Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

@i.

Un tipo normale

Post raccomandati

Commento:

https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/48455-a-pau-casals/

 

 

Un tipo normale

 

Qualche volta mi chiedo
cosa mai farà un poeta
quando non scrive poesie:

 

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?
prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

 

Probabilmente vive,
il poeta, come tutti:
mangia
(non) dorme
ama
prepara la cena
dà acqua alle piante
e una carezza al gatto
vive, il poeta
come può, come tutti.


E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

 

21 minuti fa, (Irene70) ha scritto:

Un tipo normale

 

Il titolo sembra la seconda risposta alla tua poesia "Chi sei":

 

Spoiler

 

Chi sei?

 

Mi chiedi chi sono,
qual è la mia posizione:
io sono la crepa sul muro
il cuscino macchiato
la tazza bella, scheggiata.
Come te
sono solo imperfezione.
 
Irene Marchi, da Fiori, mine e alcune domande, Sillabe di sale Editore, 2015

 

 

24 minuti fa, (Irene70) ha scritto:

E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

 

Pensiero profondo, tanto che a volte i versi più veri non sono resi noti.

 

È sempre un piacere leggerti, cara @(Irene70) :rosa:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

qualche volta mi chiedo

 che cosa farà mai una poesia 

 quando non trova un poeta 

 che sappia pensarla?

 

dove vagherà di notte e in quali oscure vie consumerà la sua attesa?

scrivere un verso che sappia aprire un cuore è difficile come incontrare un cuore che si lasci aprire da un verso.

se scriviamo per cogliere quel verso, quel verso non si lascerà afferrare e se non scriviamo per farlo in quel non fare il verso sarà sempre distante.

non avere un'anima è ciò che ci chiede il verso per incontrarci.

 se impari a non avere un'anima si crea un vuoto che il cielo dovrà riempire.

 il verso cadrà nella casa di nessuno e nessuno lo scriverà

 poiché nessuno l'ha scritto la sua forza è larga e poichè la forza è larga saprà aprire un cuore.

strano paradosso: se non hai un'anima puoi aprire i cuori.

 

ma che fa il poeta quando non scrive poesie?

non è un poeta come spesso non lo era neppure quando le scriveva.

ma un poeta che non scrive vere poesie  a che serve?

 a rendere possibile l'incontro di nessuno col verso che sa aprire i cuori.

ci deve essere un troppo che non coglie per poter assistere al poco che riceve.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

 

 

 

È sempre un piacere leggerti, cara @(Irene70) :rosa:

Grazie mille Zaza! <3

 

2 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:
Quota

Un tipo normale

 

Il titolo sembra la seconda risposta alla tua poesia "Chi sei":

eh... mi piacerebbe davvero poter rispondere "un tipo normale" a chi mi chiedesse "chi sei?'", ma ... :lol:

2 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:
3 ore fa, (Irene70) ha scritto:

si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

 

Pensiero profondo, tanto che a volte i versi più veri non sono resi noti. 

già, è vero, a volte succede.

Grazie ancora, Zaza!:rosa:

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, Milarepa ha scritto:

qualche volta mi chiedo

 che cosa farà mai una poesia 

 quando non trova un poeta 

 che sappia pensarla?

 

dove vagherà di notte e in quali oscure vie consumerà la sua attesa?

scrivere un verso che sappia aprire un cuore è difficile come incontrare un cuore che si lasci aprire da un verso.

se scriviamo per cogliere quel verso, quel verso non si lascerà afferrare e se non scriviamo per farlo in quel non fare il verso sarà sempre distante.

non avere un'anima è ciò che ci chiede il verso per incontrarci.

 se impari a non avere un'anima si crea un vuoto che il cielo dovrà riempire.

 il verso cadrà nella casa di nessuno e nessuno lo scriverà

 poiché nessuno l'ha scritto la sua forza è larga e poichè la forza è larga saprà aprire un cuore.

strano paradosso: se non hai un'anima puoi aprire i cuori.

 

ma che fa il poeta quando non scrive poesie?

non è un poeta come spesso non lo era neppure quando le scriveva.

ma un poeta che non scrive vere poesie  a che serve?

 a rendere possibile l'incontro di nessuno col verso che sa aprire i cuori.

ci deve essere un troppo che non coglie per poter assistere al poco che riceve.

eh... una riflessione che sembra essere senza fine... tra l'altro mancando anche definizioni universalmente accettate di "poesia" e "poeta" rimane tutto più indeterminato;

 

2 ore fa, Milarepa ha scritto:

che fa il poeta quando non scrive poesie?

non è un poeta come spesso non lo era neppure quando le scriveva.

ma un poeta che non scrive vere poesie  a che serve?

sì, penso anch'io non sia un poeta nemmeno quando scrive poesie, nel senso che più ancora della poesia, trovo di difficile definizione la figura del "poeta"

 

2 ore fa, Milarepa ha scritto:

ma un poeta che non scrive vere poesie  a che serve? 

eh... pensa un "non-poeta" che scrive "non-poesie" come me, in questo caso, ... a che serve? me lo sto domandando da un bel po' :lol:;

ciao, grazie per esserti fermato e per la riflessione!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
43 minuti fa, (Irene70) ha scritto:

eh... una riflessione che sembra essere senza fine... tra l'altro mancando anche definizioni universalmente accettate di "poesia" e "poeta" rimane tutto più indeterminato;

 

sì, penso anch'io non sia un poeta nemmeno quando scrive poesie, nel senso che più ancora della poesia, trovo di difficile definizione la figura del "poeta"

 

eh... pensa un "non-poeta" che scrive "non-poesie" come me, in questo caso, ... a che serve? me lo sto domandando da un bel po' :lol:;

ciao, grazie per esserti fermato e per la riflessione!

Vorrei specificare che il mio discorso era generale e non aveva alcun riferimento individuale.

