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@Monica

Graffi

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Ciao a tutti 

 

Graffi

Ferite leggere 

sottili striature che penetrano

nella sostanza dell’anima

 

Opaco il mondo

appare

e tortuoso l’incedere

dei pensieri

la felicità 

incrina

 

il tarlo del dubbio

col suo lento scavare

erode il tempo migliore

 

L’ancora dell’Illusione

aggredita da avidi morsi

di ruggine

Incagliata 

su resti d’ego fluttuante

 

Affonda

 

Nel torbido liquame 

dei desideri spezzati

avvolti da un incarto di nebbia

infranti dal sale dell’amarezza.

 

 

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@@Monica purtroppo il commento allegato è troppo esiguo per proporre un tuo testo in officina. Devo chiudere.

Per riaprire la discussione invia a uno staffer il link a un commento più approfondito.

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Ciao @@Monica , finalmente ce l'hai fatta! ;)

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

Graffi

Ferite leggere 

sottili striature che penetrano

nella sostanza dell’anima

Ogni giorno piccole ferite che lì per lì si sopportano, ma lasciano segni invisibili

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

Opaco il mondo

appare

Il mondo è un groviglio di segni inestricabile; difficile vedere bene, distinguere

 

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

tortuoso l’incedere

dei pensieri

la felicità 

incrina

avrei messo meglio in evidenza che la felicità è qui complemento oggetto. 

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

il tarlo del dubbio

col suo lento scavare

erode il tempo migliore

Sembra che tu voglia dire: non fermiamoci a pensare troppo! (la felicità s'incrina); non lasciamoci prendere dal tarlo del dubbio (perdiamo i momenti più belli); a questo punto mi aspetterei un'esortazione a lasciarsi andare, alla spontaneità

 

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

L’ancora dell’Illusione

aggredita da avidi morsi

di ruggine

Incagliata 

su resti d’ego fluttuante

Ma invece prosegui con le tue metafore che sembrano non lasciare spazio alla speranza. Le nostre illusioni, invece che sogni capaci di farci volare, ti appaiono come ancore incagliate, che non ci lasciano più muovere. L'ego, o ciò che ne rimane, sembra fluttuare in superficie, ed è lì che l'ancora s'incaglia, come negli ammassi di alghe morte che galleggiano nel mar dei Sargassi

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

Affonda

 

Nel torbido liquame 

dei desideri spezzati

avvolti da un incarto di nebbia

infranti dal sale dell’amarezza.

C'è tanto rimpianto e tanta amarezza in questi versi. 

Complessivamente la poesia esprime una grande stanchezza e delusione. Questa sensazione è rafforzata da metafore suggestive; anche se forse potevi renderle più coerenti fra loro (ad esempio, tutte metafore marine) per creare un'atmosfera più "ossessiva" o più "desolata". La forma di questa poesia è a versi liberi, forse a segnalare anche una disillusione nei confronti della possibilità che una poesia possa aspirare a una maggiore musicalità.

Ciao @@Monica , spero di avere interpretato il tuo pensiero nel modo giusto. In ogni modo, benvenuta su WD! :rosa:

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Benvenuta nell’Officina del WD, @@Monica : mi sono accostato a questo pezzo dopo aver letto con attenzione il tuo commento a Solitèr, che mi ha alquanto incuriosito. Da tale commento si percepisce che sei persona attenta e che cerca di schiarirsi le idee il più che sia possibile sulla poesia: ciò nonostante, ho intravisto alcuni punti non convincenti del tuo argomentare, l’effetto dei quali m’è parso di successivamente rinvenire in questo tuo lavoro. Ora, se compendiare tali punti critici in una sola parola abbia un senso e un’utilità è questione di convincimenti personali; a mio giudizio, le sintesi conservano sempre una importanza che non si saprebbe come esagerare, a patto che scaturiscano da una analisi genuina e non facilona, come invece accade il più delle volte. Nel tuo caso (ma posso sempre prendere una cantonata, beninteso), la parola-sintesi che dopo un po’ di arrovellamento mi è salita alla mente è “immaturità”. E questa parola, man mano che andavo avanti con il mio commento a questo tuo lavoro, mi è sempre più apparsa come il filo rosso che ne avrebbe guidato il dipanarsi.

