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Niko

I punti oscuri dell'Editoria: quali secondo voi quelli più in ombra?

I punti oscuri dell'Editoria: quali secondo voi quelli più in ombra?  

59 voti

  1. 1. Scegli uno o più punti che ti piacerebbe approfondire

    • Il panorama dell'Editoria italiana (Case Editrici e organizzazione interna)
    • Gli Agenti letterari e le Agenzie di rappresentanza
    • Le Agenzie di servizi editoriali
    • Self publishing e varie opzioni (KDP, piattaforme POD e POS)
    • L'Editoria a pagamento e le sue mille sfumature
    • Tutela del proprio libro
    • Come capire se quello che si è scritto vale (come forma, contenuti, mercato)
    • Quale approccio avere nella ricerca di un Editore
    • Il Contratto editoriale
    • Quanto si guadagna (o si può guadagnare) scrivendo
    • I concorsi letterari
    • Promozione del proprio libro
    • Questioni legate alla dichiarazione dei redditi per proventi dalla scrittura (730, CU e CUD, tassazione, eccetera)
    • L'autore può fare tutto da solo? Come?
    • Cosa fare nel caso nessuno risponda (CE, agenti, santi in paradiso)
    • Differenze tra mercato italiano ed estero


Post raccomandati

10 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Vero, a me non piace vedere l'autore. Voglio apprezzare quello che ha scritto, non mi interessa che faccia ha o se a casa ha due gatti di nome Cip e Ciop. È anche il motivo per cui non seguo autori famosi sui social.

 

Hai toccato un aspetto di cui nessuno parla mai. A me è capitato di vedere/sentire autori anche rinomati, che scrivono libri che vanno per la maggiore, che di persona sono di una noia mortale. Magari sono solo timidi, oppure non parlano lontanamente bene come scrivono, o magari sono addirittura antipatici (o presuntuosi fintamente umili, il bacio della morte). Siamo proprio sicuri che la presenza urbi et orbi di autori dalle siffatte caratteristiche giovi alle vendite dei loro libri? Io qualche dubbio ce l'ho.

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12 ore fa, Ace ha scritto:

@Niko: ho la sensazione che la bolla sia matura e non so né quando né in che modo, ma penso finirà per sibilare collassando senza rimpianti. Tutti la disconosceranno, nessuno vorrà più saperne. Si guarderà alla bolla come a una perfida entità crudele. Credo ci aspettino anni dove si guarderà con imbarazzo agli attuali eccessi di presenzialismo social-managerial-fallimentare, a questo sgradevole marketing fai da te. Stop a questa corsa volgare, a 'sto mercato delle vacche. Nella palla di cristallo vedo fluire dal futuro un revival autoriale liberato dalle urgenze e dalle pretese figlie di un culto della personalità assurdo quanto esasperato. Sarà un risveglio all'insegna del mistero, con autori privi di volto e per questo ricchi di fascino. Chi è l'autore? Chi se ne frega, conta solo la bellezza del romanzo. Io nel frattempo continuerò a scrivere e a tendere l'orecchio. Psss, psss... La senti anche tu? È la bolla che non ne può più, è la bolla che si sgonfia di già.

 

 

 

 

 

 

 

sarà così solo quando la gente smetterà di vedere le trasmissioni alla "mariadefilippica" e affini. O meglio ancora, quando spegnerà definitivamente la tv. E, magari, incomincerà a leggere qualche buon libro. Tuttavia, anche allora  ci sarebbero ancora in giro generazioni cresciute con quello schema, per le quali sarà enormemente difficile scardinarselo dal cervello

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52 minuti fa, Avv.Lenti ha scritto:

Attenzione che il diritto di cui parli in chiusura non è la prelazione ma l'opzione, la prelazione non ha una finestra temporale in cui sei vincolato, quella è appunto l'opzione. La prelazione vince solo a parità di offerta da parte della concorrenza (e anche qui si considera il contratto concorrenziale nel complesso, non eslusivamente con riguardo alle somme offerte all'autore)

 

Ah!

Grazie per la spiegazione, Marina. Forse ho capito male io la spiegazione dell'editore, allora – anche se ne abbiamo parlato in dettaglio ed entrambi parlavamo un buon italiano, direi.

 

Tornando alla questione diritti esteri: non fai che confermare quanto dico. Concordo con te che si debba prima provare nella vita, sempre. Resto piuttosto sicuro, e tu non fai che confermarmelo, che le CE di un certo peso agiscono pensando di metterti addosso il timore di rimanere schiacciato. Se non sempre, perché non si può generalizzare, spesso.

Per quanto riguarda me, nemmeno inizio un percorso di quel tipo, soltanto per arrivare alla fine e dovermi ritirare perché lesa maestà docet.

 

Eppoi, sai una cosa Marina. Veniamo da lontano tu ed io (ahinoi! LOL). Davvero penso che la vita sia meravigliosa e amareggiarsela per poi vendere un migliaio di copie non meriti affatto. Non m'interessa, lo dissi e continuo a pensarlo. Il mio percorso è ormai tutt'altra cosa e prescinde dalle CE italiane.

Ho già in mente un futuro post per il mio blog. Quando sarà pronto, pubblicherò col self-publishing e supererò l'esiguo numero di copie vendute con la BIG. Sarà divertente e per nulla maligno: non mi piace mancare di rispetto. Mi piace la verità, però, quando sono i fatti a dimostrarla.

 

Ti penserò, se mai avrò bisogno di un avvocato per questioni editoriali in Italia.

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Visto che il tema della discussione verte sui punti oscuri dell'editoria e visto che il dibattito si è spostato in direzione della promozione: a chi tocca e fino a che punto sia efficace con suggerimenti circa le tecniche da adottare e gli eventuali professionisti da ingaggiare;

considerato che la media di copie vendute per ogni titolo pubblicato si aggira intorno a 200, e che tale media comprende anche i cosiddetti best seller (centinaia di migliaia, quando non milioni di copie), per cui un esordiente si può considerare molto fortunato se - promozioni sui social incluse - arriva a piazzare 100 copie;

considerato inoltre che il livello delle royalties oscilla tra il 5% e il 15% del prezzo di copertina, per cui si può parlare di un ricavo lordo medio per l'autore di 1,50 € per copia cartacea venduta, cui possono aggiungersi da zero a 60 centesimi per ogni E-book;

stiamo parlando, per un autore esordiente fortunato, dell'incasso globale lordo di circa 200 € per pubblicazione, da cui bisogna togliere le tasse.

Rendiamocene conto, prima di esortare aspiranti scrittori ad investire tempo, fatica e soldi nella speranza che questa attività (uno su mille? su diecimila? su centomila?) consenta loro di vivere decentemente.

Il mercato cerca - e trova - vacche da mungere, e queste vacche, ai tempi attuali, non sono i lettori.

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Si potrebbe parlare dei rendiconti, quanto sono affidabili, come comportarsi per verificare il rendiconto di un editore...

