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Annabel

Autopubblicarsi senza rimpianti.

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15 minuti fa, Wanderer ha scritto:

 il problema principale è il canale, il come fare arrivare quelle emozioni fino al cuore del lettore. Se il lettore non sa nemmeno dell'esistenza di quel libro, o se quel libro non riesce ad emergere tra tantissimi altri, come fa l'opera ad emozionare? Questo non è un problema secondario, è un aspetto fondamentale. 

 

Questo è dovuto alla promozione del libro, argomento fondamentale – questo sì, hai ragione. La promozione la può fare un autore self. Se riesce ad arrivare a un pubblico o se non ci riesce, sono fatti suoi. Certo che riuscirci solo con la proprie forze può essere motivo di vanto :)

 

20 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Se non ricordo male, qualche giorno fa ti sei proposto a una CE di primo piano: quindi, non puoi negare che è quello il tuo auspicio ;)

 

Ricordi bene :)

Questa è la dimostrazione di ciò che avrò detto miliardi di volte, cioè che per me CE e self stanno sullo stesso livello e l'una non esclude l'altro. Uno può fare self e poi dedicarsi a una CE e viceversa, e quante vuole :)

 

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2 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Uno può fare self e poi dedicarsi a una CE e viceversa, e quante vuole :)


Questo però ti consiglio di non dirlo alla CE... :asd:

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51 minuti fa, Wanderer ha scritto:


ISe invece l'obiettivo di un romanziere è di fare sentire la propria voce nel panorama letterario, e puntare più in alto rispetto alle cerchie di amici e parenti, allora difficilmente andrà bene una di queste tre cose. Quindi, il discorso del pubblicare "senza rimpianti" è relativo a quali sono gli obiettivi: quando i risultati non sono all'altezza delle aspettative, i rimpianti ci sono eccome, a prescindere che si tratti di editoria o autopubblicazione. 

 

@Wanderer io ti seguo con interesse, però scusa è chiaro che tutti vorrebbero il meglio e pubblicare con un grosso editore che ti renda anche ricco e famoso, il problema è che ciò non è facilmente realizzabile, per non dire che è quasi impossibile. Tu stesso me lo hai confermato in un post di qualche giorno fa, l'editoria che conta per chi non ha agganci di sorta è blindata, ma anche quella che ha anche solo un minimo di convenienza per l'autore e di nobiltà editoriale lo è. Forse meno, ma non è facile entrare neanche in quella. E quindi piuttosto che niente, allora forse è meglio piuttosto. O no? Se vuoi andare che so in America con una bicicletta o un gommone difficilmente ci arriverai, ma se ti puoi permettere solo quelli,  ci provi... Intanto ti metti in viaggio e non credo che andrai troppo lontano, ma almeno ti muovi. Io il Self Publishing lo vedo così.

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Il 14/10/2020 alle 22:19, Silverwillow ha scritto:

Se devo essere sincera a me non ne viene in mente nessuno. Vedo molti autori autopubblicati con un discreto seguito sui social (anche qualche migliaio di persone), di solito con romanzi di genere (rosa, fantasy o horror) brevi e a prezzi molto bassi. I loro libri però non si troveranno mai nelle librerie, in biblioteca, o sui consigli degli inserti culturali. Se uno aspira ad avere qualche centinaio di lettori e guadagnare qualcosina ci si può arrivare benissimo col self (dandosi da fare con costanza), ma non credo sia una soluzione adatta a tutti

Un’autrice, di cui ho curato la copertina e il materiale promozionale per il libro, ha voluto pubblicare in self perché non voleva aspettare i tempi di una casa editrice per la pubblicazione (nonostante ne avesse avuto la possibilità), rivolgendosi all’Agenzia per cui collaboro per i servizi editoriali. La sua è una autobiografia, sta vendendo benissimo e a breve il libro dovrebbe essere distribuito in una catena di librerie italiana: avendo venduto parecchio a una fiera, appoggiandosi a una libreria di questa catena, è riuscita a richiedere il contratto per la distribuzione ed esposizione a scaffale nei vari punti vendita ai responsabili della catena stessa.

