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Wanderer

Caratteristiche dell'editoria "media"

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Mentre tutti identifichiamo facilmente un editore “grande” (o “big”) e altrettanto facilmente un “piccolo editore”, è spesso molto più sfumata la categoria dell’editoria media, che rappresenta una quota rilevante di mercato, di autori e di lettori. Secondo voi, quali sono i criteri perché un editore possa essere definito “medio”? Cosa lo caratterizza e lo distingue dal “grande” e dal “piccolo”? Il fatturato? Il numero di libri in catalogo? Il numero di persone che lavorano in casa editrice? Gli anni di attività? O che altro? 

E infine: quale singolo editore è più rappresentativo della categoria?
Per me, Nottetempo.

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Fatturato, n. persone e n. libri pubblicati all'anno.

 

A meno che non abbia avuto strepitosi stravolgimenti negli ultimi tempi,  Nottetempo però lo metterei fra i piccoli, non fra i medi ;)

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56 minuti fa, Avv.Lenti ha scritto:

A meno che non abbia avuto strepitosi stravolgimenti negli ultimi tempi,  Nottetempo però lo metterei fra i piccoli, non fra i medi ;)


Se Nottetempo è "piccolo", allora ci vorrebbe una quarta categoria, e la maggior parte di quelli che definiamo "piccoli" dovrebbero essere definiti "microscopici" :) 

Secondo me, un editore con quasi vent'anni di esperienza, con 100.000 euro di capitale, che compra diritti di opere straniere (e che presumo venda i propri), e che su Facebook è seguito da quasi 20.000 persone, non si può definire "piccolo"... nemmeno "big", ma per l'appunto medio. E anche quelli che ho elencato sono dei parametri da tenere in considerazione, a mio avviso. 

Tra gli svantaggi, nel caso specifico, c'è purtroppo che non accetta più proposte da almeno 5 anni. Cosa che tralaltro può concedersi solo un editore medio.

Comunque non hai scritto qual è secondo te un editore rappresentativo della categoria, cosa che può contribuire a inquadrarla ;) 

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@Wanderer A me sembra che i parametri indicati da @Avv.Lenti siano impeccabili. Un conto sono i numeri, un altro le sensazioni e le preferenze personali.

Essendo le case editrici delle imprese come tutte le altre, fatturato annuo e numero di dipendenti sono gli unici parametri universalmente accettati per stabilire la grandezza di una società (si potrebbe aggiungere la capitalizzazione di Borsa, che però riguarda un numero ridottissimo di player).

I vent'anni di esperienza non significano niente, perché un editore potrebbe anche decidere di pubblicare dieci titoli all'anno a vita, restando sempre piccolissimo. Il capitale sociale è poco indicativo delle reali dimensioni dell'azienda. Nemmeno l'acquisto dei diritti di opere straniere è di per sé sufficiente a caratterizzare un medio editore: conosco editori microscopici che hanno acquistato diritti di opere anche importanti (dal punto di vista culturale, non parlo di Dan Brown).

Non ti saprei indicare quali sono gli editori medi in Italia, per il semplice motivo che non dispongo di una classifica dettagliata secondo i parametri che ho indicato sopra, non trattandosi di società quotate in Borsa. Non so neanche se una tale classifica esiste. Per questo andiamo un po' tutti a naso, ma ho il sospetto che tanti utenti di questo forum tendano a considerare "medie" tante CE solo perché non accettano manoscritti di esordienti o perché ne possiedono diversi libri. Sono convinto che molte di queste CE andrebbero catalogate tra le "piccole" secondo qualunque parametro, se solo si potessero conoscere le cifre reali.

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2 minuti fa, L'antipatico ha scritto:

Non ti saprei indicare quali sono gli editori medi in Italia, per il semplice motivo che non dispongo di una classifica dettagliata secondo i parametri che ho indicato sopra, non trattandosi di società quotate in Borsa. 


Ma se non sai dire quali sono... come fai a dire quali non sono? E nella misura in cui non esistono dei parametri "ufficiali", in base a cosa alcuni dovrebbero essere più validi di altri? Ad ogni modo, alcuni dei numeri indicati da @Avv.Lenti sono facilmente individuabili. Numero di pubblicazioni e numero di persone che lavorano in casa editrice si possono evincere facilmente dal sito, non c'è bisogno di conoscere documenti segretissimi... E anche i numeri che ho indicato io, pur essendo parametri relativi, sono comunque numeri.

Non so in quale città vivi, ma @Avv.Lenti credo sia di Milano, e anche Nottetempo è di Milano. Forse, per gli standard dell'editoria milanese (che, può piacere o meno, è la capitale dell'editoria italiana) Nottetempo è una CE piccola, ma per gli standard nazionali non si può considerare tale. Chi abita al centro-sud conosce una realtà di piccoli editori che, in confronto a Nottetempo, si dovrebbero definire "inesistenti". Editori che non hanno mezzo ufficio stampa, per cui il grafico è un optional, che non hanno un distributore, che non hanno un magazzino, che hanno a stento 500 like su Facebook, e che spesso vengono gestiti da un'unica persona da casa sua. 
 

Quota

ho il sospetto che tanti utenti di questo forum tendano a considerare "medie" tante CE solo perché non accettano manoscritti di esordienti o perché ne possiedono diversi libri.


