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Niko

I punti oscuri dell'Editoria: quali secondo voi quelli più in ombra?

I punti oscuri dell'Editoria: quali secondo voi quelli più in ombra?  

59 voti

  1. 1. Scegli uno o più punti che ti piacerebbe approfondire

    • Il panorama dell'Editoria italiana (Case Editrici e organizzazione interna)
    • Gli Agenti letterari e le Agenzie di rappresentanza
    • Le Agenzie di servizi editoriali
    • Self publishing e varie opzioni (KDP, piattaforme POD e POS)
    • L'Editoria a pagamento e le sue mille sfumature
    • Tutela del proprio libro
    • Come capire se quello che si è scritto vale (come forma, contenuti, mercato)
    • Quale approccio avere nella ricerca di un Editore
    • Il Contratto editoriale
    • Quanto si guadagna (o si può guadagnare) scrivendo
    • I concorsi letterari
    • Promozione del proprio libro
    • Questioni legate alla dichiarazione dei redditi per proventi dalla scrittura (730, CU e CUD, tassazione, eccetera)
    • L'autore può fare tutto da solo? Come?
    • Cosa fare nel caso nessuno risponda (CE, agenti, santi in paradiso)
    • Differenze tra mercato italiano ed estero


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12 ore fa, Ngannafoddi ha scritto:

C'è un limite sotto il quale non si deve fare nessuna dichiarazione? Naturalmente mi riferisco a un autore che non ha un secondo lavoro e fa solo l'autore.

 

8 ore fa, Wanderer ha scritto:

Che io sappia no... l'unico limite è la decenza!

 

Certo che esiste un limite. Per il 2020 (e da qualche anno) è pari a 4.800 euro annui per i redditi assimilati a quelli da lavoro dipendente, o lavoro autonomo occasionale. Se si supera tale soglia, i diritti d'autore rientrano tra i redditi diversi, da riportare nel quadro D3 codice 1 del modello 730.

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@Nico volentieri, se mi insegnate come fare a fare molti più quote in uno stesso messaggio: il sistema che usate è diverso da tutti i forum che ho frequentato da quando esistono i forum :P;) Nell'attesa taggherò. 
Relativamente agli esempi che ha fatto, la manualistica e una parte di saggistica sono comunque un mercato molto diverso e molto più facile rispetto a quello dei romanzi e mi sembra che qui sul Writer's la maggior parte degli scrittori scriva narrativa, che è la più difficile da vendere 


@cheguevara: io non ho mai parlato di autore che deve Investire soldi, non ho mai caldeggiato l'EAP, al cotnrario! Quindi non mi metta in bocca parole che non ho mai pronunciato. Ho detto che deve investire tempo e fatica, una cosa molto diversa!
E l'ho già detto, l'impresa della CE consta nel pubblicare a spese proprie l'opera, non necessariamente fare promozione a tappeto, specialmente se è così piccola da non potersi permettere un apparato ad hoc. L'alternativa che avete e aspettare che la grossa CE si interessi del vostro manoscritto, non vedo altra scelta (a meno del self pup, che però va saputo fare e non è comunque una garanzia) 


@AndreaD'Angelo: sicuramente il self pub ben fatto aumenta le probabilità di vendere meglio, ma non è comunque garanzia di riuscita al 100% e sono pochi quelli che, anche avendo fatto i compiti, riescono emergere. Ti auguro naturalmente di essere fra questi, ma il problema è che nessuno può predire se e quanto un libro venderà, né con il normale circuito CE, né col self pub. L'unica cosa certa è che con l'EAP non si va da nessuna parte e credo che su questo siamo tutti d'accordo.ù

Comunque non ho mai detto che "la tua operazione commerciale assieme all'editore è fallita perché non ti sei promosso abbastanza". A volte sia autore che editore si fanno un mazzo tanto e pure il libro resta al palo. Ripeto: misteri librari.

Inoltre, tu ragioni esclusivamente in base alla tua esperienza, per di più negativa, ma le differenze fra grossa e piccola CE sono abissali: per esempio, nessun piccolo ti fa attendere 18 mesi per pubblicare. O per esempio quando scrivi "l'editore fa la differenza nel momento in cui ti mette sul mercato e cominci a vendere perché il romanzo piace, non perché abbia fatto promozione. Salvo rarissimi casi, comincia a investire sul serio su di te soltanto dopo. Se vendi perché piaci, allora si vede la differenza (con una CE medio/grande): puntano su di te, perché vedono che vendi", stai di nuovo parlando di grosse CE, che per la maggior parte hanno smesso di fare scouting (cosa che invece fanno tuttora i piccoli)
Un'altra cosa Andrea: io so benissimo la tua esperienza, ma guarda che un autore non si rende conto di tutte le dinamiche del resto della filiera, indipendentemente dal numero di libri che ha pubblicato. Per fare questo dovrebbe parlare con editori (e non solo il proprio), agenti, distributori, librai, i valutatori, i traduttori, illustratori, i grafici, gli editor, i direttori di collana per rendersi conto dei problemi che ciascuno di loro incontra nel proprio segmento  che poi compone la filiera. E ti assicuro che, anche quando pensi di essere arrivato a conoscerla, questa filiera, ogni tre per due scopri un risvolto nuovo che ti sorprende. Io imparo cose nuove di continuo, perché ti arriva sempre sulla scrivania il caso mai incontrato, oppure ti viene riferita l'esperienza mai sentita prima.

Dopodiché - parere personale formatosi nell'arco di 16 anni, sia vedendo dal di dentro che vedendo le esperienze di tutte le mie conoscenze - resto dell'idea (e nulla finora mi ha convinta del contrario) che è sempre meglio appoggiarsi a un editore, purché onesto. Meglio un editore del self pub, perché due forze unite sono meglio di una (come ha giustamente ha rilevato anche @RiccardoZanello, quando ha scritto "A questo punto, però, il nuovo autore della CE arriverà con un suo bagaglio di conoscenze e contatti dovuti alla sua vita e al suo lavoro che se affiancati alla struttura organizzativa della CE daranno sicuramente un valore aggiunto notevole"). E meglio un medio o un piccolo scelto con cura che un qualsiasi grosso, perché per i primi due non sei un numero per il secondo lo sei su quasi sempre.  Naturalmente siete liberi di dissentire e del resto ognuno deve fare esperienza diretta, l'esperienza altrui no insegna mai a nessuno.


 

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Ecco, a quanto pare qui dentro non solo non so fare quote multipli, ma non so neanche taggare. Annamobbene... :bandiera::bash::sherlock:

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1 ora fa, L'antipatico ha scritto:

Certo che esiste un limite. Per il 2020 (e da qualche anno) è pari a 4.800 euro annui per i redditi assimilati a quelli da lavoro dipendente, o lavoro autonomo occasionale. Se si supera tale soglia, i diritti d'autore rientrano tra i redditi diversi, da riportare nel quadro D3 codice 1 del modello 730.


Ma questa soglia vale soltanto per i redditi derivanti da cessione di opere d'ingegno, oppure è cumulativa di altre potenziali fonti di reddito (ad esempio, vendite occasionali)? 
Ad ogni modo, mi sapresti indicare una pagina web che spiega in modo dettagliato la questione? Grazie

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10 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

Relativamente agli esempi che ha fatto, la manualistica e una parte di saggistica sono comunque un mercato molto diverso e molto più facile rispetto a quello dei romanzi e mi sembra che qui sul Writer's la maggior parte degli scrittori scriva narrativa, che è la più difficile da vendere 

Vero, ho fatto due esempi che non riguardano la narrativa. Ne ho altri, però; per esempio quello di un utente presente peraltro anche qui sul forum, che se la sta cavando benissimo col self con una serie di romanzi fantasy, molto particolari e originali, su cui investe molto tempo in pubblicità, e non parlo solo di pubblicità "ecco il libro, compratevelo". La fa per bene, con aneddoti, curiosità, approfondimenti e contenuti di qualità sia estetica che contenutistica. Ci sono delle regole anche riguardo il marketing e come sia bene farlo.

In soldoni: vende una meraviglia; la sua serie è buona (non la saga del millennio, benintenso, ma interessante e ben scritta) e la sua pubblicità è fenomenale.

 

10 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

@Nico volentieri, se mi insegnate come fare a fare molti più quote in uno stesso messaggio: il sistema che usate è diverso da tutti i forum che ho frequentato da quando esistono i forum :P;)

È molto semplice: basta cliccare sulla scritta "Cita" presente in basso a sinistra ad ogni messaggio. In questo caso lo riporterà tutto.

Oppure, in alternativa (preferita), selezionare il testo altrui che si vuol citare; in automatico apparirà un tasto a schermo con scritto "quota questo". Cliccandolo apparirà automaticamente la parte quotata nel messaggio che sta inserendo.

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10 ore fa, Wanderer ha scritto:

Ma questa soglia vale soltanto per i redditi derivanti da cessione di opere d'ingegno, oppure è cumulativa di altre potenziali fonti di reddito (ad esempio, vendite occasionali)? 
Ad ogni modo, mi sapresti indicare una pagina web che spiega in modo dettagliato la questione? Grazie

 

Le vendite occasionali sicuramente rientrano in quella soglia, ma ci sono soglie diverse per altre fonti di reddito.