Ha realizzato anche la versione in tedesco del libro e si sta muovendo anche in Germania per la promozione e distribuzione.

Concordo, però, sul fatto che il suo possa essere un caso e che la soluzione del self fatto in questo modo non sia adatta a tutti. Però l’esempio c’è :) 

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2 minuti fa, Ratalos ha scritto:

 

@Wanderer io ti seguo con interesse, però scusa è chiaro che tutti vorrebbero il meglio e pubblicare con un grosso editore che ti renda anche ricco e famoso, il problema è che ciò non è facilmente realizzabile, per non dire che è quasi impossibile. 


Se l'autore, invece di sognare il grande editore, e poi di rassegnarsi al piccolo (o al Self), si mettesse d'impegno per raggiungere obiettivi più alla sua portata (come una media CE), forse sarebbe un percorso più gratificante. 
 

Quota

E quindi piuttosto che niente, allora forse è meglio piuttosto. 


Non saprei... io ultimamente penso che sia meglio niente. Quanti sono gli autori delusi da quel "piuttosto"? Davvero tanti... 

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Il problema è sempre lo stesso: la pubblicità. Con una buona promozione, si riesce a vendere qualsiasi cosa, anche l'illusione di aver letto un capolavoro,  e soltanto perché distribuito da una grande casa editrice. 

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11 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Non saprei... io ultimamente penso che sia meglio niente. Quanti sono gli autori delusi da quel "piuttosto"? Davvero tanti... 

Mah... Credo che ogni cosa debba essere presa per quella che è. Scrivere è qualcosa che fa sognare, e tanto vale sognare ancora. 

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1 minuto fa, Annabel ha scritto:

Mah... Credo che ogni cosa debba essere presa per quella che è. Scrivere è qualcosa che fa sognare, e tanto vale sognare ancora. 


Guarda caso, però, il grande sogno di quasi tutti è di essere pubblicati da una grande CE... e non di continuare a scrivere per sé stessi.
Segno del fatto che c'è la percezione generalizzata che soltanto attraverso certi canali il sogno si può realizzare. 

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25 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Il grande sogno di quasi tutti è di essere pubblicati da una grande CE... e non di continuare a scrivere per sé stessi.

Segno del fatto che c'è la percezione generalizzata che soltanto attraverso certi canali il sogno si può realizzare. 

 

Questo è il punto cruciale: condivido il tuo rilievo. Ma che dico condivido: lo sento.

È una verità che a molti non piace, affrontarla porterebbe luce sulle tenebre che celano la domanda delle domande: perché scrivo?

 

Riguardo le big e i sogni che diventano incubi: conosco autori che hanno pubblicato con le big delle big, altri ce ne sono su questo stesso forum.

La faccio breve; le vendite non sono state entusiasmanti [di promozione poco e niente] e dopo quel romanzo è stata mostrata loro la porta.

Sono tornati a scrivere perché amano scrivere. In fondo, il segreto è tutto lì.

 

 

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1 ora fa, Annabel ha scritto:

Mah... Credo che ogni cosa debba essere presa per quella che è. Scrivere è qualcosa che fa sognare, e tanto vale sognare ancora. 

 

1 ora fa, Wanderer ha scritto:


Guarda caso, però, il grande sogno di quasi tutti è di essere pubblicati da una grande CE... e non di continuare a scrivere per sé stessi.
Segno del fatto che c'è la percezione generalizzata che soltanto attraverso certi canali il sogno si può realizzare. 

Sono due sogni differenti il problema è che sono oscuramente e intimamente legati. Bisogna continuare comunque a scrivere per il piacere di farlo nella quasi certezza che pochi  poi leggeranno? E' un quesito non da poco che negli ultimi tempi mi assilla come fosse una condanna.

