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Naty88

Quanto siete disposti a sacrificare della vostra opera pur di pubblicare?

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Buongiorno, 

ho ricevuto da poco la prima proposta di pubblicazione del mio primo romanzo da una piccola casa free. Tuttavia, per essere pubblicata avrei dovuto fare delle modifiche non indifferenti ai contenuti. Dopo attenta riflessione ho deciso di rifiutare poiché non ero per nulla convinta e soddisfatta di come sarebbe diventata la storia. Il problema per me non è tanto il dover fare delle modifiche, poiché sono consapevole che sia molto difficile che un testo venga accettato così com’è, per migliorarlo, seguire il mercato dell’editoria attuale ecc. Sono anche consapevole che queste siano occasioni importanti. Tuttavia, rimango convinta di non voler pubblicare tanto per dire “ho pubblicato”, voglio essere fiera di poter dire, quella è la mia opera. Sentivo dentro di me che facendo quelle modifiche non sarebbe stato così. E voi di che opinione siete? Accettereste l’insoddisfazione pur di pubblicare? 

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Non cambierei mai il senso e la storia della mia opera in cambio di una pubblicazione. Metterci mano per migliorarla è una cosa, cambiarla per andare incontro a un determinato pubblico o per aumentare le presunte vendite mai. Non sarebbe più mia.

Mi è successo di ricevere una proposta di pubblicazione vincolata però a cambiamenti tali da rendere la mia storia diversa. Ho rifiutato.

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Spesso capita di sentirci entusiasti per qualcosa, e allo stesso tempo, sentiamo quel nodo che ci stringe il polso, per dirci di fermarci, che non è realmente quello che vogliamo. Quand'è così, meglio aspettare la prossima occasione e non mollare. 

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1 ora fa, Naty88 ha scritto:

per essere pubblicata avrei dovuto fare delle modifiche non indifferenti ai contenuti. 

 

Non ho ben compreso la questione, ma cambiando i contenuti dovrebbe cambiare anche la storia... La CE, secondo me, avrebbe dovuto scartare il manoscritto invece di iniziare un editing. 

 

40 minuti fa, Lizina ha scritto:

cambiarla per andare incontro a un determinato pubblico o per aumentare le presunte vendite mai.

 

Non mi è mai successo, però, pensando a un tipo di "editing invasivo", come quello praticato da Lish sui racconti di Carver, a volte alcune modifiche possono funzionare e si potrebbe sperimentare davvero se la storia può migliorare o meno. Naturalmente, ci vuole sempre un accordo, si parla di un lavoro di squadra.

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1 ora fa, Lizina ha scritto:

Non cambierei mai il senso e la storia della mia opera in cambio di una pubblicazione. Metterci mano per migliorarla è una cosa, cambiarla per andare incontro a un determinato pubblico o per aumentare le presunte vendite mai. Non sarebbe più mia.

Mi è successo di ricevere una proposta di pubblicazione vincolata però a cambiamenti tali da rendere la mia storia diversa. Ho rifiutato.

È esattamente quello che mi è capitato. Le modifiche erano per orientare il testo ad un determinato pubblico (più per adolescenti).

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2 ore fa, Naty88 ha scritto:

E voi di che opinione siete? Accettereste l’insoddisfazione pur di pubblicare? 


No, anche perché, con una piccola CE, il rischio insoddisfazione per l'autore è comunque alto, anche se tutto fila liscio.
Se magari questa proposta te la avesse fatta editore più grosso, forse tu stessa ci avresti ragionato meglio... 

Per il resto, una cosa è la necessità di operare modifiche per risolvere alcuni intrinseci problemi strutturali dell'opera. In questo caso, l'operazione è giustificata, e se ne rende conto facilmente anche l'autore. Un'altra cosa è invece snaturare la natura stessa dell'opera, per inserirla in una collana. In questo caso, non è giustificabile, a meno che non si tratti di piccole modifiche. 