Qui è spiegato in dettaglio:

https://www.theitaliantimes.it/economia/dichiarazione-redditi-quando-non-e-obbligatoria-casi-esonero_210720/#:~:text=I tipi di reddito%2C il,o uguale a 500 euro.

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13 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

@cheguevara: io non ho mai parlato di autore che deve Investire soldi, non ho mai caldeggiato l'EAP, al cotnrario! Quindi non mi metta in bocca parole che non ho mai pronunciato. Ho detto che deve investire tempo e fatica, una cosa molto diversa!
E l'ho già detto, l'impresa della CE consta nel pubblicare a spese proprie l'opera, non necessariamente fare promozione a tappeto, specialmente se è così piccola da non potersi permettere un apparato ad hoc. L'alternativa che avete e aspettare che la grossa CE si interessi del vostro manoscritto, non vedo altra scelta (a meno del self pup, che però va saputo fare e non è comunque una garanzia) 

 

Neanche io ho mai parlato di EAP, che è un'altra cosa che non merita, per quanto mi riguarda, neanche lo sforzo mentale di cercare le parole adatte a un post. Se la piccola CE non può permettersi un apparato ad hoc, presumo, per la carenza di mezzi finanziari (quella di struttura organizzativa ne è necessaria conseguenza), dovrebbe permetterselo uno scrittore esordiente? Forse il successo nell'attività di scrittore è un affare di censo? Pare proprio di sì.

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14 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

Ecco, a quanto pare qui dentro non solo non so fare quote multipli, ma non so neanche taggare. Annamobbene... :bandiera::bash::sherlock:

Per taggare basta digitare la chiocciola seguita dalle prime lettere del nickname: in basso a sinistra comparirà, in azzurro, il nick completo sul quale cliccare.

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Il punto più oscuro di tutto è l'editoria a pagamento, visto che la quasi totalità delle persone normali che pubblica, paga. Poi c'è la piccola editoria, che comunque è sconosciuta ai più. Il wd è un'isola felice, fuori quando ne parli con qualcuno c'è da mettersi le mani nei capelli.

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22 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

 

22 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

Inoltre, tu ragioni esclusivamente in base alla tua esperienza

 

Sottolineando che parlo per me: non è un dettaglio.

 

22 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

Un'altra cosa Andrea: io so benissimo la tua esperienza, ma guarda che un autore non si rende conto di tutte le dinamiche del resto della filiera, indipendentemente dal numero di libri che ha pubblicato.

 

E quindi? Siccome non sa tutto, deve regalare il suo tempo e il frutto della propria sudata creatività alla conoscenza nei minimi dettagli delle dinamiche altrui? Non capisco cosa c'entri.

Non conta il perché, conta cosa quelle misteriose dinamiche producono. In base alla mia personale esperienza, decido che di saperne più di quanto ne sappia già m'interessa assai poco, perché so qual è il risultato medio che otterrei infilandomici di nuovo (ricorda che ho esperienza di editoria a gestione familiare, com'era la prima Nord, e di quella grande, quando venne acquisita: mi son fatto un bel giretto e ho sperimentato entrambe le realtà – sì, sono stato fortunato!).

Semplicemente, per me il gioco non vale la candela.

 

Sento non mi si renda giustizia: ho scritto e ripetuto che parlo per me e che, se qualcuno ritiene di averne la voglia, mi pare sacrosanto e anche costruttivo abbia un'esperienza con una CE seria, perché a me l'esperienza ha dato molto, oltreché togliere.

 

Sì?

 

Allora, lo dico ancora una volta, poi la smetto, ché sto passando da repetita juvant alla nenia più stracciapa…

La mia è un'opinione. Valgo uno. Non sono qui a predicare il Verbo.

Vediamo se così si capisce meglio il mio pensiero: considero il self-publishing una via degna – mai detto sia la migliore per il mondo della scrittura: lo è per me, oggi, e non lo era nel 2000, quando spedii i miei manoscritti all'Editrice Nord – perché non esisteva, in pratica.

 

Capiscimi. Non mi si può chiedere di dire cose in cui non credo, né si tenti di convincermi che la mia interpretazione dei fatti accadutimi sia errata, perché non lo è.

Cristina Prasso, quella santa donna che m'ha insegnato un sacco, mi diceva quanto fossi lucido. Lei lo sa che io ho sempre capito assai bene le dinamiche. E tanto mi basta.

Poi, ho capito anche le dinamiche successive, guarda caso.

In base a quello che ho capito – non in base a quello che credo – leggo mezze verità e qualche bugia. Allora intervengo, ben sapendo che la mia non sarà una verità assoluta. Diciamo che sottolineo che lì, in quel concetto o in quella risposta, c'è una qualche stortura. Nessun delitto, nessuno è un criminale qui.

 

Tutto questo, però, qui sul forum, mi pare stucchevole e non interessa a nessuno!

Lo dico col cuore in mano: non ho voglia di parlare di me per parlare di me. Non ho alcuna importanza. M'interessa parlare di scrittura e mi interessa – come potrebbe interessare a Niko, ad esempio, che lo fa seriamente – che si parli seriamente di self-publishing, perché in Italia siamo ancora alla caccia alle streghe, mi pare. (Non parlo di te, Marina.)

 

Per ora, semplicemente, intervengo.

Qui c'è gente che ne parla da anni, con migliaia di messaggi: non mi metto a fare il guru quando sono appena apparso.

Chiarito questo, so di cosa parlo. Ho avuto anni per leggere e studiare la questione. È tanto tempo.

Per leggere e studiare cosa? Continuiamo…

 

22 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

Meglio un editore del self pub

 

Il problema, a mio avviso, è l'ignoranza sul come si fa self-publishing. Ti posso assicurare che se lo si fa bene molti dei piccoli editori in gioco non valgono nemmeno mezza candela. E, ancora una volta – che barba! – prima che ci sia una levata di scudi e cada una pioggia di frecce infuocate, lasciami premettere: non significa che le CE non sappiano fare il proprio lavoro o che siano guidate da farabutti. Ci sono tanti piccoli editori onesti che fanno molto bene il loro mestiere. Eppure reggono il confronto soltanto se si parla di self-publishing in modo superficiale, pregno di preconcetti, lacune e con una visione ristretta.

 

Se si pensa al self-publishing come a qualcosa che nasce quando il testo è pronto, come un'intenzione, allora non si è capito cos'è.

La pubblicazione del testo (romanzo, ma non solo) e la sua successiva promozione sono due passi di una sequenza logica che parte molto prima.

 

Ora ti dirò perché apprezzo il self-publishing. Perché quando fatto bene mi dà la garanzia che dietro ci sia qualcuno che sa cosa significa lavorare sodo, che ama la scrittura a tal punto da sorbirsi tutte le tappe che sono necessarie perché quel suo libro, quando uscirà, cominci a vendere e abbia un futuro – non certo, ma almeno non nasca morto.

Per ottenere un simile effetto l'autore deve dare, prima di qualsiasi altra cosa.

Ovvero, guarda caso, proprio quello che gli editori chiedono agli autori oggigiorno.

 

Se si pensa che self-publishing sia scrivere quello che piace, per quanto bene e magari anche con l'apporto di un editor e perfino impegnandosi nel fare promozione successivamente, a mio avviso ci sono grandi probabilità che si perda la scommessa, come dici tu. Ed è questo che la stragrande maggioranza degli scrittori indipendenti fa in Italia.

Il self-publishing fatto bene è una specie di filosofia applicata alla vita dello scrittore. Lo coinvolge continuamente, lo avvolge. Non basta scrivere, pubblicare, pubblicizzare. Si tratta di essere scrittori. Imprenditori di sé stessi, qualcuno dice. Esatto. Quello che gli anglosassoni chiamano entrepreneurs.

 

In un mondo fatto di prime donne, individualista, gli scrittori che partono dal dare a me piacciono. Sono fatto così.

E quando ce la fanno, è perché hanno dato, sicché è un piacere mandargli un abbraccio virtuale e dirgli, con un sorriso sincero da questa parte dello schermo: "Te lo sei meritato!"

 

In Italia c'è molta ignoranza su cosa significa essere scrittori indipendenti (indie), cosa che include il self-publishing come uno degli aspetti da trattare.

È per questo che il self-publishing spesso è l'alternativa peggiore, se comparata all'editoria tradizionale.

 

In questa vita si deve dare per ricevere. E non è un discorso religioso. È esattamente come funzionano le cose. Ovvero, se preferisci, come si devono fare affinché funzionino.

E non ce n'è per nessuno: l'intenzione non basta. La scrittura da sola non basta. Bisogna dare ed esserne convinti. Dare per dare, senza pensare che quella sia la via per poi ricevere, perché le persone non sono sceme.

 

Poi, se vogliamo parlare della filiera dell'editoria tradizionale, parliamone: ma a me, francamente e senza per questo voler risultare sgarbato (e ti ringrazio per il tuo dialogo con me, Marina, sei sempre stata persona gentile), non interessa. Ho troppo da fare per parlare di qualcosa che scricchiola ed è, salvo rari casi fortunati, come sappiamo, la garanzia di non riuscire mai a trasformare il lato artistico che c'è in noi in una professione e, di conseguenza, nella propria vita quotidiana.

 

A me interessa quello e, per mia esperienza e secondo la mia esclusiva prospettiva, l'editoria tradizionale italiana non me la darà mai.

 

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@Andrea D'Angelo
 

Premessa: non ci conosciamo, non conosco bene la tua esperienza, e di certo hai più esperienza di me.
 