Sulla figura del poeta nutro i tuoi stessi dubbi.

Se ci pensiamo bene la parola poeta contiene una contraddizione.

Il poeta per essere tale dovrebbe avere dei diritti nei confronti dell' ispirazione.

Ma l' ispirazione accade quando ogni nostro diritto decade e sparisce come polvere spazzata dal vento.

Cio porta ad un paradosso.

Un poeta non puo scrivere una vera poesia poiche i versi veri giungono dove il poeta non esiste.

Non devi essere un poeta ma un luogo in cui i versi vengono a passeggiare approfittando del silenzio e dell ombra concessi dal non esserci.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
17 minuti fa, Milarepa ha scritto:

Un poeta non puo scrivere una vera poesia poiche i versi veri giungono dove il poeta non esiste. 

5 minuti fa, Milarepa ha scritto:

Non devi essere un poeta ma un luogo in cui i versi vengono a passeggiare approfittando del silenzio e dell ombra concessi dal non esserci.

 

sì, questo lo penso anch'io, penso che la poesia eista già "da qualche parte", non vada "creata", solo va vista, riconosciuta e presa quasi al volo: chiamiamola intuizione, ispirazione o semplicemente sensibilità, occhi e mente aperti. Quello che non può però mancare, sceondo me (e qui sì ci deve essere un veicolo che ci mette del suo "poeta", strumento o "supporto", dato che poetico può essere anche una musica, un film, un disegno/quadro/scultura) è la comunicazione di un'emozione vera, quindi non artefatta o raccontata da altri, che quel veicolo/persona ha vissuto cogliendo quella poesia (altrimenti rimane tutto troppo didascalico, sempre secondo me), poi la forma può essere la più varia: con o senza rime ecc. ...

 

 

14 minuti fa, Milarepa ha scritto:

Vorrei specificare che il mio discorso era generale e non aveva alcun riferimento individuale.

un po' mi sento sollevata :D... perché ho davvero tantissimi dubbi su tutto ciò che scrivo!

Ciao :grazie:

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@(Irene70) prima contrassegnare, mi spiegava la mia maestra :) . Come a voler dire: "prima il soggetto"n poi il verbo.

Ed il verbo è quell'arma speciale che hanno i poeti che serve a tradurre il loro sentire

Il complemento oggetto, quasi non esiste in poesia o diventa una similitudine, o un criptico aforisma, o ecc.

 

14 ore fa, (Irene70) ha scritto:

Probabilmente vive,
il poeta, come tutti:

per forza, occorre restare nella realtà, fare l'eremita è vietato. Può essere un asceta o uno scienziato o un contadino, ma ciò che conta è quella sensazione che lo mette al centro tra finitudine del mondo e la sua infinitudine (speriamo che La Crusca non mi denunci).

 

14 ore fa, (Irene70) ha scritto:

si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

e qua hai dipinto un capolavoro con una sola pennellata.

Ogni poeta non sarà mai certo e gli resterà sempre il dubbio che le parole usate erano proprio quelle giuste.

LE sue parole saranno sempre un mezzo con cui cercherà di descrivere qualcosa la cui definizione o la cui complessità non ha parole per poter essere descritto appieno.

Una visione poetica o un senso poetico di una propria esperienza reale o solo mentale resterà irraggiungibile per tutti e per il poeta stesso che ogni volta vedrà o sentirà una sfaccettatura diversa del suo sentire. Come quando guardi un diamante o uno specchio rotto. Ogni faccia o ogni frammento ti rimanda una visione diversa di una realtà più grande che, percepisci che esiste, ma non percepisci appieno.

Allora nasce l'espressione poetica il cui scopo è solo quello di rimandare una sensazione particolare che ti lascia assaporare l'esistenza di una realtà più grande e legata anche a cose più grandi e infinitamente lontane dalla sensazione particolare.

 

E dopo questa divagazione che conferma la concezione sui poeti di Erasmo nel suo Elogio della Follia, la domanda resta: come si diventa poeti?

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, AzarRudif ha scritto:

@(Irene70) prima contrassegnare, mi spiegava la mia maestra :) . Come a voler dire: "prima il soggetto"n poi il verbo.

Ed il verbo è quell'arma speciale che hanno i poeti che serve a tradurre il loro sentire

Il complemento oggetto, quasi non esiste in poesia o diventa una similitudine, o un criptico aforisma, o ecc.

 

per forza, occorre restare nella realtà, fare l'eremita è vietato. Può essere un asceta o uno scienziato o un contadino, ma ciò che conta è quella sensazione che lo mette al centro tra finitudine del mondo e la sua infinitudine (speriamo che La Crusca non mi denunci).

 

e qua hai dipinto un capolavoro con una sola pennellata.

Ogni poeta non sarà mai certo e gli resterà sempre il dubbio che le parole usate erano proprio quelle giuste.

LE sue parole saranno sempre un mezzo con cui cercherà di descrivere qualcosa la cui definizione o la cui complessità non ha parole per poter essere descritto appieno.

Una visione poetica o un senso poetico di una propria esperienza reale o solo mentale resterà irraggiungibile per tutti e per il poeta stesso che ogni volta vedrà o sentirà una sfaccettatura diversa del suo sentire. Come quando guardi un diamante o uno specchio rotto. Ogni faccia o ogni frammento ti rimanda una visione diversa di una realtà più grande che, percepisci che esiste, ma non percepisci appieno.

Allora nasce l'espressione poetica il cui scopo è solo quello di rimandare una sensazione particolare che ti lascia assaporare l'esistenza di una realtà più grande e legata anche a cose più grandi e infinitamente lontane dalla sensazione particolare.

 

E dopo questa divagazione che conferma la concezione sui poeti di Erasmo nel suo Elogio della Follia, la domanda resta: come si diventa poeti?