Io il termine "medie" lo vedo raramente usato nel forum. Semmai, queste case editrici vengono spesso completamente "rimosse" e non formano nemmeno oggetto di discussione. O perché non pubblicano esordienti, o perché si dedicano prevalentemente a saggistica o generi e argomenti più particolari, o perché non incarnano in pieno il "sogno irraggiungibile" dell'esordiente. A volte, tuttavia, sono altrettanto prestigiose e irraggiungibili, e persino di più. Infatti, mentre la "big" è generalista e pubblica un po' di tutto, spesso le medie CE sono specializzate in alcuni settori o alcuni generi, e sono estremamente selettive. 

Altri esempi, oltre Nottetempo? Minimum fax, SUR, Marcos y Marcos, Elliot.
Personalmente, credo che preferirei pubblicare con una di queste che non sotto un "big" (a meno che non si parli di Adelphi). 

Altre CE che secondo me individuano il settore delle "medie" sono Castelvecchi, Donzelli, Il Saggiatore, SEM, La nuova frontiera. 
Fazi o Sellerio rientrano invece nella fascia superiore, anche se magari sono meno "big" dei colossi, mentre Edizioni e/o è ai limiti. 

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@Wanderer Comunque io non avevo negato che Nottetempo fosse un editore della fascia media. Avevo solo confermato quali sono i parametri oggettivi, aggiungendo che, non conoscendo i numeri dei singoli editori, si deve andare un po' a naso, cosa che faccio anch'io.

 

Peraltro, gli esempi che proponi mi sembrano anche sensati, sempre a naso:

22 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Minimum fax, SUR, Marcos y Marcos, Elliot.

 

23 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Castelvecchi, Donzelli, Il Saggiatore, SEM,

 

E ti assicuro che non pochi utenti del WD inserirebbero alcune delle CE citate tra le "big", a dimostrazione del fatto che, in assenza di numeri certi, prevale la sensibilità personale.

 

27 minuti fa, Wanderer ha scritto:

A volte, tuttavia, sono altrettanto prestigiose e irraggiungibili, e persino di più. Infatti, mentre la "big" è generalista e pubblica un po' di tutto, spesso le medie CE sono specializzate in alcuni settori o alcuni generi, e sono estremamente selettive.

 

Questa, forse, è l'unica discriminante che giustificherebbe una valutazione meno legata ai numeri nudi e crudi. Esistono CE che sono da considerare tra le "big" del settore in cui sono più attive (penso soprattutto alla saggistica), nonostante siano al massimo delle "medie" in termini assoluti.

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1 minuto fa, L'antipatico ha scritto:

@Wanderer Comunque io non avevo negato che Nottetempo fosse un editore della fascia media. Avevo solo confermato quali sono i parametri oggettivi, aggiungendo che, non conoscendo i numeri dei singoli editori, si deve andare un po' a naso, cosa che faccio anch'io.

 


Sono d'accordo, ma è proprio per questo motivo che volevo consultare il "naso" di altri... dato che non posso basarmi soltanto sul mio e sulle mie sensazioni personali, volevo capire se era possibile raggiungere un minimo di criterio oggettivo condiviso, o comunque consenso "olfattivo" ;) 
 

Quota

E ti assicuro che non pochi utenti del WD inserirebbero alcune delle CE citate tra le "big", a dimostrazione del fatto che, in assenza di numeri certi, prevale la sensibilità personale.


Forse sì, ma proprio perché per molti la categoria delle "medie" proprio non è contemplata come categoria mentale... considerare alcune medie alla stregua delle "big", tuttavia, significa non avere un'idea chiara dei rapporti di forza che ci sono con le "big". A volte, dipende anche da un po' di ignoranza del mercato editoriale. Ad esempio, alcune ex "medie" non sono più tali, perché sono state acquistate da colossi, quindi vanno equiparate a sotto-marchi di colossi. Ma non è il caso, ad esempio, di Donzelli o SEM. 
 

Quota

Questa, forse, è l'unica discriminante che giustificherebbe una valutazione meno legata ai numeri nudi e crudi. Esistono CE che sono da considerare tra le "big" del settore in cui sono più attive (penso soprattutto alla saggistica), nonostante siano al massimo delle "medie" in termini assoluti.


Qui hai centrato in gran parte il punto. I criteri per individuare la media editoria vertono anche sulla "credibilità", sulla notorietà del marchio editoriale, sull'esperienza nel campo. Da questo punto di vista, i vent'anni di attività di Nottetempo o i quaranta di Marcos y Marcos sono anche da mettere in conto. Possibilmente, un micro editore che nasce oggi, tra una decina d'anni diventerà medio, se lavora bene, e se nel frattempo non soccombe alla crisi. Il caso di SUR è emblematico, e di questo editore qui si parla poco perché non pubblica autori italiani. 

Poi ci sono anche casi di editori nati già "big" in partenza... tipo la Nave di Teseo, ma lì è tutto un altro discorso (e un discorso con luci e ombre, secondo me). 

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16 ore fa, Wanderer ha scritto:

ci vorrebbe una quarta categoria, e la maggior parte di quelli che definiamo "piccoli" dovrebbero essere definiti "microscopici"

Infatti c’è una quarta categoria, ossia i micro editori. A Chiari si tiene l’evento dedicato alla microeditoria, per esempio ;) 

 

Per il resto, sono d’accordo con @Avv.Lenti riguardo la classificazione ufficiale. La classifica personale è un’altra cosa, come dice @L'antipatico, e ben venga che ci sia per ciascuno :) 

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Rispondo qui per evitare di intasare la discussione di Nutrimenti.