Sicuramente, il self-publishing fatto con competenza è una cosa seria, e non ho niente da obiettare (ma da ammirare) verso chi intraprende una simile strada.

Sommessamente, per quanto mi riguarda, ti voglio fare alcune domande, che rappresentano le mie perplessità maggiori.
 

Per fare self in modo serio, un autore non deve forse aprire una partita IVA? E non è tanto la burocrazia il problema, ma un altro: se l’autore svolge attività d’impresa, ovvero se diventa il venditore delle proprie stesse opere, può davvero dedicarsi anima e corpo alla scrittura? In fondo, il contratto di edizione ha proprio lo scopo di delegare a un secondo soggetto gli aspetti tecnico-commerciali, in modo che l’autore possa fare il proprio mestiere nel migliore dei modi, e con la maggior quantità di tempo a sua disposizione. Se l’autore deve svolgere anche il mestiere dell’editore (oltre che del promotore, e in certi casi persino del distributore!), siamo sicuri che riesca a fare tutti quei mestieri al meglio?

Ovvero, forse la domanda è un’altra: quanti sono gli autori che sono davvero in grado di provvedere ad ogni aspetto? Credo, una ridottissima percentuale. Altri, si fanno aiutare anche per fare Self, ricorrendo a editor, correttori di bozze, grafici, e promotori. Ma se un autore si fa aiutare da terzi soggetti per fare self-publishing, allora che "self" è? Qual è la vera differenza con l’editoria? E anche quando un autore fa tutto da solo, ma vende su Amazon, non c'è anche in questo caso un terzo soggetto? Si può davvero considerare "Self puro" appoggiarsi su piattaforme che provvedono a fare promozione dell'opera, quindi svolgendo - seppur in modo automatizzato - in parte il mestiere dell'editore, come fa Amazon? 

A rigore, il vero self-publishing (quello davvero "indie", corrispondente a certe autoproduzioni musicali) significa editarsi e impaginarsi il libro da solo, stamparlo in tipografia, e poi venderlo tramite i propri canali. Significa curare i rapporti con i lettori e andare alla posta per spedire i libri. Oppure, se è un ebook, venderlo tramite il proprio blog, con un pagamento diretto, e senza intermediari come Amazon, Lulu, o altri. Ma quanti autori "self" fanno tutto ciò? Credo una ridottissima percentuale, gli altri ricorrono al print-on demand oppure si appoggiano su piattaforme che, per metà, mettono in campo competenze da editori e possono contare su reti di stampa, promozione e distribuzione consolidate. Del resto, se un autore non si appoggia su Amazon (o su altre piattaforme) come può mai sperare di competere con le reti commerciali dei grandi editori? A meno che non sia un autore già famosissimo, oppure un filosofo con un pensiero rivoluzionario, oppure abbia un collettivo alle spalle (tipo Wu ming), non credo che abbia speranza di affermarsi. 

Infine, faccio notare che ormai sono sempre più frequenti le forme di "ibridazione" tra editoria e self-publishing, che spesso è difficile distinguerli (nella sezione free, ad esempio, si è discusso di un piccolo editore che sembra in una terra di mezzo tra editoria e self-publishing). A volte, ci si illude di stare facendo self, ma in fondo ci si sta appoggiando su reti editoriali che di "alternativo" hanno molto poco. Oppure viceversa: si crede di stare pubblicando con un editore, e invece è poco più di un intermediario per autopubblicarsi (senza ammetterlo).  

Insomma, quando si può dire che il self è davvero "Self"? E quanti sono gli autori in grado di fare gli editori di sé stessi, aprendo una partita IVA, senza delegare ad altri soggetti la produzione, la promozione, la distribuzione e la vendita dell'opera?

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8 ore fa, Wanderer ha scritto:

quanti sono gli autori che sono davvero in grado di provvedere ad ogni aspetto? Credo, una ridottissima percentuale. Altri, si fanno aiutare anche per fare Self, ricorrendo a editor, correttori di bozze, grafici, e promotori. Ma se un autore si fa aiutare da terzi soggetti per fare self-publishing, allora che "self" è?

Credo che tu ti stia confondendo. L’autoedizione (come chiamata in italiano) prevede semplicemente che tutte le spese per realizzare l’edizione del libro siano sostenute dall’autore, che diventa imprenditore di se stesso e della propria opera. E se l’autore in questione vuole davvero essere competitivo sul mercato, allora deve affidarsi a dei professionisti del settore.

L’autore, perciò, diventa editore di se stesso, e quando mai un editore svolge tutto il lavoro di progetto di un libro da solo? Un editore che voglia produrre un prodotto vendibile e competitivo si avvale di una equipe, che nel caso dell’editoria tradizionale è per lo più formata da dipendenti o collaboratori fissi: editor, progettista (o progettisti, dipende) grafico, ufficio stampa. Nel self-publishing la cosa è uguale. Fare davvero tutto da soli è pressoché impossibile, a meno di non voler presentare al pubblico un prodotto con lacune o proprio scadente: editing (al proprio libro? Pressoché impossibile farlo bene, semplicemente perché lo si è scritto e un occhio esterno occorre sempre; al massimo si può riuscire a fare una correzione di bozze, ma anche qui non è detto); progettazione grafica (di solito se ne occupa il graphic designer, oggigiorno, ossia quella figura che per essere così chiamata deve avere almeno la laurea triennale in materia, e aggiungo che anche qui è meglio affidarsi a un esterno, perché l’analisi del testo volta alla sintesi grafica è preferibile che la faccia qualcun altro: da sé non si è obiettivi a sufficienza, pur mettendosi nelle condizioni di essere il più obiettivi possibile); ufficio stampa (anche questa è una professione, quante lauree o quanti corsi professionalizzanti dovrebbe avere a suo carico l’autore?).

 

In sostanza, il vero self-publishing, quello fatto con tutti i crismi, quello che porta sul mercato un prodotto di qualità almeno pari a quello delle case editrici che lavorano bene, è quello descritto da @Andrea D'Angelo. Non esiste che una persona possa fare tutto da sé. Può farlo, ma da qualche parte è ovvio che andrà a toppare. Perché l’obiettivo è quello di raggiungere il pubblico, vendere, farsi leggere e creare una sorta di fidelizzazione del pubblico. Questo lo si ottiene solo investendo soldi, tempo e fatica, e immettendo sul mercato un prodotto professionale. E perché un prodotto sia professionale, allora servono i dovuti professionisti (qualificati) per ogni fase.

Poi, che un autore non voglia investire soldi, tempo e fatica per il self-publishing è un altro discorso. Nessuno obbliga nessuno a fare self fatto bene, così come nessuno obbliga a fare self. È una questione di scelte, ma è importante essere consapevoli di quali scelte si fanno.

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8 ore fa, Wanderer ha scritto:

Ma se un autore si fa aiutare da terzi soggetti per fare self-publishing, allora che "self" è? Qual è la vera differenza con l’editoria?

 

8 ore fa, Wanderer ha scritto:

Infine, faccio notare che ormai sono sempre più frequenti le forme di "ibridazione" tra editoria e self-publishing, che spesso è difficile distinguerli (nella sezione free, ad esempio, si è discusso di un piccolo editore che sembra in una terra di mezzo tra editoria e self-publishing). A volte, ci si illude di stare facendo self, ma in fondo ci si sta appoggiando su reti editoriali che di "alternativo" hanno molto poco. Oppure viceversa: si crede di stare pubblicando con un editore, e invece è poco più di un intermediario per autopubblicarsi (senza ammetterlo).  

 

Ti ringrazio per aver dato maggior vita a un tema sempre spesso solo sfiorato, ma poco analizzato. Per il momento, vista anche la vastità degli argomenti affrontati, desidererei partire proprio da questi due punti da me citati.

Che un autore (come del resto un editore) non possa fare tutto da solo è un punto fermo e indiscutibile (anche i grandi scrittori alla fine di un libro nei "ringraziamenti" includono delle parole di gratitudine per il supporto fornito da alcuni professionisti del settore). 

La differenza tra editoria e self-publishing, per quanto riguarda le piccole realtà, si tende sempre di più ad annullare. Io ho visto delle CE che utilizzano lo stesso sistema del Print On Demand, delle cover acquistate dai siti in uso da autori indipendenti, degli ebook venduti su piattaforme tipo Streetlib e ecc.

Per questo, un autore può decidere di avere una propria "squadra" e spostandoci in un altro campo potremmo dire un "gruppo musicale", un "sodalizio artistico".

Il problema sta proprio in quanto dice il buon @Andrea D'Angelo:

 

10 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

In un mondo fatto di prime donne, individualista, gli scrittori che partono dal dare a me piacciono. Sono fatto così.

E quando ce la fanno, è perché hanno dato

 

10 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

In questa vita si deve dare per ricevere. E non è un discorso religioso. È esattamente come funzionano le cose. Ovvero, se preferisci, come si devono fare affinché funzionino.

E non ce n'è per nessuno: l'intenzione non basta. La scrittura da sola non basta. Bisogna dare ed esserne convinti. Dare per dare, senza pensare che quella sia la via per poi ricevere, perché le persone non sono sceme.

 

Gli scrittori sono di più di tanti lettori e editori messi insieme (sì, prendiamola larga :D), ma questa non deve essere una "debolezza", ma anzi un punto di "forza". Dovremmo essere uniti per risolvere i "nostri problemi, che sono comuni.

