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PRB

Il destino porco 2

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Quello che segue, è un estratto di una storia più lunga, Il destino porco, di cui ho già pubblicato un brano nella sezione frammenti

 

 

 

Pochi giorni dopo la morte di sua madre, Franco andò nella casa che era stata dei suoi genitori. Per prima cosa caricò e rimise in moto la vecchia pendola che con il suo ticchettio aveva sempre scandito il passare del tempo in quella casa. Poi girò per le stanze osservando mobili e oggetti che gli risvegliavano ricordi, e finalmente si sedette su quello che in famiglia chiamavano il “tronetto”, una bella e antica sedia con i braccioli che il padre usava per sedersi alla scrivania nel suo studio. Aprì un cassetto posto sotto al ripiano della libreria dov’era il telefono. Alzò qualche foglio appoggiato su varie scatole di carta da lettera, pacchi di buste e vari altri oggetti di cancelleria finché notò, sepolto in fondo al cassetto, due vecchie buste sulle quali era scritto il nome e l’indirizzo di suo padre. Le prese e sentì dei brividi corrergli lungo la spina dorsale perché aveva subito intuito cosa contenevano. Ritrovarle dopo quasi quarant’anni gli ricordò come quelle sue lunghissime lettere ai genitori avessero provocato una profonda e mai rimarginata frattura in famiglia. In quel momento la pendola suonò cinque volte, l’ora in cui di solito la madre portava il tè nello studio e si sedeva sulla sua poltrona per rilassarsi dopo aver finito le faccende. A Franco parve che l’unico suono in quella silenziosa casa, il lento ticchettio della pendola, stesse aumentando di volume.

 

Cominciò a leggere e disse a voce alta: «quante stronzate, povero babbo, l’ho affogato in un mare di luoghi comuni e frasi fatte». Dopo quasi quarant’anni, in buona parte passati a studiare e insegnare, Franco aveva affinato i suoi gusti e adesso provava vergogna di quello scritto in cui accusava i genitori di non voler aprire un dialogo franco con i figli. «Se i rapporti di famiglia devono essere di pura forma, di buona educazione e visite natalizie, non mi interessano» lesse a voce alta, e continuò: «Voglio anche dirvi che credo che noi conosciamo i problemi della nostra generazione meglio di voi… per tanti anni, lo confesso, pensavo che la nostra fosse una famiglia perfetta e ideale… sia chiaro che, quando vi accuso di queste cose, non voglio che crediate che io predichi da un pulpito… Parlare, discutere e addirittura litigare, anche se non si giunge a una soluzione, è sempre più utile che tacere e far finta di niente… mi ha colpito molto un passaggio de Il Giardino dei Finzi Contini nel quale l’autore racconta come la famiglia faceva finta di non vedere quello che succedeva al di fuori del suo giardino perché “era il loro sistema”. Proprio come il vostro».

 

«Cazzo» esclamò Franco a voce alta alzandosi di scatto dalla sedia e buttando sulla scrivania quei vecchi e ingialliti fogli. «Come ho potuto scrivere delle banalità del genere e proprio a mio padre, e non gli ho mai nemmeno chiesto scusa» disse passeggiando fra le vecchie stanze. Notò come tutto fosse cambiato negli ultimi anni per fare spazio al passaggio della sedia a rotelle che la badante usava per accompagnare il padre al bagno, a mangiare o a letto. «Avevamo discusso, lui aveva i suoi torti e io le mie ragioni, ma cazzo, ho usato un lanciafiamme per uccidere una mosca e ho incendiato la casa». E poiché la lingua batte dove il dente duole, tornò nello studio e lesse ancora: «La mamma è sempre stata così sicura di quello che era giusto o sbagliato e ha una personalità talmente forte da essere riuscita a influenzare la vita e i pensieri di tutti noi figli». Rimase a bocca aperta e disse: «Non ci posso credere! e come sarebbe possibile che una madre non influenzi la vita e i pensieri dei figli?». La pendola lo interruppe per suonare le cinque e mezza e, quando ebbe finito, a Franco sembrò che quel ticchettio avesse ancora aumentato di volume. Si alzò di nuovo per andare in salotto dove si fermò davanti a una cornice con la foto dei genitori e, osservandola, disse: «scusa mamma per il male che ti ho fatto, e sì che quando ho scritto quelle stupidaggini io ero laureato in filosofia e cominciavo a insegnare mentre tu avevi solo la terza media». A onor del vero, la mamma aveva si solo la terza media, ma aveva una discreta cultura perché veniva da una di quelle famiglie che, in quegli ormai lontani anni precedenti alla guerra, non mandavano le figlie alle superiori ma a qualche improbabile collegio con scarni programmi di cultura generale e corsi per imparare a fare le mogli e le madri.

