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@Monica

[NNI20] Fuori concorso - Bottiglia d’annata

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TRACCIA N1 “MISTERO”

 

Da quando Livio si era candidato, le era capitato di dover presenziare a numerosi eventi mondani ma, ad una degustazione di vini non avrebbe certo partecipato se lui non l’avesse praticamente obbligata: Emma odiava gli spazi angusti e con l’aria rarefatta.

L’evento era stato allestito nelle antiche cantine della tenuta più prestigiosa del paese: ettari di vigneti dalle geometrie perfette si estendevano a perdita d’occhio, e giochi di luce ricamavano le foglie di riflessi ambrati nel crepuscolo.

La sagoma della vecchia fattoria si stagliava solida sulla collina a testimonianza del dominio che la famiglia dei proprietari esercitava secoli prima sul paese e che, ancora oggi incuteva un certo timore reverenziale: ricevere un invito dai Montefortini era un onore, non accoglierlo, un errore imperdonabile. 

«Emma, non è una meraviglia questo posto?»

Livio era al settimo cielo, avere il supporto di quella famiglia, era un vantaggio a cui non avrebbe mai rinunciato. A poco contavano certe leggende inquietanti che giravano su quel luogo, frutto dell’invidia della gente comune verso la ricchezza e il potere. 

Emma si trovò immersa in un’atmosfera di altri tempi mentre scendeva gli scalini in pietra che portavano ai sotterranei, maledicendosi a più riprese per aver indossato delle scarpe con tacchi alti, del tutto inadatti a quel luogo.

Ogni invitato aveva ricevuto una candela inserita in un candelabro a forma di bottiglia con il logo della casa vinicola: una bocca di donna intenta a gustare un acino d’uva. 

Emma proseguiva piano, cercando di individuare con la pianta del piede la fine di ogni gradino, facendo un grande sforzo per cercare di mantenere l’equilibrio. Ad un tratto posò istintivamente la mano sulla parete, ma dovette ritrarla immediatamente con disgusto: il muro era freddo, umido ed era coperto di una patina vischiosa. Si ripulì meglio che poteva strofinandosi nervosamente le mani alla gonna di seta.

Le avevano riservato un posto in prima fila. La sedia, d’epoca, scricchiolava sotto il suo peso e così fu costretta a cercare di rimanere più immobile possibile. Stando seduta il soffitto basso le dava meno problemi, ma l’aria rarefatta faceva tremare le luci delle candele e alcune le sembravano sul punto di spegnersi.  

Il sommelier indossava una camicia immacolata e si muoveva con gesti misurati ed esperti. Prese la bottiglia e ne accarezzò lentamente il collo per poi tenerlo stretto tra l’indice e il pollice, mostrandola con la fierezza di un cacciatore con la preda. Con la destrezza di un chirurgo con il bisturi, le rimosse la capsula, affondando con piacere sadico la punta del cavatappi nel sughero che, dopo qualche resistenza, liberò l’accesso al pregiato liquido. L’uomo ne aspirò voluttuosamente l’aroma e a Emma non sfuggì il suo ghigno inquietante.

Fu allora che la notò: mentre il vino di un deciso rosso vermiglio scendeva nei calici le parve di vedere l’ombra di una donna staccarsi dal bicchiere. Fu un momento, una sensazione, probabilmente una suggestione.

Pensò che fosse solo colpa della mancanza d’aria, ma poco dopo, un alito di vento parve sfiorarle il collo e la fece rabbrividire. Cercò di ricomporsi, ma poi le parve di sentire uno strano bisbiglio, come se qualcuno volesse sussurrarle qualcosa nelle orecchie. Si rese conto di avere la bocca secca e di non riuscire a deglutire. 

«Si narra che nel Medioevo vivesse segregata in queste cantine una donna che oggi chiameremmo enologa, ma che a quel tempo fu definita una strega. Questo speciale vino rosso da dessert viene ancora oggi prodotto con la formula elaborata da lei.»

Chiuse gli occhi e respirò profondamente per cercare di calmarsi. Fece per avvicinare il calice alle labbra, ma le sembrò che queste si fossero gonfiate tanto da impedirle di aprire la bocca; nel giro di qualche secondo si erano spaccate e adesso penzolavano dal volto, e un fiotto di sangue grondava direttamente dentro al bicchiere.

Tremava e non riuscì a controllare le mani. Il calice rovinò a terra con un sordo fragore sbriciolandosi in mille frantumi.