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12 minuti fa, Ace ha scritto:

Riguardo le big e i sogni che diventano incubi: conosco autori che hanno pubblicato con le big delle big, altri ce ne sono su questo stesso forum.

La faccio breve; le vendite non sono state entusiasmanti [di promozione poco e niente] e dopo quel romanzo è stata mostrata loro la porta.


Le "big" spesso deludono perché speculano sull'opera, invece di fare un investimento sull'autore.
Le piccole invece deludono perché speculano sull'autore, invece di fare un investimento sull'opera. 
Soltanto se una CE investe in pari misura sull'autore e sull'opera l'esperienza può essere gratificante. 

In generale, quanto più l'autore si illude, e non resta con i piedi per terra, tanto più rischia di finire deluso. 

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44 minuti fa, Ratalos ha scritto:

È un quesito non da poco che negli ultimi tempi mi assilla come una condanna

 

C'era chi diceva che la libertà rende liberi, e mi sa che aveva ragione. Andare in fondo alla faccenda, in un senso o nell'altro, non potrà che giovarti.

 

46 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Le "big" spesso deludono perché speculano sull'opera, invece di fare un investimento sull'autore.

 

Soltanto se una CE investe in pari misura sull'autore e sull'opera l'esperienza può essere gratificante. 
In generale, quanto più l'autore si illude, e non resta con i piedi per terra, tanto più rischia di finire deluso. 

 

Più che speculare sull'opera una big ti mette a catalogo e finché il tuo romanzo non inizia a vendere per proprio conto, non ti spinge.

Sugli altri due punti sono d'accordissimo con te.

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Il 15/10/2020 alle 08:35, Annabel ha scritto:

Newton Compton, nel 2013, ha portato alla vittoria del Premio Bancarella il romanzo autopubbicato di Anna Premoli. Franca Baldacci, finita nel catalogo Sperling & Kupfer

C'è un autore anche qui sul WD che si è autopubblicato e poi è stato contattato da Newton, credo nel genere horror/fantascienza. Succede, specie coi romanzi di genere (rosa soprattutto), ma bisogna dire che Newton non è uno scopritore di talenti e che pubblica una decina di libri al giorno, quindi pesca anche dal self. La stessa cosa la fa la collana Harmony di HarperCollins. L'unica che ho sentito nominare di quelli che hai citato è Anna Premoli, ma solo perché bazzico l'ambiente romance. Gli altri non li conosco e non si può dire che siano famosi.

Probabilmente non abbiamo la stessa idea di successo, quindi mi spiego meglio: vendere migliaia di copie di un romanzo rosa ed essere conosciuto solo dai fan su facebook non è la mia idea di successo. Essere notato da Einaudi o simili, quella è la mia idea di successo (e non significa comunque diventare famosi, perché molti non li sentiamo mai nominare).

Io non ho niente contro l'autopubblicazione. Scrivi romanzi rosa o horror e hai molto successo? Magari un editore ti noterà (e si prenderà buona parte dei tuoi guadagni self, quindi non so se vale la pena). Dico solo che è una scelta che va fatta con consapevolezza, senza sperare nei miracoli, e che se si vuole solo far leggere le proprie storie va benissimo. Ripeto: dipende dalle aspettative. Editori e self non sono la stessa cosa, comportano responsabilità e risultati diversi, bisogna valutare con attenzione.

 

2 ore fa, Miss Ribston ha scritto:

Un’autrice, di cui ho curato la copertina e il materiale promozionale per il libro, ha voluto pubblicare in self perché non voleva aspettare i tempi di una casa editrice per la pubblicazione (nonostante ne avesse avuto la possibilità), rivolgendosi all’Agenzia per cui collaboro per i servizi editoriali.

