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Sjø

Alle presentazioni vi sentite a vostro agio?

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1 ora fa, L'antipatico ha scritto:

nelle tue presentazioni non manchi mai di mostrare la tartaruga'elefante addominale

trattasi di altro animale, in realtà...

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È stato interessante leggere le varie risposte. 

Sono sempre stato del parere che chi scrive ama starsene in disparte e quindi l'esporsi al pubblico è un po' contro natura. Non faccio eccezione, però ammetto che il più delle volte mi sono divertito, in alcuni casi avrei voluto che non finissero mai tanto stavo bene e a mio agio. In altri casi ho sofferto di più, specie nei momenti precedenti, poi con l'inizio dell'evento mi rilasso. Un po' come negli esami universitari orali.

Purtroppo volenti o nolenti è un qualcosa che dobbiamo necessariamente fare, fa parte dello scrivere e bisogna adattarsi.

Alla fine è anche una gratificazione, sei lì a parlare del tuo libro e della scrittura, è un momento di confronto con i lettori che apprezzo molto.

Semmai sono due le cose che trovo difficili. Una è parlare del tuo libro ma senza parlarne troppo, un'arte sottile e difficile. L'altra è la preparazione della presentazione che ti succhia via un sacco di tempo anche se hai dietro l'ufficio stampa della CE.

Parlare davanti a un pubblico non è sempre facile e capisco chi lo teme ma dico anche ci si abitua a tutto ed è un'occasione per imparare. Se poi proprio non si riesce a gestirla si evita di farle.  Però vale la pena tentare prima.

In sintesi: mi diverto con qualche inciampo di tanto in tanto! ;) 

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Io sono una persona che ha sempre un po' di senso di inadeguatezza, temo tantissimo il giudizio altrui, e alle presentazione sono in ansia per diversi motivi. Primo, che non venga nessuno. Poi, che la gente che è venuta fin lì per me si annoi e pesi "me ne potevo stare a casa che era meglio". In contesti più "letterari", temo che pubblico o addetti ai lavori trovino le mie risposte banali e dilettantesche. Inoltre sono un po' ansiosa e l'ansia non aiuta nei frangenti in cui non è possibile preparare tutto in precedenza ma bisogna adeguarsi e improvvisare. Del resto se scrivo romanzi ci sarà un motivo, la forma di comunicazione che mi si confà maggiormente e in cui sento di essere più efficace e a mio agio è senza dubbio quella scritta. 

Credo comunque che se ci tengo a che i miei romanzi vengano letti (e io ci tengo di brutto) non sia una buona idea assecondare quella parte di me che preferirebbe limitarsi a stare in casa a scrivere, ma sia giusto mettermi in gioco anche nelle situazioni che mi creano un po' di ansia e disagio: infatti sono sempre contenta e grata di fare una presentazione o un evento pubblico. Forse anche perché le temo, alla fine, una volta che tutto è andato ragionevolmente bene (finora non ho avuto particolari disgrazie presentatorie,) provo una grande soddisfazione e sollievo, come per una sfida vinta. E spero che quando una sfiga succederà (come è successo a tanti), riuscirò a riderci sopra e voltare pagina. In un paio di presentazioni, comunque, più piccole e informali, mi sono addirittura divertita durante: forse è solo una questione di abituarsi per acquisire un po' di sicurezza. 

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3 ore fa, nemesis74 ha scritto:

Alla fine è anche una gratificazione, sei lì a parlare del tuo libro e della scrittura, è un momento di confronto con i lettori che apprezzo molto.

(y)

28 minuti fa, franka ha scritto:

alle presentazione sono in ansia per diversi motivi. Primo, che non venga nessuno

Questa è la mia unica paura, anche perché sono campione europeo di sfighe meteorologiche (sono riuscito persino a far piovere a Gallipoli in luglio all'inizio di una presentazione all'aperto, un evento che i meteorologi stimano con probabilità inferiore all'uno per cento).

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Il 4/10/2020 alle 21:17, Sjø ha scritto:

Parlo da sociopatico quale sono

Eh, siamo in due:lol:

Il 4/10/2020 alle 21:17, Sjø ha scritto:

Vi piace farle? Come vi siete trovati o prevedete di trovarvi davanti a un pubblico numeroso?

Io purtroppo sto ancora cercando di organizzare la prima, che tra covid e agende delle librerie piene (nonché la mia pigrizia di fondo) è un dramma. In realtà, pur odiando essere al centro dell'attenzione, credo che mi piacerebbe molto farne una, perché quando parlo dei miei romanzi (o qualunque altra cosa mi appassioni davvero) tutto il resto sparisce e divento un'altra persona. Chiaramente chi già è a suo agio a parlare alla gente è avvantaggiato, ma credo che la maggior parte degli scrittori non lo sia, perché per scrivere sul serio ci vuole una buona dose di introspezione.