Per entrare subito nel vivo della mia argomentazione, e giustificare questo mio giudizio, ho trovato degna di approfondimento la tua riflessione sulla punteggiatura, purtroppo solo accennata (ho sempre sott’occhio il tuo commento all’ultimo lavoro di Solitèr), là dove scrivi: “Anche l’utilizzo della punteggiatura è complessivamente abbondante. I due punti e il punto e virgola sono rari anche in prosa. In poesia non aiutano a mio avviso”.  Già qui mi pare di individuare un primo punto di “immaturità”: che a taluni simboli della punteggiatura, come i due punti e il punto e virgola, si ricorra di rado non vuol necessariamente significare che essi abbiano smarrito la loro funzionalità o che, peggio ancora, gli attuali sviluppi della nostra lingua li abbiano deprivati di giustificazione razionale.

Dal momento che sono convinto proprio del contrario, e non abbraccio mai le tesi di chi voglia “giustificare l’esistente”, nella pazza, circolare pretensione che l’esistente si giustifichi da sé, e nella certezza che l’unico metro oggettivo che può dar conto della razionale conformazione della nostra punteggiatura è quella sorta di depositum fidei della nostra tradizione linguistica e letteraria, ultimo baluardo rimasto ad arginare le pseudo-razionalizzazioni politicamente orientate dall’industria culturale, contestare il punto e virgola o i due punti in poesia non già in ragione di un uso errato o poco funzionale (come io stesso, in varie occasioni, ho contestato al nostro Solitèr), ma in ragione di un modo di fare invalso ai nostri giorni, lo trovo fuorviante del pensiero: e ciò che fuorvia il pensiero non può non fuorviare tutto il resto, incluse le prassi letterarie.

Perché delle due l’una: o il tuo singolare giudizio sulla punteggiatura trova giustificazione nel recepimento un po’ pigro e decisamente acritico della nostra lingua, così come ce la rimanda il complesso della criminale industria culturale italiota; oppure, esso affiora da una pretesa vagamente statistica: siccome, a occhio e croce, sono poco utilizzati, finiamola lì e cassiamoli dalla lista. Estendendo questo tuo giudizio alle singole lettere, per esempio, visto che la lettera z o la lettera b ricorrono con molta minor frequenza della e o della r, non usiamole più e anzi, potremmo sbrigarcela eliminandole dall’alfabeto e tanti saluti.

Quelli della punteggiatura sono segni grafici aventi la funzione di contribuire a ordinare e regolare l’agogica e la dinamica della comunicazione linguistica, in modo tale da assicurare la corrispondenza tra pensiero e rappresentazione del pensiero. Se volessimo istituire un parallelo con la musica, la punteggiatura svolge, nelle lettere, l’ufficio che pause e legature di frase svolgono nel fraseggio musicale. Ciò attiene a condizioni originarie del linguaggio. Questo lungo cappello introduttivo, oltre a proporsi l’obiettivo di farti riflettere sullo stato attuale delle tue idee, onde riconoscere quanto appartiene a te, e quanto, in esse, è stato indotto dalla dominante industria culturale, adempie anche all’obbligo di mostrarti come tu stessa, in questo tuo pezzo, a tua volta abbia usato la punteggiatura, pur senza scriverla: perché quando vado a leggermi a voce alta:

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

Graffi

Ferite leggere 

sottili striature che penetrano

nella sostanza dell’anima

 

è come se la vedessi scritta così:

 

Graffi, (o . – dal momento che la parola successiva ha l’iniziale maiuscola)

Ferite leggere,

sottili striature che penetrano

nella sostanza dell’anima.

