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Milarepa

Le parole della Luna

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LE PAROLE DELLA LUNA

 

 

 

Molti secoli fa  tre uomini  decisero di andare alla ricerca della loro salvezza.

A causa di ciò intrapresero in Egitto un lungo viaggio nel deserto poiché avevano sentito parlare del grande maestro Macario l'egiziano e volevano incontrarlo per ricevere il dono di parole salvifiche.

E quando arrivarono nella casa del grande monaco gli chiesero come potessero salvare le loro anime dall’ozio dei giorni e dai mille mali del mondo e il maestro rispose: andate al cimitero e insultate tutte le tombe che incontrerete. Non abbiate remore nelle offese che rivolgerete loro. Una santa ira vi guidi e non indugiate nel cercare limiti alle vostre ingiurie ma date libero sfogo al vostro parlare. Riversate su tutti i morti la vostra ira.

 I tre decisero di seguire le parole del maestro e si recarono al primo cimitero, ognuno di loro scelse una zona e iniziarono a camminare tra le tombe insultando i nomi di coloro che avevano lasciato il mondo. Dopo aver affilato le loro lingue uscirono dalle loro bocche offese infinite  e nel gioco delle ingiurie lanciate sulle tombe niente venne tralasciato per maledire quei corpi che giacevano ormai nella polvere.

Dopo aver terminato di ingiuriare i morti i tre rimasero in silenzio  e nella tarda sera che allungava le sue ombre sul mondo fissarono la luna che splendeva in cielo.

La luna era dolce e le loro anime la amavano ma questo non riusciva a togliere il peso del tempo vissuto che stancava le loro anime.

 Dopo aver sostato in silenzio ritornarono dal maestro e Macario ascoltato il racconto chiese loro : che cosa hanno risposto i morti alle vostre ingiurie?

I tre risposero che tutto era rimasto in silenzio e che solo la luna sembrava aver amato il gioco delle loro parole ingiuriose. Allora il santo monaco disse loro: andate domani al cimitero e lodate i morti senza misura. Che un esercito di lodi esca dalle vostre bocche e circondi ogni tomba con una dolcezza infinita. 

 E quando il sole torno a mostrarsi sulla terra come il padrone di ogni luce i tre seguirono il consiglio del maestro e si recarono nuovamente al cimitero. Ma questa volta non furono parole ingiuriose che uscirono dalle loro bocche bensì lodi infinite che avvolsero ogni tomba con parole dolci come il miele.

Ogni morto ricevette le giuste parole che ogni uomo desidera ascoltare e ogni tomba ne venne ricoperta come se un tappeto di fiori fosse stato steso su tutta la loro superficie.

E quando infine i tre decisero che le lodi erano state ormai dette e che nulla più si poteva aggiungere per donare dolcezza agli uomini che giacevano sottoterra la notte era tornata a far valere i suoi diritti sulla terra e la luna era riapparsa donando nuovamente la sua dolcezza agli occhi dei tre che la fissarono con affetto.

Così i tre, assolto il loro compito, tornarono dal maestro e raccontarono quello che avevano fatto e il maestro chiese loro: che cosa hanno detto i morti delle vostre lodi e i tre dissero che tutto si era svolto in silenzio e che nessuna risposta era venuta da coloro che giacevano nelle tombe.

 Allora il maestro disse loro: se volete essere salvi e strappare le vostre anime all’ozio dei giorni dovete fare come i morti: quando le lodi e le ingiurie del mondo bussano alla vostra porta non aprite. Lasciate che esse se ne vadano via come se non fossero mai state pronunciate.

 Fate morire il mondo dentro di voi ed esso non potrà più ferirvi.

I tre ringraziarono il maestro e abbandonarono la sua casa per raggiungere il luogo dal quale erano partiti.

 Mentre camminavano nel deserto si chiesero molte cose.

 

Primo Uomo: abbiamo ascoltato le parole del maestro e per salvare la nostra vita dobbiamo rivestirci della gloria dei morti il cui silenzio sfida il mondo e le sue lusinghe.

 

Secondo Uomo: ma come possiamo entrare nella saggezza delle tombe col nostro corpo vivo e rivestirci di un silenzio in cui ogni ascolto del mondo cessa senza sforzo?

Il mondo è un dio potente e il collettivo lo abita come un padrone che percuote ogni singolo che non si adegua alle sue regole.