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2 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

La promozione si fa cercando spazi reali e virtuali dove presentare il libro, (e poi si posta il link  al video, se c'è), cercando di farsi intervistare (e poi si posta il link), si blogga sull'argomento che è il tema del proprio libro, si creano iniziative originali che coinvolgano i lettori...

 

Ma lo fanno, lo fanno. Lo fanno, ma i più non convertono. Eppure, bisogna ricordare che c'è anche un altro lato della medaglia: c'è chi sui social non muove un dito ma vende. C'è chi non si affanna in maniera tanto maldestra e disperata, eppure vende. Se c'è qualità, qualcosa succede pure se l'autrice/autore non si agita come un bagnante che affoga. Stavo per postare una lista di autrici/autori che a livello social neppure fiatano eppure vendono, ma poi mi sono detto che le liste non sono mai belle né eleganti da sciorinare. Vorrei aggiungere che un autore il nome se lo fa con la qualità dei propri scritti. Ergo, dovrebbe aspettare anni prima di pubblicare, e dovrebbe farlo solo quando è pronto. Altrimenti, appunto, poi ci si ritrova a promuovere e a spammare libri privi di qualità e di dignità e i tuoi contatti social sbuffano e ti evitano, di fatto silenziandoti. Meglio zappare la grassa terra.

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Il 26/9/2020 alle 12:47, Andrea D'Angelo ha scritto:

 

Ho già in mente un futuro post per il mio blog. Quando sarà pronto, pubblicherò col self-publishing e supererò l'esiguo numero di copie vendute con la BIG. Sarà divertente e per nulla maligno: non mi piace mancare di rispetto. Mi piace la verità, però, quando sono i fatti a dimostrarla.

 

Ti penserò, se mai avrò bisogno di un avvocato per questioni editoriali in Italia.

 

Il self però non è la panacea, Andrea. Se non hai figure professionali attorno a te (editor, grafico e ufficio stampa), rischi di restare al palo peggio. Certo, ci sono le eccezioni di chi ha veduto un botto, ma la maggioranza resta fra le 50 e le 200 copie.

Ti auguro comunque di non aver mai bisogno bisogno dei miei servigi ;), il medico e la'avvocato è  sempre meglio non doverli frequentare ;)

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Il 26/9/2020 alle 14:24, cheguevara ha scritto:

 

stiamo parlando, per un autore esordiente fortunato, dell'incasso globale lordo di circa 200 € per pubblicazione, da cui bisogna togliere le tasse.

Rendiamocene conto, prima di esortare aspiranti scrittori ad investire tempo, fatica e soldi nella speranza che questa attività (uno su mille? su diecimila? su centomila?) consenta loro di vivere decentemente.

Il mercato cerca - e trova - vacche da mungere, e queste vacche, ai tempi attuali, non sono i lettori.

 

se voi per prime non ritenete opportuno investire tempo e fatica nella promozione della vs Opera (e contemporaneamente della vs immagine di autore) perché un lettore dovrebbe investire i suoi soldi nella stessa? E ancora prima, perché dovrebbe investirci sopra un editore? Dopodiché se non non volete farlo, chiaramente nessuno vi obbliga, ma poi non lagnatevi se il libro non va da nessuna parte e la vostra carriera autoriale anche. Non vi resta che sperare nel colpo di fortuna che, ogni tanto, pure lui capita. E se però non capita, da capo a dodici come sopra.
Quanto alle vacche da mungere, è un discorso che si può senz'altro fare per la EAp, ma i stiamo parlando di editori veri

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23 ore fa, Ace ha scritto:

 

Ma lo fanno, lo fanno. Lo fanno, ma i più non convertono. Eppure, bisogna ricordare che c'è anche un altro lato della medaglia: c'è chi sui social non muove un dito ma vende. C'è chi non si affanna in maniera tanto maldestra e disperata, eppure vende. Se c'è qualità, qualcosa succede pure se l'autrice/autore non si agita come un bagnante che affoga. Stavo per postare una lista di autrici/autori che a livello social neppure fiatano eppure vendono, ma poi mi sono detto che le liste non sono mai belle né eleganti da sciorinare. Vorrei aggiungere che un autore il nome se lo fa con la qualità dei propri scritti. Ergo, dovrebbe aspettare anni prima di pubblicare, e dovrebbe farlo solo quando è pronto. Altrimenti, appunto, poi ci si ritrova a promuovere e a spammare libri privi di qualità e di dignità e i tuoi contatti social sbuffano e ti evitano, di fatto silenziandoti. Meglio zappare la grassa terra.

 

 

Guardi che non può dire con certezza che la conversione non ci sia. Magari una manciata di copie l'hanno spostata, o magari li ha visti qualche altro operatore della filiera che poi li chiama per fare qualcos'altro. Non state solo portando avanti il vs libro ma voi stessi in quanto scrittori.

Che poi se c'è qualità il libro cammina da solo, anche qui ci può essere l'eccezione, m conosco bizzeffe di autori di qualità che invece vendono poco. Al contrario, conosco un sacco di casi in cui la fuffa ha venduto milioni di copie. Se bastasse la qualità avremmo risolto tutti i problemi, non ci sarebbero più libri pessimi in giro e i cataloghi di tanti  piccoli editori veleggerebbero alla grande.

 

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Il 26/9/2020 alle 14:24, cheguevara ha scritto:

considerato che la media di copie vendute per ogni titolo pubblicato si aggira intorno a 200, e che tale media comprende anche i cosiddetti best seller (centinaia di migliaia, quando non milioni di copie), per cui un esordiente si può considerare molto fortunato se - promozioni sui social incluse - arriva a piazzare 100 copie;

considerato inoltre che il livello delle royalties oscilla tra il 5% e il 15% del prezzo di copertina, per cui si può parlare di un ricavo lordo medio per l'autore di 1,50 € per copia cartacea venduta, cui possono aggiungersi da zero a 60 centesimi per ogni E-book;

stiamo parlando, per un autore esordiente fortunato, dell'incasso globale lordo di circa 200 € per pubblicazione, da cui bisogna togliere le tasse.

Rendiamocene conto, prima di esortare aspiranti scrittori ad investire tempo, fatica e soldi nella speranza che questa attività (uno su mille? su diecimila? su centomila?) consenta loro di vivere decentemente.

Infatti si parla troppo poco spesso di soldi. Perché certo, c'è moltissima gente che scrive per hobby e non ha intenzione di andare oltre, anche perché magari il loro vero lavoro è un altro e vogliono solo far leggere il proprio libro a parenti, amici e poco altro.

Ma c'è chi si fionda a scrivere volendone fare il proprio lavoro, e in quel caso partire senza consapevolezza è un suicidio.

Il caso dell'autore che vende 100 copie e poi si lamenta (con se stesso) di aver speso 1200 euro di editing / impaginazione eccetera non è raro, beninteso.

Eppure, ci sono autori ed autrici che ho seguito e che seguo anche adesso con il gruppo che invece fanno faville e non solo perché li abbiamo aiutati/e a confezionare un prodotto buono nei contenuti, nella grafica e nell'estetica, ma anche perché sono consapevoli dei passi da compiere e che bisogna impegnare tempo ed energie nel loro obiettivo.