Ciao, ti ripeto quel che ho detto ad @Annabel sopra. Non ho mai detto che il self non possa farti vendere o dare soddisfazioni (specie se, come in questo caso, c'è stato almeno dietro un lavoro di editing), ma non è la stessa cosa che cercare un buon editore, e i lettori e i recensori spesso sono prevenuti. Rispetto chi lo sceglie, ma dovrebbe essere una scelta ragionata e non un ripiego

Modificato da Silverwillow

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19 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Rispetto chi lo sceglie, ma dovrebbe essere una scelta ragionata e non un ripiego


Ecco, questo è il punto. Una cosa è una scelta libera e consapevole, un'altra cosa è una scelta obbligata, ovvero un ripiego. 

Riguardo N&C: francamente, non capisco come alcuni possano considerarla così prestigiosa. Io la associo soprattutto alle edizioni a prezzo stracciato dei grandi classici, onnipresenti tra i remainders delle bancarelle, ma non ci vedo una gran personalità di marchio editoriale (cosa che spiega perché vada pescando anche dal Self). Questo fa riflettere sul fatto che ci sono concezioni molto diverse di quale sia un buon punto d'arrivo per uno scrittore, e non c'è nemmeno un consenso in merito. 

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1 ora fa, Silverwillow ha scritto:

Ciao, ti ripeto quel che ho detto ad @Annabel sopra. Non ho mai detto che il self non possa farti vendere o dare soddisfazioni (specie se, come in questo caso, c'è stato almeno dietro un lavoro di editing), ma non è la stessa cosa che cercare un buon editore, e i lettori e i recensori spesso sono prevenuti. Rispetto chi lo sceglie, ma dovrebbe essere una scelta ragionata e non un ripiego

Sì, certo, sono d’accordo. Riportavo solo l’esempio di una scelta di questo tipo, ragionata e consapevole, come dici. Anche perché l’autrice che ho citato aveva la possibilità di pubblicare con un editore (grosso), ma ha scelto di fare da sé per non dover aspettare anni.

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2 ore fa, Ace ha scritto:

È una verità che a molti non piace, affrontarla porterebbe luce sulle tenebre che celano la domanda delle domande: perché scrivo?

 

:D:D

Tipica domandona da psicoanalista…

Sembra quelle che facevo io quando mi occupavo di selezione del personale e volevo mettere il candidato in difficoltà: "ma Lei perché vuole lavorare?". Di solito, partiva con una sega mentale senza fine, dalla quale non si deduceva nulla in particolare. Solo che non sapeva che, se avevo deciso di porgli quella domanda, era perché ero sicuro di prenderlo. Uno però mi diede una risposta sintetica e vera, forse l'unica decente, e in modo perentorio: "Per lo stipendio". Ottimo esempio di "less is more".

Nella scrittura non c'è lo stipendio (o forse c'è qualcosa del genere? :hm:), quindi la risposta è più difficile…

 

[OT]

Dopo la mini-discussione che ho avuto con te nel filone su "prima persona al presente vs. resto del mondo", mi hai convinto e così ho portato il mio romanzo da "terza persona al passato" a "prima persona al presente". Esperienza entusiasmante.

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2 ore fa, Ace ha scritto:

Riguardo le big e i sogni che diventano incubi: conosco autori che hanno pubblicato con le big delle big, altri ce ne sono su questo stesso forum.

La faccio breve; le vendite non sono state entusiasmanti [di promozione poco e niente] e dopo quel romanzo è stata mostrata loro la porta.

Sono tornati a scrivere perché amano scrivere. In fondo, il segreto è tutto lì.

 

Il tuo intervento me l'ero perso. Tra gli autori di cui parli mi riconosco anch'io: la pubblicazione con una big non mi ha certo resa famosa, tantomeno ricca, ma la soddisfazione di essere scelti per merito è qualcosa che non ha prezzo e che dà un incoraggiamento cento volte maggiore delle belle parole di amici e parenti, o di fan su facebook che non distinguono un congiuntivo da un condizionale.