 

Franco tornò alla scrivania e riprese a leggere: «Temo di non poter essere d’accordo con voi quando dite di aver agito con le migliore intenzioni». Rimase senza fiato, incredulo di aver avuto la faccia tosta di insinuare che i genitori avessero agito con cattive intenzioni. «Il tuo ostinato rifiuto di opporti a Mamma forse non è solo dovuto a rispetto nei suoi confronti, ma anche per proteggere la tua serenità e tranquillità». Buttò di nuovo quei fogli sulla scrivania, si appoggiò allo schienale e rimase immobile a fissare una stampa di Piazza del Campo a Siena appesa di fronte alla scrivania. A parte il ticchettio della pendola, la casa era immersa in un silenzio profondo che parlava di tempi passati, di lettere ancora scritte a mano, di penne stilografiche, di orologi che andavano caricati con una chiave, di mobili antichi o solo vecchi, e di tante altre cose ormai scomparse.

 

«In quegli anni là ci credevamo tutti psicologi!» disse a voce alta e alterata Franco «erano chiacchiere alla moda, tutti davano la colpa delle proprie debolezze alla mamma. Non c’era rivista che non avesse una rubrica di psicologia, psicologia per massaie! Ma io ero laureato, non una massaia! È il solito meccanismo perverso: uno specialista scrive un articolo zeppo di note a pie’ pagina che viene pubblicato su di una rivista scientifica. Un pubblicista ne trae sufficienti elementi per farne un libro divulgativo. Un giornale ne fa una recensione scegliendo con cura le informazioni da cui trarre titoli a effetto. E una redattrice fa un riassuntino per qualche rivista. E ai poveri coglioni arrivavano ideuzze pret-a-porter buone per chiacchiere da salotto. Ero un povero coglione!». Fatta questa amara constatazione i suoi pensieri rallentarono e gli venne in mente Ginevra, sua moglie, che di salotti se ne intendeva da sempre. E lentamente i suoi pensieri planarono sul ricordo di quella volta che uno dei suoi fratelli gli aveva rinfacciato che loro padre non solo era addolorato per le accuse e le insinuazioni di quelle lettere, ma era anche profondamente irritato dal fatto che non erano scritte nel solito stile di Franco e dunque dovevano essere state ispirate dalla moglie. «Aveva ragione cazzo, ero giovane, lei era bella e mi coccolava su quel suo splendido e morbido seno» disse alzandosi di scatto. Andò a fermare la pendola perché quel ticchettio gli stava dando ai nervi.

 

Tornò nello studio ma questa volta si sedette sulla poltrona di sua madre. Si ricordò di come lei se ne stava lì seduta a leggere o a lavorare a maglia mentre il padre era chino sulla scrivania a studiare o a scrivere. Gli parve di vederlo, vecchio e stanco, che allungava lentamente le belle mani affusolate per aprire il cassetto sotto al telefono, prendere per l’ennesima volta quelle odiose lettere e torturarsi al pensiero che il suo primo figlio aveva rovinato la famiglia.

 

 

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@AdStr  immagino che tu abbia fatto la cosa giusta visto che sei dello staff, però questi due brani non sono capitoli interi, ma solo pezzi di capitolo

 

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Mi aspettavo che questo frammento fosse legato all'altro, ma è evidente che ho frainteso io, e non è una storia unica. Forse sono più storie che si intrecciano, ma ognuna è a sé. Ad ogni modo, il pezzo è scritto molto bene, non ho praticamente notato errori o problemi di sorta. Ti segnalo solo un paio di cose:

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Dopo quasi quarant’anni, in buona parte passati a studiare e insegnare, Franco aveva affinato i suoi gusti e adesso provava vergogna di quello scritto

Non parlerei di "gusti", mi pare che quel che intendi sia che è maturato e capisce un po' meglio le cose

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

per tanti anni, lo confesso, pensavo ho pensato che la nostra fosse una famiglia perfetta e ideale…

