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leopard

Lo stile. Inteso come impronta personale

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Leggendo il mio secondo giallo, un mio amico mi ha detto che  per migliorare dovrei trovare uno stile linguistico mio personale. In pratica, un lettore legge una pagina e riconosce che si tratta di un determinato autore, per il modo in cui scrive. Sono d'accordo che potrebbe mancarmi questa caratteristica e faccio delle riflessioni. Temo che il mio giallo sia scritto anche in maniera dignitosa, ma come lo scriverebbe chiunque, non so spiegarmi meglio. Non tanto per i contenuti o per come come rappresento i personaggi, ecc. ma proprio per il linguaggio che uso.  Però, non sarà esagerato pretendere una cosa del genere da me stessa? Non sarà che quel quid, quel" non so che", lo  sviluppa solo un grande scrittore di talento? Al contrario, non potrebbe essere lo stile di scrittura come il carattere personale? Ce l'avremmo allora tutti: che tu scriva bene o male, si dovrebbe notare il tuo stile, una sorta di manifestazione della tua personalità come avviene in qualsiasi campo, dal linguaggio all'abbigliamento, ai gusti personali. Posso non vestirmi bene ma seguirò comunque un mio stile che viene riconosciuto all'esterno, come quando un amico ti dice: quella è la classica maglietta che ti compreresti tu.

Specifico che si parlava soprattutto di stile linguistico, ma lo stile non dipenderà anche dai contenuti? 

Ho letto un po' in giro. Su un sito, leggo che si critica la Vargas perchè è troppo poetica, il giallo deve essere concreto, scarno oggettivo. Poi si parla di Sciascia, però Sciascia parla di mafia  non di strani sociopatici parigini che lasciano le vittime in cerchi blu. Alla fine forse lo stile è più nel contenuto, come dimostra Simenon col suo Maigret. Mah, non so. A voi la parola!

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1 ora fa, leopard ha scritto:

leggo che si critica la Vargas perchè è troppo poetica, il giallo deve essere concreto,

E la Vargas lo è: le sue trame sono impeccabili, di una logica ferrea. È Adamsberg a essere poetico, non la Vargas.

 

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Pensa che a me è successo l'inverso! La prima cosa che mi ha detto una mia amica leggendo il mio romanzo è stata: "è proprio il tuo stile". E ricordo che la frase mi aveva colpita tanto quanto, sembra, abbia fatto con te. Le ho chiesto cosa significasse lo stile secondo lei e mi ha risposto che semplicemente leggendolo aveva ritrovato me, come se glielo stessi raccontando io stessa, conoscendomi bene. Quindi mi sono partite mille domande nella testa: uso una scrittura troppo semplice? Chi non mi conosce può arrivare a comprendere ugualmente il senso della storia? Dovrei usare termini più articolati e, in qualche modo, ricercati? 

E così via, insomma. 

Sono arrivata poi alla conclusione che, sì, ogni scrittore ha il suo stile ma non è semplicemente nel tipo di linguaggio usato. Può essere anch'esso ovviamente ma i contenuti del libro sono molto importanti a mio avviso in questo senso. 

Il tuo giallo può darmi delle sensazioni personali, leggendolo, che vanno oltre la padronanza di linguaggio su carta. Per esempio, la prima volta che lessi un libro di Palanhiuk rimasi estremamente affascinata da qualcosa che ancora non so spiegarmi perfettamente. E nonostante a volte non sia d'accordo con la morale di qualche suo libro non posso fare a meno di leggerlo, perché mi affascina il suo stile. Quello stile che riconosco subito da un qualcosa a cui non so dare definizione. 

 

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3 ore fa, leopard ha scritto:

Non sarà che quel quid, quel" non so che", lo  sviluppa solo un grande scrittore di talento? Al contrario, non potrebbe essere lo stile di scrittura come il carattere personale? Ce l'avremmo allora tutti (...) 


Il "non so che", per definizione, o ce l'hai o non ce l'hai. Col tempo matura e si affina, ma non puoi svilupparlo da nulla.
Sul carattere personale, se ci pensi bene non tutti i caratteri sono ugualmente pronunciati. Ci sono persone più intense, più brillanti, più estroverse, più ruvide, più leggere... e altre meno.
Credo valga anche per lo stile linguistico. Ognuno ne ha uno proprio, ma alcuni sono più neutri di altri.

Poi entra in gioco anche la soggettività. Forse si percepisce meno uno stile conosciuto, a cui si è abituati, o uno molto simile al proprio. Un po' come per le cadenze regionali...

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13 ore fa, leopard ha scritto:

lo stile non dipenderà anche dai contenuti? 

 

Secondo me, sì, ma la cosa non è poi tanto netta. Intendo, ognuno di noi ha un genere preferito sia in lettura sia in scrittura. Quasi sempre questi coincidono. Se per "contenuti" intendi "genere", allora secondo me sta lì il segno distintivo, che è appunto lo stile personale. Noi possiamo distinguere uno scrittore da un altro anche per il genere/contenuti che ama trattare. Per esempio, trovandomi davanti a un giallo pazzesco come "Dieci piccoli indiani" non direi mai che l'ha scritto un autore di fantasy o il nostro Fraudolente, e viceversa.

Se dovessi dire per qual motivo a uno piace, per esempio, il giallo classico, risponderei "per il carattere personale". Chi ha un carattere analitico si indirizzerà naturalmente verso il giallo. Non so quale sia il carattere della fantascienza, ma ci sarà sicuramente: forse è un carattere "speculativo".