Si scrive perché si ama scrivere, su questo non c'è dubbio. Personalmente non voglio essere popolare come persona, vorrei che sia popolare ciò che scrivo, che qualcuno leggendo dica "Ah, questa cosa l'ho sempre pensata , ma non avrei saputo esprimerla in modo altrettanto forte e immediato "

1 ora fa, Wanderer ha scritto:

Riguardo N&C: francamente, non capisco come alcuni possano considerarla così prestigiosa. Io la associo soprattutto alle edizioni a prezzo stracciato dei grandi classici, onnipresenti tra i remainders delle bancarelle, ma non ci vedo una gran personalità di marchio editoriale (cosa che spiega perché vada pescando anche dal Self)

Io ho letto delle schifezze (incoraggiata dai prezzi bassi) che mi hanno resa scettica verso questa CE. Ciò dimostra solo che un editore non è per forza meglio del self, tutto dipende da quale editore. Io ho una mia lista personale di editori, che sono i miei obiettivi. Molto probabilmente non li raggiungerò mai, ma mi aiuta a mantenere la rotta e a non lasciarmi tentare da facili guadagni o da una popolarità effimera.

12 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Uno però mi diede una risposta sintetica e vera, forse l'unica decente, e in modo perentorio: "Per lo stipendio"

Delle volte la sincerità è la scelta migliore. D'altronde, se ti proponessi per un lavoro di netturbino, dire che ne sei appassionato suonerebbe ridicoloxD  Non si scrive romanzi per lo stipendio, né per adulare il proprio ego, quindi ci deve essere una motivazione più alta, e una forte motivazione spesso comporta volontà di migliorarsi, resistenza ai rifiuti e apertura verso ogni possibilità, per quanto sembri piccola.

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31 minuti fa, dyskolos ha scritto:

:D Tipica domandona da psicoanalista…

 

È una domanda alla quale è necessario trovare risposta il prima possibile, perché il sedicente autore che crede di poterla eludere rischia di perdere anni, vedersi spezzare le gambe e andare in crisi quando meno se lo aspetta.

 

39 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Ho portato il mio romanzo da "terza persona al passato" a "prima persona al presente". Esperienza entusiasmante.

 

Be', felice di averti convertito. :asd: Scherzo.

 

4 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

La soddisfazione di essere scelti per merito è qualcosa che non ha prezzo

 

Ed è legittima, ma una CE, seppure big tra le big, deve rimanere mezzo e non fine.

Per il poco che so di te, scriveresti anche su un'isola deserta [è un complimento, beninteso]. Ergo: non scrivi con il fine ultimo di farti pubblicare da una major.

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16 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Editori e self non sono la stessa cosa, comportano responsabilità e risultati diversi, bisogna valutare con attenzione.

 

È come dire seta e lana, oro e ferro buono e cattivo... È ovvio che la differenza è netta! Ma su una cosa ti sbagli, non c'è da valutare e scegliere. Essere contattati da una vera casa editrice è il sogno di ogni scrittore, se si potesse decidere... Ma il più delle volte bisogna accontentarsi di una piccola CE e che può essere peggio di un self. 

Io non ho mai pubblicato, ma credo, che vivere di attese non va mai bene, dopo ci si accontenta della prima occasione che capita. 

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14 ore fa, Ace ha scritto:

non scrivi con il fine ultimo di farti pubblicare da una major.

 

Nemmeno io. Penso che farlo sia troppo rischioso perché espone a delusioni gravi. Per me, prima viene la buona scrittura e solo dopo la pubblicazione, infatti ho il PC pieno di cose che non ho mai pubblicato ^^ e non ne ho intenzione per il futuro. Ogni scrittore dovrebbe avere l'obiettivo di scrivere bene in modo da emozionare il lettore, invogliarlo a proseguire pagina dopo pagina e trasmettergli qualcosa. È difficile, certo, ma secondo me quello dovrebbe essere il fine ultimo, anche perché scrivere bene è conseguenza del pensare bene: e, in un certo senso, "forza" a pensare con più efficacia, cosa utile per il resto della vita.

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18 ore fa, dyskolos ha scritto:

Sembra quelle che facevo io quando mi occupavo di selezione del personale e volevo mettere il candidato in difficoltà: "ma Lei perché vuole lavorare?".