L'ultimo esempio che posso fare in ordine temporale (non citerò autrice e libro perché è vietato dal regolamento) è un'autrice che ha scritto un libro per una nicchia che "tira" e che riguarda parte del suo lavoro; ha investito qualche migliaio di euro (tra i servizi che offriamo noi e pubblicità varie con terzi - compresi social) e ad oggi, dopo due mesi dall''uscita del libro, ne ha guadagnati il triplo e l'orizzonte è tutt'altro che in discesa.

Un altro autore che ho seguito 2 anni fa ha scritto un manuale di crescita personale ben strutturato, per il grande pubblico, in parte romanzato; da allora ha guadagnato qualche decina di migliaia di euro (spalmati in due anni) e ha cambiato lavoro, nel senso che ora è un life coach e scrive a tempo pieno.

 

Hanno pubblicato in self perché hanno deciso di fare tutto da soli (in questo caso era la migliore opzione). Questa non è la regola, ma è una possibilità.

Cos'hanno in comune queste persone? Si sono impegnate e hanno usato il web a loro vantaggio, facendo le cose con calma, per bene, sia nel pre-pubblicazione (servizi editoriali, costruzione della comunità, ecc.) sia al lancio del prodotto che dopo.

Quindi sì, ragazzi, è un mondo difficile quello editoriale, però bisogna anche smetterla di pensare che perché questo sistema funziona male (è la verità) allora non c'è via d'uscita. C'è, basta rimboccarsi le maniche. E scrivere bene (quella è proprio la base...) o avere dei professionisti che ti seguano nel percorso.

 

Scusate il pippone, ma è da troppo tempo che leggo che non è possibile vendere più di 200 copie, questa media (reale) delle vendite degli esordienti. Se si vende poco vuol dire che il libro non è buono oppure che non si fa nulla per promuoverlo.

 

P.S.

@Avv.Lenti , cerca di scrivere un solo post rispondendo a tutti, e non un messaggio per ogni risposta :P 

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Il discorso di@Niko è condivisibile, a mio avviso, fino a un certo punto: quella di 200 copie vendute per titolo non è una media per autore esordiente (magari!), ma a livello nazionale, comprende tutto ciò che viene pubblicato. L'investimento di qualche migliaio di Euro presuppone che il novello autore li abbia e che i soggetti percettori siano effettivamente validi e onesti professionisti, cosa non sempre riscontrata da chi si è a loro affidato, come è dato constatare dai commenti sulla materia postati qui sul WD.

C'è troppa gente interessata ad incoraggiare aspiranti scrittori cui manca la materia prima: il talento, quando non addirittura la capacità di esprimersi in un italiano decente.

Il discorso di  @Avv.Lenti l'ho già sentito: se tu, autore, non sei disposto ad investire soldi su te stesso, perché dovrebbe farlo l'editore? Forse perché è la CE a fare impresa e, in quanto tale, è tenuta a dotarsi di mezzi adeguati e investirli alla bisogna. Forse perché, come impresa editoriale, è (sarebbe) tenuta a selezionare preventivamente gli autori, pescando nel mare magnum delle proposte ricevute solo il meglio del meglio. Compito dell'autore è (dovrebbe essere) saper scrivere in modo tale da catturare l'attenzione e suscitare emozioni del lettore oltre che, ovviamente, collaborare con l'editore presenziando alle promozioni da esso editore attivate.

Le cose, purtroppo, non funzionano così: viene chiesto all'autore di farsi impresa e spendere denaro e tempo in attività che nulla hanno a che vedere col saper scrivere. In altri termini, chi dispone di quattrini ha (qualche) probabilità di raggiungere il successo: gli altri scrivano pure per hobby, se loro aggrada.

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2 ore fa, Avv.Lenti ha scritto:

Il self però non è la panacea, Andrea. Se non hai figure professionali attorno a te (editor, grafico e ufficio stampa), rischi di restare al palo peggio.

 

Questo perché, Marina, la maggior parte di quelli che si affidano al self-publishing pensano che basti scrivere e mettere il testo su Amazon. Ovvero, ignorano e presumono.

Basta fare una carrellata delle copertine.

Gli autori restano a 200 copie perché non fanno i compiti a casa (parlando di quelli che hanno prodotto un buon testo; tutti gli altri spariscono per una questione di selezione naturale).

 

Ti sto parlando di fare self-publishing seriamente.

Il self-publishing è molto più impegnativo che essere messo sotto contratto da un editore.

In dieci anni d'assenza ho avuto modo di studiare parecchie cosette. ;)

 

In pratica, pacatamente, non concordo sul fatto che il self-publishing non sia la panacea, quasi che lo sia un editore con cui devi farti un mazzo tanto per pubblicizzarti (dato che se non lo è l'uno, lo è l'altro; o intendevi dire che non esiste? :) ).

Un conto è dire che bisogna essere disponibili a eventi, presentazioni e a "stare sul pezzo". Concordo al 100% con te quando dici che non si può pretendere di essere letti, se da autori non si è disposti a "vendere" il frutto della propria scrittura. L'equazione "autore svogliato = lettore disinteressato" è verissima. Altra cosa è dire che la tua operazione commerciale assieme all'editore è fallita perché non ti sei promosso abbastanza. Se devo farmi un mazzo tanto con l'editore quanto se vado in self-publishing, allora qualcuno mi deve spiegare quale sia il vantaggio di pubblicare con un editore, dato che ciò che guadagna l'autore su prezzo di copertina è percentuale risibile, se trova una buona CE attende 18 mesi per vedere il testo immesso sul mercato e altre cosucce non da poco.

 

La mia risposta è già chiara: ci risentiamo quando avrò pubblicato in self come si deve e ottenuto migliori risultati di quelli che ho ottenuto con la big – difficile? Credimi, tutt'altro che impossibile! Non sto parlando di avere successo, sto parlando di ottenere gli stessi risultati, però essendo padrone della mia vita.

Ce la farò, perché so scrivere, so di cosa parlo, so cosa mi serve, so che non posso fare tutto da solo e so già a chi rivolgermi.

 

La verità è quella che nessuno dice (attendo le anonime freccine rosse): l'editore fa la differenza nel momento in cui ti mette sul mercato e cominci a vendere perché il romanzo piace, non perché abbia fatto promozione. Salvo rarissimi casi, comincia a investire sul serio su di te soltanto dopo. Se vendi perché piaci, allora si vede la differenza (con una CE medio/grande): puntano su di te, perché vedono che vendi.

La prima tiratura del romanzo è una sorta di scommessa, quello che gli esperti di business chiamano "MVP" (Minimum Viable Product, ovvero "prodotto minimo funzionante"), come si fa con qualsiasi tipo di business oggigiorno. Conta poco che sia un romanzo e non un prodotto dell'innovazione. Se funziona, s'investe; altrimenti no. La logica è chiara e non è deprecabile. Lo si capisce, restano imprenditori.