Poi, certo, uno scrittore bravo potrà pure cambiare genere/contenuti a un certo punto, perciò dicevo che la cosa non è così netta. Ma c'è anche un fatto. Se un autore, per esempio, di thriller con morti ammazzati un giorno decide di scrivere un rosa, magari gli va bene, ma sembrerà che ci siano cadaveri nascosti a ogni piè sospinto, quando invece c'è solo la fidanzata che vuole dargli un bacio :asd:

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Il 13/10/2020 alle 22:42, Marcello ha scritto:

E la Vargas lo è: le sue trame sono impeccabili, di una logica ferrea. È Adamsberg a essere poetico, non la Vargas.

 

perfettamente d'accordo. Io adoro la Vargas e credo che un ispettore di polizia sia libero di essere poetico, ci mancherebbe! 

 

Il 13/10/2020 alle 23:34, Chiara91 ha scritto:

Il tuo giallo può darmi delle sensazioni personali, leggendolo, che vanno oltre la padronanza di linguaggio su carta. Per esempio, la prima volta che lessi un libro di Palanhiuk rimasi estremamente affascinata da qualcosa che ancora non so spiegarmi perfettamente. E nonostante a volte non sia d'accordo con la morale di qualche suo libro non posso fare a meno di leggerlo, perché mi affascina il suo stile. Quello stile che riconosco subito da un qualcosa a cui non so dare definizione. 

 

molto interessante. Per quel che riguarda i contenuti e il protagonista, il mio amico mi ha riconosciuto. Parlava del linguaggio, e anche io mi sono chiesta se non sia troppo "anonimo" .  Però forse è molto difficile distinguere linguaggio e contenuto. Proverò a leggere Palanhiuk, non l'ho mai letto.

 

@GiD in effetti il lettore è un mio caro amico, ci conosciamo da quasi trent'anni. Per quanto, di persona, io parli sicuramente in maniera più spontanea, ho usato il mio linguaggio abituale che conosce bene. 

Forse dovrei cercare quell'impronta altrove. Non so, per esempio, se i miei personaggi abbiano una morale, o, meglio, qualcosa che io voglio dimostrare.  Forse questo aspetto c'era più nel primo giallo, dove la protagonista ritrovava fiducia in sè stessa. 

 

Il 14/10/2020 alle 11:01, dyskolos ha scritto:

 

Secondo me, sì, ma la cosa non è poi tanto netta. Intendo, ognuno di noi ha un genere preferito sia in lettura sia in scrittura. Quasi sempre questi coincidono. Se per "contenuti" intendi "genere", allora secondo me sta lì il segno distintivo, che è appunto lo stile personale. Noi possiamo distinguere uno scrittore da un altro anche per il genere/contenuti che ama trattare. Per esempio, trovandomi davanti a un giallo pazzesco come "Dieci piccoli indiani" non direi mai che l'ha scritto un autore di fantasy o il nostro Fraudolente, e viceversa.

Se dovessi dire per qual motivo a uno piace, per esempio, il giallo classico, risponderei "per il carattere personale". Chi ha un carattere analitico si indirizzerà naturalmente verso il giallo. Non so quale sia il carattere della fantascienza, ma ci sarà sicuramente: forse è un carattere "speculativo".

Poi, certo, uno scrittore bravo potrà pure cambiare genere/contenuti a un certo punto, perciò dicevo che la cosa non è così netta. Ma c'è anche un fatto. Se un autore, per esempio, di thriller con morti ammazzati un giorno decide di scrivere un rosa, magari gli va bene, ma sembrerà che ci siano cadaveri nascosti a ogni piè sospinto, quando invece c'è solo la fidanzata che vuole dargli un bacio :asd:

Probabilmente mi faccio troppe domande. In effetti, un romanzo rosa con la sensazione di un cadavere nascosto mi interesserebbe. Quando gli amici mi propongono di vedere un film, per scherzo, chiedo sempre: sì, ma c'è un cadavere?

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Ciao @leopard secondo me potresti pensare a quali sono i tratti salienti del tuo carattere e se poi se ti va, cercare di inserirli nella tua scrittura.

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22 ore fa, leopard ha scritto:

Leggendo il mio secondo giallo, un mio amico mi ha detto che  per migliorare dovrei trovare uno stile linguistico mio personale.

Al di là del fatto che non si dovrebbe prendere un unico giudizio come oro colato, la questione dello stile è spinosa. Nel senso che in teoria uno scrittore dovrebbe avere uno stile più personale possibile, ma l'editoria cerca di livellare tutti (per un erroneo preconcetto sull'elasticità mentale dei lettori), col risultato che a volte è difficile distinguere un autore da un altro.

Io mi ero posta il problema tempo fa, perché da novella scrittrice mi pareva di scrivere in un modo troppo "normale", ma leggendo i giudizi (non solo uno, ma decine) mi sono resa conto che in realtà, senza saperlo, uno stile ce l'ho. Non solo, ma i romanzi a cui si è messo mano di meno sono quelli con una voce più forte, più personale e riconoscibile. Questo ovviamente non significa che non abbiano bisogno di un altro paio d'occhi a cercare errori o frasi poco chiare, ma che correggere un autore solo perché a noi la frase suona meglio messa diversa può essere uno sbaglio. CI vuole tempo per trovare il proprio stile, e sarebbe meglio poterlo fare in tutta libertà, senza venire costretti in linee guida troppo rigide.

Tempo fa ho letto un articolo in cui si definiva lo stile di un autore come la voce con cui parla a se stesso. Sono d'accordo: spesso la voce con cui pensiamo è diversa da quella che usiamo nella vita di tutti i giorni (coi colleghi di lavoro o il coniuge), ed è quella che poi traspare dagli scritti. Non credo sia possibile crearla dal nulla, ci deve già essere, al fondo dei nostri pensieri, una voce narrante con un suo carattere, data non solo dalla storia personale o dalla mentalità, ma anche da tutte le letture che (senza accorgercene) ci hanno influenzati

22 ore fa, leopard ha scritto:

Specifico che si parlava soprattutto di stile linguistico, ma lo stile non dipenderà anche dai contenuti? 