Terribile :facepalm:

Giusto ieri mi hanno mostrato alcune domande automatiche a seguito di una candidatura per operai generici: la prima era sugli anni di esperienza, e fin qui ok. La seconda, testuali parole: "Cosa ti appassiona di questa posizione, e ti motiva ad inviare la candidatura? Descrivi il tuo interesse a lavorare con noi". Per un posto da operaio su catena di montaggio. Ma uno cosa dovrebbe scrivere? "Adoro le catene di montaggio?" xD Io boh...

 

19 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Essere notato da Einaudi o simili, quella è la mia idea di successo

Ecco, secondo me è questo il punto. Stiamo discutendo riguardo a qualcosa di aleatorio, di soggettivo. L'idea di "successo" che ha @Silverwillow (o altri) non è la mia, per esempio. C'è chi ha un'idea più condivisa e altri più minimalista. È un po' come quando si dice che il concetto di "realizzazione personale" può anche differire da quello dei tuoi amici, dei media, della tua famiglia o della società.

Da sbarbina anch'io anelavo a una pubblicazione con una big; ora ho cambiato idea: non solo non mi interessa, ma mi spaventa un po' (a meno che non sia in collaborazione: ecco, magari così mi piacerebbe). Ovviamente non sto cercando di screditare questo sogno, che trovo legittimo al pari delle mie concezioni di "successo" e autorealizzazione.

 

2 ore fa, dyskolos ha scritto:

Ogni scrittore dovrebbe avere l'obiettivo di scrivere bene in modo da emozionare il lettore, invogliarlo a proseguire pagina dopo pagina e trasmettergli qualcosa. È difficile, certo, ma secondo me quello dovrebbe essere il fine ultimo, anche perché scrivere bene è conseguenza del pensare bene: e, in un certo senso, "forza" a pensare con più efficacia, cosa utile per il resto della vita.

Commento solo con un <3

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4 ore fa, Annabel ha scritto:

Ma il più delle volte bisogna accontentarsi di una piccola CE e che può essere peggio di un self. 


Ma in base a cosa "bisogna" accontentarsi di una piccola CE o ripiegare nel Self? Voglio dire: mica l'ha prescritto il medico di dover pubblicare per forza... 

Spesso si sostiene che è meglio pubblicare comunque, rispetto a lasciare le opere nel cassetto. Io invece ritengo che lasciare le opere cassetto sia più che dignitoso, in attesa di avere la giusta occasione, o di fare il giusto percorso per inserirsi nel mondo editoriale. Non dimentichiamo che ci sono stati grandi scrittori le cui opere hanno atteso anni o decenni prima di vedere a luce... pubblicare non è mai stato facile! 

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Wanderer ci possono essere tante motivazioni per non aspettare e aspettare... Conosco chi a settant'anni ha pubblicato il suo primo libro, chi invece lo ha fatto a cinquanta  e venticinque, ma chi ha esperienza di vita, sa che i sogni devono fare i conti con la realtà, e sa che attendere, lo si può fare per un tempo limite, poi basta. 

Io non aspetterei la vecchiaia a mandare manoscritti a destra e a sinistra. Poi, se tu vuoi tenerli nel cassetto per anni, penso sia legittimo, ma io non lo farei soltanto perché la grande onnipotenza CE non mi ha scelto. 

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Il 12/10/2020 alle 18:33, Annabel ha scritto:

Uno che ha scritto un buon libro, magari, desidera semplicemente che un semplice lettore lo legga. 

 

Magari. O magari ricerca il successo e la fama.

Agiamo in un modo spesso indeterminato, poi le nostre reazioni dipendono dalle nostre intenzioni, Annabel.

 

La capacità di guardarsi dentro non è uguale in ognuno di noi. C'è chi sa cosa vuole e c'è chi no. E tra quelli che lo sanno, c'è chi accetta le conseguenze del proprio volere e chi no.