 

Terzo Uomo: è vero morire al mondo non è semplice perché noi siamo il mondo ed esso ci impone la sua intimità. Siamo la sua carne e il suo corpo ed è difficile tagliare ogni legame.

 

Secondo Uomo: ma io penso che il dominio del mondo e l’orgoglio del piccolo dio del collettivo sia inevitabile se manteniamo l’immagine di noi stessi.

 La nostra immagine interiore è il cavallo di Troia dal quale ogni notte escono i guerrieri del piccolo dio per incendiare la città delle anime recalcitranti.

 

Primo Uomo: hai ragione c’è una parte dell’anima che finge dentro di noi di essere l’intimo centro della nostra vita ma che in realtà sta dalla parte del piccolo dio che ci impone la servitù del mondo.

Liberarsi dalla propria immagine è il vero senso della nostra vita. come Narciso dobbiamo specchiarci nelle acque amando l’acqua a tal punto da scordare i riflessi della nostra immagine.

 

Terzo Uomo : dopo aver ingiuriato e lodato i morti abbiamo fissato la luna e l’abbiamo amata a tal punto da scordare per un attimo il mondo.

 La luna ci ha fatto da specchio e per un attimo non abbiamo visto alcuna immagine e i morti ci stavano accanto col loro silenzio in cui ogni rumore del mondo era cessato.

 

 Dopo aver parlato in questo modo i tre rimasero in silenzio e quando le ombre della notte ritornarono a stendersi sul mondo la luna apparve e loro l’amarono scordando ogni misura

 

 

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Ciao @Milarepa, purtroppo ho dovuto chiudere perché il commento che hai utilizzato per postare risale a ieri.  Quando ne avrai scritto un altro, manda il link a me o a un altro membro dello staff e la discussione verrà riaperta.

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Ciao, @Milarepa.

 

Ho letto con interesse e attenzione il tuo scritto. Esso, in un primo momento, mi ha meravigliato, in quanto si tratta con tutta evidenza di uno degli apoftegmi dei Padri del deserto, che tu hai arricchito e ampliato aggiungendo le considerazioni sulla luna e, nella parte finale, le riflessioni dei tre uomini. Hai palesato subito le tue intenzioni citando Macario l'Egiziano cui il detto è attribuito; avrei però posto egualmente in spoiler il testo originale per chiarire l'origine del brano.

 

Dunque: tu hai preso il contenuto di un apoftegma, che per natura è di solito breve e asciutto, e lo hai impreziosito con personaggi e particolari. Ciò che non riesce a convincermi è che il risultato di tale operazione possa definirsi "racconto". Penso questo perché l'apoftegma è, in qualche modo, una "sentenza", quasi sempre organizzata intorno alla risposta a un interlocutore (come qui sia nell'originale di Macario sia nella tua rivisitazione), e inoltre lo scopo di tali detti (o, appunto, apoftegmi) è sempre, o quasi, la pratica ascetica dell'esicasmo, vale a dire la ricerca incondizionata della pace interiore. Tu sei esperto in tal campo e potrai correggermi, se necessario. La struttura sentenziosa e il fine precostituito limita fortemente a mio avviso le possibilità di movimento in una narrazione come la intendiamo oggigiorno e ne circoscrive un po' troppo i confini.

Queste sopra sono considerazioni del tutto personali, e nulla tolgono al piacere della lettura e alle riflessioni che essa suscita.

Passo ora a un'esame più dettagliato.

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

A causa di ciò intrapresero

"A causa" a inizio periodo mi pare appesantisca. Riformulerei l'incipit nel modo seguente: "Molti secoli fa tre uomini decisero di andare alla ricerca della loro salvezza e intrapresero in Egitto un lungo viaggio nel deserto. Avevano sentito parlare (qui si può aggiungere un "infatti" tra due virgole) del grande maestro Macario l'egiziano e volevano incontrarlo per ricevere il dono di parole salvifiche".

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

E quando arrivarono

Eliminerei la congiunzione iniziale.

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

I tre decisero di seguire le parole del maestro e si recarono al primo cimitero, ognuno di loro scelse una zona e iniziarono a camminare tra le tombe

Prima di "ognuno" sarebbe preferibile un'interpunzione più solida, come il punto e virgola o il punto fermo. Il soggetto, difatti, cambia e da plurale diviene singolare: pertanto, per parallelismo con l'esatto "scelse", in terza persona singolare, scriverei "iniziò".

