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Niko

I punti oscuri dell'Editoria: quali secondo voi quelli più in ombra?

I punti oscuri dell'Editoria: quali secondo voi quelli più in ombra?  

59 voti

  1. 1. Scegli uno o più punti che ti piacerebbe approfondire

    • Il panorama dell'Editoria italiana (Case Editrici e organizzazione interna)
    • Gli Agenti letterari e le Agenzie di rappresentanza
    • Le Agenzie di servizi editoriali
    • Self publishing e varie opzioni (KDP, piattaforme POD e POS)
    • L'Editoria a pagamento e le sue mille sfumature
    • Tutela del proprio libro
    • Come capire se quello che si è scritto vale (come forma, contenuti, mercato)
    • Quale approccio avere nella ricerca di un Editore
    • Il Contratto editoriale
    • Quanto si guadagna (o si può guadagnare) scrivendo
    • I concorsi letterari
    • Promozione del proprio libro
    • Questioni legate alla dichiarazione dei redditi per proventi dalla scrittura (730, CU e CUD, tassazione, eccetera)
    • L'autore può fare tutto da solo? Come?
    • Cosa fare nel caso nessuno risponda (CE, agenti, santi in paradiso)
    • Differenze tra mercato italiano ed estero


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16 minuti fa, L'antipatico ha scritto:

 

Queste sono cifre significative.

Al che mi sorge spontanea una domanda, che racchiude, credo, il principale ostacolo da superare per iniziare a sognare in grande (di sicuro è il principale ostacolo per me): quanto era vasta la social media platform di questo autore prima che uscisse il suo libro? In soldoni: quanti follower aveva su Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, blog o altro?


In aggiunta a quello che ti chiedi, ci sarebbe anche da chiedersi quanto aveva investito per costruire la propria comunità, dato che ormai anche per raggiungere "appena" 10.000 follower su Facebook bisogna quasi sempre comprare degli Ad! Inoltre sarei curioso di sapere se ha aperto una partita IVA (con quelle cifre mensili, direi che non si può aggirare il problema)... e di sapere quante spese mensili e annuali deve sostenere, e che non sono conteggiate in quelle 3000-4000 euro. 

Senza contare che in giro ci sono diversi sedicenti coach che promettono di far guadagnare molto più con il self-publishing su Amazon, seguendo i loro corsi, senza nemmeno dover scrivere un libro, ma affidandosi a ghostwriters... d'accordo, nella maggior pare dei casi sono soltanto truffe colossali per vendere i corsi allo sprovveduto di turno, ma in qualche caso quei metodi potrebbero persino funzionare. Se ragioniamo solo in termini economici, di sicuro ci sono in giro operazioni potenzialmente molto più spregiudicate e redditizie. 

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11 minuti fa, Wanderer ha scritto:

In aggiunta a quello che ti chiedi, ci sarebbe anche da chiedersi quanto aveva investito per costruire la propria comunità, dato che ormai anche per raggiungere "appena" 10.000 follower su Facebook bisogna quasi sempre comprare degli Ad! 

 

Hai ragione: sarebbe interessante anche conoscere l'investimento necessario in termini monetari, non solo di tempo e lavoro (che comunque hanno un valore monetario anch'essi). Senza violare la privacy di nessuno, beninteso.

 

7 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Se ragioniamo solo in termini economici, di sicuro ci sono in giro operazioni potenzialmente molto più spregiudicate e redditizie.

 

Non c'è dubbio. Io però vorrei limitarmi ai casi di scrittori veri che pubblicano libri veri. Anche perché non sono intenzionato a truffare nessuno.

Peraltro, ho idea che le truffe di cui parli (perché di truffe si tratta) necessitino dei numeri del mercato anglofono per essere davvero redditizie. In Italia, dubito che ne valga la pena. Poi è anche vero che c'è gente disposta a commettere autentici reati per un biglietto da 50 euro, ma non credo che pubblicare libri fittizi sia la prima idea che gli viene in mente... ;)

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15 minuti fa, L'antipatico ha scritto:

Non c'è dubbio. Io però vorrei limitarmi ai casi di scrittori veri che pubblicano libri veri. Anche perché non sono intenzionato a truffare nessuno.


Sono d'accordo. Prescindendo da quei casi, però, quando un autore si trasforma in un commerciante delle proprie opere, anche se lo fa in modo onestissimo, mi viene il dubbio che smetta di essere un autore "puro". E non perché la letteratura in sé (o la musica, o l'arte visiva) non debba essere compromessa con aspetti commerciali, idea puramente utopica; ma perché l'autore nella pratica si dovrebbe dedicare il più possibile alla produzione delle opere, e dovrebbe essere "distratto" il meno possibile da altri aspetti, che dovrebbero essere delegati ad altri (editori, agenti, eccetera). Questo è almeno il mio punto di vista, o comunque il mio ideale. Ma ho scritto anche troppo, quindi a questo punto lascio intervenire altri. 

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2 ore fa, Miss Ribston ha scritto:

Ecco, da professionista, posso affermare che nel 90% dei casi l'idea dell'autore è sbagliata e, se realizzata, diventa un'accozzaglia di elementi piuttosto imbarazzante

 

 D'accordissimo su tutta la linea; aggiungo che spesso a me pare errata pure la scelta degli editori, a giudicare dalle copertine che non di rado compaiono sui siti web di troppe CE che nel 2020 ancora faticano a comprendere l'importanza di una confezione identitaria forte e, nello specifico, di una cover che sia quella giusta per il romanzo o per il saggio giusto. In libreria, ma vale anche negli store online, come ricordavi, una copertina è il primo passo che conduce alla vendita. Toh, che bella copertina..., dici a te stesso. Quindi leggi quarta e un paio di paragrafi a caso, oppure l'estratto online, se ti convincono, è fatta e quel libro lo compri. Chiaro che il concetto di bello poi muti da persona a persona, l'importante è che la copertina aderisca nel migliore dei modi al genere del libro e ai suoi contenuti e rispetti tutta una serie di parametri che conosci meglio di me.

 

2 ore fa, Wanderer ha scritto:

credo che quando si parla di grossi anticipi il discorso sia un po' diverso

 

Tranquillo, è materia che in Italia riguarda ben pochi :asd:: i grossi anticipi in Italia li beccano solo i grossi nomi dello spettacolo e Bruno Vespa. Va be', aggiungiamo pure autori come Carofiglio, il fu Camilleri, Saviano e pochissimi altri. 

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1 ora fa, TuSìCheVale ha scritto:

sollevi una questione molto importante, non comprendo però perché ci si rivolga sempre all'autore :asd:. L'editore riconosce l'importanza della cover? Alcuni editori non si affidano agli stessi strumenti di un autore self?

