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Lollowski

Intuizione

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Una sera di primavera.

 

La luce obliqua del sole

screziava il cielo

di sfumature rosse e arancio.

Ospiti splendidi,

si mangiava buon cibo

sorseggiando

vino bianco profumato.

Conversazioni e risate

ci condussero

alla tiepida notte,

whisky, rum e hashish

passarono di mano.

Il buio ci colse più intimi.

Si parlava in toni rochi

quasi che

una sola voce acuta sgraziata

potesse infrangere

quell’attimo

di pace e magia.

 

Qualcuno mi rivolse

una domanda.

 

Alzai lo sguardo:

un insetto che

urtava contro il lume,

volava in stretti

nervosi giri per poi

sbattere e sbattere ancora.

Ogni suo ritorno più debole, 

ogni sua ellisse più stanca,

le sue fragili ali nervate

sempre più bruciate.

Capii che la vita,

la mia vita

era simile a quel volo d’insetto,

un vagare

cieco e stupido 

verso un abbaglio che è nulla.

Mi voltai verso il mio interlocutore,

sorrisi e

risposi qualcosa

che nemmeno ricordo.

Mi alzai come di scatto

barcollando verso

casa.

Tutti risero,

ma seppi che

da quel momento

tutto poteva cambiare.

 

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@Lollowski

 

Mi garba l’impostazione, hai in mano una cinepresa e la sposti inquadrando il contesto, poi la location (interno casa), indugiando sul mondo dei sensi e cogliendone la caratteristica chiusura ad altro da quello. Un mondo (come tanti altri) autoreferenziale.

 

La cinepresa, il tuo occhio interiore, sta per rivolgersi all’interlocutore quando interviene il piccolo karma del tuo destino che sotto forma d’una farfalla (falena), ti anticipa il punto d’arrivo del vagare alla superficie dell’esistenza.

 

Tuttavia (anche a te) è servito conoscere la superficie per aver sentore della profondità, così che il tuo alzarsi barcollando è inizio dell’immersione, lasciando i ricordi a galleggiar sopra di te, diretto altrove.

 

L’altrove vuole la tua vita senza prometterti nulla se non la possibilità d’allontanarti dalla superficie, dal sole artificiale che brucia le ali del pesce volante.  

 

Le parole sono quelle giuste, semplici, misurate ed aderenti la realtà che rappresenti. La forma appropriata a sostenere le riflessioni che accompagnano la sequenza.

 

Asciutti e senza fronzoli i fermi-immagine, fotogrammi rivestiti di parole…

 

Le emozioni son quelle di Shiddarta al confrontarsi con l’impermanenza e la verità del dolore, espresse secondo la tua misura.

 

 

Trés bien (and never go back).

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Complimenti @Lollowski 👏🏻 Personalmente sono di gusti difficili ma questa mi è piaciuta. 
Innanzitutto: l’ambiente e la sua collocazione nel tempo. Il fatto che tu parta con

Quota

La luce obliqua del sole

screziava il cielo

di sfumature rosse e arancio.

Per poi riprendere con un 

Quota

Conversazioni e risate

ci condussero

alla tiepida notte,

Fino al seguente 

Quota

Il buio ci colse più intimi.

Si parlava in toni rochi

Ricrea un effetto “time laps” perché si ha la possibilità di visualizzare il cielo e il suo movimento in relazione a quello che accade e anche l’enfasi attraverso la quale. 
Senza mettere da parte gli aggettivi che accompagnano più che dignitosamente le modalità e voglio fare presente di come tutto converge e si stringe al pensiero dell’autore che mette a fuoco l’interrogativo.

L’immagine dell’insetto è veramente impeccabile! Viva e ricca di particolari e nonostante questi tendano a fotografare il momento questo conserva la sua dinamicità e non si appesantisce. Un po’ più semplice la conclusione ma comunque efficace, non aggiunge peso al componimento e l’equilibrio che c’è in questo alternarsi di pieni e spazi accompagna bene creando un buon ritmo.

Alla terza lettura forse qualcosa c’è che mi fa storcere il naso ma è la prima per me quella fondamentale e avendola sinceramente apprezzata non voglio neanche sforzarmi per cercare di capire cos’è :umh:

Con molto piacere, a presto! 

 

 