@Wanderer e @Sjø se parliamo esclusivamente di fatturato (e tutti i parametri collegati ad esso, quindi anche occupazione e rete) Nutrimenti rientra sicuramente nei piccoli editori.

Questo perché a parer mio e della maggioranza di chi bazzica il settore esistono quattro categorie: micro, piccola, media e grande editoria. La micro editoria è formata cioè da migliaia di micro editori italiani (sono quasi 5000), mentre nella piccola, media e grande editoria rientra la minoranza di società che si occupa di libri sul territorio nazionale.

È molto importante distinguere la percezione che si ha di una Casa Editrice e l'effettivo peso che essa ha nella realtà dei fatti. La percezione, certo, può cambiare anche il peso della Casa Editrice nel corso del tempo, anche perché i lettori sono l'ingranaggio principale di tutta la baracca, ma è anche possibile che la percezione sia totalmente fallace.

Tutti conoscono ad esempio Neri Pozza, Fazi, Minimum Fax, Fanucci (e ne potrei nominare altre)... Ebbene, sono tutte piccole case editrici.

@Sjø chiedeva delle liste: ebbene, non esistono o comunque non sono molto accurate e tengono sempre diversi fattori in conto, alcuni meno sensati di altri (ad esempio Istat, di cui parlerò tra poco). Io ci sto lavorando da un bel po' e inserirò le liste che abbiamo redatto in Dedalo nel manuale sull'Editoria in uscita nel 2021. Ovviamente saranno liste soggettive basate tuttavia su criteri oggettivi e verificabili da chiunque.

Comprendo che molti potrebbero rimanere scioccati o infastiditi dalla cosa, questo però è il risultato di un lavoro basato sulla ricerca di fatturato e in genere i lettori tengono in conto molti altri valori. Per questo suggerisco sempre di dividere il fattore "percezione" da quello della realtà economica di una società.

 

I dati Istat, infine, hanno poco senso perché esistono micro editori e Editori a pagamento che pubblicano anche più di 50 libri l'anno (sorvoliamo sul perché, altrimenti si apre una discussione infinita), quindi definire un editore piccolo, medio o grande sulla quantità dei libri pubblicati è davvero poco sensato, se non incomprensibile.

Taggo anche @ElleryQ e @L'antipatico che parevano interessati alla discussione in atto :) 

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Grazie @Niko, il mio unico interesse era fare chiarezza e mi sembra che tu l'abbia fatta nel migliore dei modi.

Il criterio cui mi riferivo era, come da te spiegato, quello più diffuso sul mercato editoriale, quello AIE, appunto. Un criterio, come ricordavi giustamente, soggettivo, in quanto chi ha redatto le liste ed effettuato gli studi si è basato su parametri che ha reputato adatti. Al tempo stesso, però, si tratta di dati oggettivi perché vanno oltre la percezione individuale o il mero numero di pubblicazioni (che non corrisponde alla vendibilità o alla vendita effettiva del "prodotto"). 

A me premeva riportare la discussione su un piano maggiormente attinente la realtà editoriale nazionale, proprio perché avevo letto in altre discussioni informazioni che rischiavano di diventare fuorvianti. Con ciò senza voler colpevolizzare nessuno, perché anch'io ho determinate percezioni basate su qualità e "diffusione" di un editore. La capacità commerciale, però, fa purtroppo i conti con il riscontro del mercato e per quanto ben organizzati siano gli uffici stampa di alcuni piccoli editori, da dare una diversa percezione della loro presenza e grandezza sul mercato, il dato di fatto resta sempre il fatturato, perché parliamo di categorie commerciali, quindi di aziende. 

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Grazie @Niko. Quando parli di percezione capisco: è la mia modalità di collocamento. Non essendo addetto al settore, o comunque un esperto, mi baso su dei parametri che derivano appunto dalla percezione di ciò che vedo in libreria (presenza e permanenza). Ci sono poi molto altri parametri. Quando parli di Neri Pozza come piccolo editore, ecco qui la percezione inganna parecchio, almeno me, perché la ritengo una delle case editrici più valide, ben lontana da Nutrimenti.

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1 minuto fa, Sjø ha scritto:

Grazie @Niko. Quando parli di percezione capisco: è la mia modalità di collocamento. Non essendo addetto al settore, o comunque un esperto, mi baso su dei parametri che derivano appunto dalla percezione di ciò che vedo in libreria (presenza e permanenza). Ci sono poi molto altri parametri.

Non c'è niente di male a basarsi sulla percezione, bisogna solo essere consapevoli che spesso questa percezione si scontra con la realtà dei fatti.

1 minuto fa, Sjø ha scritto:

Quando parli di Neri Pozza come piccolo editore, ecco qui la percezione inganna parecchio, almeno me, perché la ritengo una delle case editrici più valide, ben lontana da Nutrimenti.

Qui però hai frainteso una cosa: non è detto che un piccolo editore non sia valido. Perché lo pensi? Stiamo parlando di effettiva grandezza aziendale e commerciale di una Casa Editrice e non del suo valore. Fanucci (ultimamente perde colpi, sì) fino a poco tempo fa era la regina indiscussa del fantasy italiano, e non solo. Eppure è un piccolo editore. Non significa non sia valido. Lo stesso discorso si può attuare a qualsiasi altro piccolo editore da me citato, ovviamente.