Assolutamente. Ci sono anche parecchi editori che svolgono un lavoro terribile sul prodotto libro, per le stesse identiche ragioni che ho spiegato poco sopra. Il discorso è il medesimo, hai ragione, riguarda sia l’autoedizione che l’edizione di per sé. Quando sono fatte male, sono fatte male uguale. Ho tirato in ballo solo l’autore in quanto per la mia esperienza mi è capitato di trattare con autori per autoedizioni, ma non c’è motivo per escludere anche certi cataloghi piuttosto inguardabili.

 

1 ora fa, TuSìCheVale ha scritto:

Un grafico che legge il libro diventa una persona adorabile

Il grafico non lo so se legge il libro per intero. Dovrebbe, se vuole fare un buon lavoro.

Un designer grafico, invece, in teoria dovrebbe sempre. Il metodo che ci insegnano all’università è scientifico, quasi ingegneristico: lettura e analisi, sintesi, elaborazione. Se non conosci il libro che devi andare a rappresentare in copertina, o che devi progettare in toto nella sua struttura, come fai? Fai un lavoro parziale, magari carino e di buon gusto, ma pur sempre parziale. E se ci tieni alla tua professionalità, non puoi permettertelo.

 

1 ora fa, TuSìCheVale ha scritto:

penso però che anche il grafico debba interfacciarsi con l'editore e l'autore, per giungere a un risultato che rappresenti tutti i diritti interessati

Occorre una specifica: il grafico è una cosa, il designer grafico un’altra. Il primo ha un diploma, il secondo una laurea. Già solo la preparazione di base a livello di istruzione è ben diversa. Poi, per carità, il titolo non è mai garanzia di qualità, ma sono due cose diverse. Il designer è un progettista, al pari di un architetto, tant’è che il mestiere del designer grafico o designer della comunicazione visiva era appannaggio degli architetti, finché non hanno scisso le due Scuole relativamente pochi anni fa.

A parte questo, per forza che ci si interfaccia con editore e autore. Il primo, può essere che abbia delle specifiche di collana da rispettare, mentre il secondo è quello che il libro lo ha scritto, deve essere a disposizione per eventuali chiarimenti sul testo, gli si presentano le tavole preparatorie e proposte grezze di layout, così che abbia possibilità di scelta su delle basi, però, già solide dal punto di vista progettuale.

 

1 ora fa, TuSìCheVale ha scritto:

Non vedo tutta questa libertà di manovra, ma sono sempre lavori su commissione, che devono rispettare delle richieste specifiche, lasciando, giustamente, un certo spazio alla creatività.

Il lavoro commissionato dovrebbe essere: “ho bisogno di una copertina”. Quello che capita più spesso è, invece: “fammi una copertina con uno sfondo blu e rosso con un drago circondato da fiamme di ghiaccio e le squame luccicanti, con il titolo grosso” (il titolo grosso è pressoché una costante).

Questo perché, probabilmente, il cliente non si fida della professionalità di colui cui si rivolge – e purtroppo fa bene, perché c’è tanti che pitoccano Photoshop e si spacciano per grafici, quando invece sanno solo pitoccare Photoshop (che poi, per le copertine, è mille volte meglio usare Illustrator ed eventualmente Photoshop come editor per i raster).

Garantisco, però, che non ci sarebbe bisogno di dare nessuna specifica. Esempio pratico del perché: mi ha telefonato oggi un nuovo cliente; del suo libro avevo potuto leggere solo i primi due capitoli, perché mi è arrivato da poco. Questa persona voleva sincerarsi che la copertina del suo libro non risultasse triste, né avesse font fantasia o scritte in verticale. Ora, io ho letto solo i primi due capitoli, ma non c’è niente di triste in quel testo, ed è una biografia storica. Perché dovrei creare una copertina che esprime tristezza se il testo non ha questi elementi? Perché dovrei inventarmi di usare font fantasia o scrivere in verticale in presenza di una biografia ambientata negli inizi del secolo scorso? Non avrebbe senso. Sono io al servizio del libro e devo rispettarne la natura, lo leggo apposta, e per questo, di volta in volta, lo stile grafico si deve adeguare allo stile narrativo del libro.

La creatività che ci mette il designer è semplicemente l’astrazione a immagine della creatività già insita nel libro. Non c’è bisogno di dare specifiche, perché è il libro che parla da sé. Questo se ci si rivolge a professionisti competenti.

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 @Miss Ribston, ti ringrazio. Mi hai fornito molte informazioni sulle quali riflettere. Per ora, vorrei soffermarmi su uno di questi "punti oscuri":

 

16 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

Garantisco, però, che non ci sarebbe bisogno di dare nessuna specifica.

 

14 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

Non c’è bisogno di dare specifiche, perché è il libro che parla da sé. Questo se ci si rivolge a professionisti competenti.

 

Mi sembra quasi si possa fare un paragone con un "dottore", in quanto, lui conosce meglio di ogni altro qual è la cura da seguire. Il fatto è che pure tra tanti luminari esistono teorie diverse, quindi, ritornando al nostro discorso, come si fa a distinguere un "professionista" da un "photoshopparo"? Perché, effettivamente, non possiamo avere delle competenze in tutto e alcune cose dobbiamo "delegarle" poi a persone competenti. Hai dei consigli? Un occhio esperto cosa deve notare subito?

Ecco, se avessi davanti un vero "professionista", voglio andarci pesante :D, ad esempio un Salvador Dalì, non mi permetterei nemmeno a criticare il suo elefante dalle zampe troppo lunghe, però, di fronte a un Mister X, forse, presa dal timore, inizierei a chiedere qualcosa di meno audace (sicuramente sbagliando).

Come si fa a fidarsi?

Naturalmente, restringiamo il campo a un grafico e designer grafico, non famosi. 

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3 ore fa, L'antipatico ha scritto:

Queste sono cifre significative.

Al che mi sorge spontanea una domanda, che racchiude, credo, il principale ostacolo da superare per iniziare a sognare in grande (di sicuro è il principale ostacolo per me): quanto era vasta la social media platform di questo autore prima che uscisse il suo libro? In soldoni: quanti follower aveva su Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, blog o altro?

L'autore era già attivo sul panorama social (principalmente Facebook e Instagram) e aveva già qualche migliaio di follower prima del lancio.

 

2 ore fa, Wanderer ha scritto:

In aggiunta a quello che ti chiedi, ci sarebbe anche da chiedersi quanto aveva investito per costruire la propria comunità, dato che ormai anche per raggiungere "appena" 10.000 follower su Facebook bisogna quasi sempre comprare degli Ad! Inoltre sarei curioso di sapere se ha aperto una partita IVA (con quelle cifre mensili, direi che non si può aggirare il problema)... e di sapere quante spese mensili e annuali deve sostenere, e che non sono conteggiate in quelle 3000-4000 euro. 

Non so quanto abbia investito prima, ad essere sincero; mentre possedeva già P.Iva per lavoro, quindi...