Riflettiamo poi su un'altra cosa... Ma gli editor chiudono agli editori gli stessi soldi richiesti per gli autori? Se invece gli autori si consorziassero, dividendo le spese e i ricavi, ecco che si inizierebbe a cambiare qualcosa. 

Si potrebbero studiare dei modelli come il Wu Ming, un "collettivo di collettivi", con "romanzi collettivi" o "romanzi solisti". 

 

 

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8 ore fa, Wanderer ha scritto:

Insomma, quando si può dire che il self è davvero "Self"?

 

Quando l'autore non pubblica con una CE.

 

Ciao @Wanderer, grazie per la riflessione.

Sono un fan sfegatato della semplificazione. Non amo disquisire di sottigliezze, quando il tema è pratico. Quindi, mio punto di vista, la succitata è la risposta. Anzitutto è sbagliato dire che un autore è "self". Un autore è "indipendente" (indie). Già cambiando il termine si capisce qual è la differenza. Un indie pubblica grazie al self-publishing. Dire che non è indipendente perché – giustamente! – si appoggia ad altri professionisti equivale a dire che nessuno lo è se si usa Amazon, anziché montarsi il proprio negozio online indipendente.

 

Se vuoi, questa è una delle grandi verità "nascoste" circa il self-publishing: da soli non si può. (Quasi) nessuno fa le cose da solo a questo mondo. Bisogna dimenticarsi di questa logica e crescere come entrepreneurs. Probabilmente tale logica, erronea, fa sì che il 99% di quelli che ci provano fallisce – cifra a caso.

 

Il problema è la mentalità, non il denaro.

Quando io, autore di belle speranze, decido di scrivere un romanzo Fantasy e di andare per i fatti miei ho due scelte di fronte:

1. Penso di fare l'autore come da tradizione. Io scrivo, gli altri leggono.

2. Penso che se soltanto scrivo, nessuno mi leggerà. Devo farmi conoscere e non andando in giro seminando odio e dissidio; sarebbe folle. Devo farmi conoscere per la persona che sono, per il valore aggiunto che porto – ognuno ha valore, altra cosa è saperlo donare in una qualche forma. Se nessuno mi conosce, pubblicare il mio romanzo col self-publishing è come sputare nell'oceano.

 

Questa la logica di base, da cui deriva un discorso talmente ampio e con una tale quantità di conoscenze annesse che questo post non è il luogo adatto. Mi sto organizzando per parlarne sul mio sito, perché necessito di un discorso strutturato e ampio. Ma non è pronto, perché sono impegnato in altre cose – per l'appunto.

 

Discorso soldi: se sono senza un quattrino, come faccio?

Risposta: per gradi.

Logica da editoria tradizionale: devo scrivere il miglior romanzo di cui sono capace (e già qui, quanti ne cadono lungo la strada), presentarmi in modo competente e martellare le CE. Prima o poi, se il testo è buono, una mi metterà sotto contratto. Fine del problema "essere senza un quattrino". Se ne occupano loro (EAP non è nulla, finiamola di considerarla parte del discorso, a meno che non ci piaccia gettare il nostro tempo alle ortiche).

Logica de scrittore indipendentementre scrivo il mio romanzo trovo il modo di crearmi un seguito. Frattanto risparmio o, se non ne ho la possibilità, comincio a pensare a contenuti che aiutino gli altri – non forzatamente legati al romanzo che sto scrivendo, persino avulsi al mondo della scrittura, se le mie competenze sono altre. Ovvero, provo a creare quei risparmi. (I lettori vogliono qualcosa da te – si tratti anche solo d'intrattenimento – o non ti leggono: papale papale.)

 

Quando mi chiedi (e si parla) di partita IVA, si parla di una decisione che saresti felice d'aver raggiunto.

Come autore indipendente, prima di arrivare a una cifra che t'imponga di dichiarare e pagare le tasse ce ne vuole: c'è una montagna da scalare prima. Ma, certo, una volta che sei lì, una soluzione la devi trovare. E questo cambia di Paese in Paese. In Spagna è meglio che in Italia, credo; la soglia è più alta. Se invece hai già un lavoro, devi dichiarare le tue entrate aggiuntive. Se non vuoi pagare le tasse, sei un evasore. E se non ce la fai a sostenere una partita IVA, significa che non hai ancora scalato quella montagna. Sì?

 

La soluzione scrivo e divento famoso perché mi pubblicherà una grande CE la lascio a chi è così temerario di scommettere sul caso, anziché sulle proprie capacità creative.

 

Chiunque giudichi male gli indie e, quindi, il loro modo di pubblicare (self-publishing) – quando è fatto bene, intendo – lo fa per ignoranza. Non sa di cosa parla e, se lo sa, allora è disonesto intellettualmente – magari con sé stesso: si dice menzogne grandi come una casa.

 

Un indie si fa un mazzo tanto.

A cambio di che? Eh, be'… di una cosa che si chiama "libertà". Ma, dato che io sono un tipo pragmatico, oltreché idealista, la libertà come concetto non mi basta. Allora qual è il tornaconto? Così come la sto mettendo pare uno sforzo sovrumano (e non ho nemmeno elencato cosa bisogna studiare: la lista è lunga). Molti non hanno la forza di volontà e la disciplina di affrontare un simile percorso. Vero, e torniamo a quel 99% di cui sopra. Del resto, credere nei propri mezzi è fondamentale per riuscire in qualsiasi cosa, nella vita. Mentre la pigrizia e l'incuria sono due strategie meravigliose per riuscire a fallire.

 

Parlando di pragmaticità, dopo che ti sei fatto un mazzo tanto, i vantaggi sono questi:

1. Hai la strada spianata per crescere in modo esponenziale. Nessuno ti impedisce, infatti, di pubblicare 4 romanzi all'anno. Non hai limiti, devi solo stare attento a non abbassare la qualità, perché la credibilità è tutto quello che hai. Puoi avere dei cali, ma devono rientrare nella "norma".

2. Non si tratta di una mera libertà creativa, ma di una totale libertà d'azione – è forse quello che ho maggiormente sofferto con le CE tradizionali: i tempi lenti ed esasperanti. Le imposizioni circa scelte che ritenevo errate e che, purtroppo, la maggior parte delle volte avevo avuto ragione (fatti alla mano).

3. Sei padrone della tua vita. Puoi scrivere ciò che ti pare, quando ti pare. Il limite è la tua visione. Nessuno ti vieta di pubblicare altri testi e non soltanto romanzi. Anche limitandoti ai romanzi, nessuno può importi una linea: puoi passare dal Fantasy allo storico al thriller, al romanzo breve, alla raccolta di racconti. Fai quello che ti pare e piace, perché i tuoi lettori seguono te, non il tuo romanzo. E, guarda un po', sai anche cosa piace loro. Nessuno ti vieta d'interrogare la base su una raccolta di racconti, per esempio: se l'idea piace, hai la strada spianata. Cosa voglio dire con questo punto? Che devi scalare una montagna, ma quando sei arrivato in cima, l'altro versante è in discesa – e la crescita può davvero essere esponenziale (casi reali alla mano e non pochi).

4. Il rapporto coi tuoi lettori è vero, non filtrato dalla nomea della CE, perché ti seguono da prima. Questo è il vero combustibile per la tua mente.

5. Cresci molto più rapidamente, perché il rapporto diretto coi lettori ti permette di ottenere riscontri diretti.

6. Sei pronto al domani – e su questo punto dovrei scrivere un trattato, ma lascio la questione sul vago, anche se è una delle più importanti.

 

Il punto è: essere indie non significa mettersi lì a scrivere romanzi e basta – nessuno toglie che un giorno lo si possa fare, comunque; quello che è certo è che non può partire così.

Se si vuole scrivere narrativa e basta, allora ci si rivolga all'editoria tradizionale. Buona fortuna!

 

Personalmente preferisco studiare – che, insomma, è una bella cosa! A me piace crescere e non smettere mai di crescere – sapere molto di più e gestire la mia vita, anziché lasciarla in mano ad altri. Specie, punto che non andrebbe sottovalutato, quando quello che metti nelle mani altrui è spesso un sogno che ti coinvolge a livello emotivo. Attenzione, parlo sul serio – non vi ammorbo col mio passato, ma è pericoloso giocare con certi valori personali.

 

La questione è: bisogna essere disposti a lavorare duro e a crescere in modo graduale.

L'altra versione del self-publishing non è nulla. È avere in mano un bel po' di soldi e investire su te stesso, ma senza basi, ancora una volta appoggiandoti a competenze altrui alla cieca, senza garanzia che funzioni perché non sei nessuno. Devi ancora farti conoscere. In quel caso, capisco alla perfezione lo scetticismo.

 

Non è così che si comporta un indie.

Un autore indipendente studia, si prepara, scrive e sceglie con criterio il modo in cui crescere, dando prima di chiedere. Il percorso garantisce risultati, se c'è la stoffa. Se non c'è, be'…

Qualsiasi altra logica è come vincere la lotteria.

 

Il problema è togliersi di dosso l'idea che self-publishing significa soltanto scrivere e promuoversi, ovvero né più né meno rispetto a quanto si deve (o dovrebbe) fare con una CE.

 

Non so se ho chiarito un po' il mio punto di vista, Wanderer. Spero di sì.