5 minuti fa, ElleryQ ha scritto:

perché parliamo di categorie commerciali, quindi di aziende. 

Esattamente, hai racchiuso in una sola frase il succo del discorso :asd:<3 

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@Niko Neri Pozza una "piccola" casa editrice? O_O 
Neri Pozza è una Società per Azioni con un capitale da oltre 300.000 euro.
Non è nemmeno una CE media, sconfina nel settore della grande editoria.

Io credo che a volte nel forum manchi del tutto il polso della sproporzione tra grande editore e medio, tra medio e piccolo. O forse si usa un'altra scala, e definisce "piccolo" tutto quello che altrimenti si dovrebbe definire "microscopico". O magari si vuole pensare, in modo quasi consolatorio, che medie CE come Minimum Fax, Nottetempo, Nutrimenti, La Nuova Frontiera, NN - considerate spesso irraggiungibili dall'esordiente medio come le "big" - siano "piccole", quindi equivalenti alle "piccole", quando invece appartengono chiaramente a un'altra fascia del settore. E qui non parlo (soltanto) in termini qualitativi, ma anche e soprattutto in termini organizzativi, di capacità di investimento, distribuzione, promozione, rilevanza mediatica, presenza sul territorio, tirature, e tanto altro che caratterizza le "medie".


Per il resto, dato che non c'è una classificazione "standard" accettata e riconosciuta da tutti, è inevitabile che si debba tenere conto di vari parametri. Il fatturato è uno, ma non è l'unico (persino l'EAP può fatturare bene). Come ho scritto, sono anche d'accordo sul fatto che il criterio Istat non è in sé caratterizzante, o comunque non è sufficiente, e va integrato con altri. Altrimenti, gran parte dei piccoli editori (compresi molti EAP, che pubblicano come conigli!), sarebbero medi editori, ma evidentemente non lo sono. 

Copia-incollando dall'altro thread, riporto anche qui quelli che secondo me sono alcuni criteri per individuare una media CE:

1) Il capitale sociale, che va in genere dalle 10.000 alle 100.000 euro (sotto i 10.000 si può aprire una Srls, e sopra i 100.000 si tratta spesso di Spa).
2) La sua diffusione, in termini di distribuzione nazionale, presenza negli organi di stampa nazionali (quotidiani, tv, radio), bacino di utenza nei social. 
3) L'ampiezza del catalogo, il numero di collane, la notorietà degli autori in catalogo, l'acquisizione di opere estere (che i piccoli raramente pubblicano). 
4) Gli anni di attività alle spalle, la notorietà nel mondo editoriale, la rilevanza enciclopedica (presenza su Wikipedia), la riconoscibilità commerciale del marchio. 
5) Il numero di persone che lavorano per la casa editrice, e la diversificazione dei ruoli (nei piccoli editori, ci sono in genere un paio di persone "tuttofare"). 
6) La presenza alle più importanti fiere letterarie (Salone del libro, Più libri più liberi, ecc), a cui gran parte dei piccoli editori non partecipano. 

A questi se ne potrebbero aggiungere altri: l'associazione con altri editori (come nel marchio Beat), l'appartenenza a gruppi editoriali medi (come nel caso di Elliot), il possesso di librerie (come nel caso di Nutrimenti o Il Castoro), la vendita dei diritti di opere italiane all'estero.

Le CE medie sono, generalmente, ex piccole case editrici indipendenti che nel tempo sono cresciute, e che sono sopravvissute alla spietata selezione naturale degli ultimi vent'anni e alla nascita dei colossi. Nel forum sono spesso "rimosse" perché vengono considerate irraggiungibili come le "big", e quindi l'esordiente medio preferisce continuare a sognare la "big", per poi firmare con la piccola, tornando alla cruda realtà. Ma questo è in parte un errore, perché possibilmente le medie valutano le proposte con più attenzione rispetto alle "big" - oltre ad avere spesso una maggiore attenzione per la qualità dell'opera, in aggiunta alla sua vendibilità -, e sicuramente offrono molte più opportunità rispetto ai piccoli editori. 

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@Wanderer Come ho detto, le liste sono soggettive, e per me Neri Pozza è piccola (anche se al limite).

Al 2018 Neri Pozza ha fatturato, mi pare, poco più di 3 milioni di euro. Mondadori (che fa parte della grande editoria, questa sì) ne ha fatturati più di 450 nello stesso anno. Giusto per far capire a chi legge le differenze.

Una media può essere Adelphi, o E/O, che fatturano più di 10 milioni all'anno.

Ripeto comunque che queste sono linee di demarcazione soggettive (le mie) basate su dati oggettivi (il fatturato).

Se poi, per dire, settiamo la linea tra piccola e media editoria a un milione di euro, allora Neri Pozza è media.

 

Tu per fare la tua lista, visto che non c'è classificazione standard, prendi gli elementi che preferisci. Io prendo questo perché è verificabile da tutti, anche facilmente. Molti degli elementi che citi tu, infatti, sono difficilissimi da quantificare. Provaci, poi mi fai sapere :asd: 

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Secondo la Commissione Europea, che ha fornito una definizione di PMI univoca per tutti gli Stati Membri, le PMI si distinguono in:

 

- Micro impresa: ci si riferisce a quelle aziende con un numero di dipendenti inferiore alle 10 unità e che realizza un fatturato o un bilancio annuo uguale o inferiore ai 2 milioni di euro.