Non ne fu mai del tutto sicura, ma tra gli sguardi di disapprovazione dei presenti, le parve di riconoscere quello di una donna che rideva sguaiatamente mentre raccoglieva le gocce che colavano dalla sua bocca per versarle nella bottiglia: un ingrediente segreto per dare colore e dolcezza a quel nettare che il sommelier faceva roteare con la maestria di un danzatore derviscio.

 

 

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Eccone un'altra a cui fare i miei complimenti per essere riuscita a sbagliare il luogo nel quale pubblicare!

 

Devo dire che scrivete molto bene, per non saper nemmeno leggere:

Quota

A partire dalle ore 18:00 di sabato 31/10 i racconti, accompagnati dall’indicazione della traccia scelta, dovranno essere inseriti nella Stanza delle votazioni anonime. Eventuali errori porteranno all’automatica e inappellabile esclusione del racconto dal contest.

 

Quota

Se avete scritto o state scrivendo un racconto davvero in grado di farci paura, ricordate l'essenziale:

 

Con somma gioia ti comunico che sei fuori!

Muahahah!

  • Grazie 1

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Ciao @@Monica,

Ho visto che il tuo racconto purtroppo è stato escluso dal contest a cui volevi partecipare e forse per questo non ha ricevuto alcun commento ma l’idea che hai avuto la trovo davvero originale per cui ho deciso di commentarlo io anche se lo svolgimento mi ha un po' deluso. Non perché tu non scriva bene, anzi proprio per la capacità evocativa della tua scrittura le potenzialità del tuo soggetto a mio avviso non sono state adeguatamente sfruttate con lo svolgimento della trama.
Sottolineo a mio avviso perché, per sfiga o per fortuna, quando leggo un libro che mi piace automaticamente e contemporaneamente le parole si trasformano in immagini nella mia mente, e siccome il tuo racconto mi è comunque piaciuto mi ha fatto vedere uno di quei film che alla fine ti lascia con l’amaro in bocca per l’occasione in parte sprecata.
Il bello dei libri rispetto ai film e che nel caso dei libri il lettore non è costretto a essere solo un semplice spettatore ma se vuole può diventare anche un regista, un montatore, uno scenografo, e anche un addetto agli effetti speciali. Tutte cose che, spero tu non me ne voglia, mi sono preso la libertà di fare.
Il tuo soggetto è originale. Chiunque apprezzi il vino sa che l’uva e il posto non bastano a dare al vino il suo sapore. Tanto per fare un esempio concreto con un vino che mi piace il gusto del Vermentino di Sardegna di Sella&Mosca per me è unico ed è il migliore fra tutti gli altri che ho provato e che sono prodotti ovviamente con la stessa tipologia di uva e nella stessa zona della Sardegna. La differenza quindi non può che essere dovuta a quanto avviene nel segreto delle loro cantine.
O forse nelle segrete delle cantine perché magari il sapore di un famoso vino rosso, così particolare da avere bisogno di ardite similitudini per poter essere descritto, non è che il diabolico risultato di un orribile sacrificio umano. Ecco perché leggendo il tuo racconto mi sono ritrovato quasi inconsapevolmente a cambiare la sceneggiatura e:
A trasformare la tenuta in un vecchio castello con le antiche segrete trasformate in cantine. Tra l’altro questo giustificherebbe gli spazi angusti che hai inserito e che non ritrovi quasi mai in delle vere cantine che per essere interrate sono straordinariamente spaziose e anche ben areate te lo posso assicurare (a questo proposito l’aria rarefatta almeno per me non assume una connotazione negativa e quindi non capisco l’avversione della tua protagonista);
A sostituire a un anonimo per quanto inquietante sommelier con l’ultimo discendente dell’antica famiglia dei Montefortini, unico custode del terribile segreto dietro al loro famoso vino rosso;
A eliminare il riferimento alla strega che viveva segregata nelle cantine e alla sensazione della protagonista che le si gonfino fino a spaccarsi le labbra facendo scorrere un fiotto di sangue nel bicchiere con una visione che ha la protagonista durante la degustazione del vino dell’uccisione di una donna da parte di un uomo in abiti medievali con le fattezze simili al discendente dei Montefortini.
Alla luce dei miei stravolgimenti avrei anche adeguato alcuni passaggi. Te li segnalo giusto solo perché tu abbia un quadro clinico completo della mia cinepsicosi.

 

Il 1/11/2020 alle 07:58, @Monica ha scritto:

Ad un tratto posò istintivamente la mano sulla parete, ma dovette ritrarla immediatamente con disgusto: il muro era freddo, umido ed era coperto di una patina vischiosa. Si ripulì meglio che poteva strofinandosi nervosamente le mani alla gonna di seta.