Il punto è: oggigiorno la CE non è più la sola via. E se qualche CE viene a mettere freccine rosse, non offende me, ma gli editor freelance e i liberi professionisti che conoscono il mestiere e lo fanno bene e con onestà. Non offendono me, offendono le figure professionali complementari al mestiere e al talento di un buon autore.

 

Per questo motivo l'editore o il self-publishing, a patto che l'autore indie abbia studiato come si fa self-publishing per davvero (ovvero sia competente), non fa alcuna differenza. Anzi.

La CE ha altri mezzi per presentarsi come più vantaggiosa del self-publishing, ma li usa di rado. E qui mi fermo, che ho già scritto troppo…

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1 ora fa, Niko ha scritto:

Quindi sì, ragazzi, è un mondo difficile quello editoriale, però bisogna anche smetterla di pensare che perché questo sistema funziona male (è la verità) allora non c'è via d'uscita. C'è, basta rimboccarsi le maniche. E scrivere bene (quella è proprio la base...) o avere dei professionisti che ti seguano nel percorso.

 

Ecco. Non avevo ancora letto il tuo intervento. Esattamente quanto scrivo nel precedente intervento. Bisogna sapere di cosa si parla.

Ti capisco, so di cosa parli e hai il mio plauso per dirlo a chiare lettere.

 

Ciò detto, ognuno è artefice del proprio destino, Niko. Lo sai bene anche tu che la percentuale di chi è disposto ad affrontare tutti i passi necessari a fare le cose per bene è molto bassa. E non è soltanto una questione di denaro, direi piuttosto di sottovalutazione dell'importanza di tali passi – svariate le cause, tra le quali la prima è l'ignoranza in merito – e sopravvalutazione delle proprie capacità – svariate le cause, tra le quali la prima è l'ignoranza in merito.

 

Quello che invece mi pare piuttosto chiaro, è che il mercato self italiano è molto ristretto. In molti casi le cifre che vedo sono forse un po' troppo alte, considerate le prospettive. E lì, secondo me, dipende molto dall'onestà dei professionisti complementari al tuo lavoro d'autore: se sono onesti e vuoi rivolgerti a una nicchia che non ti permetterà di recuperare il denaro speso, dovrebbero avvisarti prima di mettersi a lavorare con te. O sbaglio?

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Riguardo alla “promozione del proprio libro”, sicuramente, bisogna fare delle distinzioni tra un autore che pubblica appoggiandosi a un editore e chi invece sceglie di autopubblicarsi. La presenza o l’assenza di un editore possono cambiare completamente tutti gli scenari. Un autore che decide per il selfpublishing diventa lui stesso editore, quindi, un imprenditore ed è logico che ci siano diversi tipi d’investimenti che dovrà fare, anche economici. L’autore invece che si affida a una casa editrice, non dovrebbe “sborsare” nulla, anzi deve essere pagato, nei rispetti del diritto d’autore, di certo, deve aiutare l’editore nella promozione, ma non può sostituirsi o prendere iniziative contrarie alla politica editoriale decisa dal proprio editore.

 

1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Il discorso di  @Avv.Lenti l'ho già sentito: se tu, autore, non sei disposto ad investire soldi su te stesso, perché dovrebbe farlo l'editore? Forse perché è la CE a fare impresa e, in quanto tale, è tenuta a dotarsi di mezzi adeguati e investirli alla bisogna. Forse perché, come impresa editoriale, è (sarebbe) tenuta a selezionare preventivamente gli autori, pescando nel mare magnum delle proposte ricevute solo il meglio del meglio. Compito dell'autore è (dovrebbe essere) saper scrivere in modo tale da catturare l'attenzione e suscitare emozioni del lettore oltre che, ovviamente, collaborare con l'editore presenziando alle promozioni da esso editore attivate.

Le cose, purtroppo, non funzionano così: viene chiesto all'autore di farsi impresa e spendere denaro e tempo in attività che nulla hanno a che vedere col saper scrivere. In altri termini, chi dispone di quattrini ha (qualche) probabilità di raggiungere il successo: gli altri scrivano pure per hobby, se loro aggrada.

 

Ecco, questa resta, anche per me, una verità indiscutibile. Grazie.

Pure in questo topic, mi piace ricordare la proposta avanzata dalla FUIS, riguardo al riconoscimento professionale degli scrittori italiani

LA FUIS PROPONE IL TARIFFARIO PER IL LAVORO DEGLI SCRITTORI

 

Quota

Tale tariffario è la premessa per la sottoscrizione del CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE PER  IL LAVORO DELLO SCRITTORE che deve intervenire tra Associazione Editori e Associazione Produttori e la FUIS.

  

Sono indicati anche degli importi per la promozione di un libro.

 

1 ora fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

Un conto è dire che bisogna essere disponibili a eventi, presentazioni e a "stare sul pezzo". Concordo al 100% con te quando dici che non si può pretendere di essere letti, se da autori non si è disposti a "vendere" il frutto della propria scrittura. L'equazione "autore svogliato = lettore disinteressato" è verissima. Altra cosa è dire che la tua operazione commerciale assieme all'editore è fallita perché non ti sei promosso abbastanza. Se devo farmi un mazzo tanto con l'editore quanto se vado in self-publishing, allora qualcuno mi deve spiegare quale sia il vantaggio di pubblicare con un editore, dato che ciò che guadagna l'autore su prezzo di copertina è percentuale risibile

 

Grazie per il tuo intervento @Andrea D'Angelo, la tua esperienza, in questo caso, ci porta su un discorso molto condivisibile.

 

1 ora fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

La verità è quella che nessuno dice (attendo le anonime freccine rosse): l'editore fa la differenza nel momento in cui ti mette sul mercato e cominci a vendere perché il romanzo piace, non perché abbia fatto promozione. Salvo rarissimi casi, comincia a investire sul serio su di te soltanto dopo.

 

No, no. Le verità vanno dette sempre e le presunte "freccine rosse" non devono essere un "bavaglio". Grazie anche per il tuo coraggio, io penso davvero che potresti essere d'aiuto per tutti quelli che hanno bisogno di queste "verità".

 

Mi piacerebbe aggiungere a questo discorso sulla "promozione del libro" qualcosina sull'utilizzo dei social... Se un editore non usa "YouTube" (non fa almeno 1 diretta alla settimana), ha meno followers di un autore o comunque abbastanza pochi, a me appare ancora più evidente che non si possa poi "ribaltare" il discorso sull'autore e confidare nella sua di promozione. Si devono continuare a selezionare i buoni romanzi e lasciare stare i vari "TikTok" ad altri "fenomeni", non di certo culturali.

 

Lascio qui un articolo molto interessante e di certo (anche questo) non si può imporre a nessuno l'uso dei social, come pure sarebbe assurdo giudicare uno scrittore da come utilizza questi strumenti... Sarà ancora da chiedersi se conta di più il romanzo o chi l'ha scritto? La verità è che quando si sfoglia un libro c'è solo una storia, il resto è contorno, che si potrebbe anche fare a meno di assaggiare (soprattutto se si bruciassero dei libri perché scritti da autori "non graditi").