- Piccola impresa: aziende con meno di 50 occupati e un fatturato o bilancio annuo non superiore ai 10 milioni di euro.

- Media impresa: ha un massimo di 250 unità lavorative e un fatturato inferiore o uguale ai 50 milioni di euro o un totale di bilancio annuo non superiore ai 43 milioni di euro.

 

Le CE sono imprese commerciali e in quanto tali rientrerebbero in questa classificazione.

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4 minuti fa, Niko ha scritto:

@Wanderer Come ho detto, le liste sono soggettive, e per me Neri Pozza è piccola (anche se al limite).


Però avevi detto anche: "è molto importante distinguere la percezione che si ha di una Casa Editrice e l'effettivo peso che essa ha nella realtà dei fatti".
Neri Pozza ha un effettivo peso, sia dal punto di vista economico che culturale, e oggettivamente non è piccola. Non mi sento certo di parlare in modo "soggettivo".
 

Quota

Al 2018 Neri Pozza ha fatturato, mi pare, poco più di 3 milioni di euro. Mondadori (che fa parte della grande editoria, questa sì) ne ha fatturati più di 450 nello stesso anno. Giusto per far capire a chi legge le differenze.


Questo è lo stesso che ho sostenuto io, dicendo che manca il polso anche della sproporzione tra grande editore e medio, oltre che tra medio e piccolo. Tra grande e piccolo c'è un baratro immane, e la media editoria è quel settore che sta in mezzo, ed è l'anello di congiunzione tra i due mondi. Il confronto che hai riportato comunque è in parte fuorviante, in quanto quello di Mondadori è il fatturato di un gruppo editoriale che comprende più marchi (Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, eccetera, oltre a decine di periodici), mentre Neri Pozza è un singolo marchio editoriale. Per il resto, il fatto che il gruppo Mondadori sia "enorme" (mentre Marsilio ad esempio è "grosso") non significa certo che Neri Pozza sia "piccolo". 

Parlando in termini più generali, e qui rispondo anche ad @ElleryQ, il punto è questo: 

Non è sufficiente prendere come unico parametro i dati aziendali, o il numero di pubblicazioni, come vorrebbe l'Istat, altrimenti dovrebbero essere considerate media editoria anche note case editrici a pagamento - credo una di esse innominabile nel forum - che pubblicano tanto e guadagnano bene, pur essendo poco più che tipografie. Perché non le consideriamo "media editoria”? Perché la rilevanza aziendale è una condizione necessaria, ma nient'affatto sufficiente. La casa editrice è un’impresa culturale, quindi bisogna considerare sia l’aspetto aziendale (che l’editore ha in comune con qualunque altro tipo di azienda, dalla ristorazione alla ferramenta, dalle scommesse sportive alle pompe funebri), sia l’aspetto della rilevanza culturale. Presi isolatamente, nessuno dei due aspetti circoscrive il settore della media editoria. L’EAP può pubblicare tanto e guadagnare bene, ma non è un medio editore. Viceversa, il piccolo editore, nonostante viva di stenti economici, può pubblicare opere di grande qualità letteraria, e potenziale rilevanza culturale, ma ciò non è sufficiente a qualificarlo come un medio editore (e tra parentesi: possibilmente, il piccolo editore non avrà la capacità di diffondere quelle opere come meriterebbero). Invece, è nella combinazione tra l'aspetto aziendale e quello culturale che si può individuare la media editoria. La convergenza tra i due aspetti si riflette in certi indicatori, che sono più o meno quelli che ho elencato, e che determinano la notorietà dell'editore tra gli addetti ai lavori, la sua longevità e la sopravvivenza alla crisi del settore, la presenza in libreria e la qualità della sua distribuzione, la rilevanza mediatica ed enciclopedica, il bacino di utenza nei social network, i rapporti con l'estero per la compravendita di diritti, i sodalizi aziendali con altri editori, e tanto altro, che di "soggettivo" ha ben poco. 

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2 ore fa, Niko ha scritto:

Qui però hai frainteso una cosa: non è detto che un piccolo editore non sia valido. Perché lo pensi?

Perché due dei parametri che reputo essenziali sono la presenza e la permanenza in libreria. Questo non significa che un piccolo editore come Nutrimenti o molto piccolo come Neo non siano di valore. Entrambi sono efficienti, attivi, con uffici stampa agguerriti, presenti alle principali fiere, ma in libreria? È la mia percezione e mi rendo conto quanto questo mio ragionamento possa essere sbagliato. Quando parlo di validità potrei escludere anche Mondadori se ti pubblica credendo poco o niente in te, perché magari, ed è sempre la mia percezione a parlare, qui viene compromessa la permanenza visto il turnover elevato di titoli pubblicati. Per fare un esempio di un editore che ritengo valido: Bollati Boringhieri. Medio/piccolo editore (permanenza: pochi titoli di autori italiani) in un grande gruppo Mauri Spagnol (presenza): presenza e permanenza, la prima viene compromessa dal troppo piccolo e la seconda dal troppo grande. Ma è una mia tesi. Una cosa che esula da questi ragionamenti, che poi credo sia la più importante è che l'editore deve essere innamorato del tuo testo, ma qui usciamo dal topic.