I contenuti cambiano per forza  lo stile. Per i gialli di solito si usa una terza persona al passato, che non svela mai troppo, mentre in un romanzo in prima persona la voce deve essere quella del protagonista, l'autore dovrebbe sparire. Ma inconsciamente creiamo personaggi che in qualche modo ci somigliano, quindi credo che lo stile dell'autore resti comunque riconoscibile

 

Modificato da Silverwillow
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Il 14/10/2020 alle 18:46, Effe_ ha scritto:

Ciao @leopard secondo me potresti pensare a quali sono i tratti salienti del tuo carattere e se poi se ti va, cercare di inserirli nella tua scrittura.

mi piace molto come idea! credo di avere un carattere complicato, anzi tanto semplice da sembrare complicato:facepalm: ma mi sembra interessante riflettere su questo

 

Il 14/10/2020 alle 19:31, Silverwillow ha scritto:

I contenuti cambiano per forza  lo stile. Per i gialli di solito si usa una terza persona al passato, che non svela mai troppo, mentre in un romanzo in prima persona la voce deve essere quella del protagonista, l'autore dovrebbe sparire. Ma inconsciamente creiamo personaggi che in qualche modo ci somigliano, quindi credo che lo stile dell'autore resti comunque riconoscibile

Forse è solo questione di farci più caso. Magari scopro quel che ci metto di mio senza rendermene conto (di molte cose me ne rendo conto) e trovo  una linea da seguire per lo stile.

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@leopard chiediamo agli utenti di accorpare le risposte in un singolo post, anziché scriverne più di uno consecutivo, così da tenere pulite le discussioni ed evitare di allungare eccessivamente (e inutilmente) il numero di pagine. Ho unito io i tuoi interventi. Per i prossimi, accorpa le risposte, per favore.

Grazie della collaborazione.

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@leopard, mi interessa questa discussione sullo stile. Lo stile può piacere e non piacere, ma bisogna prendersi la responsabilità di scegliere, non si può piacere a tutti e in fondo a nessuno.  È quello che accade quando si è uguale a tutti gli altri, si risulta forse piacevoli, ma anonimi e quindi sostituibili,  cosa che non avviene a chi ha una voce unica che non si sottomette alle leggi del mercato.  Credo sia la differenza tra arte e artigianato.  Il tuo amico ha ragione a suggerirti di cercare la tua strada.

Prova a pensare a quello che ti piace, concentrati sui suoni delle parole, sulle cose che istintivamente a te danno emozione.  Una ricerca sui tuoi gusti ti aiuterà a sfruttarli quando scrivi. A me ad esempio piacciono i pensieri complicati, le frasi lunghe e lo so che possono essere pesanti e fuori moda, ma non mi sentirei bene a scrivere altrimenti per piacere agli altri o per vendere, mi sparirebbe la voglia di scrivere, diventerebbe un lavoro,  una fatica. Credo che avere una voce riconoscibile sia un investimento a lungo termine. 

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Il 16/10/2020 alle 15:33, Miss Ribston ha scritto:

@leopard chiediamo agli utenti di accorpare le risposte in un singolo post, anziché scriverne più di uno consecutivo, così da tenere pulite le discussioni ed evitare di allungare eccessivamente (e inutilmente) il numero di pagine. Ho unito io i tuoi interventi. Per i prossimi, accorpa le risposte, per favore.

Grazie della collaborazione.

Certo, scusate!

15 ore fa, La Anders ha scritto:

@leopard, mi interessa questa discussione sullo stile. Lo stile può piacere e non piacere, ma bisogna prendersi la responsabilità di scegliere, non si può piacere a tutti e in fondo a nessuno.  È quello che accade quando si è uguale a tutti gli altri, si risulta forse piacevoli, ma anonimi e quindi sostituibili,  cosa che non avviene a chi ha una voce unica che non si sottomette alle leggi del mercato.  Credo sia la differenza tra arte e artigianato.  Il tuo amico ha ragione a suggerirti di cercare la tua strada.

Prova a pensare a quello che ti piace, concentrati sui suoni delle parole, sulle cose che istintivamente a te danno emozione.  Una ricerca sui tuoi gusti ti aiuterà a sfruttarli quando scrivi. A me ad esempio piacciono i pensieri complicati, le frasi lunghe e lo so che possono essere pesanti e fuori moda, ma non mi sentirei bene a scrivere altrimenti per piacere agli altri o per vendere, mi sparirebbe la voglia di scrivere, diventerebbe un lavoro,  una fatica. Credo che avere una voce riconoscibile sia un investimento a lungo termine. 

MI piace molto questa tua riflessione. Finora non avevo pensato molto al mio stile, cioè finchè non me lo ha fatto notare il mio amico. Ho qualche idea, ancora abbozzata, e si tratterebbe di osare di più su certi aspetti della mia scrittura. Ad esempio mi piace creare immagini con termini fuori contesto. Ho forse poca dimestichezza coi suoni, dovrei approfondire. In effetti se segui la moda del momento non sbagli ma nemmeno si può dire che crei qualcosa che possa colpire il lettore. E' comunque qualcosa di personale, che riguarda lo scrittore, un po' come diceva anche @Effe_, bisogna andare a fondo in noi stessi. E, alla fine, emerge sempre la tua personalità, solo che tendo magari a reprimerla, non è mai corretto in nessuna forma artistica. MI viene in mente la danza: i passi possono essere tecnicamente perfetti ma non basta, quella è al base poi devi usarli per mettere a nudo l'anima. Forse c'è anche meno il rischio di nasconderti dietro i personaggi. 