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Dopo aver sostato in silenzio ritornarono dal maestro e Macario ascoltato il racconto chiese

Il maestro e Macario coincidono: opterei quindi per un relativo, lasciando solo uno dei due termini. L'inciso "ascoltato il racconto" andrebbe posizionato tra due virgole. 

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

ogni tomba ne venne ricoperta come se un tappeto di fiori fosse stato steso 

Una immagine suggestiva.

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

che cosa hanno detto i morti delle vostre lodi e i tre dissero

Punto di domanda dopo "lodi", e subito dopo "I tre...", preferibilmente senza congiunzione.

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Allora il maestro disse loro: se volete essere salvi e strappare le vostre anime all’ozio dei giorni dovete fare come i morti: quando 

È preferibile non usare i due punti consecutivi all'interno di uno stesso periodo. 

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Fate morire il mondo dentro di voi ed esso non potrà più ferirvi.

Ecco: qui vi è il succo dell'insegnamento di Macario e dei Padri tutti. Bisogna morire al mondo per raggiungere la tanto agognata pace: nulla che provenga dagli uomini, essi affermano, ci deve esaltare o umiliare.

Da qui in poi, mi pare inizi la parte che manca nell'apoftegma: i tre (uno solo nell'originale) ragionano sulle risposte e dirigono il pensiero in strade alternative. 

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

è vero morire al mondo non è semplice perché noi siamo il mondo ed esso ci impone la sua intimità. Siamo la sua carne e il suo corpo ed è difficile tagliare ogni legame.

La luna, immobile nel cielo, pare assumere un ruolo di fondamentale importanza. "Morire al mondo non è semplice perché noi siamo il mondo ed esso ci impone la sua intimità": è una considerazione vera e profonda e anche molto cristiana. Questo è il mondo in cui ci è dato vivere, e non va affatto disdegnato: è necessario immergersi in esso procedendo coi piedi ben piantati nel terreno e lo sguardo volto in alto. "Siamo la sua carne e il suo corpo", come giustamente scrivi.

Ciò che invece non ho compreso, per mio difetto, è il parallelismo col mito di Narciso: 

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Liberarsi dalla propria immagine è il vero senso della nostra vita. come Narciso dobbiamo specchiarci nelle acque amando l’acqua a tal punto da scordare i riflessi della nostra immagine.

Egli, immune all'amore, per punizione inflittagli dagli dèi si innamorò della propria immagine riflessa in uno specchio d'acqua e si perse in essa, fino a morirne. Mi sfugge pertanto, per mia imperizia, il collegamento con la luna. 

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

luna apparve e loro l’amarono scordando ogni misura

La conclusione è bella, perché sottolinea la natura dell'amore cristiano.

Grazie per la lettura e un saluto.

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il racconto è composto di parole , le parole descrivono azioni e le azioni hanno un dentro e un fuori.

 pensare che il racconto sia un servo delle ragioni del fuori significa imporre oblio al dentro e il dentro è ciò da cui partono le azioni.

 l'anima si nutre di pensieri i pensieri si nutrono di parole le parole nutrono le azioni e le azioni escono di fuori per raccontare ciò che dentro le muove.

dun

 

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partito inavvertitamente e dunque proseguo

che cos'è un racconto: è un muoversi all'esterno mossi da un interno e dunque l'interno partecipa del racconto e negarlo sarebbe delittuoso nei confronti del reale che accade sempre come l'intero in cui dentro e fuori celebrano le loro nozze.

 

una cosa è chiara: amiamo entrambi i padri del deserto e l'esicasmo

 

riguardo alla figura di Narciso bisognerebbe penetrare negli strati del mito.

Narciso si  guarda nelle acque e innamoratosi della sua immagine la insegue morendo.

Ma ci sono altri strati di possibile lettura del mito.

La Von Franz parla ad esempio di narcisismo cosmico.

 Narciso muore per la bellezza del mondo di cui la sua immagine è stata un semplice messaggero.

bisognerebbe considerare la propria immagine come una porta che si apre e che aprendosi lascia intravedere la bellezza del mondo.

mondo è una parola peculiare perchè contiene al suo interno una sapienza nascosta.

 mondo significa anche puro.