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12 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

In base a quello che ho capito – non in base a quello che credo – leggo mezze verità e qualche bugia. 

[...]

M'interessa parlare di scrittura e mi interessa che si parli seriamente di self-publishing, perché in Italia siamo ancora alla caccia alle streghe, mi pare.

Non avrei potuto usare parole migliori.

Il mio intento con questa discussione era quello di stracciare un po' di ipocrisia e il "non detto" che aleggia sempre sull'editoria. Parliamoci chiaramente...

Ecco perché parlare di punti oscuri. E farlo con sincerità, chiarezza, semplicità e senza giri di parole o ragionamenti astrusi!

 

12 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

In Italia c'è molta ignoranza su cosa significa essere scrittori indipendenti (indie), cosa che include il self-publishing come uno degli aspetti da trattare.

È per questo che il self-publishing spesso è l'alternativa peggiore, se comparata all'editoria tradizionale.

Altra verità incontrovertibile. Fino a che Editori e scrittori non capiranno che il Self è una via alternativa più che valida all'editoria tradizionale, non se ne uscirà mai. Il Self è valido, se fatto bene. Punto. Ovviamente ci sta che gli Editori vogliano tirare l'acqua al proprio mulino cercando di porre l'attenzione solo sui punti a loro favore (che ci sono, beninteso, non sto dicendo che il Self è meglio dell'editoria tradizionale!), ma ce ne sono altrettanti a sfavore, accettatelo.

 

10 ore fa, Wanderer ha scritto:

Per fare self in modo serio, un autore non deve forse aprire una partita IVA?

Se vuole guadagnare e farlo seriamente, certo. Perché no? Ma poi è così tanto una tragedia? Cavolo, ma sapete quanto costa aprire una P. Iva oggi e i suoi costi di gestione? Le tasse si pagano rispetto a quanto si fattura, non è che ci sono costi fissi così alti. Un po' di intraprendenza, cavolo!

Il problema è, come dice Andrea:

1 ora fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

Il problema è la mentalità, non il denaro.

Direi che è il tempo di svegliarsi!

 

10 ore fa, Wanderer ha scritto:

Ovvero, forse la domanda è un’altra: quanti sono gli autori che sono davvero in grado di provvedere ad ogni aspetto? Credo, una ridottissima percentuale. Altri, si fanno aiutare anche per fare Self, ricorrendo a editor, correttori di bozze, grafici, e promotori.

Domanda giusta ma che parte dal presupposto sbagliato: ti ha spiegato benissimo @Miss Ribston col suo messaggio. Un autore in Self non potrebbe né dovrebbe fare tutto da solo!

Parlo sempre del caso in cui lo si fa seriamente, con un obiettivo, anche partendo con pochi mezzi (chi dice che c'è bisogno di tanto denaro per fare self come si deve sbaglia: si può cominciare con budget bassi).

 

10 ore fa, Wanderer ha scritto:

Del resto, se un autore non si appoggia su Amazon (o su altre piattaforme) come può mai sperare di competere con le reti commerciali dei grandi editori? A meno che non sia un autore già famosissimo, oppure un filosofo con un pensiero rivoluzionario, oppure abbia un collettivo alle spalle (tipo Wu ming), non credo che abbia speranza di affermarsi. 

Perché non dovrebbe appoggiarsi ad Amazon o altre piattaforme? Per ragioni etiche (di cui potremmo parlare, ma andremmo molto Off topic) o altre...? Il costo di autopubblicarsi su Amazon è irrisorio. Ed è un eufemismo.

 

Faccio un ultimo esempio così capiamo di cosa stiamo parlando.

Un autore che seguiamo in gruppo e che ha pubblicato in Self, pubblicando su Amazon, sta andando molto forte. Ha venduto copie per circa 3000-4000 euro di diritti d'autore al mese, nei primi mesi dopo il lancio.

Visto che è nelle prime posizioni su Amazon da un po', è stato contattato da una grande CE, che gli ha offerto un contratto con un anticipo non così sostanzioso e rassicurazioni su promozione e vendite pressoché inesistenti (nei fatti). Dopo un rapido calcolo ha capito che sia economicamente sia lato personale, di diffusione e realizzazione personale, era meglio rifiutare e proseguire da solo, cosa che sta facendo.

Soliti disclaimer: questa non è la regola fissa, ovvio si tratti di un caso di successo, come però ce ne sono tanti (non sono così rari come si pensa). In questo caso specifico Self > CE tradizionale. In altri casi accade il contrario, è evidente.

Dipende dalla tipologia di persona che si è, dai propri obiettivi, da quanta intraprendenza e capacità di gestione di tutto quel che viene oltre la scrittura c'è.

A parer mio (ma è solo mio, prendetelo come tale) bisogna lasciarsi alle spalle l'idea di scrittore chiuso in casa a scrivere nel silenzio e che si limita a inviare il suo bel malloppo alla CE di turno, senza pensare a nessun'altro aspetto che vada oltre la scrittura. È un'idea romantica senza dubbio, e purtroppo fuori dagli schemi odierni, che piaccia o meno, sia che si pubblichi con CE che in Self.

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@Miss Ribston , @Niko Ma io infatti sono d’accordo con voi che fare tutto da soli è virtualmente impossibile (ma comunque ci si può anche fare aiutare da figure non “esterne”, che si tratti del compagno/a, di amici, del “sodalizio” di cui parla @TuSìCheVale , o comunque da persone che condividono da tempo il percorso dell'autore, e che non hanno un diretto scopo economico. Peraltro, se è possibile organizzare una piccola casa editrice in due persone, vuoi che non si possa realizzare un libro?). Tuttavia, la mia argomentazione verte sul fatto che il Self “accompagnato” non è poi davvero così alternativo all’editoria, proprio perché è la dimostrazione lampante del fatto che l’autore quasi mai riesce a fare tutto da solo... ma non è forse da questa necessità che nasce la stessa necessità dell’editore? Quindi, qual è la vera differenza sostanziale?  
 

La vera differenza può essere negli scopi per cui si sceglie quella via, e qui rispondo anche a @Andrea D'Angelo
 

In sé, il tuo modo di presentare il Self è logico e convincente (anche se mi chiedo: passando dalla teoria alla pratica, tu sei già riuscito?). Tu dici che “il problema è la mentalità, non il denaro”, e anche qui mi trovi d’accordo. Allora mi chiedo: qual è davvero lo scopo che porta a scegliere questa via?
 

Se si sceglie soltanto per guadagnare di più dai propri libri, ovvero per uno scopo puramente economico, comunque rispettabile, è un conto, e può darsi che sia davvero conveniente, se fatto nel giusto modo e con le giuste competenze (e come ricorda @Niko , può essere persino conveniente continuare a farlo dopo aver ricevuto una proposta di un editore). Ma se il problema "non è il denaro”, ovvero se si sceglie il Self per uno scopo diciamo “ideologico” o comunque squisitamente “artistico” - ovvero per creare opere alternative, per contrapporsi al “sistema” dell’editoria, per rigettare un certo modo di mercificare l’opera letteraria, per determinare nuove tendenze letterarie, per dare voce a generi trascurati - allora è un conto molto diverso, ed è una cosa più difficile da realizzare. Mi sembra evidente che, nella misura in cui si ricorre ad alcuni professionisti esterni per creare un’opera che sia appetibile sul piano “commerciale”, equivalente a quella del sistema, questo non è un modo per uscire dal sistema, ma solo per aggirarlo, e un'operazione del genere non può determinare nuovi orientamenti letterari, né portare i lettori a una maggiore consapevolezza. Allo stesso modo, se qualcuno si autopubblica su Amazon per contrapporsi al “sistema”, si tratta di una contraddizione in termini, in quanto Amazon è la quintessenza del sistema anche in campo editoriale. Sarebbe un po’ come fare campagne di sensibilizzazione contro Facebook su Facebook! Oppure sarebbe come se un musicista critico verso le major fa distribuire il proprio disco da un'etichetta presunta "indie" che è in realtà di proprietà di una major. Cosa c’è di radicalmente “rivoluzionario” o di alternativo?
 

Allora, in definitiva, mi chiedo: dato che sostanzialmente concordiamo sul fatto che è quasi impossibile fare l’autore “indipendente” senza rientrare (seppur dalla finestra) nelle logiche del sistema editoriale, non sarà forse che non vale nemmeno la pena uscire da quel sistema, ed è forse più facile contribuire a cambiarlo dall’interno, appoggiandosi su un editore altrettanto “indipendente”, che magari condivide le nostre stesse concezioni? Sicuramente non è sempre facile da trovare, ma nemmeno impossibile!

Sul fronte più economico, invece mi chiedo: siamo sicuri che il tempo speso nel fare Self non abbia anch’esso un valore, privandoci peraltro dal produrre ulteriori opere? 

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34 minuti fa, Wanderer ha scritto:

passando dalla teoria alla pratica, tu sei già riuscito

 

No.

Non ho fatto ancora mezzo passo e l'ho scritto (quando pubblicherò…), perché tu continui a guardare al self-publishing. Nel mio precedente messaggio ho scritto che pubblicare col self è un passo che viene dopo molti altri: io sto scalando la montagna. Il self-publishing non può essere il primo passo pubblico. O magari sì, ma lo considererei un passo più azzardato…

 

Ovvero, non è questione di capire se funziona, @Wanderer.