 

Né gli a capo sono da soli in grado di fare le veci della punteggiatura; della quale, nel tuo pezzo, ne difetteranno pure i segni;  non per questo ne difettano le funzioni. Ritengo che nella tua concezione ristagni un po’ di confusione e anche qui temo che si possa ravvedere un altro segnale di quella “immaturità” dalla quale ho preso le mosse.. Proseguendo con l’esame del tuo brano, mi vedo costretto ad aprire un inciso: la relativa “che penetrano” mi suona, messa in quel modo, davvero male, quasi strozzata, o forse meglio dire: snaturata, dacché più che raffigurare un’azione che il soggetto compie, e cioè quella di penetrare nella “sostanza dell’anima”, sembra quasi svolgere la parte di una “apposizione” del soggetto : come se la coscienza del poeta, percorsa in ogni dove da queste “sottili striature”, sia l’incontrastata protagonista del brano, e la sua presenza “sostanziale”  rappresentasse la sola e unica giustificazione del brano; ma è l’intero componimento percorso da questa convinzione, e tutta la tua costruzione sembra desiderare soltanto lo sciorinamento di statiche immagini, non aventi altro obiettivo retorico all’infuori del mostrare la condizione lacerata della coscienza del poeta.

Esaminando il blocco di questa prima strofa, ma soprattutto l’ultimo verso, trovo ambedue assai squilibrati: la strofa nel suo complesso, perché l’azione espressa dal verbo, il penetrare, malgrado la potente espressività che gli è intrinseca, è di molto compressa dai due blocchi del soggetto e del complemento, come già evidenziato; l’ultimo verso, invece, immediatamente susseguente all’asmatico predicato, da par suo scomoda, con sintassi poco fluente, il filosoficamente ingombrantissimo concetto di "sostanza", calato d’improvviso sul tavolo come l’asso di briscola, idea che non mi è parsa centrata. Mi sono poi domandato, inoltre: per quale ragione dilatare l’impalcatura concettuale del complemento ricorrendo alla perifrasi “che penetrano/nella sostanza dell’anima”, anziché limitarsi al basso profilo di: “che penetrano/nell’anima”? forse, il tuo istinto e il tuo “orecchio linguistico”, dei quali a sprazzi vedo la presenza, devono averti suggerito che i riferimenti all’interiorità e all’intimità individuale sono delle sabbie mobili di superficiale banalità, dalle quali è molto facile venire risucchiati, e hai ritenuto opportuno utilizzare un poderoso concetto sovraccarico di storia – quello di “sostanza”, appunto – che deviasse su di sé l’attenzione del lettore, confidando nell’illusorio guadagno di sanare il vizio dell’ormai nulla espressività di una parola trita e ritrita, abusata al punto da risultare irritante, qual si è fatta anima. E sia nel tuo ragionamento intorno all’uso della punteggiatura, che in questa decisione di ingenua “strategia” letteraria, io intravvedo quella che sopra ho definito "immaturità".

La quale, però, si estende lungo tutto il tuo lavoro. Il secondo blocco di versi, tra tutti, mi sembra il più riuscito:

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

Opaco il mondo

appare

e tortuoso l’incedere

dei pensieri

la felicità 

incrina

 

epperò, quella sosta, quel “fiato” che nitido si avverte dopo “appare”, quale altra funzione svolge se non quella di una punteggiatura non scritta e segnalata dagli a capo?

Il terzo miniblocco:

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

il tarlo del dubbio

col suo lento scavare

erode il tempo migliore

 

ci presenta una ulteriore declinazione di questa immaturità, giacché è staccato dal precedente, ma comincia, diversamente da quello, con l’iniziale minuscola: come deve mettere in rapporto, il lettore, questo inizio del terzo blocco alla conclusione del secondo? Se l’uso della minuscola non è una svista, sono portato a immaginare, dopo “felicità”, dei puntini di sospensione, o magari uno di quegli stucchevoli punto e virgola che, a tua detta, “non aiutano”, forse perché ti appaiono come degli elementi apportatori di un eccesso di regolarità e razionalità che disturberebbe il flusso della lirica, trasformandola in una sorta di prosa poetica. Ma, se un lettore leggesse a voce alta questo terzo blocco, il secondo verso non lo renderebbe incline a far sentire due virgole, dopo “dubbio” e “scavare”, cosa che ci restituirebbe l’effetto – assai poco lirico, almeno nella concezione che sembri sostenere – di un comune inciso rinvenibile un po’ ovunque, dalla prosa dei romanzi storici a quella degli atti amministrativi?