A me i pensieri complicati piacciono, se un pensiero non è complicato non mi stimola :)

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Lo stile, secondo qualcuno, è IL MODO IN CUI FAI CERTE COSE. L'ho riassunta molto. ( cfr. Bukowski)

Ora, nel linguaggio scritto, nella narrativa, di solito si parla di VOCE. Che è una cosa diversa dallo stile. 

Per cui, quel che ho percepito, spero non essendo io in errore, è che il tuo amico intendesse riferirsi alla VOCE.

Se è così, allora il discorso si fa interessante. E ho le mie opinioni. Ma per ora mi fermo qui.

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Il 28/11/2020 alle 11:55, Aegis ha scritto:

Lo stile, secondo qualcuno, è IL MODO IN CUI FAI CERTE COSE. L'ho riassunta molto. ( cfr. Bukowski)

Ora, nel linguaggio scritto, nella narrativa, di solito si parla di VOCE. Che è una cosa diversa dallo stile. 

Per cui, quel che ho percepito, spero non essendo io in errore, è che il tuo amico intendesse riferirsi alla VOCE.

Se è così, allora il discorso si fa interessante. E ho le mie opinioni. Ma per ora mi fermo qui.

Sto cercando materiale da leggere sulla voce dello scrittore e direi che è proprio quello che intendevo io!

Puoi dirmi qualcosa di più?:brillasguardo:

pensavo anche al mio modo di parlare nella vita reale. 

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Ehi, @leopard , ma certo che posso dirti di più. Intanto ti anticipo che la Voce di un autore è una caratteristica unica. Ora come ora è proprio oro. Nel senso che molti sanno imitare. Ma pochi hanno davvero una voce propria. (Mi spiace per te, ma è uno dei miei argomenti preferiti. Non mi dilungo per non fare due palle così a tutti. Ma adoro l'argomento).

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Penso che lo stile sia svegliarsi la mattina con un'idea che ti gira da tutta la notte. Ti alzi e prendi il primo pezzo di carta e una matita (quasi senza punta) ed inizi a scrivere. Hai come la voglia di vomitare un pezzo di storia e lo fai, senza mai pensare che per sfondare occorre dar vita ad un certo tipo di romanzo, quello che fa bella mostra di se in vetrina. Sarà poi il pubblico a far di te uno scrittore di successo, come uno scrittore fallito, ma dormirai sonni sereni in entrambi i casi.  Fatevi arredare la casa e vivrete in una piccola reggia. Arredatela da soli (anche secondo gusti discutibili) e vivrete nella vostra.

Lo so, è forse fuori luogo o poco calzante il mio intervento, ma questo è il mio stile. 

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Il 13/10/2020 alle 20:51, leopard ha scritto:

Specifico che si parlava soprattutto di stile linguistico, ma lo stile non dipenderà anche dai contenuti? 

 

Lo stile sei tu, @leopard.

A parte che il tuo amico non è la Bocca della Verità, quindi magari la critica non è corretta. Supponiamo che lo sia. Secondo me parti bene, perché vuoi risolvere il "problema". Tuttavia parti anche male, perché vai in giro a cercarlo e lo stile non è qualcosa che qualcuno ti può insegnare. Si fa già grande difficoltà a insegnare la tecnica, figurati qualcosa che dipende dall'individuo e non è replicabile.

 

Ora, perché ho evidenziato quella frase, del tuo messaggio? Perché secondo me lo stile dipende da quanto coraggio hai di essere te stesso. Senza tante cerimonie, senza star lì tanto a chiederlo in giro, scrivi tanto e fallo senza mai pensare alle conseguenze. Quando qualcosa ti sembra troppo, ti fa paura lasciarlo com'è, è l'esatto momento in cui devi lasciarlo così com'è, perché significa che quello che hai scritto si avvicina – pericolosamente – a chi sei. Ti senti vulnerabile.

È molto probabile che quel brano, che hai la forte tentazione di smussare, di tagliare in toto o di rivedere fino a storpiarlo del tutto, sia la tua prospettiva, unica, dura e pura così come sei. Non toccarla e studiala. Da quello impari qual è il tuo stile: da te stesso! È possibilissimo che sia scritta in modo sporco, perché siamo tutti un po' sporchi senza star lì a patinarci tutto il tempo con mille revisioni e accorgimenti.

 

Se davvero il tuo romanzo risulta un po' piatto, quello che devi fare è scrivere con molta più ferocia. Probabilmente più velocemente, senza pensare a cosa stai facendo, cos'è meglio fare, cosa penserà il lettore. Chissene frega del lettore: sei tu che devi esprimerti, anche se scrivi un giallo ambientato secoli fa. Quello che è meglio fare è essere te stesso nel contesto. Se non lo sei nei tuoi romanzi, allora la tua personalità non emergerà mai.

 

Lascia stare le ricette altrui. Anche la mia lo è, forse, quindi se vuoi lasciala stare; ma credimi che se ti lasci andare per davvero è impossibile tu non abbia uno stile. Sarebbe come dire che sei un'intelligenza artificiale.

 

Buonanotte e buona scrittura!

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2 ore fa, Aegis ha scritto:

Non mi dilungo per non fare due palle così a tutti.

 

Potresti, per favore, farmi due palle così? :) 

Se è il tuo argomento preferito, e anche in base a quanto dici, mi piacerebbe proprio sapere bene come la pensi.

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Eccomi.

Se ho il permesso, allora vado.

Parto col dire una cosetta che mi preme: credo in questa discussione ci siano davvero buoni post - o messaggi, se preferite chiamarli così. Mi ha colpito molto anche il tuo, @Andrea D'Angelo. Lo dico in senso positivo, naturalmente. Sono ( mi sento) in linea con quel che hai scritto. 

Piuttosto.

Proseguo da dove hai lasciato tu, s eme lo concedi. 

Hai scritto davvero un gran bel post. 

Preambolo necessario.