 

 

Io credo che per diventare un poeta devi saper vestire di cielo la stanchezza del mondo. Per farlo devi essere stato toccato dall alto e lasciato cadere nell abisso di una nostalgia che ti obbliga a scommettere su quel ricordo dell alto che ti ha visitato.

Devi morire in questa scommessa per poter divenire una locanda in cui i versi vengono a dimorare.

Se solo riesci a scrivere tre versi di piena bellezza la morte sara costretta a rispettarti e tu non scrivi poesie per l applauso degli altri ma per essere rispettato dalla Morte.

Pensare alla Morte come alla grande ascoltatrice di versi fa parte della scommessa con la quale la tua nostalgia cerca di vestire di cielo la stanchezza del mondo.

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Grazie mille @AzarRudif per  le tue riflessioni!

6 ore fa, AzarRudif ha scritto:

Allora nasce l'espressione poetica il cui scopo è solo quello di rimandare una sensazione particolare che ti lascia assaporare l'esistenza di una realtà più grande e legata anche a cose più grandi e infinitamente lontane dalla sensazione particolare. 

penso sia così, sì: si parte dal particolare della propria esperienza cercando di collocarla in una categoria più ampia, anche con la speranza che qualcun altro ci si possa riconoscere;

 

6 ore fa, AzarRudif ha scritto:

e qua hai dipinto un capolavoro con una sola pennellata.

Ogni poeta non sarà mai certo e gli resterà sempre il dubbio che le parole usate erano proprio quelle giuste.

troppo buono, ti ringrazio!

Sì, premetto che  io non sono un poeta e non so se scrivo poesie (anche perché  mi metto tra quelli che non sanno ancora definire la poesia né il poeta), diciamo che di solito penso di scrivere corte righe di parole. Detto questo,  con "si vergogna di ogni parola con cui si ferisce" mi riferisco soprattutto al contenuto di quello che ho scritto più che alla scelta di parole,  la mia sensazione è un po' quella che proverebbe (presumo) una persona che rivede il filmato di quando il giorno prima, a mezzogiorno e ubriaco, camminava nudo per la strada:aka:. E perché scrivi? potrebbe chiedere qualcuno.  Perché personalmente è un bisogno, e infatti non vedo l'ora di non sentire più questo bisogno perché forse vorrebbe dire che ho ucciso i miei fantasmini (o loro hanno ucciso me...:grat:);

7 ore fa, AzarRudif ha scritto:

la domanda resta: come si diventa poeti? 

eh... infatti, resta  questa domanda...

grazie ancora AzarRudif! :grazie:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 ore fa, Milarepa ha scritto:

Io credo che per diventare un poeta devi saper vestire di cielo la stanchezza del mondo. Per farlo devi essere stato toccato dall alto e lasciato cadere nell abisso di una nostalgia che ti obbliga a scommettere su quel ricordo dell alto che ti ha visitato.

Devi morire in questa scommessa per poter divenire una locanda in cui i versi vengono a dimorare.

Se solo riesci a scrivere tre versi di piena bellezza la morte sara costretta a rispettarti e tu non scrivi poesie per l applauso degli altri ma per essere rispettato dalla Morte.

Pensare alla Morte come alla grande ascoltatrice di versi fa parte della scommessa con la quale la tua nostalgia cerca di vestire di cielo la stanchezza del mondo.

che belle immagini, Milarepa!

4 ore fa, Milarepa ha scritto:

tu non scrivi poesie per l applauso degli altri

è vero,  non per l'applauso degli altri, ma nemmeno per sé stessi... forse si scrive per costruire un ponte, con gli altri (su quel ponte, sempre forse, e se va bene,  cammineranno in due, ma non importa, va bene così).

Ciao, buona giornata!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
1 ora fa, (Irene70) ha scritto:

che belle immagini, Milarepa!

è vero,  non per l'applauso degli altri, ma nemmeno per sé stessi... forse si scrive per costruire un ponte, con gli altri (su quel ponte, sempre forse, e se va bene,  cammineranno in due, ma non importa, va bene così).

Ciao, buona giornata!

un ultimo appunto finale.

 

la frase: "Io credo che per diventare un poeta devi saper vestire di cielo la stanchezza del mondo", m'è venuta in mente leggendo la tua poesia. se tu non l'avessi scritta l'immagine non sarebbe apparsa e se qualcuno dicesse che l'immagine mi appartiene sarebbe vero e falso allo stesso tempo.

Tu scrivi :"forse si scrive per costruire un ponte, con gli altri..."

esattamente quello che è accaduto.

porrei il problema in una prospettiva buddhista.

 Il Buddha si interroga sul mondo degli esseri e delle cose e afferma. ho cercato un'essenza ma non ho trovato nulla. esiste solo una rete di relazioni.

esiste una intimità che precede il gioco delle identità ed è in questa intimità che bisogna andare a pescare il senso della nostra vita e la vera bellezza di ciò che ci sta accanto.

 

stammi bene Irene 70

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
54 minuti fa, Milarepa ha scritto:

la frase: "Io credo che per diventare un poeta devi saper vestire di cielo la stanchezza del mondo", m'è venuta in mente leggendo la tua poesia. se tu non l'avessi scritta l'immagine non sarebbe apparsa e se qualcuno dicesse che l'immagine mi appartiene sarebbe vero e falso allo stesso tempo.

Tu scrivi :"forse si scrive per costruire un ponte, con gli altri..."

esattamente quello che è accaduto.

...che bello! sì, hai ragione, grazie!

 

54 minuti fa, Milarepa ha scritto:

stammi bene Irene 70

ci provo... stammi bene anche tu, grazie mille Milarepa :)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@(Irene70)

15 ore fa, (Irene70) ha scritto:

E perché scrivi? potrebbe chiedere qualcuno.  Perché personalmente è un bisogno, e infatti non vedo l'ora di non sentire più questo bisogno perché forse vorrebbe dire che ho ucciso i miei fantasmini (o loro hanno ucciso me...:grat:

Sarebbe un peccato perdere chi scrivere per raccontare il proprio mondo aldilà della forma, ma consapevole dei contenuti.