Scrivo su Medium (dove si è pagati per scrivere) da marzo di quest'anno. Se soltanto mi sogno di pubblicare un articolo che dice queste cose lì, nessuno lo leggerebbe e nessuna "Publication" lo accetterebbe. Perché? Perché non è che io, Andrea D'Angelo, debba dimostrarti coi miei fatti che è così: fuori dall'Italia le cose funzionano già così da anni e lo sanno anche i sassi. Gli articoli devono presentare prospettive nuove, non cose trite e ritrite – per questo stesso motivo scrissi a Marina Lenti che non è affatto vero che tutto il mondo è Paese: le CE del mercato anglosassone si son già dovute rimboccare le maniche per concorrere con tanti autori indipendenti agguerriti e ferrati in materia. E bravi.

E perché ce ne sono così tanti? Perché funziona.

Riporto la tua attenzione sul mio ultimo punto: "sei pronto al domani", dice.

Esattamente.

 

Qui in Italia manca la mentalità, lo dico sul serio. Quando son entrato in questo forum e mi son trovato di fronte le stesse lamentele di quindici anni fa, mi son stupito. Le capisco, non mi sento superiore, perché ci sono passato anch'io. Ma son passati quindici anni! È tanto tempo… Siamo ancora lì?

Mancando la mentalità, manca la voglia di farlo. E va bene, ognuno è l'artefice del proprio destino. Poi, però, è inutile lamentarsi dello strapotere delle CE e di come facciano il bello (raramente) e il cattivo (spesso) tempo degli autori italiani – che fanno la fame o vengono bellamente ignorati.

Pensi di valere? Fatti valere, dico io.

La strada esiste. Altra cosa è non imboccarla, perché è ripida e si farà fatica a percorrerla.

Qualcuno risponderebbe: "In Italia non siamo ancora pronti". Sarebbe un pensiero sbagliatissimo. In Italia, nonostante il mercato più ristretto, è il momento perfetto, perché la concorrenza è bassa vista l'ignoranza in merito. Mercato più ristretto, ma pochi fanno le cose come si deve. Sicuro che mi sono spiegato.

 

Ciò detto, a quanto scrivi ti rispondo così: ti ho parlato di "libertà". La libertà della persona sta alla CE come lo zucchero nell'insalata – è una cosa tedesca! LOL. Senz'offesa alla Germania.

Ognuno sceglie la strada che vuole, personalmente (forse perché ho già vissuto il processo di piccola e grande CE) scelgo l'indipendenza tutta la vita!

 

Non solo, Wanderer, sono certo che ce la farò. La mia scalata è già a buon punto…

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@Andrea D'Angelo

Innanzitutto, non posso che farti gli auguri, sperando che ci aggiornerai suoi tuoi progressi.

Ad ogni modo, quando ti confronti con la situazione di altri paesi, devi considerare che in altri paesi altre cose sono diverse, quindi non è detto che si possano fare paragoni. Inoltre, quando dici che in Italia "manca la mentalità", devi considerare che, probabilmente, così come manca negli autori, manca anche nei lettori. Tu sei già conosciuto, hai alle spalle delle pubblicazioni con una nota CE che ti rendono credibile come autore, e che potrebbero avvantaggiare molto la tua "scalata", in quanto già avevi raggiunto un gradino abbastanza alto. Non è la stessa cosa se un autore parte direttamente dal Self, e si trova al gradino più basso. Spesso, il lettore medio non si fida di un esordiente Self se non c'è dietro qualche passato marchio editoriale ad aver "legittimato" il suo curriculum letterario. Oppure se non ha una comunità ben avviata, un blog o altro, già da anni. Ci sono sicuramente felici eccezioni, ma sono eccezioni. 

Solo su una cosa non sono d'accordo con te: nel tuo giudizio negativo indistinto sul mondo delle CE, e sul loro "strapotere", come se l'editoria fosse tutto un unico Moloch. 

Il fatto che tu abbia avuto delle esperienze frustranti con una nota casa editrice, poi acquisita da un colosso, non significa che l'editoria si riduca tutto a un singolo gruppo editoriale o al mondo dell'editoria "big". Persino tra colossi c'è concorrenza, e ci sono approcci potenzialmente diversi. Inoltre, io ho l'impressione che venga spesso "rimosso" il mondo della media editoria, che non sono editori "big", ma nemmeno piccoli editori in sentore di EAP o di sfruttamento della credulità dell'autore. Bensì editori che spesso fanno bene il loro mestiere, a volte persino meglio delle "big", e rappresentano una quota significativa di mercato. Ci sono medi editori che danno spesso voce a generi o argomenti meno trattati, e che riescono a instaurare un rapporto di collaborazione prolifico con l'autore, in quanto c'è una sincera comunione d'intenti. Tanto per esempio, poniamo caso che un autore scriva un'opera letteraria (romanzo o saggio che sia) sui temi dell'anarchismo, o dell'animalismo, o altro, e quell'opera venga pubblicata da un editore indipendente che ha la stessa vocazione per quei temi (e ci sono editori medi che pubblicano opere del genere anche con buone vendite). Oppure, poniamo caso che un autore scriva un'opera ispirata alle suggestioni della musica rock e sia pubblicato da un editore specializzato. Se c'è comunione di intenti, dove sta la perdita di libertà dell'autore e lo "strapotere" dell'editore? Ci può essere un rapporto equilibrato nel reciproco rispetto dei ruoli. 

Ripeto, così come ci sono autori indipendenti, ci sono anche editori indipendenti che fanno quel mestiere anche per passione. Molti di questi editori magari erano (o sono ancora) a loro volta autori indipendenti. Tu stesso, da autore indipendente, non potresti aprire in futuro una piccola casa editrice indipendente, ovvero mettere le tue competenze al servizio di altri autori? E se ciò avvenisse, i tuoi autori non sarebbero più "liberi"? 

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Un autore inizia a scrivere e per anni si vede rifiutato finché non inizia a cavare dal cilindro romanzi che stanno in piedi. È giusto. Ma l’autore ha talento, presto inizia a scrivere roba buona e quando le proposte di pubblicazione prendono a fioccare mette mano ai contratti pervenuti. Scopre una serie di condizioni svantaggiose tra cui royalty previste dopo la trecentesima copia venduta – dopodiché risultano pari al 7% sia su cartaceo che digitale. L'editore pretende inoltre il 65% sui diritti secondari. Così, per avidità e partito preso, perché dei diritti secondari un editore simile non saprebbe neppure che farne. In preda a pulsioni omicide l'autore volta pagina al contratto e scopre che un domani non avrà controllo alcuno sulla sceneggiatura laddove Francis Ford Coppola – è una battuta – si alzasse una mattina con l'idea di girare un film tratto dal romanzo dell'autore. Quello è il momento in cui l'autore straccia il contratto e furioso prende a studiare giorno e notte manualistica Indie per emanciparsi dagli editori. Guerrilla Publishing di Derek Murphy diventa la sua Bibbia – comunque la pensiate leggetelo. Si butta sull'auto pubblicazione, il romanzo è buono e vende 500 copie su Amazon. A quel punto gli editori che sino a qualche anno prima non si erano mai neppure degnati di rispondergli per mail, editori che monitorano chi vendicchia in Casa Bezos, chiamano il nostro autore offrendogli di pubblicare. Ma adesso che l’autore mette in tasca il 65/70% lordo sul portale di Bezos, di certe facce di tolla non vuole più neppure sentirne parlare e continua a fare da sé sinché un grillo parlante - editoriale non gli sussurra all'orecchio: Hai fatto bei numeri, ma il mondo dell'editoria non ti ha legittimato/scelto/pubblicato e questo è un peccato originale a cui troverai rimedio solo pubblicando per un marchio editoriale forte e identitario che ti restituisca al pubblico purificato dall’onta del self. Il nostro autore spernacchia con calore e nei successivi due anni pubblica altri tre romanzi self di cui si dice un gran bene, libri che continuano a vendere. Presto gli arriva una telefonata da una big: Ti pubblichiamo! Pazzo di felicità l’autore inizia a lavorare sul romanzo nuovo ringalluzzito dalla cura che la big dedica al suo testo, dalla copertina da urlo, dall'editing con un top editor, niente potrebbe andare meglio di così. Arriva il giorno, si esce in libreria e… E niente. Passano i giorni e non succede niente. L'autore si dispera; una big ha potenza di fuoco e d’accordo, lui non è un autore di punta, però… Però per lui zero promozione, zero cartonati. Eppure di pubblicità e promozione se n’era parlato, andavano solo definiti i dettagli. L’autore va in depressione. Per quanto si sbatta per suo conto, per quanto si dia da fare, le vendite restano al palo. Allora chiama in casa editrice, ma quelli prendono tempo. Iniziano a non rispondere alle chiamate e l’autore si trova solo e silenziato.

 

Dove ha sbagliato?   

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5 minuti fa, Ace ha scritto:

Dove ha sbagliato?   