Poi.

Un grande scrittore, per come lo vedo io, ha detto: 

«Posso dire che scrivo per comunicare perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione.»

La roba che ha scritto lui, in realtà, era più lunga. Ma a me serve solo s'to pezzo qui di pane. Perché? Semplice: se noi pensiamo a questo momento della frase:  «[...] è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me». Avete sentito?, ha detto proprio così: ATTRAVERSO DI ME. Lui sta dicendo che ci si deve bagnare di mondo e sudare il mondo come noi lo abbiamo metabilizzato. Questo tizio qui, vede il mondo con le sue lenti degli occhiali. Lenti colorate del suo colore mentale personale. Lenti gialle. Se lui e altre dieci persone guardassero un arcobaleno che svetta su di un prato fradicio, lui vedrebbe quello che i SUOI occhiali gli fanno vedere. Gli altri vedrebbero quello stesso arcobaleno con altre lenti. E se io in una banale conversazione chiedessi a ognuno di loro di DESCRIVERE ciò che hanno appena visto, beh quel banalissimo arcobaleno del cazzo son certo che su dieci persone cui io l'ho chiesto avrei dieci pensieri diversi. Ci scommetto. E dieci pensieri diversi sarebbero scritti in dieci modi diversi da come son stati pensati. Se mi spiego. Eppure ... eppure il dannato arcobaleno era UNO SOLO, cazzo. Uno solo... So che iniziate a capire ciò che intendo. GUARDARE il mondo con i propri occhiali, con le proprie lenti mentali personali è ISTINTIVO. Questa - ovviamente - era la teoria: è, la teoria. E sappiamo tutti che tra Teoria e Pratica c'è un mondo dentro. Sapere la Teoria è già molto, ma ahi me nel maledettissimo mondo della scrittura o della narrativa o delle letteratura, non include necessariamente saperla mettere in Pratica. E questa è un'altra questione maledettamente bastarda. (Molti insegnanti di scrittura creativa son dei pessimi scrittori. Molti Editor pure. Eppure. Eppure certi elementi di stile o di trama li sanno). Molti editor anche storici [vedi Maxwell Perkins] hanno scoperto personaggi come Hemingway, Fitzgerald e a quei colossi della scrittura tagliavano intere frasi come potrebbe aver fatto con noi la nostra insegnante alle elementari. Mi piego? sapevano la teoria, e la potevano mettere in pratica SU ALTRI: Ma non sapevano scrivere come quei colossi ai quali tagliavano roba a palate. COME MAI? Prendiamo Gordon Lish; ha forgiato la nomea di Minimalista a Carver. Lish non scriveva come Ray, mai. Eppure ha saputo fare del buon editing, alle volte. Anche se. Anche se altre volte ha eliminato porzioni quasi liriche del vecchio Ray. Ma questa è un'altra storia. Dove voglio arrivare, vi starete chiedendo. Sto divagando? faccio due palle così? Forse. Forse. Ma.

Ma.

Il punto è che ognuno di questi pesi massimi della scrittura ( ma si potrebbe andare anche sul soft e parlare di Palahniuk - dato che è stato citato), dicevo ognuno di questi grandi scrittori aveva la sua Voce. Aveva la sua stramaledetta visione del mondo. E la sua visione del mondo se l'è portata dietro dalle sue proprie esperienze. E ha, letteralmente, rigettato sulla pagina il mondo FILTRATO dalla propria storia/mente/visione. Ricordate cosa ho detto prima?: «Far passare delle cose attraverso di me». Noi siamo un filtro. No. Noi siamo IL filtro. Ma. Ma non lo siamo davvero. C'è un fottuto elastico che trattiene i nostri pensieri nella nostra mente, e evita che escano come diavolo li pensiamo. Quindi a mio avviso sarebbe più corretto dire SAREMMO. Noi saremmo IL filtro senza però il filtro della società. Saremmo IL filtro, quelle lenti gialle che possono vedere davvero, e dire e fare tutto, sulla carta, se non fosse che siamo cresciut oche no lo possiamo fare perché per esempio STA MALE farlo. King dice che se ti tiri un martello sul piedi mentre fai lavori in casa  non dici «Per Dinci Bacco»: tiri un gran bel «Cazzo vaffanculo». Immaginate di elevare all'ennesima potenza quel vaffanculo ed estenderlo a tutto ciò che ogni sacrosanto giorno ci capita di pensare e che non diciamo. Immaginate di prendere davvero ciò che nel nostro cervello ribolle e POTERLO trasferire sulla carta così come lo abbiamo pensato. Questo a mio parere è il primo - vero - passo lungo la strada della Voce. La parola che mi viene in mente è: LEBERAZIONE.  Urge liberare ogni stracazzo di cosa che fermenta nella mente. Urge avere lo stracazzo di coraggio per buttarlo fuori e poi per trasferirlo su di una pagina e strasbattersene i coglioni di tutto il resto. Urge. Dico: URGE. Mentre sempre più spesso all'estero hanno capito e studiano sempre di più scrittura nelle università, da noi la letteratura sta sotto terra coi vermi. Non c'è ricambio generazionale, da noi. Abbiamo grandi scrittori Morti. E poichissimi sperimentatori VIVI. La scrittura, da noi, per come la vedo ora, mentre scrivo questo post, è rimasta alla fermata del tram a fumarsi una sigaretta, mail tram è passato ore, giorni fa, un secolo fa... 

«Far passare delle cose attraverso di me»

Questa è una parte della teoria; la pratica ( IL FARLO ) è lontano anni luce. 

 

[Mi son fermato. Che sennò mi sparano i vicini, tanto ci pesto su 'sti tasti. Mi faccio una birra. Che poi la N non mi funziona neppure bene.]