Un "semplice lettore" lo trovi. Decine di migliaia di lettori sono già più difficili da raggiungere. Milioni… in questo forum siamo fuori tema.

 

Perché lo dico? Perché i tuoi esempi comportano differenti approcci alla propria arte (e mescoli cose che, sinceramente, non riesco a raggruppare; ma prendiamo la lista per buona).

Mi spiego.

Scartando politico e architetto, e non perché altri ne hanno parlato, piglio l'esempio del cantante di strada. Ho amici che hanno fatto i pagliacci di strada. Il loro orizzonte era riempire la piazza, non lavorare per il Cirque du Soleil. Erano onesti su cosa stavano facendo e su cosa potevano ottenere. Potevano avere sogni più grandi, ma quando stavano in una piazza pensavano alla piazza. Poi uno è finito in una grossa organizzazione e fa il pagliaccio negli ospedali, coi bambini di tutto il mondo – vengono le lacrime ogni volta che posta qualcosa, e non sai mai se piangi di gioia o di dolore.

Quindi capisco il tuo ragionamento, ma alla base di una simile impostazione (vorrei soltanto che mi leggesse un lettore) ci dev'essere un'introspezione onesta.

Se l'introspezione ti porta alla risposta "Non mi basta che qualcuno mi legga, ne voglio molti" allora bisogna rimboccarsi le maniche e capire come si può ottenere ciò che si desidera – sapendo che conta il viaggio e non la meta, sempre. Col self-publishing è difficile diventare best-seller in Italia. Non voglio dire impossibile, ma forse nel Bel Paese sarebbe appropriato. Quindi bisogna scegliere una strategia coerente col proprio sentire. Uno. Eppure, due, non bisogna mai fare le cose per la meta, altrimenti si diventa la copia deviata dell'artista, quello triste e frustrato che continuerà a sperperare buona parte della propria energie interiore in pensieri sterili. Al successo si pensa quando lo si deve gestire – e personalmente non ho mai voluto e non voglio un grande successo: lo considero sgradevole.

 

Inoltre, permettimi una domanda che considero fondamentale: mettiamo che il lettore ti abbia letto, cosa gli hai dato?

Essere letti significa davvero poco.

La questione è cosa dai, tu, con i tuoi scritti.

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Per quanto riguarda il traguardo [o meglio, il nastro di partenza] inteso come pubblicazione, è importante che l'autore sviluppi una prospettiva. La prima cosa da fare è estirpare dal proprio vocabolario la parola fretta. È necessario sapere aspettare. Capire che i romanzi nel cassetto, male non possono fare. La fretta è cattiva consigliera e i romanzi veri hanno bisogno di tempo per esprimere un'architettura piena e densa di senso compiuto. L'autore bisogna familiarizzi a lungo con i limiti della propria scrittura, deve mettere la museruola e tenere al guinzaglio il proprio ego, possibilmente uscendo dal guscio e andando incontro agli altri, alla ricerca di spazi di confronto.

 

La smania di pubblicare è il male, quello che bisognerebbe sforzarsi di comprendere è che la strada da fare è tanta e parecchio lunga. Prima di uscire con un proprio romanzo che abbia dignità, un romanzo che sia perlomeno decente, servono anni di scrittura, serve frequentare buoni tecnici della parola scritta, accrescere il proprio bagaglio giorno per giorno, da ogni punto di vista, e serve soprattutto scrivere moltissimo e leggere capolavori su capolavori. Leggerli sviluppando un senso critico, leggerli esercitando un grado di attenzione e di analisi propria del buon commercialista, il più puntuale e meticoloso. Tutto questo va fatto a lungo e bisogna esserci portati. Per questo sostengo che un autore deve portare chiarezza dentro di sé, perché con la chiarezza [perché scrivo?] sopraggiungono consapevolezza e visione, proiezione di sé nel futuro. È questo, al netto di isolati casi sporadici, che conta. La pubblicazione, una pubblicazione consapevole, è conseguenza di quanto riportato fin qui.