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Io, invece, trovo alcuni difetti in questo brano, che costituisce un passo indietro rispetto ad altri precedenti tuoi, caro @Lollowski , ed è un vero peccato, giacché l’idea che sta alla base di esso è interessante: in alcuni momenti mi è parso di vederci un Notturno, se volessimo adoperare una metafora musicale, e per come sei fatto tu, potresti anche completare una raccolta con questo titolo. Di buono, in esso, c’è la puntuale emersione della tua caratteristica poetica basilare, che è quella di suggerire a chi legge un filo di ritrosia esistenziale, quasi che i tuoi personaggi maggiori siano afflitti dall’incapacità di abbandonarsi ingenuamente al flusso della vita, così come ordinariamente tutti fanno. La concezione del poeta quale “occhio” che vede vivere, anziché vivere, ti riesce bene, anche se il risultato, qui, l’ho trovato assai di maniera, mentre in altre tue prove sei stato più convincente. Tuttavia, questa tematica esistenzialista del vedersi vivere anziché vivere comincia pure a mostrare la corda, specialmente se trattata in questo modo. Utilizzo questa espressione un po’ tranchant perché le tematiche esistenzialistiche, le cronache minimalistiche dei “sottili moti dell’anima” – come amano celiare i critici a gettone delle terze pagine mainstream – siano chiarissimamente al di fuori del tempo storico, e la poesia, oggi, dovrebbe orientarsi, come quella del Risorgimento, verso la militanza e la ricerca e il raggiungimento delle condizioni atte a descrivere e definire le tappe di un traguardo politico. (Detto in termini più chiari: la poesia dovrebbe servire a fare i conti con qualcuno "sulla carta", nella speranza di farli, da qui a non troppo tempo, “sulla carne”).

 Ma, per tornare al tuo pezzo, credo che il rischio che perennemente corri, considerato il tuo modo di scrivere, consista nell’effetto sedativo determinato dalla monotonia della dinamica: non vedo l’uso tecnicamente accorto di quei mezzi espressivi che nella musica si chiamano crescendo, diminuendo, accelerando ecc., che però appartengono anche alle lettere. Nei tuoi brani non ci sono né agogica, né dinamica, se volessimo restare all’interno della sopra richiamata metafora musicale. E questo, nel momento in cui si aderisce, in un modo che definirei “programmatico” al minimalismo del contenuto, e “programmaticamente” si decide di esprimerlo senza un barlume di formalizzazione, può determinare un qualche problema di ordine poetico nel risultato che si ottiene. Credo di averti scritto in una precedente occasione che quel che mi piace dei tuoi testi è l’indubbia onestà che da essi traspare: sei uno dei pochi che non se la tirano, e quindi uno dei pochi meritevoli di commento.

Passando a una considerazione maggiormente di dettaglio, ti dirò che già l’inizio non mi ha ben disposto nei confronti di questo pezzo:

Il 19/8/2020 alle 10:01, Lollowski ha scritto:

Una sera di primavera.

 

La luce obliqua del sole

screziava il cielo

di sfumature rosse e arancio.

 

A chi, leggendo questo attacco, non è venuta in mente la notte buia e tempestosa di Snoopy? Personalmente, non ho mai avuto molta consonanza con lo scrivere per immagini, però posso accettare che, anche a considerare il titolo che hai scelto per il tuo brano, un parco uso del lato descrittivo della lingua ci possa stare: ti dico onestamente, però, che in questa prova sei andato ben oltre la misura massima posta dalla razionalità dell’equilibrio poetico: le immagini si susseguono senza sosta per i primi venti versi, attraverso asserzioni isolate dal punto fermo, e dobbiamo attendere i due successivi affinché un tale andamento cantilenante venga interrotto dalla domanda fedifraga posta da uno dei personaggi. L’intervento drammatico, che produce movimento, contenuto in questi due versi mi appare molto tardivo, dal momento che, prima di arrivare a questo punto di svolta, chi legge si è dovuto sorbire la manfrina di una introduzione menata per le lunghe, ossia quella pappardella sulla convivialità di seconda mano che l’attuale, perversa forma di potere, sola, ci concede (andare a fare la scorta di cibo spazzatura a risparmio in quegli schifosi e degradanti supermercati, e mestamente riunirsi in casa di qualche amico, la sera – ma, beninteso, non dico che sia stato questo il tuo caso ): ciò mal dispone il lettore alla pur bella ed efficace immagine dell’insetto che urta contro il lume.

Su questa sorta di spleen di periferia, che mi sembra essere la tua inclinazione irrinunciabile, ti invito però anche a riflettere: in presenza di un uso dell’armamentario tecnico sempre uguale a sé stesso, alla lunga mostra la corda; pare quasi che la tua vena compositiva (ma giudico a partire da quel poco che ho letto di tuo) possa essere suscitata solo dalla contemplazione di una specie di inadeguatezza esistenziale, magari un piccolo, trascurabile tarlo, tale però da impedire, come già detto sopra, che l’istante che il tuo personaggio sta vivendo possa ospitare l’intero suo essere. Qualcuno direbbe che quel minuscolo tarlo, quel puntino trascurabile che impedisce ai tuoi personaggi di calarsi per intero in ciò che accade è, appunto, lo spazio della poesia. In questo c’è del vero, è fuor di dubbio. Come recitava, però, un vecchio testo di grammatica a uso liceale, bisogna sempre saper variare le strutture sintattiche e retoriche, altrimenti il testo non regge, e questo mi sembra il tuo punto debole.

Una annotazione a parte la dedicherei alla spinosa questione degli a capo. Il tuo è, mi par chiaro, un testo di poesia narrata: ciò nonostante, questo particolare non ti dispensa dall’obbligo di fornire i tuoi brani di almeno un briciolo di veste poetica. Non trovo nessuna motivazione razionale nello spezzare un verso come:

Il 19/8/2020 alle 10:01, Lollowski ha scritto:

sorrisi e

risposi qualcosa 

o addirittura:

Il 19/8/2020 alle 10:01, Lollowski ha scritto:

barcollando verso

casa. 