:emo:

https://www.youtube.com/watch?v=N3oCS85HvpY

 

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9 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:
12 ore fa, Aegis ha scritto:

Non mi dilungo per non fare due palle così a tutti.

 

Potresti, per favore, farmi due palle così? :) 

 

Falle anche a me, già che ci sei! :)

 

Uno dei miei cantautori preferiti, Mario Incudine, ha recentemente dichiarato (trovi l'intervista sul Tubo) che "per essere riconosciuti bisogna essere riconoscibili". Credo che si riferisse alla "voce".  Io vedo lo stile come una cosa più basica, su cui poi si "monta" la voce autoriale.

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2 ore fa, dyskolos ha scritto:

 

Falle anche a me, già che ci sei! :)

 

Uno dei miei cantautori preferiti, Mario Incudine, ha recentemente dichiarato (trovi l'intervista sul Tubo) che "per essere riconosciuti bisogna essere riconoscibili". Credo che si riferisse alla "voce".  Io vedo lo stile come una cosa più basica, su cui poi si "monta" la voce autoriale.

 

Ieri sera ho già fatto due palle così, in realtà, già un po' a tutti.

La mia tastiera che non va neppure bene. Le frasi che gli manca un pezzo, a volte. 

Qualcosa comunque l'ho detto. 

Certo, non ho dato testi alla @leopard Ma risolvo subito con un paio di consigli:

Lezioni Americane - Italo calvino.

Consigli a un giovane scrittore - Cerami Vincenzo.

On Writing - King

Niente trucchi da quattro soldi - Carver.

 

Sono libelli ( ce ne son altri, ovvio - forse un milione) che raccontano un poco la vita e i pensieri di chi scrive, sono come prendersi un caffè con uno di loro. Farsi due chiacchiere. Potrebbero non servire a nulla, è chiaro. Perché si dovrebbe capire cosa serva davvero. La sofferenza, di certo serve. Cazzo. Entrarsi dentro, nuotare nella propria merda, serve. Tutto, mio parere personale. Ovvio. E io non sono nessuno. Lo ribadisco. Come in genere a nulla possono i manuali di scrittura in senso lato. Ray sosteneva che nessuno può insegnarti ascrivere ma che tu puoi IMPARARE. E per imparare, se si può dir così, serve leggere altri che han scritto quel che ti piace. E nel leggere io mi piglio pure un caffè con uno di loro. Con un libro. Sì, esatto. Mi faccio un bel caffè, mi metto seduto, di solito lungo quel viale vicino a casa mia dove la gente va a correre, e leggo. Loro dicono la loro, i libri. E ci si ammutolisce a vederle scritte così bene, certe cose. E le rotelline del cervello girano e girano. Poi si può parlare pure di Wallace. Ma preferisco fermarmi qui. Se qualcuno avrà il coraggio o la voglia di leggere anche uno solo dei libri che ho messo, e vorrà un confronto, allora avrà un senso andare avanti a parlarne, altrimenti diventa un lungo elenco asettico di testi che mi sto facendo d asolo. Certo, non siamo qui per farci i pompini a vicenda, e ognuno ha la sua opinione e le opinioni se si mischiano ne viene fuori magari una bella discussione. Chi lo sa. Insomma, ho lasciato due testi proprio per colmare la lacuna della mia risposta a questo bella discussione. Che poi io amo il Book Crossing. Tu prendi un libro di carta ( cioè, lo so, sembra banale dire di carta, oggi) e lo annusi, lo leggiucchi, lo sfogli. Lo posi lì per due settimane perché nel frattempo hai altro da fare, la spesa, gli amici che ti chiamano perché non possono passare da te oggi che stanno in un comune diverso, le scopate quando capita che la tua dirimpettaia gli serve lo zucchero che non ha la macchina e gli offri il caffè e lei ti bacia proprio mentre tu stai per aprire il libro. poi ci sono giri per la città con la mascherina, il disinfettante, l emani screpolate dalla marea di cazzate che stai facendo, e insomma gli fai la corte a quel libro, da lontano, e lo guardi come a una donna. Lo baci pure. E finalmente te lo fai. Sì, lo leggi. A me piace molto questa cosa che  ti pigli un libro ti metti comodo in mutande e con la sigaretta inizi il tuo viaggio. Poi finisce che se hai chiuso tutto il libro prende pure un vago odore di bruciato. O se stai mangiando lo potresti macchiare,  e se invece stavi sbavando dalla bellezza lo puoi sottolineare, la pagina. Tu arrivi in fondo che manco te ne accorgi, se è quello giusto. e poi ti manca. E il libro va a finire che te lo sei portato in tram, nel bus, al pub, oppure ti è cascato dal comodino mentre scopavi con quella che ti ha baciato quella mattina dello zucchero e ti si è cerchiata una pagina con la tazza di caffè che sbrodolava nel traffico di mani. Morale della favola, ci hai un libro che è stato con te, cazzo. Tutto mezzo usato, spiegazzato. VISSUTO. Ecco, a quel punto fai un piego di libri, lo incarti, entri alle poste e lo spedisci alla tizia o al tizio che lo voleva leggere. Lui lo apre, e BAM! dentro ci trova un pezzo della tua vita. Poi fa uguale, e lo spedisce lui a qualcuno o te lo rimanda a te. Tu ritiri il pacco e BAM! Ci hai la su avita di fronte. Lo rileggi, e ci trovi le sottolineature, le briciole dei crakers, e una parvenza di profumo di qualcosa. Forse un incenso che si è messo mentre leggeva. E dentro ci vedi la sua, di vita.  Comunque sto divagando, e non ricordo neppure da dove ero partito. Ah, sì. Ora ricordo. a parte i cosiddetti manuali, che la gente compra perché vorrebbe che gli INSEGNASSERO l'equazione perfetta per scrivere il capolavoro della vita. E rimangon delusi. Un manuale è un insieme. Tutto lì. Una guida, nulla di  più. Una conversazione, ecco. Un confronto, forse. Ma per scrivere, a mio personalissimo parere, serve davvero la puzza della vita; serve aver coraggio di lasciarcela sulla pagina; serve leggere tutti i testi che adori, per allargarti gli occhi. E anche qualche libro di merda. Ho criticato Fabio una marea di volte, e continuo a dire che non sa scrivere. Eppure questa estate, quando Julia si è seduta accanto a me, a distanza di sicurezza, sulla spiaggia, e mi ha chiesto cosa leggevo, come mi chiamavo, chi ero, beh, alla fine pure Fabio non mi è sembrato così male. Conta anche il contesto interiore, forse. Che cazzo ne so. Forse serve la roba che ti fa rovesciare le budella. E se sei uno che ci sa fare la ributti sulla pagina. Guarda quella poveraccia, che adoro,  la Alda. Tutti che si buttano a citare su internet le sue poesie, le sue frasi, e non sanno un cazzo di quello che ha passato. ma fa fico bagnarsi la bocca con le sue lettere. La sua sofferenza. Messa in un ospedale psichiatrico dal marito, cazzo. Dal marito...