I fantasmini lasciali perdere, tanto non si posso uccidere, ma come tutte le cose fastidiose possono essere sfidate a singolar tenzone ed a fare di peggio, tanto vinceremo sempre noi :duello:

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
10 ore fa, AzarRudif ha scritto:

@(Irene70)

Sarebbe un peccato perdere chi scrivere per raccontare il proprio mondo aldilà della forma, ma consapevole dei contenuti.

I fantasmini lasciali perdere, tanto non si posso uccidere, ma come tutte le cose fastidiose possono essere sfidate a singolar tenzone ed a fare di peggio, tanto vinceremo sempre noi :duello:

 

:D grazie AzarRudif (y) ottimo suggerimento...: in guardia, fantasmini!:pirata2:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

Un tipo normale

 

Qualche volta mi chiedo
cosa mai farà un poeta
quando non scrive poesie:

 

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?
prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

 

Probabilmente vive,
il poeta, come tutti:
mangia
(non) dorme
ama
prepara la cena
dà acqua alle piante
e una carezza al gatto
vive, il poeta
come può, come tutti.


E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

 

Questa è una di quelle poesie che va analizzata "nella sua semplice complessità", quindi interamente. Quando troviamo qualcosa che ci piace è assolutamente impossibile disinnamorarsene per dei nei, anzi, a volte quei nei diventano addirittura portatori di piacevole imperfezione. Questo è uno di quei componimenti che mi è caro per stile e per tema. Ho trovato estremamente piacevole il modo "leggero" con il quale hai trattato l'argomento, senza costruire inutili e complesse architetture retoriche utili solamente (molto spesso) a gonfiare il proprio ego per la propria "bravura" stilistica. Come dire, le solite "baroccate" che il più delle volte distruggono l'essenza di un lavoro artistico. 

 

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?
prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

 

Piacevolissima quartina, bellissima perché limpida come uno specchio d'acqua: lascia al lettore immagini talmente nitide, fulgide, da non lasciar spazio a fraintendimenti. Ed è proprio nella chiarezza che si nasconde il segreto: ognuno si rispecchia in queste immagini. Le prendiamo, le facciamo nostre, le modelliamo come ci pare. E' come se avessi detto a noi "colleghi":"noi questo strano materiale, questo pongo malleabile. Eccolo, ve lo do, fatene quello che vi pare". 

 

E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

 

Chiusura masochistica che solo chi "scrive veramente" può capire. Ogni parola è un coltello con il quale ci sfregiamo, ogni parola è dolore, sofferenza, cicatrice, malinconia, rabbia. Notevole, limpido e notevole, tratto caratteristico del componimento. 

 

Come vedi non ho minimamente citato le altre due strofe. Sono di assai facile lettura, quotidiane, piacevoli, e danno a tutto il testo un'esperienza intima ed amichevole. Stai parlando a noi, tuoi "amici di penna", gli unici che possono capire quanto sia doloroso scrivere, e al contempo quanto sia indispensabile. Siamo con te, o almeno io sono con te. A rileggerti. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Stefano Verrengia, grazie mille per il tuo commento!

1 ora fa, Stefano Verrengia ha scritto:

Questo è uno di quei componimenti che mi è caro per stile e per tema. Ho trovato estremamente piacevole il modo "leggero" con il quale hai trattato l'argomento, senza costruire inutili e complesse architetture retoriche utili

mi fa piacere! :) Sì, in genere cerco di scrivere in modo leggero dal punto di vista della costruzione e del registro

 

2 ore fa, Stefano Verrengia ha scritto:

Ogni parola è un coltello con il quale ci sfregiamo, ogni parola è dolore, sofferenza, cicatrice, malinconia, rabbia. Notevole, limpid

eh già...  certe sensazioni non vorremmo  "riconoscerle": di per sè lo scriverle è un atto liberatorio (per questo indispensabile), ma è anche una linea di demarcazione evidente tra un prima e un dopo: quandodeterminate sensazioni/emozioni sono uscite allo scoperto, nero su bianco, non si può più far finta che non esistano o siano esistite;

 

1 ora fa, Stefano Verrengia ha scritto:

Stai parlando a noi, tuoi "amici di penna", gli unici che possono capire quanto sia doloroso scrivere, e al contempo quanto sia indispensabile. Siamo con te, o almeno io sono con te. A rileggerti.  

grazie! :D:festeggiamo: 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@(Irene70) ciao! Mi soffermo su questa poesia dal contenuto quasi esistenziale ed allo stesso tempo molto interessante dal punto di vista della struttura. Inizi con delle domande rivolte a te stessa, ma anche al potenziale lettore, sul cosa fa un poeta quando non scrive: sono domande che sembrano all'apparenza celebrare il ruolo del poeta, in particolare:

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?

prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

i due versi evidenziati in grassetto sembrano quasi innalzare il poeta ad una condizione metafisica, spirituale. Il poeta non sembra poter essere uomo; e viceversa, l'uomo non può essere poeta. Eppure, nella strofa successiva ribalti totalmente la prospettiva

 

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

Probabilmente vive,
il poeta, come tutti:
mangia
(non) dorme
ama
prepara la cena
dà acqua alle piante
e una carezza al gatto
vive, il poeta
come può, come tutti.