Spense mensili e annuali rispetto a cosa? Di marketing? Ovvio che ne debba sostenere, come qualsiasi attività voglia farsi conoscere. Se non si spende per farsi conoscere, come pretendi che comprino un libro, una maglietta, un braccialetto o un servizio editoriale?

Ci rinuncio... :facepalm: :asd: 

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2 ore fa, Wanderer ha scritto:

l'autore nella pratica si dovrebbe dedicare il più possibile alla produzione delle opere, e dovrebbe essere "distratto" il meno possibile da altri aspetti

 

Tralasciando l'utopia – anche le CE ti chiedono presenza e promozione oggigiorno – potrei essere d'accordo sul termine "distratto" quando si parla di certi aspetti.

Quello che però a me pare non si valuti mai, ragionando così, è quanto l'autore stesso guadagni in termini di capacità quando si fa distrarre.

 

Scrivere post sintetici sui social che valgano i 30 secondi in cui si leggono, sempre, è un'abilità spendibile nei romanzi.

Saper scrivere articoli, post e altri testi divulgativi – saggistica – è più che spendibile nei romanzi.

 

Ovvero, si vede la cosa sempre come una distrazione al 100% e non si valutano mai i vantaggi di tali "distrazioni".

Appoggiandosi ai professionisti del settore, come indie, quello che resta da fare è in gran parte assimilabile al tema "scrittura".

Poi, ripeto, si può voler restar chiusi nella stanza a scrivere soltanto romanzi – a me non piacerebbe: era il mio sogno, ora che mi sono aperto ad altre esperienze, in tutta sincerità, credo che tutta quella solitudine mi ucciderebbe – resta l'editoria tradizionale, con tutte le garanzie che dà.

 

Ti capisco, ma non riesco più a far mio un discorso così da anni. Poi, certo, in me c'è una componente che altri (molti) non hanno, come tu hai sottolineato: l'esperienza passata. È più facile rinunciare a un'esperienza se si è già vissuta. L'essere umano vuole sempre ciò che non ha, in fondo. È naturale.

Quello che io vi dico è: se vedete che non ne cavate un ragno dal buco e cominciate a essere stufi, non demonizzate la via indie. Tutto qui.

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Adesso, Andrea D'Angelo ha scritto:

Scrivere post sintetici sui social che valgano i 30 secondi in cui si leggono, sempre, è un'abilità spendibile nei romanzi.

Saper scrivere articoli, post e altri testi divulgativi – saggistica – è più che spendibile nei romanzi.

Non sono del tutto d'accordo (per niente in realtà:lol: Scusa...) Nel mio caso, dopo tre anni con una media di due-tre romanzi all'anno, da quando ho pubblicato il primo ne ho a stento finito uno. Il motivo sono proprio le distrazioni, perché mi sento in obbligo di promuovere i libri pubblicati e curare i contatti acquisiti con fatica, prima di pensare a scrivere. La capacità di sintesi è un'ottima cosa, ma dovrebbe già far parte del bagaglio di un autore medio. Io scrivo di tutto:  articoli, fiabe, post, e cerco di spaziare e fare pratica, ma la verità è che non scrivo quello che vorrei. Sto dietro a stupidaggini necessarie, delle volte mi diverto anche, ma alla fine non scrivo veramente. Se potessi, pagherei qualsiasi cosa perché qualcun altro lo faccia al posto mio, in modo da poter scrivere e basta

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 @Niko
Pongo una semplice domanda: se un autore guadagna promuovendo e vendendo direttamente i propri cartacei o eBook (quindi esercitando attività d'impresa, commercio di prodotti fisici o elettronici) si può davvero dire che vive di scrittura?  Secondo me no, perché guadagna soprattutto esercitando attività collaterali alla scrittura, ma che non sono la scrittura stessa. Inoltre, quello che sta realmente facendo è vendere un prodotto, non percepire redditi da diritto d'autore. Secondo me non è una differenza da poco. E del resto, se il legislatore ha previsto per gli autori un regime fiscale privilegiato, tale per cui possono percepire redditi da diritti d'autore senza una partita IVA, e pagando un po' meno tasse, ci sarà pure un motivo... o no?

@Andrea D'Angelo
Per quel che mi riguarda, i linguaggi e le dinamiche dei social non mi hanno mai insegnato granché come autore. Peraltro, non si fa in tempo a imparare un linguaggio, che è già obsoleto. Chi fino a qualche anno fa aveva puntato tutto sulle dinamiche di Facebook, si è ritrovato negli ultimi anni spiazzato da Instagram, che ha un approccio in parte diverso. 

Volendo poi aprire una parentesi sui social, che effettivamente sono tra le principali "distrazioni" degli autori: secondo me per gli scrittori sono sopravvalutati. Gli autori affermati li usano sempre meno, e pagano qualcuno per farlo al posto loro (spesso senza alcuna autentica vocazione) e gli autori esordienti difficilmente sfondano solo grazie ai social. Ci sono certamente alcuni autori che sfondano grazie ai social, ma raramente sono scrittori "puri". Molto più spesso sono personaggi di spettacolo, opinionisti, musicisti, attori teatrali, o altro. Inoltre, come scrivevo sopra, ormai i social vogliono sempre più la propria fetta di torta. Chi gestisce una pagina Facebook già da qualche anno sa che le portata organica dei post è di un terzo (e forse meno) di quella di appena tre anni fa. Se vuoi più interazioni, devi pagare. E quindi, alla fine ha più visibilità chi paga di più, non necessariamente chi ha qualcosa di migliore da offrire. Questo è sempre più un limite per l'autore "indipendente", in quanto penalizza gli indipendenti a scapito dei grandi marchi (e quindi degli editori "big"). 

Infine, faccio notare che ci sono anche casi di autori che hanno sfondato, ma che sono sempre stati assenti dai social e agli antipodi della concezione di autore promotore e imprenditore di sé stesso. Elena Ferrante non si sa nemmeno chi sia, e non ha mai avuto una pagina social (addirittura, non ha nemmeno bisogno di qualcuno che la gestisca per lei). E non è forse un caso che dimostra come l'editoria "tradizionale" funziona ancora benissimo? Il self-publishing avrebbe mai potuto dar vita a un fenomeno letterario del genere? A mio modesto parere, no. 

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12 ore fa, Wanderer ha scritto:

Pongo una semplice domanda: se un autore guadagna promuovendo e vendendo direttamente i propri cartacei o eBook (quindi esercitando attività d'impresa, commercio di prodotti fisici o elettronici) si può davvero dire che vive di scrittura?

Per me sì. Ho citato solo questa frase per semplicità.

Secondo me i tuoi ragionamenti non fanno altro che incartare e complicare qualcosa che è terribilmente semplice.

Parli della Ferrante, attività collaterali alla scrittura (quale attività non ne ha, di collaterali? Mah...) ma alla fine l'assunto è sempre lo stesso.