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9 minuti fa, Annabel ha scritto:

Wanderer ci possono essere tante motivazioni per non aspettare e aspettare... Conosco chi a settant'anni ha pubblicato il suo primo libro, chi invece lo ha fatto a cinquanta  e venticinque, ma chi ha esperienza di vita, sa che i sogni devono fare i conti con la realtà, e sa che attendere, lo si può fare per un tempo limite, poi basta. 

Io non aspetterei la vecchiaia a mandare manoscritti a destra e a sinistra. Poi, se tu vuoi tenerli nel cassetto per anni, penso sia legittimo, ma io non lo farei soltanto perché la grande onnipotenza CE non mi ha scelto. 

 

E su questo ti quoto in toto. D'accordissimo con te.

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11 minuti fa, Annabel ha scritto:

Poi, se tu vuoi tenerli nel cassetto per anni, penso sia legittimo, ma io non lo farei soltanto perché la grande onnipotenza CE non mi ha scelto. 


Secondo le ultime rilevazioni, in Italia ci sono oltre 4000 case editrici. Poniamo che di queste 4000 soltanto 1000 siano quelle serie, ovvero quelle che non chiedono contributi economici, che investono sull'opera, che hanno una decente distribuzione. Io credo che, se un'opera è valida, una tra queste 1000 la potrebbe potenzialmente pubblicare. Ovviamente, se l'autore perde giornate a sognare la gloria, a inviare proposte soltanto a Mondadori, Feltrinelli, Adelphi (quella che tu definisci giustamente "onnipotenza") potrebbe arrivare anche a 200 anni senza mai ottenere una risposta positiva, e continuando a sentirsi psicologicamente "rifiutato". Io credo che uno dei problemi di molti autori è che non hanno una buona conoscenza del panorama editoriale. Questo li porta a inviare proposte in modo scriteriato, senza ottenere nulla, per poi sentirsi frustrati e "rifiutati", e ripiegare su soluzioni comode e rassicuranti, ma che finiscono per risultare limitanti. 

 

6 minuti fa, Ace ha scritto:

Per quanto riguarda il traguardo [o meglio, il nastro di partenza] inteso come pubblicazione, è importante che l'autore sviluppi una prospettiva. La prima cosa da fare è estirpare dal proprio vocabolario la parola fretta. È necessario sapere aspettare. Capire che i romanzi nel cassetto, male non possono fare. La fretta è cattiva consigliera e i romanzi veri hanno bisogno di tempo per esprimere un'architettura piena e densa di senso compiuto. L'autore bisogna familiarizzi a lungo con i limiti della propria scrittura, deve mettere la museruola e tenere al guinzaglio il proprio ego, possibilmente uscendo dal guscio e andando incontro agli altri, alla ricerca di spazi di confronto.

 

La smania di pubblicare è il male, quello che bisognerebbe sforzarsi di comprendere è che la strada da fare è tanta e parecchio lunga.


A tutto quello che hai scritto, che condivido totalmente, aggiungo questo: se un'opera letteraria è valida, che si tratti di narrativa o poesia, lo è anche in ragione del fatto che viene intaccata il meno possibile dal tempo. Quindi, quanto più un'opera è di valore, tanto più si può aspettare per pubblicarla, e lasciarla decantare, come il buon vino. 

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3 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Quindi, quanto più un'opera è di valore, tanto più si può aspettare per pubblicarla, e lasciarla decantare, come il buon vino.

 

Verità. Conosco autori che hanno pubblicato romanzi acerbi, di cui oggi si vergognano.

È difficile rifarsi una verginità una volta pubblicati scritti scadenti. 

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1 minuto fa, Ace ha scritto:

 

Verità. Conosco autori che hanno pubblicato romanzi acerbi, di cui oggi si vergognano.

È difficile rifarsi una verginità una volta pubblicati scritti scadenti. 


Verissimo. E anche una volta pubblicati scritti magari non troppo scadenti, ma con editori troppo scadenti. 

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