Gli scrittori alla prova dei social

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Torno nel merito per esprimere quanto già asserito in altri post: se avessi trent'anni di meno e più capacità informatiche, opterei per il self-publishing, diventando, allora sì, imprenditore, con core-business me stesso. Investire va benissimo, è l'investimento in impresa altrui, con ritorni minimi rispetto all'impegno e al denaro profusi, che si rivela (non può che rivelarsi) una sòla. 

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2 ore fa, cheguevara ha scritto:

Il discorso di  @Avv.Lenti l'ho già sentito: se tu, autore, non sei disposto ad investire soldi su te stesso, perché dovrebbe farlo l'editore? Forse perché è la CE a fare impresa e, in quanto tale, è tenuta a dotarsi di mezzi adeguati e investirli alla bisogna. Forse perché, come impresa editoriale, è (sarebbe) tenuta a selezionare preventivamente gli autori, pescando nel mare magnum delle proposte ricevute solo il meglio del meglio. Compito dell'autore è (dovrebbe essere) saper scrivere in modo tale da catturare l'attenzione e suscitare emozioni del lettore oltre che, ovviamente, collaborare con l'editore presenziando alle promozioni da esso editore attivate.

Secondo il mio punto di vista non è tanto quello di investire soldi su un autore se non lo fa lui stesso. La CE fa sicuramente impresa ma il suo lavoro non è sul singolo autore, il lavoro di una CE è costruire un catalogo quanto più omogeneo e qualitativamente valido, costruirsi un pubblico affezionato a questo tipo di catalogo, costruire una rete promozionale e di vendita adeguata e inserire i nuovi titoli in tutto questo. A questo punto, però, il nuovo autore della CE arriverà con un suo bagaglio di conoscenze e contatti dovuti alla sua vita e al suo lavoro che se affiancati alla struttura organizzativa della CE daranno sicuramente un valore aggiunto notevole.

 

2 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

Se devo farmi un mazzo tanto con l'editore quanto se vado in self-publishing, allora qualcuno mi deve spiegare quale sia il vantaggio di pubblicare con un editore, dato che ciò che guadagna l'autore su prezzo di copertina è percentuale risibile,

Questa è la solita lamentela di chi non comprende come funziona il mercato del libro. La percentuale risibile dell'autore è quasi equivalente a quella che guadagna una CE onesta dopo avere tolto la percentuale della distribuzione, della stampa, dei collaboratori, delle spese fisse ecc. Potrei fare esempi di tantissimi autori che riescono a guadagnare molto di più sul loro libro di quanto guadagni la CE stessa. Autori che si appoggiano all'organizzazione di vendita e promozionale della CE e, parallelamente, si organizzano loro tour di presentazioni in giro per l'Italia prendendosi il 45/50% sul prezzo di copertina offerto dalle CE che prevedono questo tipo opportunità. E non parlo di CE a pagamento perché i libri sono dati in conto deposito e quindi pagati solo e se venduti. E per questi autori si tratta proprio di libera scelta perché sanno che non dovranno anticipare nemmeno una lira, sono in grado di sfruttare una serie di contatti iniziali che via via sono cresciuti e riescono a vivere di questo avendo anche lo spazio di scrivere altri testi per quando i "vecchi" cominceranno a scemare avendo a fianco una CE che li sostiene, anticipa le spese e, parallelamente, vende anche la sua parte...

 

Io personalmente sono molto contrario, anzi contrariato dal self publishing per due semplici motivi: il primo che non c'è selezione né controllo, tra pochissimi testi validi ci sono innumerevoli schifezze che inquinano e disperdono il mercato.  La seconda è che l'autore di self fa concorrenza sleale alle CE. Un autore self non ha tutte le spese che una CE e il libri autoprodotti escono a prezzi decisamente troppo competitivi rispetto a quelli di una CE, creando sconcerto tra il pubblico dei lettori che non è in grado di capire i costi che ci sono dietro a un'impresa editoriale...

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18 minuti fa, Riccardo Zanello ha scritto:

Questa è la solita lamentela di chi non comprende come funziona il mercato del libro. La percentuale risibile dell'autore è quasi equivalente a quella che guadagna una CE onesta dopo avere tolto la percentuale della distribuzione, della stampa, dei collaboratori, delle spese fisse ecc.


@Riccardo Zanello, mi metti in bocca cose che non ho detto.

Non ho scritto che è l’editore che fa sì che io ottenga una percentuale risibile, quasi che fosse un malvagio che si mette in tasca chissà quali cifre a discapito dell’autore con una risata diabolica. Ho scritto che la percenutale che va all’autore con l’editoria tradizionale è risibile. 
 

Senza per questo volerti suonare arrogante, e non pretendendo che tu sappia sempre chi sta scrivendo, difficile io non sappia come funziona dopo aver pubblicato quattro romanzi in Italia. Sì?

 

Affinché tu possa inquadrare meglio il mio tono: non è una lamentela. È la comunicazione di un fatto. Non mi lamento, perché come detto già molte volte pure qui, a me delle CE italiane non interessa un bel nulla. Ho già dato e non darò più. E una persona non si lamenta delle cose che non le importano. 


A me piace l’idea di dire come stanno le cose. 
 

Scrivo in questo forum per gli autori che vi scrivono. Sono loro che mi interessano, perché amo le persone che amano la scrittura. E m’infastidisco quando ciò che leggo tace o modifica la realtà dei fatti. A volte sembra che crediate gli autori siano una razza inferiore, fatta di persone ignoranti o sempre e comunque disinformate, che solo si lamentano e parlano di cose che non sanno. Come se soltanto i professionisti del settore possano avere certe conoacenze. 
 

Sul serio?

 

Ha importanza cosa produca quella percentuale risibile o ha importanza la percentuale risibile?

 

Nella vita contano i fatti, non le opinioni. 

Lo dico con gentilezza, non per fare polemica, ma anche con fermezza. (I forum non passano il tono.)

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1 minuto fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

Non ho scritto che è l’editore che fa sì che io ottenga una percentuale risibile, quasi che fosse un malvagio che si mette in tasca chissà quali cifre a discapito dell’autore con una risata diabolica. Ho scritto che la percenutale che va all’autore con l’editoria tradizionale è risibile. 
 

Sicuramente ma è la stessa "risibile" percentuale con cui le CE devono campare.

Io non so con chi hai avuto esperienze così negative ma da qui a criticare tutto un sistema (che sicuramente è criticabile) o a pretendere di avere capito tutto dell'editoria ce ne corre.

Io  non credo assolutamente, ovviamente, che gli autori siano una razza inferiore o siano tutti ignoranti anche perché odio le generalizzazioni. Fammi dire, però, per esperienza che di autori ce ne sono troppi. E sono troppi perché, spesso e molti, privi di autocritica e iperdotati di presunzione, ovviamente non mi riferisco a te perché non ti conosco.