Alla fine io che non sono nessuno e di certo non posso dire nulla su niente, posso solo limitarmi a pensare che l'arte, per me, che sono un coglione, in genere, la vedo come una voragine che proviamo a riempire ogni volta. Ogni-fottuta-volta. E che non si riempie mai, del tutto. 

E non rompetemi le palle che ho fatto degli anacoluti. Lo so. 

 

Vabbuò.

Mi rollo un Drum.

Ora mi sto zitto.

 

 

:fuma:

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33 minuti fa, Aegis ha scritto:

Lezioni Americane - Italo calvino.

Consigli a un giovane scrittore - Cerami Vincenzo.

On Writing - King

Niente trucchi da quattro soldi - Carver.

 

Mi manca soltanto Cerami Vincenzo. Lo recupererò? No, te lo dico onestamente: non sono alla ricerca di un mio stile e una mia voce dopo 29 anni di scrittura. Quella fase è già passata. Ciò detto, sono letture importanti, sempre interessanti e a volte ispiranti. Poi, almeno per quanto riguarda me, "On Writing" di King non m'ha insegnato nulla. M'è piaciuto un sacco, ma era tutto ovvio, perché lo lessi dopo tanti anni di scrittura. Mi sarebbe servito prima, ma lui era impegnato a scrivere le sue horror-cazzate! Ciò che si ama di King è la persona: adorabile. :)

Italo Calvino non si tocca. Da leggere e rileggere. Da studiare, ristudiare, imparare a memoria a volte. Enorme. Mi frustra: scopro sempre qualcosa che non avevo notato… Mi fa sentire ogni volta piccolo piccolo.

Carver, sì, va bene. "Okay, mate!" Mi piace molto la sua onestà e non v'è dubbio che come asciugava lui… Alcune cose, però, sono un po' troppo all'americana (presenti anche in King): usare sempre la voce attiva, ad esempio, lo trovo un'americo-cazzata per chi scrive narrativa italiana e non è un giornalista. La narrativa a volte vuole altre cose. La voce passiva spesso è più adatta della sua forma attiva.

Sono libelli, come dici tu, che insegnano tanto e, a volte, depistano. In generale, prenderei gli scritti sulla scrittura degli stranieri con le pinze – a meno che non si voglia scrivere nella loro lingua.

 

Il punto è, Aegis, che lo stile non può emergere da mille regole. Sono contrario a letture propedeutiche sul tema, se l'aspirante scrittore è ancora agli inizi. Sono voci troppo forti e, quindi, troppo influenti. Se si trattasse di ottenere uno stile, capirei. Il fatto è che personalmente credo molto che lo stile si "raggiunge", non "ottiene". Ovvero, è lì che t'aspetta, dentro di te. Mescolare King, Carver e Calvino per diventare una sorta di clone mutante non è il mio ideale.

Sono libelli che io consiglierei a persone che scrivono già da qualche anno, che si son fatte le ossa sopra sé stesse. A scrittori che vogliono approfondire, mettersi in discussione. Non a chi deve ancora formarsi ed è una pasta molle che può essere plasmata in modo deforme. Ciò detto, li consiglierei tutta la vita al posto dei tremendi corsi di scrittura creativa, buoni soltanto a perdere lo stile di vista, anziché trovarlo.

Mi pare che siamo abbastanza d'accordo, su questo. È come farsi quattro chiacchiere. Là dove le cose diventano serie non sono questi saggi, sono i loro veri scritti. I racconti di Carver, "Il barone rampante", "L'ombra dello scorpione"… Lì sì che si sente chi sono e si capisce cosa fanno: sono tutti e tre potenti. (Cerami non ho la più pallida idea di chi sia, perdonami; anche se il nome mi suona.)

 

Circa il piacere del libro cartaceo, che ho abbandonato, ti capisco. Purtroppo sono espatriato e mi son dovuto disfare della mia libreria. Ho tenuto un decimo di quanto avevo. Le uniche cose che meritavano. Uno su dieci. Esatto. E mi son pure sentito buono. Il resto al massimo era stato piacevole. Il problema è che quando veleggi per il mondo il cartaceo diventa una zavorra per la tua mongolfiera. Non si può o vai a impigliarti in qualche vetta che tenti di sorvolare o, peggio, sbatti contro il triste muro di una casa.

