa, leonreno83 ha scritto:

Per il resto è un racconto tenero che tratta una tematica comune a tutti, cioè la nostalgia per l'infanzia e il dispiacere di dover lasciare indietro qualcosa di simbolico che ha significato molto in passato.

I tema lo hai azzeccato.

 

Ti manso un saluto.

Grazie e a presto.

 

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Ciao @Deborah Zan.,

 

Essendo ingegnere aerospaziale sono stato calamitato dal titolo del tuo racconto. Mi piace l'idea di fondo e le atmosfere che hai creato. La bambina che si rifugia nella mansarda dei nonni a giocare con la riproduzione dello Space Shuttle e a guardare le stelle è un immagine felice e che appartiene all'immaginario collettivo. 

Di bambini che giocano nelle mansarde è piena la letteratura ed il cinema.Le mansarde sono luoghi magici. 

Ho visto che i vari commenti precedenti si sono soffermanti sui dettagli e sugli errori per questo mi limito solo ad alcuni appunti.

Ci sono espressioni ed passaggi che ho trovato un pò "pesanti", ecco alcuni esempi

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

l'ente governativo statunitense

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

solitudine temporanea.

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

la morte di entrambi i coniugi

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

lesta 

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

C'è il soffice letto, l'enorme finestra,

 

Il racconto è leggibile ma ti consiglio di alleggerirlo un pochino di queste espressioni, lo rederesti ancora più piacevole.

Io aggiungerei ulteriori dettagli alla descrizione della casa in modo tale da far immedesimare di più il lettore nell'atmosfere familiari.

Avrei inoltre parlato un pò più dei nonni per dargli uno spessore psicologico.

Credo che l'intento del racconto era descrivere i sogni d' infanzia dei quali rimane ora il rapporto con la Luna, per questo il fatto che non ci sia una vera e propria trama non mi dispiace.

A rileggerci.

 

Marco

 

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@Marcocr piacere di conoscerti.

 

grazie per esserti soffermato a leggere il mio racconto. Sono onorata di aver destato la curiosità di un'ingegnere aerospaziale.

 

Apprezzo i tuoi consigli e li terrò a mente.

 

Grazie.

A presto.

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Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

compiaceva

Strana scelta di vocabolo

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

duo

due

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

la

avrei scritto "alla"

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

costruttivo

costruito

 

Il 3/11/2020 alle 22:34, Deborah Zan. ha scritto:

creando forme dalle più semplici alle più disparate

avrei scritto "le più disparate" oppure "dalle più semplici alle più complesse"

 

Racconto delicato, il cui pregio maggiore è restituire bene la nostalgia per i sogni dell'infanzia e il senso di perdita di un'innocenza che, in fondo, non smette mai di accompagnarci. 

Ci sono un po' di refusi e frasi frettolose. Alcune le ho segnalate. Altre volte usi termini un po' freddi ("i coniugi" riferito ai nonni) che spezzano l'identificazione con la protagonista e quindi disturbano.

L'ellissi, il salto dall'infanzia all'età adulta, è un espediente che in genere mi piace, ma forse qui avresti creato più pathos con qualche dettagli sui nonni o sui genitori.

Insomma credo che il racconto sia una buona base se perdi qualche altra ora a rifinirlo.

Alla prossima

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