Il Self è una valida alternativa all'editoria tradizionale per come l'abbiamo sempre conosciuta. Questo non significa che l'editoria tradizionale sia peggio, significa che il self è un'alternativa. Non so, l'avrò scritto cento volte ma pare che ogni volta ti sfugga il succo e che sfugga a molti qui dentro.

Se tu pensi che non sia così, va bene, rispetto la tua opinione, ma io che ci lavoro da anni, in questo campo, e che ho visto coi miei occhi i risultati ambo le parti, so che è così e continuerò a farlo presente per chi non si voglia fossilizzare su vecchi assunti e quantomeno voglia informarsi bene.

 

Il prestigio di una CE, i suoi mezzi e contatti possono fare la differenza, quando vengono messi in campo con professionalità. Questa è verità! Purtroppo è raro quanto il fenomeno Ferrante anche per le Big.

In Self, se giochi bene le tue carte, puoi campare di scrittura (e collaterali!) in modo più che degno senza per questo diventare ricco e famoso (non so se è questo il vostro obiettivo...). Diventare un fenomeno è altrettanto raro nel Self (quello è raro sempre!) ma, e cinquanta, poi mi fermo qui e vi lascio dibattere, è una sempre più valida alternativa per chi abbia la presenza di spirito di togliersi di dosso tutta la polvere che in Italia si è accumulata nei decenni sul sistema editoriale standard.

 

Non voglio convincere nessuno, spero solo che ci sia l'intelligenza di riflettere e pensare, informarsi, imparare le nuove dinamiche del mondo editoriale indie (nuove per l'Italia, altrove si è avanti) e, perché no, provare. Magari si torna all'idea che no, per sé stessi il Self non è una valida alternativa, ma in generale lo è eccome.

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14 ore fa, TuSìCheVale ha scritto:

come si fa a distinguere un "professionista" da un "photoshopparo"? Perché, effettivamente, non possiamo avere delle competenze in tutto e alcune cose dobbiamo "delegarle" poi a persone competenti. Hai dei consigli? Un occhio esperto cosa deve notare subito?

Come primo consiglio, chiedi di poter vedere un portfolio progetti in formato .pdf 

Questo perché grazie al portfolio in .pdf puoi verificare non solo la qualità e la natura dei progetti di cui si è occupato il professionista, ma anche la sua capacità nel veicolare i contenuti e di metterli in pagina su una pagina statica. Se ti rivolgi a un professionista per realizzare una copertina, che è statica e, per le versioni cartacee va stampata, ti serve vedere non solo che lavori ha fatto, ma anche come li veicola su un formato possibilmente cartaceo (ossia il pdf). Se costui ha un portfolio solo web, verifichi sì che cosa ha fatto, ma non la sua capacità di messa in pagina dei contenuti che servono a lui stesso per sponsorizzarsi. Al massimo verifichi la sua abilità nel costruire un sito web, ma non so quanto ti possa interessare, se non è quello il servizio richiesto. Inoltre, per un portfolio progetti in .pdf devi saper utilizzare un programma di impaginazione professionale, se vuoi un lavoro fatto bene e personalizzato.

Se il professionista contattato, invece, non ha portfolio progetti di alcun tipo, lascia perdere: chiunque abbia fatto una qualsiasi scuola di grafica o il corso universitario di design ne ha almeno uno, quello obbligatorio richiesto dall’istituto scolastico. Di solito viene mantenuto il format di quello realizzato per l’istituto e i contenuti vengono poi modificati con il tempo. Quindi, se il portfolio non esiste né in .pdf, né sul web, vuol dire che è molto probabile che questa persona non sia davvero della professione.

 

Altro punto di scrematura può essere il titolo di studio, che non è mai garanzia di qualità, ma se abbinato a un portfolio progetti valido allora sì, ci siamo.

Per esempio, la Scuola del Design del Politecnico di Milano è la sesta migliore al mondo (nel campo del Design, si intende) e l’accesso ai corsi è a numero chiuso (150 ammissioni per anno per l’indirizzo di Design della Comunicazione, che è quello che interessa nello specifico). L’altro istituto che eroga il corso universitario è lo IED, di cui ho poche informazioni, ma anche lì l’ammissione avviene comunque tramite test d’ingresso, quindi in ogni caso i designer che escono dagli istituti universitari qui in Italia sono relativamente pochi, e un minimo di garanzia la dovrebbero dare. In ogni caso, chiedere il portfolio per testare davvero le competenze.

 

Poi, si può chiedere al professionista la modalità di lavoro che segue. È lui al servizio del libro e lo analizza così da sintetizzarne l’essenza, o ti dice che il suo stile è ben definito e vedrà di adattarlo al libro? La prima è la risposta del professionista, la seconda è quella del creativo che racimola il mestiere. Ti dice “dimmi che cosa vuoi e te lo faccio”? Non ci siamo, non è un atteggiamento professionale. Utilizza Canva o simili? Per carità, il risultato non è malvagio, visto che si tratta di preset, ma davvero vuoi pagare per un preset?

 

Costi e tempistiche. Il professionista costa di più e impiega più tempo, è un dato di fatto. Il fattore tempistiche è da tenere in conto quando si richiede un servizio professionale, poiché sarà ben difficile che, pur veloce e spigliato che sia il professionista, riesca a elaborare un progetto in meno di una settimana. In media, due settimane, se non tre, sono necessarie (fattore che dipende anche dalla lunghezza dello scritto e dal quantitativo di lavori che segue il professionista in contemporanea).

 

Infine si possono considerare anche delle capacità aggiuntive. Esempio: hai bisogno di una copertina e dell’impaginazione del libro e vuoi realizzare la versione cartacea. Chi hai contattato è in grado di consigliarti come e dove stamparlo? Ti consiglia il formato del libro? Ti elenca dei tipi di carta e grammatura, per gli interni e la copertina? La tipologia di plastificazione? La tipologia di rilegatura? Ha esperienza con il cartaceo di Amazon e ti mette in guardia sul fatto che la qualità dei materiali e della stampa è abbastanza pessima? Ti consiglia di vendere sì su Amazon con il print on demand, perché è economico, ma di ordinare altrove le copie per eventuali presentazioni, che altrimenti, a ordinarle da Amazon, ti arriva uno stock con copertine tutte diverse nei colori?

 

Spero di aver chiarito un po’ di punti :) 

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1 ora fa, Niko ha scritto:

Il Self è una valida alternativa all'editoria tradizionale per come l'abbiamo sempre conosciuta. Questo non significa che l'editoria tradizionale sia peggio, significa che il self è un'alternativa.
....

Magari si torna all'idea che no, per sé stessi il Self non è una valida alternativa, ma in generale lo è eccome.


@Niko Se hai letto i miei primi interventi in questo thread, io però avevo scritto anche:
 

Quota

Sicuramente, il self-publishing fatto con competenza è una cosa seria, e non ho niente da obiettare (ma da ammirare) verso chi intraprende una simile strada.