In questa strofa il poeta viene ricondotto ad una figura di uomo normale, comune. Lo stile ricorda vagamente l'ultimo Montale, quello di Xenia. Non vi è alcuna celebrazione della poesia: o forse la poesia viene celebrata proprio perché quotidianità, atto che si ripete di giorno in giorno. La figura del poeta vate viene completamente sovvertita in questi versi. Ma l'ultima strofa è un ulteriore gradino

 

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

Li trovo dei versi molto delicati ed al contempo pieni di fragilità. Come se lo scrivere poesia comportasse necessariamente una responsabilizzazione del sè. E questa enorme responsabilizzazione si paga con delle ferite, in quanto la scrittura è sfogo, ma non sempre è catarsi.

A rileggerci:)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Grazie mille @Lmtb99 per questa tua analisi: mi ci ritrovo completamente!

8 ore fa, Lmtb99 ha scritto:

Li trovo dei versi molto delicati ed al contempo pieni di fragilità. Come se lo scrivere poesia comportasse necessariamente una responsabilizzazione del sè. E questa enorme responsabilizzazione si paga con delle ferite, in quanto la scrittura è sfogo, ma non sempre è catarsi.

Sì, in effetti è così (almeno per me): non riesco a scrivere (in poesia) cose che non ho vissuto/sentito e quindi, come accennavo sopra, poi quando sono scritte bisogna proprio farci i conti!  :D Grazie ancora!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @(Irene70) :)

 

Sono una profana, ma ogni tanto faccio un salto qui perché le poesie mi piacciono. 
Il tuo componimento è splendido, secondo me. È delicato e suggestivo, ti confesso che questi versi, in particolare, mi hanno commossa:

 

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?
prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

 

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

 

Grazie, ciao! :flower:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
3 ore fa, Pincopalla ha scritto:

Ciao @(Irene70) :)

 

Sono una profana, ma ogni tanto faccio un salto qui perché le poesie mi piacciono. 
Il tuo componimento è splendido, secondo me. È delicato e suggestivo, ti confesso che questi versi, in particolare, mi hanno commossa:

 

 

 

Grazie, ciao! :flower:

Grazie a te, Pincopalla! :D:flower: Mi fa davvero tanto, tantissimo piacere questo tuo commento... grazie veramente! Ciao! :)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@(Irene70) Ciao Irene. Leggo ora questa tua poesia in concomitanza con una riflessione anche abbastanza banale (le mie riflessioni lo sono spesso, devo dire :P) fatta approcciandomi finalmente alla musica italiana, e cioè che al di là delle differenze di genere musicale e di stile retorico, esiste anche un altro specifico fattore che contraddistingue l'opera di un autore (un fattore che può anche sopperire alle debolezze dei primi due e farcelo preferire) ed è la scelta di cosa parlare. Ad esempio sono relativamente poche nel vastissimo panorama musicale italiano che parla della vita di coppia, gli autori che si occupano di temi più individuali, o quelli che ai temi universali prediligono le storie di vita spicciola, all'ammore (non è un refuso) la fatica, alla speranza la sofferenza.

Ecco, questa tua poesia mi è piaciuta molto proprio per il suo girare intorno alla figura tanto osannata del poeta (sopravvalutata lo posso dire?) per andare a cercare il lato in ombra, la persona dietro l'etichetta, l'umanità dietro l'arte. Riassumendo, una bella idea, trattata giustamente con uno stile informale, semplice e fresco, molto lontano dall'inevitabile ridondanza di molti afflati poetici.

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

Un tipo normale

 

Qualche volta mi chiedo
cosa mai farà un poeta
quando non scrive poesie:

 

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?
prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

 

Probabilmente vive,
il poeta, come tutti:
mangia
(non) dorme
ama
prepara la cena
dà acqua alle piante
e una carezza al gatto
vive, il poeta
come può, come tutti.

Fino a qui, come dicevo, è molto leggera, tranquilla, contemplativa. Ma quando arrivo alla chiusa...

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

...mi rendo conto (o almeno questa è la mia impressione) che tutta questa prima parte fa da spalla a questi ultimi versi molto intensi (moderati però da quella specifica apparentemente casuale chiusa tra i trattini.

Mi sono soffermato anche a soppesare la differenza che comporterebbe l'eliminazione della particella "si" prima di "ferisce" e per l'ennesima volta mi sorprende quanto in poesia pesino anche le singole sillabe.

Bella, per concludere. Io ci sento un'eleganza molto discreta e tanto stile, immagino acquisito con fatica e tanta pratica. Ciao Irene.:super:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao Roberto, grazie mille per la tua analisi!:flower:

4 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

Ecco, questa tua poesia mi è piaciuta molto proprio per il suo girare intorno alla figura tanto osannata del poeta (sopravvalutata lo posso dire?) per andare a cercare il lato in ombra, la persona dietro l'etichetta, l'umanità dietro l'arte. Riassumendo, una bella idea, trattata giustamente con uno stile informale, semplice e fresco, molto lontano dall'inevitabile ridondanza di molti afflati poetici. 

... mi fa molto piacere! :)

Riguardo alla figura del poeta... sì, penso anch'io sia un po' sopravvalutata, o  mitizzata, chiunque sia questo "poeta", e comunque anche un poeta "riconosciuto come tale" è prima di tutto una persona (con tutto il bello e il brutto che questa condizione -di persona- comporta);

4 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

Mi sono soffermato anche a soppesare la differenza che comporterebbe l'eliminazione della particella "si" prima di "ferisce" e per l'ennesima volta mi sorprende quanto in poesia pesino anche le singole sillabe.

 interessante questo: "ogni parola con cui-ferisce" allargherebbe quindi il campo dei feriti anche a chi legge: può anche essere sì, che succeda (:()

 

4 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

sento un'eleganza molto discreta e tanto stile,

:arrossire:wow... sono onorata, grazie mille Roberto,

a rileggerci! :D

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Direi che m’appare prosa

dall’elegante impianto,

ben spaziata ed ariosa,

della quale farti vanto.