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31 minuti fa, Sjø ha scritto:

Questo non significa che un piccolo editore come Nutrimenti o molto piccolo come Neo non siano di valore. Entrambi sono efficienti, attivi, con uffici stampa agguerriti, presenti alle principali fiere, ma in libreria? È la mia percezione e mi rendo conto quanto questo mio ragionamento possa essere sbagliato. Quando parlo di validità potrei escludere anche Mondadori se ti pubblica credendo poco o niente in te, perché magari, ed è sempre la mia percezione a parlare, qui viene compromessa la permanenza visto il turnover elevato di titoli pubblicati. Per fare un esempio di un editore che ritengo valido: Bollati Boringhieri. Medio/piccolo editore (permanenza: pochi titoli di autori italiani) in un grande gruppo Mauri Spagnol (presenza): presenza e permanenza, la prima viene compromessa dal troppo piccolo e la seconda dal troppo grande. Ma è una mia tesi. Una cosa che esula da questi ragionamenti, che poi credo sia la più importante è che l'editore deve essere innamorato del tuo testo, ma qui usciamo dal topic.


Bollati Boringhieri non è media editoria, fa parte di Mauri Spagnol, quindi è un marchio editoriale di un colosso... siamo su tutt'altri ordini di grandezze! 

Per quanto riguarda la presenza in libreria, devi considerare questo: tra una media CE e una grossa CE entrambe distribuite da Messaggerie (che è lo stesso gruppo di Mauri Spagnol, quindi ovviamente rende al meglio con le CE di Mauri Spagnol) la differenza è soprattutto quantitativa. Vale a dire: il libraio prende magari trenta copie di una nuova uscita di Garzanti, e cinque copie di una nuova uscita di Nutrimenti. Se il secondo libro non lo trovi il libreria, è anche perché si esaurisce prima, ma non certo perché non ci arriva. 

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16 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Bollati Boringhieri non è media editoria, fa parte di Mauri Spagnol, quindi è un marchio editoriale di un colosso... siamo su tutt'altri ordini di grandezze!

Sì come editore è un colosso di qualità, basta pensare a Freud, ma, per i parametri di cui discutevamo anche nella discussione di Nutrimenti, non potrebbe essere considerato un medio editore dentro un grande gruppo?

 

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13 minuti fa, Sjø ha scritto:

per i parametri di cui discutevamo anche nella discussione di Nutrimenti, non potrebbe essere considerato un medio editore dentro un grande gruppo?

 

 

In genere, i gruppi editoriali vengono considerati come tali. :)

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9 minuti fa, Sjø ha scritto:

Sì come editore è un colosso di qualità, basta pensare a Freud, ma, per i parametri di cui discutevamo anche nella discussione di Nutrimenti, non potrebbe essere considerato un medio editore dentro un grande gruppo?


Sostanzialmente no, perché se un editore diventa di proprietà di colossi come Mondadori o Mauri Spagnol dispone di enormi risorse, e rientra nelle dinamiche commerciali comuni al gruppo. Per certi versi, non avendo una vera indipendenza aziendale, non si può più nemmeno considerare come un editore: diventa più un marchio commerciale, un cartello editoriale, funzionale alla diversificazione dell'offerta all'interno dello stesso gruppo (per capirci, si potrebbe fare il paragone con la Coca-Cola, a cui appartengono i marchi Fanta e Sprite). Si potrebbero considerare gli editori di Mauri Spagnol o del gruppo Mondadori come delle sorta di mega-collane all'interno di un mega-editore. 

Il nostro @Andrea D'Angelo è stato testimone diretto della trasformazione di un editore indipendente come Nord in una costola di Mauri Spangol. 

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1 ora fa, Wanderer ha scritto:

Sostanzialmente no, perché se un editore diventa di proprietà di colossi come Mondadori o Mauri Spagnol dispone di enormi risorse, e rientra nelle dinamiche commerciali comuni al gruppo. Per certi versi, non avendo una vera indipendenza aziendale, non si può più nemmeno considerare come un editore: diventa più un marchio commerciale, un cartello editoriale, funzionale alla diversificazione dell'offerta all'interno dello stesso gruppo

 

In realtà non è così. Le società controllate mantengono una loro autonomia nella politica editoriale. Possiedono una propria redazione, un direttore editoriale e un catalogo distinto, rispetto al quale hanno potere decisionale. Considerarle alla stregua di semplici etichette editoriali o delle mega collane è riduttivo e anche piuttosto semplicistico, come ragionamento. 

Tra gli editori con cui pubblico, ce ne sono due che fanno parte di due distinti gruppi e rispetto alla casa madre hanno potere decisionale, oltre ad aver mantenuto la propria politica.

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Ciò che io ho visto da dentro, considerando la vendita dell'Editrice Nord al GeMS, la trasformazione non è stata immediata.

C'erano contratti pregressi, per cui il mio terzo romanzo è uscito un po' con la vecchia logica da dentro il GeMS. Ma il romanzo successivo, il mio ultimo, è entrato direttamente nella logica del gruppo, pur essendo romanzo numero 200 della gloriosa Fantacollana.

 

Quale sia l'esatta logica nella scelta dei titoli, non mi permetto di dirlo — a titolo personale, la vecchia Fantacollana mi ha cresciuto, la nuova non m'interessa proprio. Mi sembra vi sia stato un cambio radicale di direzione. Del resto, Cristina Prasso fu la mia editor e ora è il direttore editoriale dell'Editrice Nord, ovvero sia colei che alla fine decide cosa sì e cosa no. Non metto becco su quanto fa, anche per la stima che nutro nei suoi confronti (grande). Ciò detto, le scelte sono sue e i gusti sono gusti.