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5 ore fa, Naty88 ha scritto:

Buongiorno, 

ho ricevuto da poco la prima proposta di pubblicazione del mio primo romanzo da una piccola casa free. Tuttavia, per essere pubblicata avrei dovuto fare delle modifiche non indifferenti ai contenuti. Dopo attenta riflessione ho deciso di rifiutare poiché non ero per nulla convinta e soddisfatta di come sarebbe diventata la storia. Il problema per me non è tanto il dover fare delle modifiche, poiché sono consapevole che sia molto difficile che un testo venga accettato così com’è, per migliorarlo, seguire il mercato dell’editoria attuale ecc. Sono anche consapevole che queste siano occasioni importanti. Tuttavia, rimango convinta di non voler pubblicare tanto per dire “ho pubblicato”, voglio essere fiera di poter dire, quella è la mia opera. Sentivo dentro di me che facendo quelle modifiche non sarebbe stato così. E voi di che opinione siete? Accettereste l’insoddisfazione pur di pubblicare? 

 

Scrivo romanzi di 150.000 battute, quindi non c'è niente da tagliare. Detto questo, quando fanno editing a volte rompono un po' le scatole (aggiungono punti esclamativi, cambiano il senso dei dialoghi, etc) , perché modificano e spesso in peggio, dato che l'opera se già è personale e va già bene così.

 

Personalmente ritengo che di case editrici ce ne siano in abbondanza, quindi se una non convince si tira dritto.

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6 ore fa, Naty88 ha scritto:

Accettereste l’insoddisfazione pur di pubblicare? 

È difficile rispondere sui due piedi. Dipende molto dalla fiducia che si ha nell'editore.

Tutti gli addetti al settore sostengono che uno scrittore non è in grado di giudicare obiettivamente la propria opera. Questo può anche essere vero per piccole cose, su cui si può trattare. Ma se si tratta di sconvolgere interamente ciò che si è scritto o, peggio ancora, il suo significato, allora no, non c'è professionista che tenga.

Io ho accettato dei compromessi che per me erano già grossi, come l'eliminazione di alcune frasi o la copertina che non mi piaceva, ma al di là di quello non sarei andata. Aggiustare quel che non va bene può andare, ma rifare un libro a gusto di qualcun altro no.

Se qualcosa in ciò che ti è stato proposto ti ha dato una brutta sensazione, allora hai fatto bene a rifiutare. A volte, in un mare di incertezza, bisogna fidarsi dell'istinto.

 

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Il gioco deve valere la candela. Farei modifiche sostanziali solo se la casa editrice è grande, mi fa una fantastica copertina e mi distribuisce in tutta l'Italia. Altrimenti col cavolo.

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Se si tratta di piccole modifiche potrebbe andare, ma cambiare completamente il senso di un'opera o di un personaggio no. Da lettrice ad esempio adoro i personaggi complessi e moralmente grigi, ma ha notato che ultimamente, in nome del "politically correct", si tende troppo a edulcorare o semplificare, per paura di trovarsi gli attivisti-giustizieri da social alla porta. Oppure ho notato che molte case editrici di romanzi rosa- sentimentali pretendono per forza il lieto fine, ma se un autore ha concepito una storia in un certo modo e con un certo finale perchè dovrebbe cambiarlo?

Altro esempio, un'autrice  che seguo sui social ha scritto un romanzo con una storia d'amore omosessuale e ha detto che alcune case editrici le avevano chiesto di cambiare il sesso del protagonista, per dire.

 Non so se sono queste le modifiche a cui si riferisce il post, comunque sì, ormai sembra che le storie debbano adattarsi tutte a certi modelli preconfezionati (a meno che uno non sia talmente famoso da poter fare come gli pare).

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25 minuti fa, Caterina88 ha scritto:

Se si tratta di piccole modifiche potrebbe andare, ma cambiare completamente il senso di un'opera o di un personaggio no. Da lettrice ad esempio adoro i personaggi complessi e moralmente grigi, ma ha notato che ultimamente, in nome del "politically correct", si tende troppo a edulcorare o semplificare, per paura di trovarsi gli attivisti-giustizieri da social alla porta. Oppure ho notato che molte case editrici di romanzi rosa- sentimentali pretendono per forza il lieto fine, ma se un autore ha concepito una storia in un certo modo e con un certo finale perchè dovrebbe cambiarlo?

Altro esempio, un'autrice  che seguo sui social ha scritto un romanzo con una storia d'amore omosessuale e ha detto che alcune case editrici le avevano chiesto di cambiare il sesso del protagonista, per dire.