 

 

La tematica a ben vedere è sempre quella, la vita, qui declinata dalla prospettiva del poeta che al par d’ognuno compie gli atti quotidiani che son quanto vi sia di sperimentabile.

 

Tuttavia (il “probabilmente” spezza la poesia in due parti, ante e post) non sufficienti a dissipar il dubbio di fondo: è questa, dunque, la vita?

 

Fiori nel vento, pioggia, rimirarsi allo specchio in cerca di conferma o confermato dal non riceverla per l’ennesima volta?  

 

Nonostante il dubbio non si può che riprendere gli usuali gesti, a soddisfar bisogni corporei propri e d’ospiti accolti a condivider l’esistenza.

 

Ma, il poeta, non appartiene del tutto a questo mondo, a questa vita… straordinariamente (nel senso temporale, talora) gli accade di legger parole nei propri pensieri che s’impegna a fermare, in un modo o nell’altro.

 

Quelle parole per una certa parte vivono di vita propria, oltre le intenzioni di chi l’ascolta e senz’obbligo di compiacergli, solo d’esser quel che sono, poesia appunto, anelito di libertà pur quando costretta in una forma che gli si adatti.

 

Poi ci vuol mestiere ed esperienza per dar sostanza e ritmo (come ben fai) all’immagini che ci si propone di suscitare, ché le carezze ai gatti son infinite ma sol la tua riporta alla vita quotidiana chi a volte se ne distaccherebbe (magari vergognandosene un pochino) per sempre.

 

Non avessi provato un’emozione di cui vien chiesto conto non avrei scritto quel che ho scritto e per chiuder degnamente la questione, vorrei dir che la vita del poeta è certo come tutte, salvo saper che l’attesa è la sua prova.

 

 

Un saluto

Galvan

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Galvan :) grazie per esserti fermato a commentare (e con un bell'andamento poetico, tra l'altro!) e benvenuto qui nel WD (vedo che sei iscritto da poco)!

2 ore fa, Galvan ha scritto:

Direi che m’appare prosa

dall’elegante impianto,

ben spaziata ed ariosa,

della quale farti vanto. 

"Direi che m’appare prosa" eh, sì, infatti non so nemmeno io se si possa definire poesia, ma non tanto perché non è in rima né segue uno schema metrico classico, quanto perché davvero ancora non so cosa definisca "poesia" uno scritto; comunque mi fa piacere risulti elegante, ti ringrazio!:flower:

 

2 ore fa, Galvan ha scritto:

ché le carezze ai gatti son infinite

eh... speriamo! almeno quelle! :D

 

2 ore fa, Galvan ha scritto:

gli accade di legger parole nei propri pensieri che s’impegna a fermare, in un modo o nell’altro. 

vero! e penso che ci riesca quando qualcuno si rivede in quei pensieri/emozioni:  io cerco questo quando leggo una poesia (anche quando la scrivo, ma questo è un altro discorso :D )

Ciao, grazie e buon proseguimento!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ah, i bei vecchi tempi, mi verrebbe da dire, nel corso dei quali il concetto di militanza veniva riguardato con tutti gli onori e se ne stava sugli scudi! Questo brano, che pure riposa su di una buona intuizione e poteva essere sviluppato in modi più convincenti, alla fine della lettura, pure di una lettura ripetuta, suggerisce l’impressione di una qual certa casualità: parrebbe che l’autrice si sia accontentata, in diversi punti, della immediata soluzione venutale in mente. Buona la prima, insomma. E già questo è un iniziale discrimine che un poeta che si rispetti dovrebbe sempre tener presente. Dal testo, che purtroppo è affetto, proprio in forza di questo vizio originario, di una struttura irregolare e singhiozzante, e ripeterei: una irregolarità del tutto casuale, guidata esclusivamente dalla malìa delle immagini al cui potere di seduzione @(Irene70) non ha saputo opporre resistenza, ho ricavato l’impressione netta di una concezione minimalistica della vocazione poetica. Tornerò in seguito su questo punto. Già, perché esiste anche un diverso tipo di irregolarità, una irregolarità ricercata, e che si definisce tale solo in relazione a quelle forme di quadratura tradizionalmente consolidate le quali, a quanto pare, sono cadute in insuperabile discredito. Questo secondo tipo di irregolarità si alimenta di questa tensione che la mette a contrasto delle forme consolidate, e il segnale della sua presenza, e della sua efficacia, risiede e nel suo incedere accidentato, che costringe il pensiero a un ininterrotto e concentrato vegliare, e nella denunzia della illegittimità estetica di qualunque ipotesi di “scorrevolezza” del testo. Si tratta, però, di un faticoso lavoro di cesello, alla ricerca di un equilibrio tanto personale quanto sempre instabile: tant’è vero che le grandi conquiste dell’avanguardia, pure innegabili, quasi per una specie di contrappasso invecchiano (e decedono) assai più rapidamente dei colossi della tradizione. Gli idilli leopardiani ancora (forse) si leggono: ma chi avrebbe tempo e voglia di faticare sulle pagine del Laborintus?

In questo brano, invece, vediamo l’anima-farfalla dell’autrice librarsi e indugiare, come uno di questi multicolori insetti, nel giardino d’infanzia delle rappresentazioni: purtroppo, sono rappresentazioni alquanto trite e di poco vigore. Per l’intanto mi preme sottolineare quanto i vv. 4-5, mi duole scriverlo, contengano immagini accecanti nella loro banalità – e par quasi che si stia leggendo una di quelle pubblicazioni edificanti in uso nella letteratura per l’infanzia, tant’è che mi sono venute in mente delle raffigurazioni possibili, di bimbi in calzoncini corti e bimbe con le trecce al vento all’inseguimento di bolle di sapone, aquiloni… ma i fiori? Che può voler dire questa immagine dell'inseguire i fiori nel vento? A me pare un che di buttato lì a caso, una immagine un po’ raffazzonata nella quale le parole “fiori” e “vento” vengono inserite a forza in una azione, affidata al verbo “inseguire”, che però, anziché porre in risalto, distrugge con la sua insensatezza il contenuto malióso di quei due sostantivi che l’autrice avrebbe voluto invece (almeno credo) valorizzare.