Ciò che resto, però, e non svanisce mai perché ti si aggrappa all'anima, è l'amore per la lettura. Passeresti le giornate a leggere, ma sai che non puoi. La vita è così: fluisce e i ciottoli come noi sono destinati a essere trascinati. Mi accontento, Aegis, delle letture digitali. Mi soddisfa avere con me la mia libreria, ovunque io sia. La carta è destinata a cose particolari, come, ad esempio, questa meraviglia per uno scrittore di genere come me: "Le mappe dei miei sogni" di Ralf Larsen. Se mi capita un capolavoro tra le mani – uno che io considero un capolavoro, s'intenda – allora me lo compro pure in cartaceo. Quando cambierò Paese di nuovo il peso sarà proporzionale al valore.

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Grazie a tutti per questa discussione, che è davvero ricca di spunti.

 

Butto qui anche i miei: a mio parere possiamo distinguere tra "voce" e "stile" (anche se, come sempre in questi casi, i due concetti hanno confini labili e si compenetrano molto a vicenda).

La voce è, per me, esattamente quanto descrive @Aegis quando parla di scrittore-filtro o, meglio, di persona-filtro che percepisce, elabora e riferisce la realtà dal proprio personalissimo punto di osservazione. Lo stile invece è lo strumento con cui la voce si reifica in un testo.

La voce riguarda la scelta dei temi, i contenuti profondi, i messaggi, la costruzione dei personaggi, le prese di posizione nei confronti delle azioni che compiono o che si rifiutano di compiere. Lo stile riguarda dispostio ed elocutio, ritmo, tempi verbali, scelte di POV, relazioni tra fabula e intreccio. Due autori non avranno mai al stessa voce ma possono utilizzare il medesimo stile, almeno in teoria. In pratica (parere personalissimo) questo accade solo in occasione [1] di esercizi di stile da intendersi come omaggi (es. Benni che scrive un racconto alla Poe) o [2] di scrittori in erba che non si fidano di se stessi e/o che sperano di essere accettati dal mercato attraverso una produzione simile a quella di altri.

 

Per capirci: lo stile di Lansdale è fatto di tanti dialoghi veloci, battute secche, pochi verbi introduttivi, scene rapide, farsi corte, paratassi. La voce è quello che, dentro i binari del suo stile, fa dire e fare ai suoi personaggi.

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Interessante, @Gualduccig. Molto interessante. Mi trovi in linea con gran parte della differenza tra stile e voce. 

Mi tocca scrivere un post inutile come questo perché ho finito i Like per oggi.

Quindi ti Laiko a voce. 

:fuma:

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2 ore fa, Aegis ha scritto:

Sono libelli ( ce ne son altri, ovvio - forse un milione) che raccontano un poco la vita e i pensieri di chi scrive, sono come prendersi un caffè con uno di loro. Farsi due chiacchiere. Potrebbero non servire a nulla, è chiaro. Perché si dovrebbe capire cosa serva davvero. La sofferenza, di certo serve. Cazzo. Entrarsi dentro, nuotare nella propria merda, serve. Tutto, mio parere personale

 

È anche il mio parere personale, che ho espresso in altri post. La scrittura, come dico io se me lo chiedono, è fatta di momenti alti e momenti bassi. È un battere e levare tra fasi che variano. Allo stesso modo funziona a livello individuale. Uno oggi parla di filosofia esistenziale germanica, e domani — la stessa persona — si lava il culo (scusa il francesismo, anche concettuale :P).

Comunque, mi piace molto come affronti la questione, e devo dire che la vediamo uguale (anche per quanto riguarda la scopata con la vicina di casa :asd:).

 

2 ore fa, Aegis ha scritto:

E non rompetemi le palle che ho fatto degli anacoluti.

 

Bellissimi anche quelli! Io adoro gli anacoluti. :)

Li ho messo anche in alcuni racconti pubblicati nel WD.

Nel tuo caso, sono elementi stilistici ammirevoli. Sono ammirevoli anche le virgole tra soggetto e verbo. Anche Calvino di tanto in tanto lo faceva. Sono ammirevoli anche le tue rotture di cabbasìsi, per nulla camurrìe. Grande! :)

 

1 ora fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

non sono alla ricerca di un mio stile e una mia voce dopo 29 anni di scrittura. Quella fase è già passata.

 

Io invece (forse!) sono ancora in quella fase, ma ho deciso di andare oltre e di lasciare dunque la mia impronta personale nel testo che sto scrivendo in questi giorni — sia come voce sia come stile… sia come temi. Il mio problema è che qualcuno potrebbe criticarmi osservando: "Oh, Dysk, che palle! Sei monotono, scrivi sempre le stesse cose!".  Ma un noto consiglio di scrittura dice più o meno: "Scrivi solo di ciò che conosci". Se ne è parlato più volte nel WD, e mi ha sorpreso che tutti siano d'accordo, ma proprio tutti. Allora io parlo solo di quello che conosco e non mi rompete i cabbasisi! Ai critici/osservatori quindi direi: "Mica posso trattare di fiordi norvegesi o di ghiacciai islandesi, visto che non ho idea di quelle robe."

Quindi devo trovare il giusto e difficoltoso equilibrio tra, da una parte, monotonia e, dall'altra, voce e stile personali. Nel primo caso, seguirei il suddetto consiglio (rischiando però accuse di monotonia), mentre nel secondo contravverrei al consiglio. E per me va bene così: me ne frego del consiglio. Non so se faccio bene o male a trasgredire, ma mi convinco sempre di più che faccio bene.

Magari un giorno mi piazzeranno la scorta sotto casa (come capitò a Roberto Saviano), ma…

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Bella l'idea di stile e voce.

Mi viene da pensare ad un bicchiere con dentro del buon vino. A voi l'onere ed il piacere di associare al nettare, come al vetro, di conseguenza.

 

Vorrei anche aggiungere una frase, forse ad effetto (ma lo provocherà poi, sto effetto?) Vado con la frase: la classe non è acqua e lo stile non è il bicchiere che la contiene.

 

 

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