 Ora noi vediamo il mondo come un luogo attraversato da infinite azioni miserabili dove la violenza è padrona del tempo e il male sembra scorazzare con infinita agilità. eppure questo stesso mondo è il puro che attende di essere visto.

ho gia citato una volta un breve racconto ebraico: dopo la caduta di Adamo Dio si chiese dove nascondere l'albero della Vita e lo nascose dovunque.

 questo racconto si lega al mondo puro.

i padri del deserto conoscevano questa purezza del mondo e sapevano che per raggiungerla bisognava distaccarsi da ogni immagine e soprattutto dalla propria immagine.

la conoscenza è in fondo un commercio di intimità. fermarsi alla intimità del nostro essere noi  stessi significa disattendere l'attesa del mondo che chiede di essere visto nella sua purezza. 

bisogna sfuggire al mondo governato dalla nostra immagine per cadere nella purezza del mondo senza immagini.

 disimmaginarsi è l'unico modo per giungere nel luogo in cui siamo sempre stati.

 

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Una volta, un uomo stava ascoltando alla radio la canzonaccia di un mediocre cantautore della Bassa Padana (o meglio: stava subendo obtorto collo la stessa, per motivi dei quali non è importante qui render conto) e si stupì constatando il particolare che, in quella canzonaccia del grattachitarre, con sospetta frequenza ricorreva il nome “mondo”. Lo stesso uomo, poi, lesse una storia – un vago apologo dall’inclinazione vagamente zen – nella quale quasi tutti i contenuti risultavano vaghi, al punto che gli parve di leggere una narrazione che cercasse di dare forma alla vaghezza; e pareva che la Vaghezza stessa avesse guadagnato personificazione e che, finalmente provvista d’una bocca, cominciasse a narrare una vaga storia, che poi vagamente era la sua (della Vaghezza): e quale caratteristica saliente si sarebbe potuta cavare da una vicenda raccontata dalla Vaghezza in persona, quali contenuti, se non quelli in cui essa stessa si specchiava, come Narciso, non conoscendo altro che sé stessa? Contenuti vaghi, appunto, mezze verità dall’elastica tessitura, una saggezza proteiforme e modellabile a piacere, come la creta nelle mani dei bambini: qualcuno tenta di dar forma di cinghiale a un pezzo di das, e magari qualcun altro ci vede un’oca. Tutti e due, però, son soddisfatti: alla fine, è soltanto un gioco. Ma la Vaghezza commise un errore imperdonabile: era pressoché riuscita nel miracolo di scrivere una fiaba che contenesse tutte le vaghezze che una vaga mente umana – e cioè: una mente di cui la Vaghezza avesse preso possesso – fosse stata in grado di vagamente partorire; e chissà per quale vaga ragione si intestardì col nome “mondo”, che in quella vaga storia, non altrettanto vagamente ricorreva in ben tredici occasioni. L’uomo si ricordò della sgangherata canzonaccia del grattachitarre della Bassa, che un giorno lontano qualcuno indirettamente gli aveva imposto di sciropparsi, e nell’interrogar sé stesso su quella insolita convergenza tra due teste che da nulla sembravano accomunate, se non dalla vaghezza, si domandò se un motivo giacesse al fondo della spinosa questione della dianzi accennata convergenza, o se si trattasse di una mera inclinazione individuale, o un’abitudine ricavata dalla ripetuta frequentazione di libri scritti dalla Vaghezza in persona. Per sciogliere questo arrovellante enigma, che tutto pareva fuorché vago, se ne andò dal saggio monaco Malachia, con fama di vaticinatore del futuro. Udita la relazione dell’uomo, il monaco Malachia riflettè brevemente, ché per predire l’esito futuro di un fenomeno non teneva bisogno di fissare vaghe sfere di cristallo, bastandogli la sublime sfera, assai poco vaga, del pensiero; dopodiché, emise il suo responso: sarebbe comparso in futuro un grand’uomo che avrebbe mostrato come un qualunque contenuto filosofico, per essere intelligibile, debba essere e debba non essere una tautologia: “Ma, nell’attesa che quest’uomo compaia”, aggiunse Malachia, “approfitto per dirlo io”. Indi concluse che, nel caso di specie, la parola “mondo”, così tanto arcigna e poco vaga, era probabilmente servita alla Vaghezza per conferire un tono di profonda saggezza al suo racconto, e che c’era da tener per certo che essa non si fosse neppure accorta di quella sfumatura, ma che un istinto segreto l’avesse a quel trucco guidata, nella appena presagita consapevolezza che in quel suo autoreferenziale autoritratto, in qualche modo un po’ di spazio al suo contrario avrebbe dovuto pur lasciarlo: giacché, sebbene al racconto della Vaghezza non si poteva disconoscere una sapiente costruzione e un truffaldinamente ingegnoso utilizzo del valore filosofico del domandare e del rispondere, trattando esclusivamente di sé e delle sue paturnie, e comparendo puntualmente e nelle domande. e nelle risposte, a guisa d’onnipresente spettro, se la sarebbe rischiata non poco: con pena dell’incorrere nella più tremenda delle inintelligibilità: la noia. “Come il tuo risibile rocker della Bassa” sancì, congedando l'uomo,  il monaco Malachia alla fioca luce della candela che consumava il suo ultimo centimetro. mentre le violette ombre della sera già posavano sulle mura di pietra dorata della sua cella. L’uomo accettò il liquore d’erbe che Malachia cerimoniosamente gli offerse e, corroborato dall’ulteriore saggezza proveniente da quell’infuso, salutò il monaco, quindi s'incamminò sulla strada verso casa, ripromettendosi due intenti: il primo, di leggere il prossimo capitolo che la Vaghezza di sicuro avrebbe scritto, perché anche dalla Vaghezza qualcosa di non vago si può sempre imparare: e cioè che parole apparentemente precise e non vaghe, a forza di usarle in modo vago, diventano vaghe il doppio di quelle già vaghe per conto loro; il secondo, che in futuro si sarebbe tenuto ben distante dal grattachitarre della Bassa, e forse pure dal "mondo"...