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25 minuti fa, Riccardo Zanello ha scritto:

Sicuramente ma è la stessa "risibile" percentuale con cui le CE devono campare.

 

Perfetto, Riccardo.

Allora inquadriamo il mio messaggio: capito che non la CE non è il lupo cattivo e che la percentuale percepita dall'autore con l'editoria tradizionale è risibile, poco importa che lo sia pure quella che percepisce l'editore, quando il mio messaggio ragionava su quale fosse il vantaggio per l'autore di pubblicare con una CE, anziché di pubblicare in modo indipendente, col self-publishing.

 

La mia esperienza non è stata tutta negativa. L'ho scritto e lo ripeto. Il rapporto con la mia editor è stato prezioso. È successa una cosa, dal mio punto di vista imperdonabile, alla quale io aggiungo gli svantaggi – non sto parlando di gente che ammazza altra gente, ma di convenienza effettiva: sono un tipo pragmatico – che l'editoria tradizionale nel 2020, in Italia, comporta. Ho già scritto anche un'altra cosa, qui su questo forum: capisco perfettamente chi non ha ancora avuto un'esperienza con una CE seria, la mia lo era nonostante l'episodio, e voglia viverla. Lo capisco e l'approvo: ho imparato un sacco. Ciò non toglie che io non ne voglia più sapere.

Non volerne più sapere, ancora una volta, non significa criticare un intero sistema. Non mi lamento, Riccardo. Non critico l'intero sistema. Parlo di fatti (percentuale risibile per gli autori, che non esclude altri morti di fame lungo la filiera), parlo della mia personale decisione e parlo del fatto che mi piacerebbe si dicessero le cose come stanno.

 

Altrove ho difeso i professionisti seri del settore – tu mi sembri uno di loro; i tuoi interventi a me sono sempre parsi rispettabili e precisi (e non sarà la difformità di vedute questa volta che mi farà cambiare idea, per quel poco che ti possa interessare) – e ho detto a chiare lettere che non sono contro le CE. Non voglio averci a che fare, è diverso.

 

Qui stavo rispondendo a Marina, che ho avuto il piacere di conoscere tanti anni fa e con cui ne ho viste delle belle, quindici anni fa, ormai, sul fatto che il self-publishing non sia la panacea. Non è per polemica o per fare di tutta l'erba un fascio, ma non sono affatto d'accordo che la panacea sia l'editoria tradizionale. Sono certo tu capisca la sfumatura.

 

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A mio avviso, considerare il self come un’alternativa tout court all’editoria è un po’ fuorviante. Sono due strade diverse, possibilmente per tipologie di persone diverse. Di fatto, non tutti gli autori hanno il tempo, le competenze tecniche, e soprattutto la personalità giusta per fare opera di autoproduzione e autopromozione. E non è detto nemmeno che uno scrittore debba possedere o sviluppare strategie di vendita della propria opera, aspetti che spesso distolgono dalla scrittura. Se qualcuno si rivolge a una casa editrice, in molti casi, è proprio perché non ha gli strumenti giusti o la personalità giusta per fare self in modo efficace, e vuole delegare questo lavoro a un altro soggetto, anche a costo di guadagnare meno di quanto farebbe da solo (ma anche il tempo è denaro...). Il fatto che poi l’autore vada incontro ad esperienze deludenti con un editore (anche big, a quanto pare!) non vuol dire che l’editoria in sé sia tutta da scartare, e non vuol dire che non possa esistere una casa editrice in cui si possa sentire più “a casa” e più gratificato come autore...
 

Io per ora sto avendo un’esperienza abbastanza positiva con una media CE a cui ho proposto un’opera di traduzione, che sarà pubblicata entro Natale. In teoria, il fatto che non sia una mia opera originale non cambia granché, dato che chi traduce un libro gode del diritto d’autore come qualunque autore. Che nel libro non ci sia il mio nome in copertina – ma quello di un ben noto autore americano – mi è stato utilissimo non solo per perdere un po’ di manie di protagonismo, a cui nessuno è immune, ma soprattutto per rendermi conto di come dovrebbe funzionare l’editoria quando il suo scopo è di vendere con convinzione un libro su cui ha investito tempo e denaro (in questo caso, non soltanto pagando chi produce il testo derivato, ma soprattutto comprando i diritti dell’originale). In questa situazione, almeno so in partenza che sarà l’editore a occuparsi della promozione, di organizzare presentazioni, di spammare su Facebook, di inviare copie-omaggio, e tanto altro. Se l’autore a titolo personale vorrà partecipare alla promozione è un di più, ma non è richiesto, anche perché in genere chi traduce viene pagato in anticipo e non guadagna più sulle singole copie, anche se nulla vieta di contrattarlo... io ho scelto di non farlo proprio per non avere preoccupazioni di vendite, rendiconti, e sbattimenti vari! Sicuramente con questo libro non mi sarò arricchito, tutt’altro, ma almeno non avrò perso né tempo né denaro. So che non avrò frustrazioni, e non dovrò fare nulla per auto-promuovermi. Mentre l’editore si sobbarcherà questo lavoro, come è giusto che sia, io potrò dedicarmi a un altro progetto. 
 

Per me, idealmente, è così che dovrebbe funzionare l’editoria: il “mestiere” dell’autore è di scrivere, mentre il mestiere dell’editore è di promuovere e vendere l’opera. Punto. Come autore, so che sarà estremamente difficile trovare una CE media a pari condizioni, che pubblichi un mio romanzo con il mio nome in copertina, e in cui io ci possa guadagnare qualcosa (anche solo 2-3000 euro) senza troppe frustrazioni e senza troppa sottrazione di tempo. Tuttavia, so che è l’unica cosa a cui dovrei puntare, per non andare incontro a esperienze deludenti. Se poi non troverò una CE che faccia al mio caso... semplicemente lascerò le mie opere nel cassetto, vorrà dire che non era il mio destino. A iniziare con il self publishing non mi passa per l’anticamera del cervello... ma ripeto, secondo me è innanzitutto questione di personalità.
 

Ad ogni modo, per me l’aspetto più oscuro tra quelli elencati è “Quanto si guadagna (o si può guadagnare) scrivendo”.
 

Personalmente, mi sono fatto l’idea che, in questa fase di profonda crisi dell'editoria, l’unico modo praticabile per guadagnare con la scrittura, a meno che non si riesca a piazzare uno o più autentici bestseller, è per l’appunto affiancare la traduzione editoriale alla produzione di opere originali. Non si guadagna granché, ma almeno ci sono entrate certe e tempi certi, e spesso non mancano anche le soddisfazioni.

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Io ho votato cinque punti, ma in particolare vorrei approfondire la questione sulle tasse e la dichiarazione dei redditi. Se un autore guadagna 200 euro in un anno grazie alle vendite del suo libricino dovrà pagare le tasse? Quante tasse? E se invece ne guadagnasse 400 o 500? C'è un limite sotto il quale non si deve fare nessuna dichiarazione? Naturalmente mi riferisco a un autore che non ha un secondo lavoro e fa solo l'autore. (Lo so, con 200 euro è difficile arrivare a fine anno :lol:).