Il 4/10/2020 alle 21:17, Sjø ha scritto:

Come vi siete trovati o prevedete di trovarvi davanti a un pubblico numeroso?

Pubblico numeroso? Magari! Quel che mi smonterebbe davvero sarebbe vedere quattro gatti, lì sì che potrei deprimermi e pensare che tutta la mia vita è un disastro, e quei quattro gatti, anziché sentir parlare del libro, dovranno assistere imbarazzati mentre tento di parlare e al tempo stesso non piangere:facepalm: Comunque, immaginare scenari catastrofici mi aiuta a prepararmi, quindi non vedo l'ora di farne una. Poi vi farò sapere(y)

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Il 4/10/2020 alle 21:17, Sjø ha scritto:

La considero la parte negativa del provare a fare lo scrittore quella delle presentazioni, il mio sogno sarebbe pubblicare per un editore medio/grande (esempio Fazi), varare poi il libro e lasciarlo al suo destino senza mai apparire in pubblico: un'utopia.


Secondo me non è a priori un'utopia, e di fatto ci sono opere che si giovano più dell'anonimato dell'autore (pensiamo alla Ferrante) che non della sua sovraesposizione pubblica. 

In linea di massima, le presentazioni servono soprattutto nella piccolissima editoria, più o meno EAP e, sul fronte opposto, nella grande editoria con i grandi nomi.

- Nel primo caso, perché sono l'unico modo per l'autore di piazzare le copie degli editori EAP ad amici e conoscenti, i quali spesso vanno alle presentazioni con l'entusiasmo di andare al patibolo, e comprano il libro per carità di patria, senza che lo leggeranno mai. 

- Nel secondo caso, perché la presenza dell'autore famoso rappresenta già in sé un evento mediatico che fa vendere molte più copie del libro, in particolare nei firmacopie degli autori "big" (tra parentesi: in Italia non è ancora molto sviluppato il mercato dei libri autografati, ma negli USA è un mercato molto florido... ci sono molti venditori professionisti che vanno alle presentazioni, acquistano decine di copie autografate a prezzo di copertina, e poi le rivendono su Ebay con grossi margini di guadagno). 

Nell'editoria di mezzo, e con gli autori diversamente sconosciuti (o diversamente noti), spesso le presentazioni aggiungono granché, a meno che non si inseriscano all'interno di una seria promozione del libro, di cui la presentazione in libreria rappresenta soltanto uno dei tanti aspetti. 

Personalmente, quelle poche volte che l'ho fatto in passato, ho sempre detestato fare presentazioni. Tuttavia, ci sono anche presentazioni e presentazioni. Una cosa è quando l'autore deve fare tutto da solo (mettersi d'accordo con il libraio, trovare i relatori, spammare sui social, e a volte persino caricarsi fisicamente delle copie!), un'altra quando pensa a quasi tutto l'editore. Nel primo caso, lo ritengo molto più imbarazzante, stressante e frustrante, e il gioco non vale quasi mai la candela. 

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9 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Secondo me non è a priori un'utopia, e di fatto ci sono opere che si giovano più dell'anonimato dell'autore (pensiamo alla Ferrante) che non della sua sovraesposizione pubblica. 

 

Anche io ho parlato di utopia perché secondo me lo è. Con Ferrante hai preso un caso limite. Un'esordiente non può permettersi quella cosa e non penso che un editore glielo lascerebbe fare. Comunque sotto lo ribadisci, qui:

13 minuti fa, Wanderer ha scritto:

- Nel primo caso, perché sono l'unico modo per l'autore di piazzare le copie degli editori EAP ad amici e conoscenti, i quali spesso vanno alle presentazioni con l'entusiasmo di andare al patibolo, e comprano il libro per carità di patria, senza che lo leggeranno mai. 

 

:):)

Con ciò implichi che un autore abbia amici e conoscenti. Poi implichi anche che comprino il tuo libro, seppure per carità di patria e con la faccia da patibolo :):) 

Per esempio, se è una seconda presentazione, chi doveva comprarlo lo ha già fatto.

L'utopia nasce dal fatto che, se un autore non ha né amici né conoscenti, non credo che un editore accetti di pubblicarlo. Ma non lo fa per cattiveria: è che se un editore investe su di te-autore, tu devi dargli qualcosina in cambio (presentazione). Senza il cambio, non si fa niente. O almeno credo che sia così e sarò felice di essere smentito :)

 

 

24 minuti fa, Wanderer ha scritto:

ci sono anche presentazioni e presentazioni. Una cosa è quando l'autore deve fare tutto da solo (mettersi d'accordo con il libraio, trovare i relatori, spammare sui social, e a volte persino caricarsi fisicamente delle copie!), un'altra quando pensa a quasi tutto l'editore. Nel primo caso, lo ritengo molto più imbarazzante, stressante e frustrante, e il gioco non vale quasi mai la candela. 