Il resto del brano assomiglia a una determinazione della vita privata del poeta che par quasi acquisire, a un certo punto, la cadenza di una introspezione, un elenco di cenni autobiografici. La soluzione del mistero è alquanto elementare: un poeta non cessa di esser tale perché in un certo istante non scrive poesia: la poesia è dapprima sacro fuoco, poi militanza. O il poeta si configura come un militante del concetto, o non è. L’interezza dell’ente è materia poetica; quel determinato assetto giuridico è materia poetica; il colore rosso carminio del nostro campari serale è materia poetica. La società borghese, impiantata sulla produzione di merci e sulla separazione dei produttori dal prodotto del loro lavoro, ha dato forma a questa mostruosità del salariato che impersona il suo ruolo produttivo fintanto che la produzione di merci ha bisogno della sua opera; poi, terminato l’orario di lavoro, può dismettere l’uniforme imposta dal suo ruolo sociale (oppure diventare un disoccupato gettato nella miseria più nera), e tornare ai suoi svaghi, al “tempo libero”, del quale la poesia e la letteratura dovrebbero essere parte. E gli svaghi di questo tempo libero andrebbero poi a lor volta accantonati a causa del sopraggiungere di altri obblighi (la cura della famiglia, il “privato” genericamente inteso). Abbiamo esempio di molti borghesi che concepivano in tal modo la loro attività poetica, e perfino più di un esponente della classe dei rentiers. È, pertanto, l’interezza dell’ente che si riflette (o dovrebbe riflettersi) nella mente del poeta prima, quindi nel suo peculiare modo di intendere e usare il linguaggio, poi. Ne discende, per deduzione, che se l’interezza dell’ente è oggetto della poesia, e la poesia è la riflessione dell’ente in sé stesso, il poeta, ossia quel soggetto nel quale la riflessione dell’ente è di casa, non potrà certo decidere di smettere di esser tale a piacimento, come quando si chiude il rubinetto dell’acqua. Da tali condizioni, alquanto severe, non può che discendere che di veri poeti, nella lunga storia delle arti letterarie, se ne contino assai pochi; il ripiego non può che essere il salottiero ciarlare di chi si accontenta di restare - per usare una celeberrima metafora - per un tempo indefinito nel vestibolo del tempio.

Il minimalismo della domanda: cosa farà mai il poeta quando non scrive poesie? sta proprio nel considerare la vocazione poetica come un che di accidentale, di fortuito, un elemento che non appartiene all'essere necessario, ma qualcosa che potrebbe essere, ma anche non essere.

Del resto, di questo brano il minimalismo è cifra estetica totale, e lo percorre tutto, da cima a fondo: a partire da una forma appena abbozzata per giungere infine al minimalismo del contenuto: per quale motivo un poeta dovrebbe rifuggire dal potere offensivo della parola (il "ferire") se la storia, l’ente, in una parola: la realtà altro non sono che una guerra? C’è un partito da prendere: la poesia non può restarsene al di sopra di questo compito. La poesia, come tutta l’arte, può ben configurarsi come un’arma spendibile per questa guerra, e il resto è solo un cupio dissolvi della vigliaccheria. O, come ebbe a dire una volta Thomas Mann: intimismo all'ombra del potere.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Soir Bleue :)e grazie mile per esserti fermato a commentare,

parto dalla fine del tuo commento ricchissimo di spunti interessanti:

55 minuti fa, Soir Bleue ha scritto:

Del resto, di questo brano il minimalismo è cifra estetica totale, e lo percorre tutto, da cima a fondo: a partire da una forma appena abbozzata per giungere infine al minimalismo del contenuto: per quale motivo un poeta dovrebbe rifuggire dal potere offensivo della parola (il "ferire") se la storia, l’ente, in una parola: la realtà altro non sono che una guerra? C’è un partito da prendere: la poesia non può restarsene al di sopra di questo compito. La poesia, come tutta l’arte, può ben configurarsi come un’arma spendibile per questa guerra, e il resto è solo un cupio dissolvi della vigliaccheria. O, come ebbe a dire una volta Thomas Mann: intimismo all'ombra del potere.

 

come ho scritto anche in risposta ai precedenti commenti, io non mi ritengo "poeta", ma provo con una certa ostinazione a scrivere poesie, questo sì, e di una sola cosa sono convinta rispetto alle mie righe di parole: non sono vigliacche, perché provengono tutte da esperienze vissute o sentite in prima persona, e tutto è (qui  o nelle raccolte o nel blog) firmato col mio nome e cognome (rintracciabile nella firma che vedi qui sotto). Sono infatti d'accordissimo con te: chi scrive poesie si deve esporre, deve "militare", esporre il suo punto di vista su qualcosa che sia personale o sociale, non può "inventare" nulla e io, credimi, mi sono esposta e anche troppo in molti casi. Quindi in realtà io qui:

 

"E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce."

 

non scrivo che il poeta debba rifuggire il ferirsi con la guerra della vita, anzi: si deve ferire, poi però alcuni poeti (diciamo quelli che conosco io :D...)  si vergognano di quello che hanno scritto, proprio perché sanno di essersi esposti, o comunque gli sembrano tutte stupidaggini o, appunto, come in questo caso, banalità.