Forse le hanno chiesto di eliminarla proprio perché ormai la storia d'amore omosessuale, in un'opera letteraria, è diventata troppo scontata, troppo associata al "politically correct", per essere avvincente... dov'è la novità? Poteva esserlo vent'anni fa, ormai i lettori si sono assuefatti.

 

3 ore fa, SeeEmilyPlay ha scritto:

Il gioco deve valere la candela. Farei modifiche sostanziali solo se la casa editrice è grande, mi fa una fantastica copertina e mi distribuisce in tutta l'Italia. Altrimenti col cavolo.


Esattamente! 

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Per me, dipende. 

Dipende da cosa vogliono cambiare, se mi rendo conto che il romanzo migliorerebbe oppure no, da quello che mettono sulla bilancia (bel contratto). 

 

Se ho alternative almeno di pari livello (piccola o grande CE che sia), se la modifica non mi convince, se il "sacrificio" non è ripagato, direi di no

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1 ora fa, Wanderer ha scritto:


Forse le hanno chiesto di eliminarla proprio perché ormai la storia d'amore omosessuale, in un'opera letteraria, è diventata troppo scontata, troppo associata al "politically correct", per essere avvincente... dov'è la novità? Poteva esserlo vent'anni fa, ormai i lettori si sono assuefatti.

 


Conoscendo il libro e l'autrice direi che non è proprio questo il caso, il libro tratta di temi abbastanza forti e anche scabrosi, quindi hanno pensato che una coppia etero fosse più digeribile per il grande pubblico. Oltretutto siamo in Italia, dove certi temi ancora fanno fatica ad essere accettati. Comunque alla fine l'ha pubblicata Mondadori e ha accettato il libro così com'era senza modificare il sesso , quindi direi che le è andata bene...

 

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Aggiungo, perché i commenti seguenti mi hanno fatto venire il dubbio, che quel "dipende dalla fiducia nell'editore" non sottintende "se l'editore è importante sì, altrimenti no", ci sono piccoli-medi editori il cui giudizio può essere anche più valido. Grande editore+autore sconosciuto spesso vuol dire che a lavorare sul tuo testo metteranno stagisti, che non ne sanno necessariamente più di te.

Ad ogni modo, in genere i cambiamenti vengono proposti in fase di editing (e lì si può tranquillamente rifiutare), non mi è mai capitato che una CE mi chiedesse di cambiare un romanzo prima di firmare un contratto. È quantomeno insolito, quindi fa scattare un campanello d'allarme.

Il punto è che non bisognerebbe confondere il mezzo con il fine. Pubblicare non è il fine ma il mezzo per diffondere e far leggere le storie a cui teniamo e su cui abbiamo faticato: se ci viene chiesto di stravolgerle, allora che senso ha pubblicarle? Per me non c'è niente di peggio per uno scrittore che pubblicare qualcosa in cui non si riconosce più, è come guardarsi allo specchio e vedere un estraneo.

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Io parto sempre dal presupposto che si tratta di "attività di impresa" e non di arte per il gusto di farla. La casa editrice deve vivere, e sicuramente ne sa più di me in tema di mercato letterario. Per cui ci sta che se alcune modifiche non incontrano il mio gusto, la loro parola conti più della mia. E' inutile fare gli artisti integralisti solitari, in qualunque ambito il lavoro è fatto di collaborazione. I grandi autori hanno schiere di editor: per quanto ci è dato sapere può essere tranquillamente che di loro ci mettano l'idea e poi la stesura vera e propria sia più frutto del lavoro degli editor.

Ovvio che l'opera non deve essere totalmente snaturata. Ma anche qui si apre un mondo: che cosa significa snaturarla? Cambiare gli eventi e la trama? Cambiare il messaggio? O per alcuni super rigidi qualunque modifica che non piace è snaturante?

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12 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Il punto è che non bisognerebbe confondere il mezzo con il fine. Pubblicare non è il fine ma il mezzo per diffondere e far leggere le storie a cui teniamo e su cui abbiamo faticato: se ci viene chiesto di stravolgerle, allora che senso ha pubblicarle? 


