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Francesco Curcio

Parole straniere: note a piè di pagina o vocabolario?

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Salve, dopo il post di presentazione esordisco con una domanda forse banale.

Sto scrivendo un libro di storie quotidiane vissute personalmente a Cuba, una sorta di diario di viaggio e ho usato di tanto in tanto qualche parola spagnola (in corsivo) che mi sembra rendere meglio l'idea. Dal contesto si riesce quasi sempre a comprenderne il significato, ciò nonostante stavo preparando un vocabolario con la traduzione, Saranno in tutto un centinaio.

Voi preferireste trovarle a piè pagina o andarle a cercare (se necessario) alla fine del libro?

Io in questo caso preferirei la seconda ma solo perchè trattandosi di spagnolo alcune sono veramente intuitive e la nota potrebbe essere superflua.

Grazie in anticipo

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Io le metterei a piè di pagina, limitandomi solo a quelle che non sono decifrabili.  Se mi metti in nota la traduzione di suerte o bienvenido riesci solo a irritarmi.

Sicuro che siano necessarie cento parole in spagnolo? Eppure l'italiano è una lingua molto ricca...

Sto editando un romanzo ambientato in un altro paese e "litigo" di continuo con l'autore, convinto che usare vocaboli incomprensibili che designano oggetti di uso comune, di cui esiste un perfetto corrispondente italiano, "faccia figo".  Niente di più sbagliato, a parer mio.

Per me dovresti limitarti esclusivamente a termini come carretera, matador e simili.

Parere personale, s'intende.

 

*ti ho editato il titolo del topic: niente maiuscolo, a meno che non sia necessario. Grazie.

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9 ore fa, Francesco Curcio ha scritto:

Voi preferireste trovarle a piè pagina o andarle a cercare (se necessario) alla fine del libro?

 

Per un libro cartaceo, io preferisco le note a piè di pagina. Per un ebook, è meglio evitare i piè di pagina e mettere tutto alla fine con un link "andata e ritorno" nel testo.

Oppure c'è una soluzione intermedia, quella utilizzata nel bellissimo romanzo storico I leoni di Sicilia di Stefania Auci. Il romanzo è ambientato a Palermo tra il 1799 e il 1868, quando nel Regno il siciliano era co-ufficiale con l'italiano. Ma l'italiano era parlato dai notabili (avvocati, notai, vescovi, parlamentari…), mentre il siciliano dalla gente comune. Che fare allora?

 

Quando il siciliano è incomprensibile, Stefania Auci mette la traduzione nel testo, in chiaro, senza note o altri artifici, accanto alla lingua originale (per capirci). Quando invece è comprensibile, non la mette. Esempio: "facchinu" non lo traduce perché è molto simile all'italiano "facchino" (e d'altronde dal contesto si deduce subito) e, come dice @Marcello, un'eventuale traduzione produrrebbe irritazione nel lettore. Però "cu nesci arrinesci" (=chi esce riesce) lo traduce.

 

Ho preso a esempio il siciliano perché i rapporti con l'italiano sono uguali allo spagnolo. In particolare, 1) i due idiomi [italiano e spagnolo] sono lessicalmente simili (a volte), e 2) sono evoluzioni autonome dal latino: come non si può dire che lo spagnolo sia un dialetto dell'italiano, così non si può dire che il siciliano sia un dialetto dell'italiano.

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Delle due alternative alla fine ho scelto la terza consistente nel ridurle al minimo e dato che dal contesto ne è intuibile il significato non metterò nè le note a piè pagina nè il vocabolario, che poi dovrebbe essere la soluzione prospettatami da Marcello.

 

Grazie ancora!

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7 minuti fa, Francesco Curcio ha scritto:

non metterò nè le note a piè pagina nè il vocabolario

 

Fai benissimo. Le note e i lemmari finali in generale bisognerebbe evitarli perché distolgono lo sguardo del lettore dalla pagina e lo portano altrove insieme all'attenzione.

Parere mio, s'intende.

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