 

D'accordo (y)

Il primo caso non lo farei.

 

Comunque a me piacerebbe, potendo, fare presentazioni. Ho parlato decine di volte in pubblico e non mi dà fastidio, anzi mi piace. Vorrei però evitare certe domande e non credo che qualcuno abbia il potere di controllare le menti del pubblico e di imporre loro regole su cosa chiedere e cosa no. Anche in questo caso vedo una "utopia" e anche in questo caso sarò felice di essere smentito :)

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3 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Anche io ho parlato di utopia perché secondo me lo è. Con Ferrante hai preso un caso limite. Un'esordiente non può permettersi quella cosa e non penso che un editore glielo lascerebbe fare.


"Utopia" non è il termine più adatto... perché, pur essendo una cosa molto difficile, non è impossibile. Hai ragione sul fatto che ho preso un caso limite, ma è verosimile che, a un livello più basso, ci siano molti altri casi equivalenti. Di fatto, in tutti i casi in cui un autore - di comune accordo con un editore - sceglie di nascondere il proprio nome, ovvero di creare un alone di mistero intorno alla sua identità, una presentazione non è possibile, e non è quella la via privilegiata di promozione dell'opera. Ma anche questa è spesso una strategia commerciale. 

In ogni caso, ho avuto modo di parlare con diversi piccolo-medi editori che sostengono la tesi secondo cui le presentazioni sono spesso del tutto secondarie. 
 

Quota

L'utopia nasce dal fatto che, se un autore non ha né amici né conoscenti, non credo che un editore accetti di pubblicarlo. Ma non lo fa per cattiveria: è che se un editore investe su di te-autore, tu devi dargli qualcosina in cambio (presentazione). Senza il cambio, non si fa niente. 


Nella microeditoria è spesso come dici, perché gli editori non possono permettersi di fare autentici investimenti economici senza ricevere "garanzie" preliminari dall'autore (quando non richiedono acquisto copie preventivo). Tuttavia, non è mai una buona cosa, perché da ciò nascono dinamiche parecchio perverse, e l'opera finisce per passare in secondo piano. Accade allora che l'opera mediocre di un giornalista locale con 5000 contatti su Facebook (che magari non è affatto una "celebrità", ma soltanto una persona che si è procurato contatti, spesso solo in ambito regionale, e che magari per farsi bello organizzerà a sue spese una bella presentazione, con tanto di vino e tartine al salmone...) finisce per prevalere su quella di chi ne ha 500, anche se molto migliore di qualità. Inoltre, anche quando il contratto è "free", capita spesso che l'autore finisca per lavorare per l'editore, in quanto nel contratto ci sono delle clausole che in modo surrettizio lo spingono a farlo (ad esempio, royalties solo dopo un certo numero di copie, cosa che serve a costringere l'autore a trovare modi per vendere copie). In questo "lavorare per l'editore" rientra fare costante opera di autopromozione (come se fosse Self-publishing) e organizzare presentazioni, spesso in assenza dell'editore. Tutto questo è tipico dell'editoria a pagamento e, anche quando sulla carta non è EAP, la dinamica di fondo purtroppo in molti casi rimane la stessa. Questa dinamica finisce alla lunga per penalizzare l'autore. Anche quando torna a casa pensando di aver fatto una gran bella presentazione e di aver venduto tante copie, questo tipo di autopromozione lascia a dir poco il tempo che trova: della presentazione dopo un mese non si ricorderà più nessuno, e il 75% delle copie che ha venduto non saranno nemmeno lette, perché il libro non verrà percepito come un libro di qualità. 

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Chiedo venia se sono andato un po’ fuori topic, il quale verteva soprattutto sulle condizioni soggettive dell’autore durante le proprie presentazioni.

Il punto è che, secondo me, in moltissimi casi le ritrosie degli autori più o meno esordienti verso le presentazioni (e le varie “ansie da prestazione”) non derivano tanto o soltanto dal tipo di personalità introversa di chi ha scritto il libro, ma anche e soprattutto dal fatto che l’autore si sente solo, abbandonato a sé stesso e alla propria iniziativa, e spesso l'editore è carente o addirittura latitante. Questo fa sviluppare all'autore emozioni negative, perché si sente solo sul palcoscenico davanti al pubblico; e altri, che avrebbero dovuto calcare quel palco insieme all'autore, rimangono dietro le quinte o addirittura disertano lo spettacolo. 

Per come la vedo, se un editore sceglie di investire su un autore e pubblicare un suo libro in modo serio, allora è innanzitutto l’editore, ancora prima che l’autore, a doversi esporre in pubblico e metterci la faccia. Ciò che compete all'autore non è di metterci "la faccia", bensì di metterci "la penna". Al contrario, i rapporti con il pubblico, con il mondo esterno, attengono soprattutto al mestiere dell'editore, perlomeno quando si può definire veramente tale. 