Concordo sul principio, però è anche vero che l'atto di pubblicare presuppone sempre l'andare oltre la dimensione privata e, a volte, rinunciare a una parte del proprio "ego". L'editore è un intermediario tra l'autore e il suo pubblico. Quando fa bene il suo mestiere, trova il giusto mezzo tra interno ed esterno, tra la sfera individuale dell'autore e la sfera pubblica del lettore. 

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Se cambiare significa stravolgere il senso del romanzo, direi proprio di no. Se invece i cambiamenti, anche numerosi, servono per mettere in luce aspetti che magari restano oscuri o involuti, allora direi proprio di sì. Capita che l'autore non ne abbia piena contezza e che serva un occhi esterno per far brillare l'opera al massimo delle sue possibilità. 

Bisogna sempre pensare che le CE sono attività imprenditoriali e non onlus e dunque l'orientamento al mercato è più che giustificabile. Allo stesso tempo l'autore che dovesse ritenere di non ritrovarsi in certe scelte può legittimamente continuare la sua ricerca oppure optare per il self.

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6 ore fa, mutantboy ha scritto:

Ovvio che l'opera non deve essere totalmente snaturata. Ma anche qui si apre un mondo: che cosa significa snaturarla? Cambiare gli eventi e la trama? Cambiare il messaggio? O per alcuni super rigidi qualunque modifica che non piace è snaturante?

È chiaro che il concetto di "snaturare" è soggettivo (tutto in letteratura è soggettivo) , il punto è: se un cambiamento richiesto è tanto invasivo da dare fastidio, allora non ci siamo. Ho messo quella frase di Gandhi in firma perché mi rispecchia totalmente, non sono un'idealista cieca a come va il mondo, ma gli ideali servono a tracciare delle linee precise: fin qui e non oltre. Senza quelle linee così stupidamente romantiche si finisce per fare qualsiasi cosa, purché serva a un nebuloso scopo.

Se scrivo una storia d'amore tra due uomini, nessun editore dovrebbe dire "cambia un personaggio con una donna". È assurdo, se il libro non piace si rifiuta e basta (questa è la norma), e da un lato è un bene, perché impedisce che autori insicuri finiscano per stravolgere la loro opera solo per la dubbia soddisfazione di vedere il loro nome su una copertina.

In ogni caso@Naty88 non ci ha detto cosa le abbiano imposto di preciso, quindi le nostre sono solo congetture. Ma, se ha rifiutato, dubito fortemente che si trattasse di qualcosa di banale, così come dubito che fosse una CE che apprezzava e stimava sul serio.

Il discorso "non è arte ma impresa" vale solo per le CE. Quanti qui sul WD si sono arricchiti con la scrittura, o vivono di essa? (alzate la mano, ma senza spingere:P

 

1 ora fa, Wanderer ha scritto:

L'editore è un intermediario tra l'autore e il suo pubblico. Quando fa bene il suo mestiere, trova il giusto mezzo tra interno ed esterno, tra la sfera individuale dell'autore e la sfera pubblica del lettore. 

Tu sottintendi editori seri e capaci, ma un editore di tal genere per me non accetta proprio un libro che andrebbe stravolto. Qualche cambiamento è sempre necessario, anche per i grandi autori, ma va fatto partendo da una base già solida, per migliorare e far risaltare le caratteristiche del testo, non per riscrivere completamente. La mediazione tra privato e pubblico può esistere solo se si trova qualcuno in grado di migliorare ciò che scrivi (e non è facile).

 

Mi sono resa conto che come idealista della scrittura sono in minoranza, però davvero io fatico moltissimo a capire: che soddisfazione può esserci nel far uscire un libro col proprio nome, se quel libro non ci piace più? Non diventeremo comunque ricchi, né famosi, quindi che senso ha?

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5 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Tu sottintendi editori seri e capaci, ma un editore di tal genere per me non accetta proprio un libro che andrebbe stravolto. Qualche cambiamento è sempre necessario, anche per i grandi autori, ma va fatto partendo da una base già solida, per migliorare e far risaltare le caratteristiche del testo, non per riscrivere completamente. La mediazione tra privato e pubblico può esistere solo se si trova qualcuno in grado di migliorare ciò che scrivi (e non è facile).