 

Quota

 

 Sono due strade diverse, possibilmente per tipologie di persone diverse. Di fatto, non tutti gli autori hanno il tempo, le competenze tecniche, e soprattutto la personalità giusta per fare opera di autoproduzione e autopromozione.

 


Quindi, non mi pare di aver affatto generalizzato o escluso il fatto che il self possa rappresentare (quando si è capaci di farlo bene) una valida alternativa. Sicuramente, non è la giusta alternativa per tutti, e non è nemmeno la panacea di tutti i mali, così come non penso affatto che l'editoria tradizionale sia l'origine di tutti i mali. Poi personalmente ho alcune perplessità, che ho espresso. Ma del resto, se non avessi queste perplessità, starei facendo io stesso self. A dirla tutta, una volta l'ho anche fatto, con risultati discreti. Poi mi sono stancato. Mi è servito per capire che non è la strada giusta per me. Non sono bravo a promuovere me stesso e, soprattutto, non ho proprio voglia di farlo. Pieno rispetto per chi pensa altrimenti e agisce altrimenti, e che è in grado di fare self meglio di me, ma io preferisco l'editoria vecchio stampo. Sarò all'antica, ma sì, per me il "caso Ferrante" rappresenta il modello ideale del rapporto autore-lettore, anche nel 2020. Quasi impossibile da realizzare, ne sono consapevole, ma per me è quello a cui tendere. Nel frattempo, si può stare con i piedi sulla terra e guadagnare qualcosa facendo altro (che sia tradurre, correggere bozze), e anche sul fronte economico l'editoria tradizionale ha sempre qualcosa da offrire anche a un autore non affermato. Non è facile nemmeno questo, così come non è facile nemmeno il self, così come non è facile trovare un buon editore. Nulla è facile in questo campo. Tutto richiede impegno, dedizione, costanza, perseveranza. 

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Aggiungo anche: è mia opinione che il self sia in ogni caso una validissima alternativa alla EAP, o comunque a una certa piccola editoria che, pur essendo "free", costringe gli autori a fare tutto da soli. Per la stessa ragione per cui non voglio fare self, io non pubblicherò mai più (dopo averlo fatto una volta) con una piccola CE, che costringa a fare opera di autopromozione. Non è quello che mi aspetto dall'editoria, in quanto è una dinamica che ha senso soltanto nel self, in cui almeno ci sono alcuni vantaggi nel fare tutto da soli (a cominciare dal fatto di mantenere i diritti sull'opera). Poi qualcuno dirà che è meglio pubblicare con un piccolo editore che lasciare le opere nel cassetto... Io invece mi sono fatto l'idea che lasciare l'opera nel  cassetto sia comunque più gratificante di una pubblicazione con un piccolo editore che ti abbandona a te stesso, esperienza frustrante e deludente, che non porta da nessuna parte.  

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@Wanderer Quindi tu pensi che un grande editore, i cosiddetti big o medi che sia, non ti richieda di fare pubblicità a te stesso e alle tue opere?

Perdonami, ma è pia illusione, a meno che tu non diventi appunto un fenomeno dei nostri tempi come la Ferrante o che faccia così tanto successo da non avere bisogno di esporti in pubblico.

Ci sono tante esperienze pure qui sul forum che testimoniano che per le più grandi un esordiente nuota in un mare pieno di pesci piccoli come lui e con parecchi più grossi che lo sovrastano. Per un esordiente, a meno che la big di turno non abbia intenzione di spingere all'inverosimile, si fa poco. O nulla.

La maggior parte dell'impegno deve provenire dall'autore comunque, che sia Self (totale), piccola o grande CE. Anzi, ti dirò di più: una piccola realtà editoriale ha più interesse delle maggiori nello spingere un autore e, se la piccola CE in questione è seria e professionale, ti affiancherà in tutte le iniziative che hai, mentre la grande CE potrebbe, detta in parole chiare e semplici, anche sbattersene un po'.

Mi dispiace distruggere le convinzioni di molti, ma è proprio così!

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2 minuti fa, Niko ha scritto:

@Wanderer Quindi tu pensi che un grande editore, i cosiddetti big o medi che sia, non ti richieda di fare pubblicità a te stesso e alle tue opere?


Non ho detto questo... lo può richiedere certamente, ma con un certo limite! Ovvero: il contributo dell'autore è un di più, ma non è la conditio sine qua non l'opera non esisterebbe nemmeno [relativamente alla mia esperienza, di cui ho accennato nei primi interventi, nel mio contratto si dice che l'editore coinvolgerà l'autore nelle iniziative promozionali, e che l'autore si riserverà di decidere se partecipare o meno]. L'editore investe sull'opera, e nel contratto non ci sono clausole "strane" che costringono l'autore a lavorare per l'editore. L'autore contribuisce perché ha un diritto interesse a farlo, a farsi conoscere e/o a vendere più copie, ma questo perché l'opera a prescindere ha buone potenzialità, grazie all'editore e al suo investimento. Peraltro, nelle case editrici di un certo peso, alcuni "contributi" sono persino retribuiti. Quello che non succede è che l'autore faccia il mestiere dell'editore, ovvero lavori per lui piazzando copie in conto vendita, organizzando presentazioni a cui l'editore nemmeno partecipa, e inviando copie a siti e blog. Queste sono cose a cui provvede l'editore, quando è un editore che sa fare il suo mestiere. Poi ci sono anche editori che non hanno nemmeno un addetto stampa... in questo caso, tanto meglio il self!
 

Quota

 

Anzi, ti dirò di più: una piccola realtà editoriale ha più interesse delle maggiori nello spingere un autore e, se la piccola CE in questione è seria e professionale, ti affiancherà in tutte le iniziative che hai, mentre la grande CE potrebbe, detta in parole chiare e semplici, anche sbattersene un po'.

 


Questo è in parte quello che ho sostenuto anche io. Una media CE, che ha meno risorse economiche e non si può permettere di sperperare i soldi che ha investito, spesso segue l'autore meglio della "big". Ma ciò significa, per l'appunto, che fa il mestiere dell'editore: sostiene l'autore, lo fa conoscere, lo promuove, e non lo abbandona alla sua iniziativa individuale. La casa editrice, come dice la stessa parola, ha la funzione di fare sentire un autore "a casa". Poi in quella casa l'autore magari si troverà molto bene, e sarà incentivato a dare il suo contributo, ma questo dipende innanzitutto da chi è il padrone di casa. Non trovi? 

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1 ora fa, Wanderer ha scritto:

è mia opinione che il self sia in ogni caso una validissima alternativa alla EA

 

Questo, @Wanderer, è paragonare una cosa seria a una che non lo è. L'EAP, l'ho scritto e lo ripeto, non è nulla. Per me non rientra nel discorso, non è un'alternativa. Equivale a comprare qualcosa in un negozio; la differenza è che il prodotto, fondamentalmente, è una summa di puro ego.