So che non va sempre così, ma è così che dovrebbe andare. 

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Ho letto tanti "ho paura". Non so quanti anni avete voi, ma alla mia età non ho paura. Semplicemente se scrivi c'è un motivo, pure molti musicisti odiano il pubblico o comunque non parlano, altrimenti avrebbero fatto i commerciali.

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ho fatto la mia prima presentazione del mio libro (saggistica filosofica) lo scorso Novembre, in un locale/enoteca gestito da miei conoscenti, fortunatamente, senza che potessi saperlo, ho fatto in tempo a evitare le dinamiche Covid. Sono timido, poco abituato a espormi in pubblico, escludendo qualche intervento dal pubblico in conferenze, e molto nervoso, inizialmente. Se da un lato la saggistica, rispetto alla narrativa, è un ambiente molto più di nicchia, dove il margine di interesse pubblico è più limitato, dall'altro, le aspettative di rigore scientifico fanno sì che quella nicchia, inferiore quantitativamente, possa essere più esigente riguardo l'adeguatezza a parametri oggettivi del tuo lavoro,  per cui per un verso l'ansia da prestazione è inferiore per un aspetto, ma più forte per un altro. Nel mio caso il pubblico era davvero numericamente ridotto, mi pare sulle 7,8 persone, in prevalenza ragazzi invitati da una docente universitaria che mi affiancava per l'evento. Ecco, direi che forse il fattore più importante, o uno dei più importanti, per la riuscita dell'evento sia il trovare un buon accordo con la persona/le persone che fanno da correlatori della presentazione (sempre che non si voglia far tutto da soli), riguardo le modalità di esposizione. Noi ci siam trovati d'accordo nell'evitare monologhi lunghi, e nell'impostare la cosa soprattutto come "botta e risposta" fra noi 3, io e altri due correlatori, con ampio spazio riservato agli interventi del (mini)pubblico, modalità da me molto preferita, in quanto mi ha evitato lo stress di dover preparare e memorizzare una lunga relazione, e mi ha consentito di trovare costantemente appigli dialogici nel rispondere ai brevi interventi altrui, giovandomi del poter trovare idee sulla base del supporto dei loro stimoli, in tempo reale.

 

Non so quanto effettivamente possa aver comunicato una buona immagine di me e del lavoro, poi ci son sempre pensieri a posteriori sul fatto che la cosa sarebbe potuta andare meglio o peggio rispetto alle aspettative di partenza, diciamo che almeno, sicuramente, la prossima volta, se ci sarà, starò più attento alla promozione dell'evento, evitando di dimenticarmi di riferire alla copisteria che doveva stampare le locandine, tra le informazioni, l'orario di inizio, stupido errore di cui solo circa un mese dopo mi sono accorto, per le parole di un'amica a cui avrebbe fatto piacere esserci, ma che non aveva trovato l'orario sulla locandina...

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Uno dei momenti che amo di più come autore di libri.

Vero è che la scrivere è un "mestiere" solitario ma trovo il confronto col pubblico riguardo alle mie opere uno dei corollari più stimolanti alla scrittura stessa.

Non ho mai patito stare "sotto i riflettori" né avere davanti una platea (che fosse numerosa come quella di tanti anni fa al Romics o composta da una dozzina di persone o giù di lì in libreria).

Anzi, il confronto su tutto quello che orbita attorno al mio romanzo e, più in generale, al processo creativo che la scrittura sottende mi stimola molto.

Fosse per me, ne farei anche una a settimana (anche perché se sono venuto fuori vivo anni fa da una davanti a decine di ragazzini delle medie, posso sopravvivere a tutto ).

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Il 15/10/2020 alle 15:53, segugio delle parole ha scritto:

Uno dei momenti che amo di più come autore di libri.

Vero è che la scrivere è un "mestiere" solitario ma trovo il confronto col pubblico riguardo alle mie opere uno dei corollari più stimolanti alla scrittura stessa.

Non ho mai patito stare "sotto i riflettori" né avere davanti una platea (che fosse numerosa come quella di tanti anni fa al Romics o composta da una dozzina di persone o giù di lì in libreria).

Anzi, il confronto su tutto quello che orbita attorno al mio romanzo e, più in generale, al processo creativo che la scrittura sottende mi stimola molto.

Fosse per me, ne farei anche una a settimana (anche perché se sono venuto fuori vivo anni fa da una davanti a decine di ragazzini delle medie, posso sopravvivere a tutto ).

 

A me piacerebbe un sacco fare una presentazione in una scuola (superiore, più che medie). Credo ci sarebbe un confronto molto più interessante e una grandissima possibilità di "catturare" lettori fedeli.

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