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1 ora fa, Ngannafoddi ha scritto:

Io ho votato cinque punti, ma in particolare vorrei approfondire la questione sulle tasse e la dichiarazione dei redditi. Se un autore guadagna 200 euro in un anno grazie alle vendite del suo libricino dovrà pagare le tasse? Quante tasse? E se invece ne guadagnasse 400 o 500? C'è un limite sotto il quale non si deve fare nessuna dichiarazione? Naturalmente mi riferisco a un autore che non ha un secondo lavoro e fa solo l'autore. (Lo so, con 200 euro è difficile arrivare a fine anno :lol:).

I diritti d'autore sono tassati a monte. L'editore tratterrà il 20% sul 75% di quanto dovuto (ritenuta d'acconto) e la verserà entro il mese successivo all'Agenzia delle entrate a nome dell'autore, cambia l'imponibile per i più giovani di 35 anni (non ricordo bene l'età). Le ricevute di ritenuta d'acconto vanno allegate alla dichirazione dei redditi se l'autore è tenuto a farla...

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11 ore fa, Wanderer ha scritto:

Personalmente, mi sono fatto l’idea che, in questa fase di profonda crisi dell'editoria, l’unico modo praticabile per guadagnare con la scrittura, a meno che non si riesca a piazzare uno o più autentici bestseller, è per l’appunto affiancare la traduzione editoriale alla produzione di opere originali. Non si guadagna granché, ma almeno ci sono entrate certe e tempi certi, e spesso non mancano anche le soddisfazioni.

Ottima cosa, peccato che sia una via percorribile soltanto da chi ha titolo e capacità per poter tradurre professionalmente non una semplice lettera commerciale o un articolo di giornale, ma un intero libro.

In definitiva, oltre alla strada da te praticata (ti auguro, con grandi soddisfazioni) ed indicata, abbiamo assodato - o così pare -  che per arrivare al successo, o comunque per raggiungere la possibilità di mantenersi facendo lo scrittore, per chi non sia già affermato o noto al grande pubblico per altri meriti veri o presunti (B. Vespa docet), bisogna, a prescindere dal talento:

essere dotati delle disponibilità finanziarie indispensabili per pagarsi un'equipe di professionisti (editing, marketing, informatica, eccetera) e pubblicare in self;

e/o

essere dotati di dinamismo, relazioni personali e capacità organizzative che consentano di ottimizzare (o sostituire) le iniziative della CE in tale direzione;

e/o

essere dotati di un imponente lato B ed incappare in un prestigioso editore che decida di lanciare la tua opera e farne un best seller.

Chi non dispone di tali risorse - categoria alla quale mi pregio di appartenere - si rassegni: il meglio che gli possa capitare (come a me è capitato) è imbattersi in un piccolo e onesto editore a cui è piaciuto il suo lavoro, disposto a pubblicarlo senza chiedere nulla in cambio.

Riguardo ai ricavi conseguenti, se pagati, oscilleranno tra l'equivalente di qualche cena in ristoranti di media tacca e quello di pizza e birra nel locale dietro casa.

E' la realtà, al netto delle masturbazioni mentali in cui tutti, chi più e chi meno, ci siamo cimentati.

 

 

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3 ore fa, Ngannafoddi ha scritto:

C'è un limite sotto il quale non si deve fare nessuna dichiarazione? 


Che io sappia no... l'unico limite è la decenza! ;)

@Riccardo Zanello Anche se l'autore vende tramite Amazon sono tassati a monte? Non credo... 

@cheguevara  :

Sul fatto che per tradurre servano particolari requisiti, non è sempre così, in particolare se si tratta di traduzione letteraria, e non di traduzione tecnica. Oltre a conoscere decentemente una lingua straniera, il principale requisito è quello di ogni altro scrittore, cioè scrivere bene in italiano. Se poi hai fatto studi umanistici è certamente utile, ma tanto quanto può essere utile per scrivere le tue stesse opere. Io non ho fatto studi di traduzione, non ho un curriculum da traduttore, e non aspiro nemmeno a diventare un "traduttore professionale". Ho cominciato a farlo solo per cercare una via alternativa alla scrittura, oltre che per riuscire ad instaurare rapporti di collaborazione con qualche editore che altrimenti non mi avrebbe considerato. Secondo me, molti scrittori non si "inventano" in questo campo non perché non ne avrebbero le capacità o i requisiti, ma perché viene percepito come un campo che non appaga abbastanza la propria vanità di scrittore. Eppure, molti grandi autori del passato (ad esempio Cesare Pavese) sono stati anche traduttori.

Al di là di questo, io credo che ogni autore abbia la possibilità di cercare strade alternative, che siano il self (per chi ne è capace), che siano tradurre, correggere bozze, scrivere articoli, o altro, per cercare anche di guadagnare qualcosa, e per non limitarsi a mandare proposte, spesso infruttuose. Se l'autore ha come unico obiettivo quello di inseguire i propri sogni di gloria, in particolare in quest'epoca, è molto probabile che vada incontro a delusioni e, per di più, si ritrovi con le tasche vuote. 

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19 minuti fa, cheguevara ha scritto:

per chi non sia già affermato o noto al grande pubblico per altri meriti veri o presunti

 

Sì, questa è un'altra verità ed è impensabile, davvero, che si possa vivere solo con il compenso derivante dai propri romanzi... Per non parlare poi dei più "poveri" poeti:

Che lavoro fanno davvero i poeti italiani

 

Quota

Nessun poeta può pensare di vivere di poesia, e sono ben pochi anche gli scrittori di narrativa che ci riescono. Di poesia peraltro non si è mai vissuto...

 

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27 minuti fa, Wanderer ha scritto:

Sul fatto che per tradurre servano particolari requisiti, non è sempre così, in particolare se si tratta di traduzione letteraria, e non di traduzione tecnica.

Posso essere d'accordo se ci si limita a considerare la traduzione dalla lingua straniera in italiano, cosa in cui anch'io mi sono a suo tempo cimentato senza particolari difficoltà, traducendo dall'inglese relazioni tecnico-finanziarie distribuite in convention, conferenze e congressi cui ho partecipato come spettatore invitato. Penso però che il percorso inverso, per esempio tradurre un intero libro scritto in italiano nella lingua inglese, sia molto più arduo: non bastano più nozioni di grammatica e sintassi e l'aiuto di un vocabolario, ma bisogna conoscere profondamente il linguaggio e i costumi, inclusi i modi di dire e le frasi fatte, di un popolo che non è il tuo. E' possibile soltanto a chi presso quel popolo ha vissuto, non per settimane o mesi, ma anni.