Se uno che, leggendoti ad alta voce, ponesse attenzione a questi dettagli, rischieresti di fargli sortire un effetto comico, quasi di balbuzie, effetto molto distante dai tuoi intendimenti, credo. Sembrerebbe che l’amministrazione cervellotica degli a capo stia lì a compensare l’ordinarietà minimale e direi quasi il grigiore del lessico e della sintassi, ma l’impressione che se ne trae è unicamente quella di una casualità dovuta al non sapere (o non volere) controllare la propria scrittura.

 

 

 

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@Soir Bleu, grazie del passaggio e grazie del tuo tempo. Le tue critiche sono sempre costruttive argomentate e mi fanno sempre riflettere. L'intento era di descrivere un moto interno attraverso una situazione ordinaria e dunque una narrazione "monotona" era parte dell'idea. Rivedrò la struttura e il modo in cui io concepisco gli accapo che devo dire a tua ragione li vivo in maniera piuttosto personale e casuale. Certe volte per me mettere a capo una parola significa isolarla senza pensare al ritmo, ma mi rendo conto che questo modo di concepire lo scritto è piuttosto Lollesco e non comprensibile.

 

grazie ancora

 

Lollo

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@Lollowski ciao, è da tanto che non ci sentiamo. Per quel che posso dire ( avendo detto tanto@Soir Bleue ) il tuo problema, se vogliamo porlo così, è la monotonia degli argomenti.

Credo che potresti rivolgere la tua ammallorata anima verso altri interrogativi, altri orizzonti, altri soggetti. Prova ad uscire dallo spleem di periferia. Ciao a tutti

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Ciao Lollowski, mi piace il tuo modo di scrivere, dove unisci squarci di vita vissuta a domande esistenziali. Mi ci ritrovo in quelle situazioni descritte nella tua poesia, dove capita a volta di uscire dalla scena, per guardarla dall'esterno, mentre tutto scorre sempre e comunque. Poi sicuramente il whisky, il rum, e l'ashish aiutano questa trasmigrazione :)

Bella l'immagine dell'insetto che insegue, fino alla morte, una luce abbagliante, che in realtà non racchiude nulla di veramente importante. Belli anche i versi finali, dove hai preso maggior consapevolezza della tua vita, partendo da quel futile episodio dell'insetto. 

L'unica critica che mi sento di fare è che forse potevi omettere alcuni versi introduttivi, che annacquano un po' la poesia, soprattutto nella prima parte. Secondo me la descrizione della serata con gli amici la potevi concentrare in meno versi, in modo da arrivare prima al momento che svolta la poesia, cioè la domanda fatta al protagonista, e la visione dell'insetto che sbatte inesorabilmente sulla lampadina.

Un saluto.

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@Solitèr grazie tu e Soir Bleu siete stati chiari e ammetto che il problema c'è. Ma la mia anima non è più ammalorata e la vena si è esaurita.

@edotarg grazie anche a te, ripenserò ai versi introduttivi, nel caso verranno potati

 

Lollo

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@Lollowski salve,

 

Il 19/8/2020 alle 10:01, Lollowski ha scritto:

Si parlava in toni rochi

quasi che

una sola voce acuta sgraziata

potesse infrangere

quell’attimo

di pace e magia.

Questa poesia inizia con la descrizione dei luoghi e delle situazioni che sembrerebbero un posto di pace e di magia, ma tali luoghi non esistono e tale luogo si rivelerà solo una situazione monotona e priva di senso.

 

Il 19/8/2020 alle 10:01, Lollowski ha scritto:

risposi qualcosa

che nemmeno ricordo.

Mi alzai come di scatto

barcollando verso

casa.

Tutti risero,

ma seppi che

da quel momento

tutto poteva cambiare.

Non avrà senso e importanza anche la domanda di una persona rimasta ignota e la risposta che gli sarà data.

Ciò che assume importanza in questi versi è il significato di quell'insetto che cerca la luce ed il calore della luce.

Ha importanza fino al punto che potrebbe cambiare la vita di chi ha notato, in questo sbattere dell'insetto, un significato più profondo e legato al suo vivere, alla sua esistenza.

 

Questo è il senso poetico che ti porta a cogliere i "significati" di una situazione e di ricollocarli in un contesto diverso, spesso, più generalizzante o più ampio. Il poeta non vede un insetto che sbatte su una luce, ma sente qualcosa di diverso che è collegato al suo vivere.

Come può un insetto dare un senso alla propria vita?

Questo è un mistero come è un mistero che uno scienziato non può spiegare perché un granello di sabbia è all'interno di una galassia, ma un poeta potrebbe farlo.

 

Poesia che giudicherei di tipo autobiografico, piaciuto il senso, un po' da ridondante la forma espressiva e l'uso del verbo "screziare" al secondo verso.

Io proporrei che certi termini, dopo essere stati usati un certo numero di volte, andrebbero cancellati dai dizionari :)

Non farci caso, è una antipatia personale per questo termine :) 

 

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