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Buttò di nuovo quei fogli sulla scrivania, si appoggiò allo schienale e rimase immobile a fissare una stampa di Piazza del Campo a Siena appesa di fronte alla scrivania.

eviterei la ripetizione di scrivania nella stessa frase

La storia scorre bene, l'ambientazione e il protagonista sono ben descritti e concreti agli occhi del lettore. L'unico dubbio che mi è rimasto è perché avesse scritto quelle lettere, viene da pensare che qualche problema coi genitori ci fosse, e che ora che sono morti lui lo minimizzi. Però, di nuovo, è difficile dire se sia una cosa che manca, o se verrà sviluppata in seguito, perché il pezzo è piuttosto breve. Nel dubbio, mi limito a dire che visto il risalto dato alle lettere e al senso di colpa verso i genitori, questi elementi dovrebbero essere importanti per il resto del racconto.

Per il resto, un buon lavoro, e sono curiosa di vedere come intendi svilupparlo. A rileggerti!

 

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@Silverwillow

Grazie per quel «il pezzo è scritto molto bene» che provvederò a incorniciare.

Questo frammento fa parte del solito romanzo, ma non è strettamente legato alla storia del nonno. Franco è un vecchio amico di Antonio, e le loro storie si intrecciano.

 

Sulla questione dei «gusti» probabilmente hai ragione, però non so: Franco è sicuramente maturato, hai ragione, però è anche vero che il maturare va di pari passo con l’affinarsi dei gusti. Ci penserò.

 

La prima frase del tuo penultimo paragrafo la aggiungerò sicuramente alla summenzionata cornice.

Devo però riflettere meglio su resto di quel tuo paragrafo, perché le lettere non vengono quasi mai più menzionate nel libro e sono solo un dettaglio che rafforza il mio ragionamento sul destino che è «un figlio d’un cane e quando meno te l’aspetti ti frega» (nonno dixit). Che ci fossero dei problemi in quella famiglia è certo perché ci sono in tutte le famiglie: in quegli anni là era di moda ingigantirli, e Franco adesso si rende conto di aver usato «un lanciafiamme per uccidere una mosca», il che è anche una questione di gusti, o forse di stile.

 

In conclusione, grazie del tempo che mi hai dedicato e per l’illusione che mi regali sul fatto che il mio sia veramente «un buon lavoro» che ti ha incuriosito.

Mi raccomando il berretto!

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Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Pochi giorni dopo la morte di sua madre, Franco andò nella casa che era stata dei suoi genitori. Per prima cosa caricò e rimise in moto la vecchia pendola che con il suo ticchettio aveva sempre scandito il passare del tempo in quella casa. Poi girò per le stanze osservando mobili e oggetti che gli risvegliavano ricordi, e finalmente si sedette su quello che in famiglia chiamavano il “tronetto”, una bella e antica sedia con i braccioli che il padre usava per sedersi alla scrivania nel suo studio. 

 

@PRB, buona domenica. Ho letto con piacere il tuo seguito, e mi sono permessa di entrare nel testo per esprimere alcune considerazioni di carattere personale. Comincio.

Eviterei, qui sopra, la sequenza 1) "per prima cosa" 2) "poi" 3) "finalmente", che sa un po' di lista della spesa. Eviterei anche alcune specificazioni inerenti ai ricordi, perché sottese; esse possono, comunque, essere inserite più avanti. Riscriverei così: "Pochi giorni dopo la morte della madre, Franco andò nella casa che era stata dei genitori. Caricò e rimise in moto la vecchia pendola, girò per le stanze, tra gli oggetti e i ricordi. Si sedette sul 'tronetto', la sedia con i braccioli, antica e bella, posta davanti alla scrivania nello studio del padre". 

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Aprì un cassetto posto sotto al ripiano della libreria dov’era il telefono

Il protagonista, secondo la descrizione sopra, è seduto alla scrivania, però apre un cassetto situato "sotto al ripiano della libreria": anche se non è difficile comprendere la dinamica, immaginando che egli si guardi intorno e poi allunghi un braccio verso la libreria lì vicino, secondo me il movimento compiuto andrebbe esplicitato. Eliminerei inoltre l'accenno al telefono, che mi sembra inutile per chi legge.