 

Circa il piccolo editore siamo in linea: non fa per me. Non mi allineo sull'opera nel cassetto e sui contratti truffaldini, perché preferisco pensare ai piccoli editori onesti. Il problema è che a me non danno alcun vantaggio. Capisco che se hai già provato e ti sei reso conto che non fa per te, tu preferisca il cassetto al self-publishing. Comprendo che sei consapevole che avere come modello la Ferrante è "pericoloso" e considero che sei adulto, vaccinato, e hai diritto a una tua opinione.

 

Una persona (che ne sa molto) un giorno mi disse che lasciare un'opera nel cassetto, quando sai scrivere, è un delitto contro l'umanità – ama le metafore forti. Mi disse che chi scrittore ha il dovere di dare al mondo il frutto del proprio pensiero, non importa in quale forma.

Sto ancora cercando di capire se sono d'accordo…

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5 minuti fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

Una persona (che ne sa molto) un giorno mi disse che lasciare un'opera nel cassetto, quando sai scrivere, è un delitto contro l'umanità – ama le metafore forti. Mi disse che chi scrittore ha il dovere di dare al mondo il frutto del proprio pensiero, non importa in quale forma.

Sto ancora cercando di capire se sono d'accordo…


La pensavo esattamente così. In parte la penso ancora oggi così, in parte no. Sicuramente concordiamo sul fatto che è un delitto affidare la propria opera a certi piccoli editori, sedicenti "free" o meno che siano. E sicuramente è un delitto anche fare self-publishing senza averne la competenza. Questo è molto peggio che lasciare l'opera nel cassetto, perché la uccide! 

Invece, posso concordare sul fatto che fare Self nel modo giusto potrebbe essere una valida alternativa al cassetto. In particolare per un certo tipo di autori, e per un certo tipo di opere (sono d'accordo con te che non si può ragionare solo in termini di opera  = romanzo, bisogna avere una prospettiva più ampia). 

Quando parlo di lasciare le opere nel cassetto, in ogni caso, non lo intendo a tempo indeterminato, ma in attesa di tempi migliori, o di trovare il giusto canale. Secondo me, se un'opera vale, prima o poi esce dal cassetto, perché è il suo naturale destino. Ci sono stati grandi scrittori la cui opera è stata "scoperta" e pubblicata dopo anni, o persino decenni. Spesso, per riuscire a pubblicare un'opera precedente, magari meno "commerciale", se ne deve prima pubblicare una successiva, magari più "commerciale". La vita dello scrittore (e più in generale dell'artista) è fatta anche di queste incongruenze. 

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5 ore fa, Wanderer ha scritto:

Aggiungo anche: è mia opinione che il self sia in ogni caso una validissima alternativa alla EAP, o comunque a una certa piccola editoria che, pur essendo "free", costringe gli autori a fare tutto da soli

Sono d'accordo,. Se il self non esistesse, forse non avrei mai iniziato a scrivere, perché l'idea di poter essere pubblicata da una CE era molto nebulosa. Il self era un salvagente di riserva. Il mio secondo romanzo è uscito con una piccola CE, e concordo sul fatto che per molti versi (specie economici) fosse meglio il self, ma io ho questa visione (stupidamente romantica, retrograda, poco pratica, quel che volete) che mi fa sentire orgogliosa e felice se un professionista apprezza il mio lavoro e ci vuole investire (per lo stesso motivo le EAP non le considero). L'editore è un supporto psicologico: sta lì, divide con me responsabilità e guadagni, si occupa delle questioni fiscali e pratiche, lasciando a me il lato creativo. Potrei imparare a fare tutto io (non serve una laurea) ma semplicemente non mi va. Rispetto chi lo sceglie, specie dopo attento ragionamento e con la volontà di farlo bene, ma non è adatto a tutti

 

5 ore fa, Wanderer ha scritto:

'editore investe sull'opera, e nel contratto non ci sono clausole "strane" che costringono l'autore a lavorare per l'editore. L'autore contribuisce perché ha un diritto interesse a farlo, a farsi conoscere e/o a vendere più copie, ma questo perché l'opera a prescindere ha buone potenzialità, grazie all'editore e al suo investimento.

Quando ho pubblicato il primo romanzo sono stata io a chiedere in che modo potevo contribuire, ma le risposte sono state molto tiepide, il senso era "lascia fare a noi, che ne sappiamo di più". Quel di più però era molto poco, quindi ho dovuto muovermi per conto mio, alla cieca e ignorando raccomandazioni del tipo "abbiamo una certa linea di marketing, e dev'essere tutto adeguato". Quella linea si è interrotta quasi subito, quindi alla fine ho fatto quel che mi pareva, un po' a casaccio, con risultati a volte buoni a volte ridicoli. In realtà nessuno (grande o piccolo) ti chiede di fare niente, ma dal momento che da autore tieni ai tuoi romanzi, alla fine ti senti costretto.

 

4 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

Una persona (che ne sa molto) un giorno mi disse che lasciare un'opera nel cassetto, quando sai scrivere, è un delitto contro l'umanità – ama le metafore forti. Mi disse che chi scrittore ha il dovere di dare al mondo il frutto del proprio pensiero, non importa in quale forma.

Sto ancora cercando di capire se sono d'accordo…

Io sono d'accordo senz'altro. Non potremo mai sapere quanti capolavori siano rimasti nel cassetto perché l'autore non aveva abbastanza coraggio, o non ha trovato l'opportunità. Il mondo va avanti lo stesso, ma sono tutte cose preziose perse. Ognuno ha una visione diversa, e, se sai esprimerla, quello è il contributo che hai da dare, è un peccato lasciarlo perdere

4 ore fa, Wanderer ha scritto:

Spesso, per riuscire a pubblicare un'opera precedente, magari meno "commerciale", se ne deve prima pubblicare una successiva, magari più "commerciale". La vita dello scrittore (e più in generale dell'artista) è fatta anche di queste incongruenze. 