Se parliamo di numeri, però, e di logica commerciale, allora confermo al 100% quanto dice @Wanderer: il mio quarto, a trasformazione ormai avvenuta, è stato il mio ultimo libro con loro perché i miei "numeri" (copie vendute) sono finiti direttamente sul tavolo del gruppo, non al tavolo dell'Editrice Nord.

Se entri a far parte del gruppo, i tuoi numeri devono essere da gruppo.

Quindi la logica di un editore piccolo/medio che entra a far parte di un gruppo è in linea di massima quella del gruppo. Comprano il marchio per il catalogo, di solito, ma puntano a farlo crescere. E le logiche dei grandi gruppi sono estremamente commerciali.

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6 minuti fa, ElleryQ ha scritto:

In realtà non è così. Le società controllate mantengono una loro autonomia nella politica editoriale.

 

Infatti, confermo.

Una cosa è la linea editoriale, un'altra i numeri. Le scelte sono del direttore editoriale, come detto. Sennò cosa ci fa, lì? Non sono manichini. Sono professionisti. In tutta sincerità non mi immagino Cristina Prasso come il burattino di nessuno. È piccolina, ma non è il tipo! (È una forza della natura quella donna!)

Altra cosa è quando, a scelta avvenuta e consumata, i numeri finiscono sul tavolo del direttore del gruppo. Separerei la politica editoriale da quella commerciale.

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48 minuti fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

 

Altra cosa è quando, a scelta avvenuta e consumata, i numeri finiscono sul tavolo del direttore del gruppo. Separerei la politica editoriale da quella commerciale.

 

A me, però, sembra diverso parlare di fatturati "da gruppo" rispetto a essere declassati da editori a semplici "collane". Poi è probabile anche che dipenda da gruppo a gruppo e a quanta libertà la CE controllante concede alle controllate. 

I bilanci sono comunque indipendenti e nella logica del gruppo societario, in genere, non esiste un obbligo di produrre un determinato fatturato, pena fuoriuscita dal gruppo. O forse non ho capito bene ciò che intendi. 

 

Mi spiego meglio: i singoli bilanci confluiscono in un bilancio "di gruppo", pur rimanendo autonomi, e la controllante può anche chiedere conto alla controllata di un bilancio "non buono" nell'ottica del gruppo. 

In tal caso può indirizzarne la politica editoriale affinché produca di più, ma non è un regime. Non si sostituisce del tutto a questa annientandone di fatto l'identità. 

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3 minuti fa, ElleryQ ha scritto:

 

In realtà non è così. Le società controllate mantengono una loro autonomia nella politica editoriale. Possiedono una propria redazione, un direttore editoriale e un catalogo distinto, rispetto al quale hanno potere decisionale. Considerarle ala stregua di semplici etichette editoriali o delle mega collane è riduttivo e anche piuttosto semplicistico, come ragionamento. 

Tra gli editori con cui pubblico, ce ne sono due che fanno parte di due distinti gruppi e rispetto alla casa madre hanno potere decisionale, oltre ad aver mantenuto la propria politica.


Basta vedere dov'è la sede di quasi tutte le CE di Mauri Spagnol (via Gherardini 10, Milano) per rendersi conto che non è propriamente come sostieni. Questi marchi editoriali non soltanto sono lo stesso meta-editore, ma anche fisicamente operano dallo stesso luogo. Non so a quali altri gruppi stai facendo riferimento, ma quello che dici è vero soltanto in parte, solo in alcuni casi. Vale quando un gruppo ha una quota di partecipazione in una CE, e non la controlla del tutto. Oppure vale per certi gruppi più piccoli, come nel caso del gruppo Lit, in cui è vero che c'è una certa autonomia, ad esempio, tra Elliot e Arcana. In Mauri Spagnol, la differenza tra i vari marchi è relativa alla diversificazione dell'offerta all'interno dello stesso gruppo, in cui ci sono diverse competenze, ma un'unica "megaditta". In un colosso che ha decine (o centinaia) di dipendenti e ramificazioni, è normale che ci siano diverse figure che ricoprono diversi ruoli, ma questo vale anche per le singole collane, all'interno di ciascun marchio editoriale. Lo stesso vale ad esempio per le varie testate del gruppo GEDI, e all'interno di ciascuna testata, per le varie sezioni. Ciò nondimeno, si tratta dello stesso gruppo, e l'autonomia di ogni testata è sempre relativa. Relativa alla linea editoriale del gruppo, alle scelte aziendali, agli orientamenti sociopolitici, e tanto altro che non rientra nel potere decisionale dei singoli marchi, dei singoli direttori editoriali, che sono comunque dei dipendenti del gruppo. 

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2 minuti fa, ElleryQ ha scritto:

In realtà non è così

Esatto.

@Wanderer ti pregherei di smettere di lanciare affermazioni, tra l'altro spesso improprie, con la sicurezza di un Montroni che spiega agli allievi ciò che ha imparato in cinquant'anni di carriera dietro i banchi di una libreria; qui arriva spesso gente che non ha alcuna esperienza del mondo editoriale, legge i tuoi post e li prende per oro colato e, perdonami, spesso non è così. Nessuno vuole censurarti, però tu inondi la sezione editoria di post e nessuno di noi ha il tempo di spulciarli tutti; ti chiedo dunque  la cortesia di dare un tono più sfumato alle tue affermazioni: esistono i verbi "credere", "ritenere", "supporre" e simili: fanne uso per favore, grazie.