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Alzò qualche foglio appoggiato su varie scatole di carta da lettera, pacchi di buste e vari altri oggetti di cancelleria

L'azione qui sia fa più complicata, pertanto, per compierla, non è sufficiente una sola mano: l'uomo ha girato il tronetto, oppure si è alzato per avvicinarsi alla libreria. C'è bisogno di un raccordo.

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Le prese e sentì dei brividi corrergli lungo la spina dorsale perché aveva subito intuito cosa contenevano. Ritrovarle dopo quasi quarant’anni gli ricordò come quelle sue lunghissime lettere ai genitori avessero provocato una profonda e mai rimarginata frattura in famiglia

Eliminerei la parte cancellata, mettendo punto fermo dopo "dorsale": subito dopo, infatti, esponi per intero il contenuto delle lettere, pertanto anticiparne qui il doloroso contenuto mi sembra controproducente. Riprenderei con il suono della pendola, e poi a seguire.

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Dopo quasi quarant’anni, in buona parte passati a studiare e insegnare, Franco aveva affinato i suoi gusti e adesso provava vergogna di quello scritto in cui accusava i genitori di non voler aprire un dialogo franco con i figli. 

Delle lettere, dicevamo, viene esplicitato il contenuto: lascerei quindi solo l'informazione che Franco, dopo quasi quarant'anni, provava vergogna per quegli scritti.

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

si fermò davanti a una cornice con la foto dei genitori e, osservandola, disse: «scusa mamma per il male che ti ho fatto, e sì che quando ho scritto quelle stupidaggini io ero laureato in filosofia e cominciavo a insegnare mentre tu avevi solo la terza media».

Lo trovo un po' banale, in verità. E se lasciassi solamente la notazione che Franco si ferma davanti alla foto del genitori, e la osserva a lungo? A mio avviso non è necessario scrivere qui che Franco è laureato e che la madre, pur con la sola terza media, era fornita di discreta cultura. Sono informazioni che, se davvero indispensabili, si possono diluire anche in altri luoghi del tuo scritto. Attenzione, inoltre, a porre sempre la virgola prima e dopo il vocativo ("mamma", in questo caso).

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Un pubblicista ne trae sufficienti elementi per farne un libro divulgativo. Un giornale ne fa una recensione (...). E una redattrice fa un riassuntino per qualche rivista. E ai poveri coglioni arrivavano ideuzze pret-a-porter buone per chiacchiere da salotto

Com'è vero.

 

Il 10/10/2020 alle 23:25, PRB ha scritto:

Aveva ragione cazzo, ero giovane, lei era bella e mi coccolava su quel suo splendido e morbido seno» 

Troverei un'altra modalità per esprimere tale ricordo, perché così suona un po' goffo.

Complessivamente la scrittura mi è parsa meno originale del primo frammento, piuttosto scoppiettante in virtù delle considerazioni in dialetto del nonno. La storia è invece interessante, perché le vicende familiari di ognuno di noi contengono aspetti romanzeschi degni di essere raccontati. Punterei su una scioltezza maggiore delle frasi, eliminando, come mi sono permessa di suggerirti, tutto ciò che in quel momento della narrazione è inutile, ripetitivo o anticipatorio. 

Leggerò con piacere anche la terza parte. Grazie e un saluto.

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@Ippolita2018

Buongiorno Ippolita, e grazie per il tempo che mi dedichi, è sempre un piacere leggere i tuoi consigli che terrò sicuramente di conto.

A me pareva importante sottolineare il fatto che le lettere avevano aperto una frattura mai rimarginata in famiglia, perché così è stato in molte famiglie che hanno litigato per l’eccessiva boria dei giovani. Per questo mi pareva anche importante sottolineare il fatto che la madre aveva solo la terza media, cioè che era una donna semplice e impreparata ad affrontare i discorsi troppo intellettuali del figlio, che poi erano più che altro banalità. Meno male che approvi il mio discorso sul pubblicista che scrive un libro divulgativo che finisce in un riassuntino su qualche rivista. La psicologia era di gran moda in quegli anni, anche se come tutte le mode era più che altro una posa, un voler fare gli intellettuali, ma era solo roba da rotocalco che ha fatto più danni che altro.

Non puoi saperlo, ma il vero protagonista della mia storia dovrebbe essere il destino della mia generazione che era illusa di cambiare il mondo ma ora si rende conto che quell’illusione era basata su ideuzze da rotocalco. Il nonno che rimpiangi appartiene ad una generazione precedente, che ha molto patito e molto lavorato.

 

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