È esattamente quel che ho fatto io. Le prime due opere pubblicate erano più "commerciali", ma mi hanno dato modo di trovare un editore per le altre, più difficili da piazzare. Quindi mi ritrovo ad avere contratti con quattro editori diversi e a sentirmi una funambola che cerca di tenere in equilibrio un po' tutto: spontaneità e vendibilità, arte e marketing, popolarità e ideali. Un gran casino, insomma, :lol: questa è la vita di uno scrittore oggi

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Sono d'accordo con voi, che se un'opera merita, bisogna fare di tutto per pubblicarla. Se arrivano diverse proposte, a quel punto, o ci sono diverse opzioni, bisogna scegliere quella che la valorizza di più, in prospettiva. Meglio una CE piccola, ma con un catalogo doc, che una che ti fa lavorare di meno ma che ti rappresenta di meno, nel senso che secondo me la prima cosa dovrebbe essere riuscire a trovare un senso di identità tra noi e chi ci pubblica, qualcosa che ci unisce, da lì parte tutto. Qualcosa che un domani ci fa essere fieri non solo del libro, ma della sua veste, del nome dell'editore, anche se è piccolo. Ci può essere il timore di non vendere molto, ma se penso alla mia vita letteraria pubblica immagino che debba essere presentabile, innanzitutto, e che vada costruita con gente onesta, rigorosa, amante del bello. Comprese le copertine. Io diffido a prescindere delle CE con le copertine brutte, sarò esagerata, ma se non si riesce a distinguere il bello fuori di un libro, mi chiedo come lo si possa capire al suo interno. E comunque se di una scelta si è convinti fino in fondo, totalmente, se non è passiva, diventerà parte di un percorso vero, di crescita. L'importante è che si conoscano bene le alternative, cioè che si sia consapevoli di ogni possibilità, altrimenti non si può veramente scegliere.

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@Silverwillow Sono in linea con una tua visione “retrograda” (:D) dell'editoria, ma comunque non demonizzante e non critica a priori verso il self-publishing, come non lo sono io.
 

Vorrei aggiungere un ulteriore spunto di riflessione sulle differenze editoria-self, e sul fatto che, ovviamente, anche quando viene pubblicato l’autore deve offrire il proprio contributo, e ha in genere tutto l’interesse nel farlo. Il punto è il come, in che forma, e spesso tramite che canali. In alcuni casi, l’autore può avere la possibilità di auto-promuoversi in modo efficace solo ed esclusivamente grazie all’editore, mentre l’autore in self-publishing non ha la stessa possibilità.
 

Poniamo caso che un autore più o meno esordiente riesca a pubblicare con un buon editore. Quell’editore è molto attivo e dinamico, ha un buon ufficio stampa, ha i giusti contatti, e qualche volta, pur non essendo Rizzoli, o Feltrinelli o Adelphi, i suoi libri trovano posto nelle pagine culturali dei maggiori quotidiani nazionali, oltre che in qualche canale televisivo. Poniamo allora caso che quell’editore, grazie ai suoi contatti e alla sua convinta opera di promozione, riesca a ottenere uno spazio su Repubblica o nel Corriere (cartaceo o online che sia) per una breve intervista con l’autore.
 

In questo caso, è ovvio che l’autore contribuisce direttamente a promuovere sé stesso e l’opera, e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia, dietro c’è un coordinatore, un meneur de jeu, l’editore, che mette in campo le sue competenze e i suoi contatti, senza cui l’autore e la sua opera non potrebbero nemmeno accedere a quella vetrina promozionale.
 

Quante probabilità ha un autore self-publishing di ottenere la medesima vetrina senza un marchio editoriale che lo sostenga? A meno che l’autore non sia già affermato e non abbia già i contatti giusti, praticamente zero.

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Certo Wanderer, da questo punto di vista una CE è senzaltro meglio. Ma se non si trova per mille ragioni, e si vuole uscire, avendo tanti buoni contatti, se si sente di poterlo fare, allora gli esiti di un EAP potrebbero anche sorperendere. Dissento che la mia visione dell'editoria sia retrogada, mi baso su una viosne energetica della cosa. L'energia deli rapporti non ha età, è senza tempo oserei dire, ed essere in linea porta maggiori frutti che non esserlo. Essere un team con qualcuno ha più forza che essere distaccato, nel caso si stia lavorando, come per la promozione di un libro, con un editore. L'atto di accettare una proposta non dovrebbe essere passivo.

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2 minuti fa, Sunday Times ha scritto:

allora gli esiti di un EAP potrebbero anche sorperendere. 


Per come la vedo, gli "esiti di un EAP potrebbero sorprendere" soltanto in rarissimi casi. Soltanto se libro venderà un certo numero di copie a prescindere da tutto e da tutti, ad esempio nel caso di un professore, che pubblica un saggio o un libretto di poesia, e giocoforza lo compreranno tutti i suoi alunni (se ha tre classi, sono già almeno 100 copie piazzate). Ma in realtà in questo caso non c'è nessuna autentica "sorpresa", è un esito già prevedibile e previsto (in questi casi, l'editore EAP tratta spesso in modo più dignitoso l'autore, il quale magari arriva anche a guadagnarci). In quasi tutti gli altri casi, invece, le uniche "sorprese" degli EAP soltanto quelle negative... almeno questo è quello che si vede e si legge in giro. 

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Maremma ragazzi quanto scrivete, non riesco a starvi dietro :D

Peccato perché state mettendo un sacco di carne al fuoco, ma purtroppo non ho abbastanza tempo per continuare a intervenire... :( 

 

Per prima cosa ringrazio Niko per le spiegazioni del quoting, il 'cita' in fondo a destra era appunto quello che ho usato finora, ma non consente il multiple quoting; proverò con la seconda opzione allora. 
Per quanto riguarda quello che ha scritto sul romanziere e provetto auto promotore, è davvero un peccato che in questo forum non si possano fare riferimenti a libri, perché sarebbe stato un interessante case-study. Una sola domanda: aveva un seguito sui social prima di uscire con i romanzi o se l'è creato dopo?

 

Rispondo poi a Cheguevara, che ringrazio per i suggerimenti sul tagging, ma è appunto quello che ho fatto, come si vede dal mio messaggio precedente. Solo che - non so perché - non mi sono comparse le scritte in blu. Forse perché uso un browser un po' particolare che non ha nessuno dei tre più gettonati. 
Quanto al merito della Sua risposta ("Se la piccola CE non può permettersi un apparato ad hoc, [...]  dovrebbe permetterselo uno scrittore esordiente?), continua a non capirla. Non si chiede alle esordiente di pagarsi un ufficio stampa, si chiede semplicemente di sbattersi un po' per aiutare a vendere. Se poi non lo vuoi fare, ripeto, nessuno lo obbliga, ma poi non mugugni se le vendite languono. Magari anche coi suoi sforzi languirebbero lo stesso, ma almeno saprà di non aver lasciato nulla di intentato. 