Neri Pozza, per esempio, al di là della qualità stupenda dei suoi libri, a mia memoria non ha mai avuto delle vendite particolarmente rilevanti in libreria, fatta eccezione per "Shantaram", "La ragazza dall'orecchino di perla" e, in misura inferiore, "Il ragazzo di Bruges".

Se parliamo poi delle vendite della narrativa Bollati Boringhieri, che credo interessi alla maggior parte degli utenti, sono quasi sempre poco più che irrisorie; la forza della casa editrice è in tutt'altro settore.

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Adesso, Wanderer ha scritto:

Basta vedere dov'è la sede di quasi tutte le CE di Mauri Spagnol (via Gherardini 10, Milano) per rendersi conto che non è propriamente come sostieni. 

 

Ma non tutti i gruppi editoriali sono Mauri Spagnol e non tutte le società controllanti si comportano allo stesso modo. Generalizzare ha poco senso e la tua affermazione in risposta a @Sjø era una generalizzazione. Come se tutti i gruppi editoriali si dovessero comportare allo stesso modo. 

 

3 minuti fa, Wanderer ha scritto:

ma quello che dici è vero soltanto in parte, solo in alcuni casi.

 

Vale anche per quanto stai sostenendo tu, quindi è vero solo nei casi dei grossi gruppi. Per esempio, posso affermare con sicurezza che per il gruppo Fandango non è così. Idem per Il Castoro. 

Chiaramente sono gruppi rientranti nella media editoria, meno grandi di GeMS, ma la struttura è sempre quella del gruppo editoriale. 

 

13 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Vale quando un gruppo ha una quota di partecipazione in una CE, e non la controlla del tutto. Oppure vale per certi gruppi più piccoli,

 

E su questo siamo d'accordo. 

Come dicevo prima non è possibile generalizzare, perché le logiche cambiano da gruppo a gruppo. 

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36 minuti fa, ElleryQ ha scritto:

I bilanci sono comunque indipendenti e nella logica del gruppo societario, in genere, non esiste un obbligo di produrre un determinato fatturato, pena fuoriuscita dal gruppo.

 

Parlo del numero di copie vendute dal singolo autore.

Almeno per quanto riguarda il GeMS, i tuoi risultati non vengono valutati dalla singola casa editrice del gruppo, ma periodicamente durante una riunione tra il direttore editoriale della casa editrice parte del gruppo e il board del gruppo stesso. Non lo dico io, mi fu detto esplicitamente. Era quello che avveniva nel 2005. Oggi? Non ne ho la più pallida idea — e francamente non è di mio interesse.

 

A me fu detto chiaramente "se non vendi, non ti si può giustificare in quella riunione". Mi spiego?

I rami secchi (come me) si tagliavano se non mettevano foglie, che la direzione editoriale ti volesse o meno. Immagino che se la direttrice s'impunta, la spunta. Ma per quante volte? Un'ultima possibilità? La volta successiva vieni tagliato comunque se i tuoi numeri non vanno. Ed è una decisione che può essere imposta dal gruppo alla singola casa editrice. Almeno era così il GeMS.

 

Il fatturato in sé non è direttamente legato, immagino. Eppure, se il fatturato richiesto dal gruppo porta a considerare zavorra tutto ciò che vende al di sotto di una certa soglia di copie, allora indirettamente influisce anche sulle scelte editoriali. A meno che non ci si voglia raccontare la storia dell'orso o si creda in un mondo ideale.

 

Poi, chi lo sa, magari tutto è dipeso soltanto dal fatto che fossi scarsissimo, che m'avessero ereditato "a forza" e puntassero a farmi fuori alla prima occasione. Tutto può essere. Non vivo nella mente degli altri e posso parlare soltanto di cosa mi è stato detto, cos'ho capito e m'è stato confermato e della mia esperienza.

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49 minuti fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

 

A me fu detto chiaramente "se non vendi, non ti si può giustificare in quella riunione". Mi spiego?

I rami secchi (come me) si tagliavano se non mettevano foglie, che la direzione editoriale ti volesse o meno. Immagino che se la direttrice s'impunta, la spunta. Ma per quante volte? Un'ultima possibilità? La volta successiva vieni tagliato comunque se i tuoi numeri non vanno

 

E su questo siamo d'accordo, come affermavo anche prima.

Mi dispiace per la tua esperienza, ma ciò che intendevo dire è che la società controllata non perde la sua identità di casa editrice per il solo fatto di essere indirizzata dalla controllante ai fini di un fatturato favorevole al gruppo. 

Per fare anche'io un esempio "commerciale": se Mulino Bianco è Barilla e quest'ultima stabilisce che i saccottini vendono poco per cui è meno utile produrli, è sua facoltà farlo e imporsi come azienda controllante, ma questo non significa che Mulino Bianco smette di essere azienda e soprattutto azienda che produce uno specifico prodotto (biscotti e merende), pur essendo un brand Barilla. 

E scusami se ti ho (indirettamente) paragonato a un saccottino, @Andrea D'Angelo:lol:

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