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Ciao @Milarepa

Non ho letto gli altri commenti, quindi scusami se sarò ripetitiva, ma preferisco non leggerli se devo commentare un brano, in modo da darti una visione imparziale.

 

Il racconto mi ha ricordato alcuni scritti di Khalil Gibran, non so, forse per quel tono ancestrale, quasi da manoscritto antico. Inoltre mi piace che definisci i protagonisti "primo uomo" o "terzo uomo" invece di dar loro un nome.

La morale che si deduce dal tuo racconto è di farsi scivolare stoicamente addosso le insidie della vita, ed è un insegnamento lineare e sempre attuale. 

 

Secondo me peroò dovresti rileggere ed editare al meglio questo racconto che ha parecchio potenziale e uno stile unico.

Ad esempio:

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Molti secoli fa  tre uomini  decisero di andare alla ricerca della loro salvezza.

A causa di ciò intrapresero in Egitto un lungo viaggio nel deserto poiché avevano sentito parlare del grande maestro Macario l'egiziano e volevano incontrarlo per ricevere il dono di parole salvifiche.

Sembra come che ci sia troppo spazio prima e dopo "tre uomini".

Quel "A causa di ciò" e ridondante, potresti eliminarlo. 

Macario L'Egiziano, con la lettera maiuscola, aggiunge chiarezza alla frase.

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Una santa ira

Bello definire l'ira "santa"

 

Ci sono troppe ripetizioni, ad esempio indugi molte volte su "loro", "racconto" o "maestro"

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

E quando infine i tre decisero che le lodi erano state ormai dette e che nulla più si poteva aggiungere per donare dolcezza agli uomini che giacevano sottoterra la notte era tornata a far valere i suoi diritti sulla terra e la luna era riapparsa donando nuovamente la sua dolcezza agli occhi dei tre che la fissarono con affetto.

Puoi provare a aggiungere delle virgole :)

 

Il 3/10/2020 alle 07:30, Milarepa ha scritto:

Liberarsi dalla propria immagine è il vero senso della nostra vita. come Narciso dobbiamo specchiarci nelle acque amando l’acqua a tal punto da scordare i riflessi della nostra immagine.

Qui dovevi dire Come Narciso, perché c'è il punto. Inoltre mi sembra un'accuratezza, perché Narciso è annegato perché ha tentato di afferrare il suo riflesso nell'acqua del fiume. Quindi non so se è accurato dire che dobbiamo fare "come Narciso" amando l'acqua. 

 

Non sono errori molto gravi, però controlla bene le ripetizioni. Esistono anche dei software che aiutano a scovarle.

 

A presto!

Chiara

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@Milarepa ciao. Il senso di un racconto deve essere chiaro. Di certo il tuo non può essere indirizzato alla vasta platea in quanto mi appare rilegato ad una stretta cerchia abituata a trovarne il senso andando a ritroso nel tempo, a quando le mentalità avevano iniziato ad amare il ragionamento estruso. Un ritorno salvifico alle origini a quando gli uomini non si facevano domande

inutili e non avevano bisogno di risposte inutili; questo ci vorrebbe al mondo che tu descrivi come una sorta di meccanismo mentale. Il mondo è fatto di terra e basta. ciao

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