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1 minuto fa, cheguevara ha scritto:

Posso essere d'accordo se ci si limita a considerare la traduzione dalla lingua straniera in italiano, cosa in cui anch'io mi sono a suo tempo cimentato senza particolari difficoltà, traducendo dall'inglese relazioni tecnico-finanziarie distribuite in convention, conferenze e congressi cui ho partecipato come spettatore invitato. Penso però che il percorso inverso, per esempio tradurre un intero libro scritto in italiano nella lingua inglese, sia molto più arduo: non bastano più nozioni di grammatica e sintassi e l'aiuto di un vocabolario, ma bisogna conoscere profondamente il linguaggio e i costumi, inclusi i modi di dire e le frasi fatte, di un popolo che non è il tuo. E' possibile soltanto a chi presso quel popolo ha vissuto, non per settimane o mesi, ma anni.


Beh, il mio caso dimostra anche il contrario... dato che non sono mai stato negli Stati Uniti. Poi naturalmente dipende molto dal tipo di opera e dal tipo di traduzione. La traduzione in regime di diritto d'autore (ovvero la traduzione letteraria) si distingue dagli altri tipi di traduzione proprio perché ha delle caratteristiche diverse, che portano a produrre "un'opera d'ingegno a carattere creativo", di cui si diventa a tutti gli effetti autore, tanto quanto di un romanzo (e infatti, per contratto i diritti sulla traduzione non sono cedibili per più di vent'anni). Se si tratta di un'opera scientifica, o di un saggio storico, sicuramente è in gran parte come dici. Ma se invece l'opera ha una qualità squisitamente letteraria, allora bisogna innanzitutto "ricreare" da autore quella qualità letteraria, in molti casi anche con licenze di traduzione e piccole forme di "infedeltà" all'originale. Peraltro, io sono stato seguito dall'editore come in un'opera personale, assegnandomi un editor dopo la prima stesura. E qualche mia piccola ingenuità di traduzione è stata corretta in fase di editing. Nel mio caso, comunque, sono stato io stesso a selezionare e proporre l'opera, quindi sono stato parecchio avvantaggiato. Non avrei mai potuto tradurre un'opera su commissione, proprio perché non sono un traduttore professionista, e non aspiro a diventarlo. Posso tradurre soltanto quello che mi piace, che scelgo io stesso, e che non mi faccia percepire quell'attività come un surrogato della scrittura. 

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3 ore fa, Riccardo Zanello ha scritto:

I diritti d'autore sono tassati a monte. L'editore tratterrà il 20% sul 75% di quanto dovuto (ritenuta d'acconto) e la verserà entro il mese successivo all'Agenzia delle entrate a nome dell'autore, cambia l'imponibile per i più giovani di 35 anni (non ricordo bene l'età). Le ricevute di ritenuta d'acconto vanno allegate alla dichirazione dei redditi se l'autore è tenuto a farla...

Molto interessante :comedicitu:. Grazie.

 

1 ora fa, Wanderer ha scritto:

Nel mio caso, comunque, sono stato io stesso a selezionare e proporre l'opera

Non ho chiara una cosa: hai tradotto un'opera scelta da te e l'hai proposta a un editore o hai prima contattato l'editore e hai fatto la traduzione solo dopo esserti accordato con lui?

Sarebbe avvilente tradurre un intero romanzo e scoprire poi che nessuno vuole pubblicarlo :okay:.

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20 minuti fa, Ngannafoddi ha scritto:

Non ho chiara una cosa: hai tradotto un'opera scelta da te e l'hai proposta a un editore o hai prima contattato l'editore e hai fatto la traduzione solo dopo esserti accordato con lui?

Sarebbe avvilente tradurre un intero romanzo e scoprire poi che nessuno vuole pubblicarlo :okay:.


Ovviamente la seconda che hai detto... anzi, per essere più preciso, le tappe sono state (e devono essere necessariamente) queste, quando lo fai da freelance:

1. Trovi un'opera che ti interessa, che sei in grado di tradurre bene, e che non risulta sia stata ancora tradotta (oppure che è fuori catalogo da tempo e che vuoi ri-tradurre, oppure che è di pubblico dominio);
2. A meno che l'opera non sia di pubblico dominio - unico caso in cui non hai bisogno di altro - contatti l'editore del paese d'origine e/o l'autore (o i suoi eredi) per accertarti che i diritti sono disponibili per l'Italia; a volte, l'editore ti rimanda a un'agenzia italiana, che gestisce i diritti di quell'editore, ma questo succede solo con i grandi editori, tipo Random House, che hanno degli intermediari in ogni paese (i quali a loro volta vogliono la loro percentuale, quindi paradossalmente a volte complicano le cose); oppure può succedere che l'editore estero ti rimanda all'agente estero dell'autore, in quanto all'estero alcuni autori pubblicano senza che i diritti vengano trasferiti all'editore;
3. Una volta che hai la certezza che i diritti sono disponibili, e che hai il contatto di chi li detiene, prepari una proposta di traduzione, che includa una scheda di lettura, un capitolo tradotto, oltre ovviamente una tua biografia; 
4. Mandi la proposta di traduzione a uno o più editori potenzialmente compatibili con il tuo progetto, dicendo che sei già informato della disponibilità dei diritti (in questo caso, gli editori sono decisamente più ricettivi e spesso rispondono in breve tempo, anche se non interessati);
5. L'editore interessato, a cui avrai fornito i contatti dei titolari dei diritti, si mette in contatto con l'editore o con l'agenzia e avvia una contrattazione per acquisire i diritti (in genere, per contratto, l'editore italiano corrisponderà per tot anni una percentuale per ogni copia venduta, e quasi sempre un anticipo, all'editore o all'agenzia dell'autore estero);
6. Se l'editore riesce effettivamente a concludere un accordo con l'editore estero (e non è scontato... nel mio caso ci sono voluti sei mesi!) allora può fare un contratto di traduzione con te, il quale necessariamente darà vita a una seconda contrattazione (anche se probabilmente l'editore italiano già nelle prime fasi ti avrà chiesto le tue tariffe, o ti avrà fatto delle proposte, anche per farsi i conti della spesa complessiva nel libro);
7. Non appena firmi il contratto, che è un più o meno normale contratto di edizione, a quel punto cominci a tradurre l'opera, e nella maggior parte dei casi (a meno che tu e l'editore non decidiate diversamente nel contratto) vieni pagato in un'unica soluzione, un tot a cartella, senza percepire royalties sulle copie. Ciò che ti viene corrisposto, in ogni caso, sono fiscalmente redditi da diritti d'autore. I diritti sulla traduzione, inoltre, non sono ceduti una volta per tutte, ma sempre "a termine" (massimo vent'anni), e in ogni caso per tutto questo tempo l'editore dovrà continuare ad essere titolare dei diritti sull'opera originale (quindi, se scadono, deve rinnovare il contratto con l'editore estero). 

Sembra complicato, ma una volta capito bene il meccanismo, non è poi così complesso. 

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7 ore fa, Wanderer ha scritto:

 Anche se l'autore vende tramite Amazon sono tassati a monte? Non credo... 

No Amazon no. Comunque non so come funziona...

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