Sì, sono d'accordo. E comunque credo che non esista un editing univoco. Se l'autore sa il fatto suo, se è consapevole di alcune scelte che ha fatto, può giustificare cose che per l'editore potrebbero risultare opinabili, ma che rientrano nella cifra stilistica dell'opera, che hanno una funzione, una loro ragion d'essere. In questo caso, non si tratta di una questione di principio, di egocentrismo dell'autore, ma di una ragione artistica. Peraltro, per quanto l'editore possa voler intercettare i gusti del pubblico, non ha la sfera di cristallo. Spesso, il successo commerciale di un'opera è determinato dalla sua naturalezza, mentre l'incongruenza di alcune opere è determinata dal fatto che ci sono degli artifici, che derivano da "manomissioni". Anche la storia del cinema è piena di questi casi, basti pensare ai film di Orson Welles: fino a che punto la casa di produzione era giustificata a manometterli in nome dell'incasso? E chi può dire se senza quelle modifiche - imposte all'autore - avrebbero incassato anche di più? 

Insomma, è giusto che la penultima parola spetti all'editore, dato che ci mette i soldi, ma l'ultima dovrebbe sempre e comunque spettare all'autore, dato che è il suo nome che compare sulla copertina del libro. Un'opera che non è rispondente alle intenzioni e alla personalità dell'autore addirittura è una potenziale violazione dei diritti morali. 

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Sarei disposto ad accettare un editing invasivo solo da un editore che mi sganciasse un congruo anticipo, cosa altamente improbabile nei confronti di un autore non eccelso e sconosciuto quale sono: se paghi, hai il diritto di scelta. In caso contrario, il libro è mio e lo gestisco io.

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L'editing strutturale è una cosa scolastica e dal mio punto di vista totalmente sbagliata. Non dirò "presuntuosa" o "arrogante", perché sbagliata mi pare sufficiente ed è più pesante dei virgolettati.

 

Un editore serio dovrebbe dire all'autore: "Guarda, ci piace tanto l'idea. Tuttavia, dal nostro punto di vista, l'opera ha alcuni importanti problemi strutturali. Per noi sono questi: uno, due e tre. Saremo felici di valutarne una nuova versione che rispettasse la nostra prospettiva, qualora tu la ritenessi valida e decidessi di lavorarci." E poi lascerebbe il manoscritto in mano all'autore, al suo insindacabile giudizio.

Quindi, per quanto possa valere, secondo me hai fatto benissimo.

 

L'editing strutturale si può affrontare con qualcuno se si sta frequentando una scuola di scrittura o un corso. Si sta imparando a dare una struttura al proprio romanzo. A dare forma alle proprie idee in un modo efficace.

Un editore serio lascia che l'autore maturi da solo o si rassegna all'idea che nessuno ha lo scettro della verità in mano.

Proporre un editing strutturale è sconfinare, a mio avviso.

 

La storia è dell'autore. Sul modo in cui è raccontata, invece, è l'autore che deve essere aperto alle critiche.

 

Inoltre, guarda, non è affatto vero che è difficile un romanzo venga accettato senza modifiche al contenuto. Tutti i miei romanzi sono stati accettati interamente per contenuto. È tutta farina del mio schifosissimo sacco. Ho accettato critiche al modo e sono cresciuto, perché il mestiere s'impara strada facendo. Ma la storia, i contenuti, sono la prospettiva dell'autore e sono, quindi, arte.

Se un editore mi viene a dire che non gli piace la mia arte e che per pubblicarmi vuole cambiarla, fosse anche il più grande su questa Terra, la risposta sarebbe la stessa che diedi a Gianfranco Viviani nel 2001 (il quale, infatti, aveva posto sul piatto i suoi dubbi per accettare o meno, non per proporre un editing strutturale, perché non era uno sciocco e aveva grande rispetto per gli autori): "Per come la vedo io è così, così e così. Lei non deve essere d'accordo con me, ma se mi si chiede un altro tipo di scrittura allora non sono lo scrittore che fa per lei". E gli risposi col cuore in gola, perché la vecchia Editrice Nord era il mio sogno.

 

Quindi sono con te anima e corpo. Hai fatto benissimo. Non dubitare mai della scelta che hai fatto. Mai.

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