Questo terzo blocco, inoltre, se considerato contestualmente agli altri due che lo seguono, inaugura la lista delle ininterrotte, semplici descrizioni, e qui ritorniamo a quanto sopra ho scritto in merito all’altra forma di immaturità consistente nella mancanza, già in sede di “progettazione” del brano, di un obiettivo retorico che non fosse la lamentazione delle ferite che ledono la bistrattata coscienza del poeta. Se leggiamo questi blocchi assieme:

Il 5/9/2020 alle 13:01, @Monica ha scritto:

il tarlo del dubbio

col suo lento scavare

erode il tempo migliore

 

L’ancora dell’Illusione

aggredita da avidi morsi

di ruggine

Incagliata 

su resti d’ego fluttuante

 

Affonda

 

Nel torbido liquame 

dei desideri spezzati

avvolti da un incarto di nebbia

infranti dal sale dell’amarezza.

 

emergono altre sfumature dell’immaturità; stavolta, la scorgiamo mentre assume la comunissima fattispecie di una scrittura poco controllata. Per esempio, il prolungarsi delle mere descrizioni ti forza all’uso di una quantità smodata di preposizioni, che ti ho evidenziato in grassetto: sono ben tredici, in tutto il brano ce ne sono, salvo errori, sedici. I verbi veri e propri, che predicano un'azione, salvo errori di conta o sviste, sono all'incirca la metà. Trovo, in questo dato, uno squilibrio sul quale dovresti sostare e riflettere.

Procedendo nell’analisi, poi, mi sono domandato per quale ragione “dubbio” ha l’iniziale minuscola e “Illusione”, invece la maiuscola. È il dubbio, forse, una potenza meno distruttiva dell’illusione, una volta che la si perda? Quell’“affonda” con l’iniziale maiuscola, staccato dai blocchi, richiamando su di sé l’attenzione anche dal punto di vista grafico (e già qui ci sarebbe da discutere per ore: ma come, facciamo gli snob con la punteggiatura, poi affidiamo quella parte di significati che solo con difficoltà possono essere veicolati da morfologia e sintassi ai giochi di prestigio degli spazi e degli interlinea?), ci mostra una ricorsività: ho come l’impressione (ma mi esprimo in forma dubitativa, perché un solo testo non è sufficiente all’enunciazione di giudizi generali) che la tua tendenza, coerentemente con la pervasiva superfetazione dell’“ego fluttuante” che hai nominato in fine di penultimo blocco, sia quella di insistere molto sulle descrizioni dello stato pietoso in cui versa l’interiorità del poeta, e di ridurre la presenza dell’azione al minimo compatibile con questa tua primaria esigenza espressiva. Credo che anche qui il tuo istinto ti sia venuto in soccorso, e che tu abbia compreso che – dopo il “che penetra” del primo blocco, e gli smilzi “appare”, “incrina”, “erode”, “scavare” ecc. a seguire – costretta tra i vasi di ferro dell’illusione “aggredita dalla ruggine” da un lato, e dal “torbido liquame dei desideri spezzati” dall’altro, l’azione dell’affondare non avrebbe potuto che rivestire l’unica parte rimasta, quella del vaso di coccio: di conseguenza, con scelta corretta, l’hai posta in buona evidenza. Tuttavia, questo stratagemma non ha disperso il fastidioso andamento di elenco di descrizioni che percorre da cima a fondo il tuo pezzo.

Sul finire, la mente mi è volata a quei menù dei ristoranti che vogliono scimmiottare la haute cuisine, nei quali sembra troppo terra terra scrivere il nome del piatto e a seguire gli ingredienti: e così, trasformano una pietanza nella descrizione di un quadro: “capesante al profumo di timo con una spolverata di zenzero su letto di patate al rosmarino e pancetta croccante con salsa al brandy e crema di fagioli” ecc.

Ciò detto, ti auguro di trovare una espressività che sia il più lontana possibile dai condizionamenti economici e politici ai quali, con modi sotterranei di coercizione, la presente, infausta epoca ci sottopone: è questa la sola via maestra che conosco capace di favorire la “maturazione” di quella “immaturità” della coscienza che sembra percorrere questo tuo pezzo.

 

 

 

 

 

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