Secondo me (vedi sopra) nel credere che la legittimazione sia esclusivamente legata a pubblicare con una "big". Ci sono medi editori che seguono gli autori meglio delle big, proprio perché, avendo meno risorse economiche, non si possono permettere di dilapidarle, una volta che fanno un serio investimento. Inoltre, in alcuni campi - o alcuni generi - le medie sono sono anche più autorevoli delle big, che spesso sono dei calderoni indifferenziati. Quindi, se l'editore in questione riceve più di una proposta, forse deve ragionare meglio su quale scegliere. La big nel breve termine può essere la scelta più vantaggiosa, soprattutto economicamente, ma non è detto che sia la scelta più lungimirante e gratificante nel medio-lungo termine. Peraltro, non va dimenticato che alcune celebri CE in passato erano piccoli o medi editori, che sono cresciuti soprattutto grazie ad alcuni autori. Ad esempio, cosa sarebbe stata Sellerio senza Bufalino e Camilleri? 

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10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

@Andrea D'Angelo

Innanzitutto, non posso che farti gli auguri, sperando che ci aggiornerai suoi tuoi progressi.

 

Lo farò, @Wanderer.

Intanto, chi ha voglia e sa leggere in inglese, si faccia un giretto su Medium: creare l'account non costa e si ha diritto a tre articoli al giorno.

Così, tanto per respirare l'aria che tira…

 

Mi sono annotato che uno dei prossimi progetti dev'essere una sorta di guida passo passo su come arrivare al self-publishing.

Ennesimo progetto: dove lo trovo il tempo? Come detto, la montagna bisogna scalarla… Ma questa è la parte del dare di cui ti dicevo. Ed è importante e, soprattutto, bella. A me piace l'idea di aiutare senza chiedere nulla in cambio, mi fa sentire bene, quasi che sulla bilancia della fortuna me ne spetta un po' per quando invece la questione sarà personale. :)

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Ad ogni modo, quando ti confronti con la situazione di altri paesi, devi considerare che in altri paesi altre cose sono diverse, quindi non è detto che si possano fare paragoni.

 

L'Italia è quel Paese che si allinea in ritardo… Lo stesso sta avvenendo con l'editoria. Il trend estero è tale che le cose andranno forzatamente in quella direzione.

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Inoltre, quando dici che in Italia "manca la mentalità", devi considerare che, probabilmente, così come manca negli autori, manca anche nei lettori. Tu sei già conosciuto

 

Per l'appunto. Vatti a vedere le "belle" cosette che scrivevano di me: ero diventato uno dei bersagli preferiti di un certo gruppo di fanatici dello "Show, Don't Tell Club". LOL.

Non è detto che sia un vantaggio, Wanderer.

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

"legittimato" il suo curriculum letterario

 

Non vale un fico secco.

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

 Oppure se non ha una comunità ben avviata, un blog o altro, già da anni.

 

Questo già comincia ad avvicinarsi a quello che bisogna fare. L'errore della frase è "anni". Anni perché non si studia.

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Solo su una cosa non sono d'accordo con te: nel tuo giudizio negativo indistinto sul mondo delle CE, e sul loro "strapotere", come se l'editoria fosse tutto un unico Moloch.

 

Permettimi, senza intenzione di offendere, un: di nuovo!

No, a questo non rispondo più. Ho già scritto e riscritto che non la penso così con dovizia di particolari.

E non rispondo più perché mi pare non sia affatto interessante. Chissene frega di cosa pensa Andrea D'Angelo dell'editoria italiana!

Non posso farci niente: è impossibile star lì a scrivere sempre precisando tutto. Il tempo vola. Le generalizzazioni esistono per semplificare il discorso, Wanderer.

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Il fatto che tu abbia avuto delle esperienze frustranti con una nota casa editrice, poi acquisita da un colosso

 

L'esperienza frustrante l'ho avuto dopo che è stata acquisita da un colosso. Tanto pre precisare.

Ma anche questo ho già avuto modo di spiegarlo con dovizia di particolari, dicendo che la mia esperienza è stata tutt'altro che negativa, bensì edificante, e soltanto rovinata da un episodio, quello sì riprovevole. E determinante (non per le successive pubblicazioni, perché avevano già deciso di scartarmi, sia chiaro; determinante per la mia decisione di salutare le CE italiane per sempre).

Ma, di nuovo... Di nuovo?

 

Immagino la colpa sia mia: dovrei scrivere messaggi che parlano solo ed esclusivamente dell'argomento positivo. Il problema è che qui il parallelo era d'obbligo.

 

10 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Tu stesso, da autore indipendente, non potresti aprire in futuro una piccola casa editrice indipendente, ovvero mettere le tue competenze al servizio di altri autori? E se ciò avvenisse, i tuoi autori non sarebbero più "liberi"? 

 

Non sono masochista.

Grazie ancora per l'interessante dialogo.

 

Ciao!

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12 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Secondo me ha sbagliato nel credere che la legittimazione sia esclusivamente legata a pubblicare con una "big".

 

Immagino tu non abbia tutti i torti. Tuttavia: chi potrebbe resistere al canto di tale sirena?

 

Un paio di input ulteriori alla discussione, in materia indie: cosa serve per farlo al meglio? Servono testi editati, CDB, cover curate [c'è tutta una scienza sulle cover e pochissimi autori ne masticano, ancora: leggete Guerrilla Publishing]. Che altro? Promozione, campagne Amazon, ads Fb ecc. Benissimo. Ma come differenziarsi dalle montagne di pattume che invadono Amazon? Questo, lo scoglio più difficile.

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@Andrea D'Angelo

Ringrazio anche a te per il confronto, e non ti rispondo su ogni punto perché da parte mia non c'è alcuna intenzione di far prevalere il mio punto di vista sul tuo, che è peraltro coerente.

Ti rispondo solo su due cose: 

- Tu dici che tuo giudizio verso le CE non può essere assurto a discorso generale, e che parli solo per quel che riguarda te. Questo è auto-evidente, ed è normale che sia così. Tuttavia, allo stesso modo, anche quello che dici sul Self in generale potrebbe valere soprattutto per te: magari tu sei capace di farlo bene, quindi fai bene a parlare così, ma per altri magari non è la scelta più adeguata. Non tanto (o non soltanto) perché in Italia non ci sia la mentalità a livello globale, ma perché magari non tutti hanno la stessa vocazione a livello individuale. Magari altri non hanno la vocazione nemmeno per avere un blog, o una comunità Facebook, o per scrivere articoli su Medium (che non conosco, e che approfondirò volentieri, dato che leggo in inglese). 

- Vorrei sottolineare che del marchio editoriale in questione, dopo che è stato acquisito dal colosso, io non alcuna opinione positiva. Ormai i marchi di quel colosso mi sembrano aver perso la propria identità, e sono sempre più dei sotto-marchi commerciali, e sempre meno dei veri e propri editori, meno che mai indipendenti. Non è questa l'editoria che io tendo a "salvare" nel mio discorso, anzi la critico quanto te. Credo che, prima di essere acquisito, il tuo fosse un editore medio o medio-grosso, ma non un "big". Questo però viene anche ad avvalorare quanto sostengo, sulla differenza sostanziale tra editoria media ed editoria "big" (che ormai si è ridotta a tre-quattro colossi che possiedono ciascuno decine di ex editori storici...). 

Ti rinnovo gli auguri e alla prossima. 

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6 minuti fa, Ace ha scritto:

leggete Guerrilla Publishing

 

Il primo cuoricino è mio, Ace. 
Anzitutto “leggete Guerrilla Publishing” è un ottimo inizio. Stretta di mano. Derek Murphy va seguito e letto, se non lo si è mai fatto. Poi da lì si può partire. Ad esempio io non concordo sulla sua teoria circa la scrittura di narrativa: non è necessario essere così estremi — e sono dell’idea che scrivere quello che vogliono i lettori sia sbagliato da un certo punto in avanti.

 

6 minuti fa, Ace ha scritto:

Ma come differenziarsi dalle montagne di pattume che invadono Amazon? Questo, lo scoglio più difficile.


Questa è la parte spinosa.

Risposta: bisogna imparare a scrivere ciò che narrativa non è (quello che gli anglosassoni chiamano non-fiction - la cui trasuzione, “saggistica”, mi pare un po’ scentrata). È fondamentale.

 

Ed è il principale motivo per cui chi viole pubblicare self e pensa di darsi ai suoi romanzi e basta ha fallito prima di cominciare nel 99,9% dei casi. Salviamo le eccezioni, dato che sempre esistono. 
 

E io consiglio a chiunque sappia leggere in inglese d’iscriversi a Medium. Tre articoli al giorno tolgono il medico si torno. 😊
 

  • Grazie 1

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5 minuti fa, Ace ha scritto:

Immagino tu non abbia tutti i torti. Tuttavia: chi potrebbe resistere al canto di tale sirena?


Forse un autore più "navigato" come Ulisse ;)

Inoltre, se tutti concordiamo sul fatto che un autore non può fare tutto da solo, forse ciò vale anche nel rapporto con l'editore, che spesso è una questione complessa da gestire, e che non può essere gestita da un autore sprovveduto. Se l'autore è coadiuvato da un agente, o perlomeno da un buon avvocato, credo che ci siano meno probabilità di andare incontro a esperienze frustranti e potenziali fregature. L'autore, secondo me, non deve mai trovarsi in una posizione di totale subalternità e sudditanza psicologica rispetto all'editore, piccolo o colosso che sia. 

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Ciao @Andrea D'Angelo. Ricambio la stretta di mano. Neppure io condivido tutto ciò che dice Murphy,  ma GP è un bel manifesto che offre una panoramica valida sul significato del diventare Indie. Lo trovo prezioso soprattutto sulla parte che riguarda le cover. Ogni tanto su Medium ci butto l'occhio, ricordo di averci letto dei pezzi su John Fante.