 

Vengo a te, Andrea: guarda che non sto cercando di convincerti a non pubblicare in self :D, sto solo dicendo che anche se fai tutti i compiti, a volte non è abbastanza e, ovviamente, mi e ti auguro che NON sia il tuo caso. 
Il mio discorso sul conoscere la filiera era in riferimento alla risposta che hai dato a Riccardo. Tu continui ad assolutizzare la tua esperienza, desumendo che se è andata così vuol dire che la storia va sempre così e quello che sto cercando di dirti e che non è vero. A maggior ragione quando hai fatto l'esperienza quattro volte, ma solo con lo stesso editore. Mi va benissimo se dici " non mi interessa, non voglio esperire oltre". Nessuno ti contesta questo diritto. Quello che ti contestavo è appunto la risposta che hai dato a Riccardo, perché anche se insisti nel dire che parli per te, la reazione sembrava assolutizzare la tua esperienza e quindi l'ho semplicemente rimarcato. Tutto qui. Dopodiché può anche essere impressione falsata dal dialogo via Internet ,come spessissimo succede, ma quella è l'impressione che mi ha dato e quindi te l'ho comunicato. E non perché voglio fare la pignola, ma perché, in generale, c'è un acrimonia di fondo verso gli editori che non è sempre giustificata e quindi metterci dei paletti ogni tanto a me sembra doveroso. Esistono delle realtà editoriali che non prevaricano. Sono poche ma ci sono. Quello che gli esordienti devono capire è che il piccolo editore non è il piantatore di cotone georgiano che sfrutta lo schiavo. Di norma è solo un tizio che, come l'autore, ha passione per la scrittura e cerca di farne un mestiere. E come l'autore, e secondo solo a questo, è quello che sul libro si sbatte di più e che guadagna meno. Ripeto, sto parlando di piccola editoria, lasciamo stare i colossi, gli autori vip e i contratti capestro. Poi anche nella piccola editoria ci sono le mele marce come ovunque, ma dare un messaggio univoco di questo tipo, secondo me, non solo è un errore che fa torto ai piccoli onesti, ma dà anche una falsa descrizione della realtà. Sarebbe come dire che tutti gli autori hanno la mania di protagonismo e vogliono gigantografie e  cartonati in libreria, oltre a torri di volumi. Autore ed editore non devono essere due entità che si contrappongono, altrimenti non vanno da nessuna parte, né loro, né il libro. 
 

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Ciao @Sunday Times, spiacente ma non sono d'accordo sulla possibile utilità dell'EAP, sia in linea di principio, perché contribuire ad ingrassare chi fonda il proprio business sulla spremitura degli autori è male, sia per gli effetti pratici, perché un minuto dopo avere incassato, raggiungendo così il proprio obiettivo, l'editore a pagamento si dedica non all'autore già spremuto, ma agli altri ancora da spremere.

Buonasera @Avv.Lenti. Forse, anzi, sicuramente non riesco a spiegarmi: non ho detto che l'autore non debba impegnarsi nella promozione, ho detto che è l'editore che deve assumere le iniziative ad hoc. E, parlando di piccola editoria, non ho mugugnato sulla scarsità dei risultati, che do soltanto per scontata in assenza di grandi campagne promozionali che piccoli editori, ancorché seri ed onesti, ed autori esordienti, ancorché impegnati a collaborare, non sono in grado di porre in atto. La differenza tra vendere trenta copie e venderne cento, o anche duecento, è per l'autore irrisoria sotto il profilo economico e forse anche riguardo al grado di soddisfazione personale. Siccome gli esordienti che non pubblicano in self sono costretti, nella quasi totalità, a ricorrere alle piccole CE, a mio fallibile avviso l'aspetto più importante da considerare è il grado di serietà, onestà ed impegno del piccolo editore. Il successo, sempre che l'autore sia uno dei pochi che lo meritano (tra i quali, a scanso equivoci, non mi pongo), arriverà col tempo, a patto di poter vantare, oltre all'indispensabile talento, costanza e testa dura.

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Oltre a questo le pubblicazioni EAP non vengono considerate nei curricula editoriali. Quindi veramente si tratta di qualcosa che se lo fai, è perchè ti va di farlo. In effetti i casi sorprendenti sono casi particolari, nemmeno italiani, che hanno già un loro pubblico che consente l'indipendenza. Quando dico che le scelte dovrebbero essere fatte in prospettiva, se scegli un EAP, avrai una graticazione immediata, ma non la potrai usare. Se riesci a trovare un editore con cui stabilire un dialogo da qualche parte vai, anche solo in termine di contatti.

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Che, io sono perfettamente d'accordo con te. Per EAP intendevo autopubblicazioni, mi sono espressa male, cioè pagare la propria autoedizione, che è cosa ben diversa che come dici giustamente tu, ingrassare degli imbonitori. É proprio così, dato che vendere 100 copie o 200 fa poca differenza, meglio che quelle che vendi tu le venda bene, godendoti quello che fai, di concerto con l'editore. Se così facendo ti costruisci una buona storia editoriale, potrai trovare dopo una casa editrice più grande, e altri numeri, è esattamente quello che intendo quando parlo di credibilità e di fare scelte in prospettiva.

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Il 30/9/2020 alle 13:18, Andrea D'Angelo ha scritto:

 

fuori dall'Italia le cose funzionano già così da anni e lo sanno anche i sassi. Gli articoli devono presentare prospettive nuove, non cose trite e ritrite – per questo stesso motivo scrissi a Marina Lenti che non è affatto vero che tutto il mondo è Paese: le CE del mercato anglosassone si son già dovute rimboccare le maniche per concorrere con tanti autori indipendenti agguerriti e ferrati in materia. E bravi.

E perché ce ne sono così tanti? Perché funziona.

Riporto la tua attenzione sul mio ultimo punto: "sei pronto al domani", dice.

Esattamente.

 

Andrea, io tutti sti fenomeni self che fanno tremare i polsi a Penguin, Harpercollins o Bloomsbury francamente non li conosco. I grandi player competono fra loro e attualmente il loro problema sono le restrizioni Covid, come ovunque nel mondo.

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14 minuti fa, Avv.Lenti ha scritto:

 

Andrea, io tutti sti fenomeni self che fanno tremare i polsi a Penguin, Harpercollins o Bloomsbury francamente non li conosco. 


In Italia direi proprio di no. Quando si fanno confronti con i paesi anglosassoni, sostenendo che in Italia siamo "arretrati", bisogna anche tenere conto che si ragiona comunque su ordini di grandezze diverse, ed è tutto proporzionato. Editori come Penguin Random House o HarperCollins sono colossi mondiali al cui confronto le nostre "big" diventano medio-piccoli editori. Ed è inevitabile che anche gli autori in Self in USA o UK possano giungere a numeri molto più grandi dei nostrani, se non altro perché sono linguisticamente avvantaggiati nell'avere un bacino di utenza di centinaia di milioni di potenziali lettori in giro per il mondo. 

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1 ora fa, Avv.Lenti ha scritto:

Una sola domanda: aveva un seguito sui social prima di uscire con i romanzi o se l'è creato dopo?

 

@Niko aveva risposto a me in un post precedente: ce l'aveva prima. Un seguito di migliaia di potenziali lettori/clienti, senza i quali, sospetto, non avrebbe venduto un quarto delle copie che ha venduto. Ed è proprio qui che casca l'asino per la stragrande maggioranza dei self publisher. In pratica, se non hai già un mestiere diverso da quello dello scrittore, che ti consenta di coltivare un seguito sterminato di follower, vivere di self rimane una chimera bella e buona.

 

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