 

Qui toglierei il riferimento alla patina vischiosa (sostituendolo magari con un’altra sensazione paranormale) e soprattutto il fatto che la protagonista si pulisca la mano sulla sua gonna. Credo che nessuna donna macchierebbe volontariamente la gonna che indossa per di più a un evento a cui sta partecipando.

 

Il 1/11/2020 alle 07:58, @Monica ha scritto:

La sedia, d’epoca, scricchiolava sotto il suo peso e così fu costretta a cercare di rimanere più immobile possibile.

 

A me, ma sono un uomo, Emma piace immaginarmela come una bella donna alta e slanciata ma se la sedia scricchiola sotto il suo peso rischio di vederla in sovrappeso quindi io scriverei:

“La sedia, d’epoca, cigolava rumorosamente ad ogni suo minimo movimento e così fu costretta a cercare di rimanere più immobile possibile.”

 

Il 1/11/2020 alle 07:58, @Monica ha scritto:

Prese la bottiglia e ne accarezzò lentamente il collo per poi tenerlo stretto tra l’indice e il pollice, mostrandola con la fierezza di un cacciatore con la preda. Con la destrezza di un chirurgo con il bisturi, le rimosse la capsula, affondando con piacere sadico la punta del cavatappi nel sughero che, dopo qualche resistenza, liberò l’accesso al pregiato liquido.

 

Qui io avrei scritto:

“Prese la bottiglia e ne accarezzò lentamente il collo per poi tenerlo stretto tra l’indice e il pollice, mostrandola con la fierezza con cui un cacciatore esibisce la sua preda. Con la stessa destrezza di un chirurgo con il bisturi tagliò e rimosse la capsula, affondando con piacere sadico la punta del cavatappi nel sughero che, dopo qualche resistenza, liberò l’accesso al pregiato liquido.


Per il resto non ho notato niente che necessitasse di essere rivisto o corretto per cui ti faccio i miei complimenti per il tuo modo di scrivere.
A rileggerti presto.
 

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Ho apprezzato molto il tuo racconto, lo trovo ben ambientato e mi sono piaciuti anche i personaggi accennati.

Quello che mi lascia perplessa é la fine, dove non sono riuscita a capire se gli altri ospiti, compreso il fidanzato/marito della protagonista, erano tutti complici di questo sacrificio umano per un vino fantastico oppure vittime anche loro della malefica strega del vino.

A rileggerti!

 

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Ciao @@Monica .

Non angustiarti per esserti autoesclusa (erroneamente) dal concorso.

De Cuberten ci ha insegnato che l'importante è partecipare: vincere è auspicabile, ma non obbligatorio, per tanto l'importante è che qualcosa ci procuri lo stimolo a scrivere comunque.

Nella scrittura la competizione è sempre con noi stessi, che di lavoro in lavoro nutriamo l'ambizione di superare il nostro più grande antagonista: ovvero noi stessi e i nostri limiti nella sfida con la pagina bianca, sia essa cartacea che elettronica.

 

Personalmente sono uno dei maggiori atleti di questa specialità "letteraria", ovvero del pubblicare "fuori concorso".

Ti confesso che è uno sport che pur plecludendoti una "vittoria" ufficiale nel concorrere, possiede numerosi vantaggi:

1) Poter scrivere liberamente e senza ansia da prestazione.

2) Poter vagliare le prestazioni degli altri concorrenti prima di pubblicare il tuo scritto.

3) Infischiartene delle critiche negative, tanto sei "fuori concorso". ( Ahahahaha! Scherzo ovviamente)

 

Il tuo racconto pur denunciando un intento orrorifico, non ne percorre fino al fondo lo spirito più macabro e granguignolesco.

Nel senso che non contiene elementi decisamente cruenti, atti a far sobbalzare il lettore sulla sedia o a nascondorsi come i bimbi sotto le coperte, per la paura del buio, quando i genitori gli spengono la luce della cameretta per la notte.

 

La storia ci narra piuttosto una favola "nera", dove la protagonista vive o crede di vivere per forte suggestione data dall'ambiente, un'esperienza extrasensoriale.

Ho trovato ben scritto il tutto, inoltre molto efficace la parte descrittiva legata allo scenario: questa antica fattoria con una discendenza storica dei proprietari, dotata di sotterranei in cui è allocata la cantina dei vini.