 

8 minuti fa, Wanderer ha scritto:

L'editore è una questione complessa da gestire

 

Per la mia esperienza gli editori non sono affatto complessi da gestire: ci sono editori elastici e pronti a trattare/venire incontro all'autore [fermo restando che poi il contratto lo si spulcia per giorni e se non soddisfatti lo si dice a chiare lettere] e ci sono editori con i quali non fai in tempo a sollevare una questione contrattuale che subito si inalberano. In quel caso io consiglio sempre di ritrarsi e arrivederci. Su questo forum l'ho scritto più volte in tutte le salse: nessun timore reverenziale con l'editore, mai porsi come un nano di fronte al gigante che poi gigante non è. Avere un agente in fase di trattativa aiuterebbe senz'altro a strappare condizioni più vantaggiose, se persona seria e appassionata che si è legata a te per il valore dei tuoi scritti. Il problema è che il settore è abitato da personaggi che, più che in cerca di autori da piazzare, sono in cerca di autori da dissanguare. Pure lì: un gran e lungo saluto, come scriveva Proust, e adieu. 

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19 minuti fa, Ace ha scritto:

cover curate [c'è tutta una scienza sulle cover e pochissimi autori ne masticano, ancora

<3

Copertina e impaginato, oltre che, in caso di cartaceo, scelta delle carte, rilegatura ecc... fanno una grossa differenza tra il prodotto professionale e competitivo e quello che, invece, non lo è. Lo si vede a colpo d'occhio, perché il progetto strutturale del libro è fondamentale quanto il contenuto del libro stesso. Inutile dire che "non si giudica un libro dalla copertina", perché la copertina è parte integrante del libro e viene valutata eccome, in sede d'acquisto.

Se la copertina, poi, è progettata nel modo corretto, è anche in grado di intercettare il target giusto già solo a colpo d'occhio. Lo vedo anche su me stessa come cliente: se in libreria un libro mi attira per la sua copertina, è molto facile che io lo acquisti perché trama e stile mi piacciono altrettanto.

 

Aggiungo, anche, che non solo pochissimi autori riconoscono l'importanza di avere un confezionamento del libro professionale, ma accade anche che l'autore sia spesso (quasi sempre) convinto che l'idea di copertina che si è figurato in mente sia quella giusta, e che quindi il professionista serva solo come tramite per la realizzazione.

Ecco, da professionista, posso affermare che nel 90% dei casi l'idea dell'autore è sbagliata e, se realizzata, diventa un'accozzaglia di elementi piuttosto imbarazzante. I motivi per cui l'idea è sbagliata possono essere molteplici. Di solito è perché l'autore non è abbastanza obiettivo nei confronti del proprio testo, quindi è lì con un'idea che non sintetizza il libro nella sua interezza, bensì una scena particolare dello stesso; l'altro problema comune è il quantitativo esagerato di elementi che l'autore vorrebbe inserire in copertina.

 

La copertina deve essere una sintesi grafica di tutto il libro e, al contempo, deve attirare il pubblico cui è rivolto. Pertanto il libro va analizzato, letto per intero, per trovare i giusti elementi, la giusta palette di colori, i font più appropriati. Poi, tutti questi elementi devono essere combinati in modo armonico, ciascuna cosa va posizionata nel proprio spazio. È un lavoro lungo? Sì. È un lavoro che l'autore riconosce come complesso e importante? Spesso no, ma non è "colpa" dell'autore. In generale, vedo che le persone non conoscono questo tipo di professione, in generale quella del designer della comunicazione visiva. «Che roba è?» chiedono le facce allibite di chi mi ha appena chiesto «cosa fai nella vita», eppure l'associazione professionale, qui in Italia, è attiva dal 1945. :asd:

 

Forse aggiungerei all'elenco anche questa questione: qual è l'importanza del progetto grafico del libro?

Una domanda che spesso sfugge, perché non la si conosce nemmeno davvero.

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6 minuti fa, Ace ha scritto:

Per la mia esperienza gli editori non sono affatto complessi da gestire: ci sono editori elastici e pronti a trattare/venire incontro all'autore [fermo restando che poi il contratto lo si spulcia per giorni e se non soddisfatti lo si dice a chiare lettere] e ci sono editori con i quali non fai in tempo a sollevare una questione contrattuale che subito si inalberano. In quel caso io consiglio sempre di ritrarsi e arrivederci. Su questo forum l'ho scritto più volte in tutte le salse: nessun timore reverenziale con l'editore, mai porsi come un nano di fronte al gigante che poi gigante non è. Avere un agente in fase di trattativa aiuterebbe senz'altro a strappare condizioni più vantaggiose, se persona seria e appassionata che si è legata a te per il valore dei tuoi scritti. Il problema è che il settore è abitato da personaggi che, più che in cerca di autori da piazzare, sono in cerca di autori da dissanguare. Pure lì: un gran e lungo saluto, come scriveva Proust, e adieu. 


Non posso sapere che esperienze tu abbia avuto, e con quali editori ti sei relazionato, ma credo che quando si parla di grossi anticipi il discorso sia un po' diverso, ed è meglio essere quanto più competenti possibili, anche ricorrendo a un aiuto esterno. Raramente un autore possiede un ampio bagaglio di competenza sul piano legale, a meno che sia egli stesso non sia per mestiere un legale. In particolare se ci si relazione con un grosso editore, che può contare su un team di avvocati, è bene non partire troppo svantaggiati, oltre che non apparire tali. 

Quando un editore si inalbera, poi, secondo me non è mai un buon segno. Significa che non crede abbastanza in quell'opera, e che quindi forse non è nemmeno il caso di credere in quell'editore. Sull'agente, infine, non posso che darti ragione: trovare un agente affidabile è spesso ancora più difficile che trovare un buon editore... 

Sul discorso della copertina e più in generale dell'aspetto esteriore dell'oggetto-libro, mi trovo d'accordo con @Miss Ribston 

Se alcuni piccolo-medi editori implementassero questo aspetto, sarebbero molto più competitivi sul piano commerciale. Invece, spesso sin dalla copertina (oltre che dalla carta, dalla rilegatura e da altri apparenti "dettagli") si coglie l'abisso che esiste tra editore ed Editore. Purtroppo, a volte è un problema di effettive risorse economiche, quindi non c'è moltissimo che si possa fare, perché la rilegatura professionale e la bella carta costano, così come costano i grafici (o i programmi di grafica, o i font non gratuiti, o altro). Altre volte, tuttavia, è anche un problema di mancanza di senso estetico, o di un approccio un po' troppo "amatoriale", e quello è un errore madornale. 

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3 ore fa, Niko ha scritto:

Un autore che seguiamo in gruppo e che ha pubblicato in Self, pubblicando su Amazon, sta andando molto forte. Ha venduto copie per circa 3000-4000 euro di diritti d'autore al mese, nei primi mesi dopo il lancio.

 

Queste sono cifre significative.

Al che mi sorge spontanea una domanda, che racchiude, credo, il principale ostacolo da superare per iniziare a sognare in grande (di sicuro è il principale ostacolo per me): quanto era vasta la social media platform di questo autore prima che uscisse il suo libro? In soldoni: quanti follower aveva su Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, blog o altro?

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11 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

È un lavoro che l'autore riconosce come complesso e importante?

 

@Miss Ribston sollevi una questione molto importante, non comprendo però perché ci si rivolga sempre all'autore :asd:. L'editore riconosce l'importanza della cover? Alcuni editori non si affidano agli stessi strumenti di un autore self?

Mi sembra che si è subito pronti a "bacchettare" gli autori, ma gli editori... Per carità, parliamo solo di quelli bravi! A questo punto parliamo anche solo degli autori già affermati :D

Comunque, vorrei soffermarmi su un altro punto interessante:

 

16 minuti fa, Miss Ribston ha scritto:

Di solito è perché l'autore non è abbastanza obiettivo nei confronti del proprio testo, quindi è lì con un'idea che non sintetizza il libro nella sua interezza, bensì una scena particolare dello stesso; l'altro problema comune è il quantitativo esagerato di elementi che l'autore vorrebbe inserire in copertina.

 

La copertina deve essere una sintesi grafica di tutto il libro e, al contempo, deve attirare il pubblico cui è rivolto. Pertanto il libro va analizzato, letto per intero, per trovare i giusti elementi, la giusta palette di colori, i font più appropriati. Poi, tutti questi elementi devono essere combinati in modo armonico, ciascuna cosa va posizionata nel proprio spazio.

 

Un grafico che legge il libro diventa una persona adorabile <3

Anche in questo campo ho cercato delle collaborazioni, così come sono possibili per gli editori, ho pensato si potesse farlo anche per gli autori. Naturalmente, avrei riconosciuto delle percentuali sul venduto fino ad arrivare alla cifra pattuita, ma non so perché, ho trovato poca disponibilità...

Appassionante anche il discorso sul "quantitativo esagerato di elementi che l'autore vorrebbe inserire in copertina" e "la sintesi grafica di tutto il libro", penso però che anche il grafico debba interfacciarsi con l'editore e l'autore, per giungere a un risultato che rappresenti tutti i diritti interessati. Non vedo tutta questa libertà di manovra, ma sono sempre lavori su commissione, che devono rispettare delle richieste specifiche, lasciando, giustamente, un certo spazio alla creatività.

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