Sul concetto di "fattoria" avrei, dato il tema, un piccolo dubbio: ovvero, forse sarebbe risultato più pertinente che il tutto si ambientasse all'interno di un vecchio castello, o un palazzotto signorile di campagna, dove il concetto di "sotterraneo" diviene maggiormente evocativo e credibile, come del resto pure esistono luoghi simili (anche in Italia) che, i discendenti di quella nobiltà, hanno riconvertito in aziende vinicole, dando vita anche a un piacevole turismo eno-gastronomico.

 

In effetti questi sotterranei lugubri e umidi, con gradini vetusti e ripidi da calare, dotati di candeliere a forma di bottiglie e candele accese, suggeriscono più che una convention per la degustazione del pregiato vino prodotto da quella azienda, la scenografia elaborata di una congregazione di adepti: una setta con i suoi rituali iniziatrici.

 

Tornando al tema, mi pare che ci si muova appunto nell'ambito di una leggenda, una favola con il suo fantasma con funzione di marchio di fabbrica per il prodotto enologico.

Se posso dire, per dare maggior forza alla componente "leggendaria" con la figura della strega, avrei dato maggior spazio e articolazione a questa figura mitica che mi sembra tu abbia liquidato con eccessiva fretta, donandogli unicamente due righe di descrizione.

Qualcosa in più non avrebbe guastato, consentendoti di concludere in maniera meno sbrigativa il finale stesso della storia.

 

Se posso consigliarti, terrei questo racconto come base, per elaborarne una futura versione più organica e completa, prendendoti il tempo e lo spazio dei caratteri che ti siano funzionali a ottenere un buon racconto, al di là di qualsiasi contest presente o futuro.

 

Grazie per il racconto che ci hai regalato, a presto rileggerti.

Un saluto e un augurio di buon lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

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@Nightafter grazie davvero per il commento approfondito e per le osservazioni che trovo pertinenti. In gara o fuori non importa, condivido. L’importante è cercare di superare i propri limiti. Questo è un genere che non mi appartiene affatto e si vede! Però non volevo rinunciare a provarci. A leggerci!
 

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Ciao @@Monica

Con il tuo incipit vorrei provare a fare un gioco, se me lo permetti.

Il 1/11/2020 alle 07:58, @Monica ha scritto:

Da quando Livio si era candidato, le era capitato di dover presenziare a numerosi eventi mondani ma, ad una degustazione di vini non avrebbe certo partecipato se lui non l’avesse praticamente obbligata: Emma odiava gli spazi angusti e con l’aria rarefatta.

L’evento era stato allestito nelle antiche cantine della tenuta più prestigiosa del paese: ettari di vigneti dalle geometrie perfette si estendevano a perdita d’occhio, e giochi di luce ricamavano le foglie di riflessi ambrati nel crepuscolo.

La sagoma della vecchia fattoria si stagliava solida sulla collina a testimonianza del dominio che la famiglia dei proprietari esercitava secoli prima sul paese e che, ancora oggi incuteva un certo timore reverenziale: ricevere un invito dai Montefortini era un onore, non accoglierlo, un errore imperdonabile. 

«Emma, non è una meraviglia questo posto?»

Questo è quello che hai scritto. Ora, lasciando intatte le frasi, proverò semplicemente a spostarle.

 

«Emma, non è una meraviglia questo posto?»

La sagoma della vecchia fattoria si stagliava solida sulla collina a testimonianza del dominio che la famiglia dei proprietari esercitava secoli prima sul paese e che, ancora oggi incuteva un certo timore reverenziale: ricevere un invito dai Montefortini era un onore, non accoglierlo, un errore imperdonabile. Ettari di vigneti dalle geometrie perfette si estendevano a perdita d’occhio, e giochi di luce ricamavano le foglie di riflessi ambrati nel crepuscolo.

L’evento era stato allestito nelle antiche cantine della tenuta più prestigiosa del paese.

Da quando Livio si era candidato, le era capitato di dover presenziare a numerosi eventi mondani ma, ad una degustazione di vini non avrebbe certo partecipato se lui non l’avesse praticamente obbligata: Emma odiava gli spazi angusti e con l’aria rarefatta.

 

Come ti sembra?

Non ho cambiato una parola, ma così il tutto appare più lineare e si capisce subito chi c'è e dove siamo senza dover fare avanti e indietro.

Per il resto, la trama mi è sembrata un po' debole. L'idea che il sangue umano potesse essere uno degli ingredienti fondamentali per la composizione di quel vino poteva essere sfruttata di più, lavorandoci sopra con pazienza. Più goccia a goccia che con quel fiotto di sangue che chiude la vicenda troppo rapidamente.

Alla prossima

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