Riguardo alle considerazioni sullo stile, devo dire che mi sono utilissime, sempre, come tutte qui in officina e ci rifletterò sopra sicuramente;  qui però

1 ora fa, Soir Bleue ha scritto:

Per l’intanto mi preme sottolineare quanto i vv. 4-5, mi duole scriverlo, contengano immagini accecanti nella loro banalità – e par quasi che si stia leggendo una di quelle pubblicazioni edificanti in uso nella letteratura per l’infanzia, tant’è che mi sono venute in mente delle raffigurazioni possibili, di bimbi in calzoncini corti e bimbe con le trecce al vento all’inseguimento di bolle di sapone, aquiloni… ma i fiori? Che può voler dire questa immagine dell'inseguire i fiori nel vento? A me pare un che di buttato lì a caso, una immagine un po’ raffazzonata nella quale le parole “fiori” e “vento” vengono inserite a forza in una azione,

mi sono volutamente soffermata su queste azioni farfallesche e saltellanti, stile libro di favole sognanti, per ricondurmi all'idea  un po' stereotipata del "poeta": questo personaggio svagato e fuori dal mondo reale, che insegue la bellezza delle cose piccole cercando di afferrarla (i fiori nel vento), un po' tipo questo, per farci una risata::yupphi:. E invece il poeta molto spesso è (anche) questo:NO:fuckingkidding::trollface:. :D

Grazie mille ancora Soir Bleue, a rileggerci!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @@(Irene70) ,

l'impressione generale è di una poesia graziosa, fresca e gentilmente ironica.

Ma siccome in un commento che si rispetti ci devono essere anche parole più complicate, tanto per darsi un tono, allora dico che è una meta-poesia (la metapoesia è una poesia che parla della poesia). Il che rappresenta sempre un'arma a doppio taglio: da un lato stabilisce un secondo livello di pensiero, e si apre alla possibilità e alla complessità; dall'altro, non è mai un buon segno quando uno riflette troppo su se stesso, ma questa ahimè è la sorte di tutta l'arte dal Novecento in poi, da quando cioè le forme d'arte tradizionali si sentono sempre più messe in discussione e come dire assediate da altre forme di rappresentazione - comunicazione (quasi tutta l'arte del Novecento è meta-arte). 

A parte questo (anch'io ho scritto molte poesie sulla poesia), Un tipo normale si fa apprezzare perché un po' prende in giro, però molto gentilmente, l'opinione (di tanti lettori e non-lettori, ma anche autori) che il poeta debba essere un tipo strambo, che principalmente non riesce ad essere normale perché, bisogna ammetterlo, qualche problema ce l'ha. Un tipo con qualche rotella fuori posto, insomma. Chissà da dove venga questa strana idea. Peraltro, molti pensano che Leopardi scrivesse poesie, e per giunta tristi, perché, poverino, era gobbo e le donne gli giravano al largo; e non perché era un grande poeta. E poi c'è la tradizione dei "poeti maledetti". Questo secondo me è un grave danno, che queste opinioni ci hanno fatto, perché di conseguenza la maggior parte delle persone si tiene lontana dalla poesia (la frase che sento ripetere più spesso è "io non mi intendo di poesia"), a meno che non abbia intenzione di scrivere poesie direttamente, ma allora ciascun dilettante poeta si pensa in dovere e in diritto di reinventare la poesia daccapo, come se non ci fossero tante belle poesie da leggere, prima di lasciarsi andare alle ciofeche presuntuose (possibilmente ermetiche; che aiuta) di turno.

Scusa per la divagazione (ogni tanto mi devo sfogare) e ritorno in tema. 

Metricamente questa poesia è libera; il ritmo è garbato e si modella in generale sulle immagini (ogni verso è un'immagine); da cui una cadenza, appunto, di poesia. 

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

insegue i fiori nel vento?
raccoglie le gocce dell’ultima pioggia?
prova a riconoscere quel volto
che ogni mattina lo fissa da uno specchio?

(a parte che due dodecasillabi nella stessa quartina non possono essere casuali). Questa parte, più che una ricerca di immagini create dall'autrice, sembra una riproposizione (ripeto: gentilmente ironica) di frasi-fatte, clichés insomma riguardanti "il vero poeta": che deve essere uno che appunto fa cose assurde (come si fa ad inseguire i fiori nel vento? mica volano; e a raccogliere le gocce dell'ultima pioggia: ultima vuol dire che è già passata; ma allora sono pozzanghere, non gocce), e perfino (ma qui si passa da un'ironia divertita a un'ironia mesta e consapevole: in fondo, siamo tutti alla ricerca di noi stessi, e lo facciamo tutte le mattine) passa il tempo a guardarsi allo specchio senza motivo apparente?

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

Probabilmente vive,
il poeta, come tutti:
mangia
(non) dorme
ama
prepara la cena
dà acqua alle piante
e una carezza al gatto
vive, il poeta
come può, come tutti.

Certo che, invece, come dici tu, il poeta è una persona normale. Ma questo apre anche a una possibile discussione sul fatto che tutti (in qualche modo) possano essere, almeno per qualche istante della loro vita, poeti; o almeno che tutti possano amare la poesia perché, in fondo, è di loro stessi che parla (o dovrebbe).

Il 31/7/2020 alle 11:18, (Irene70) ha scritto:

E poi – ma non so dove l’ho letto –
si vergogna
di ogni parola con cui si ferisce.

Questa è la parte più intensa emotivamente (e perciò sta bene alla fine). Forse l'unica cosa che veramente contraddistingue il poeta è questa disponibilità a scoprire qualche lembo della sua anima, e così si crea una ferita che lascia aperta alla vista delle altre persone. Si mette in gioco, insomma, pericolosamente. Forse questa è la differenza: gli altri sanno bene che nella vita, per sopravvivere, è indispensabile indossare una maschera, a cui bisogna poi tenere fede il più possibile. In questo senso il poeta è uno che "sfida" la vita, accetta il rischio, si espone; ma in questo pericolo, appunto, trova il senso di vivere.

Ciao, mi è piaciuto commentare la tua poesia :D

PS Anche a te imploro un commento alla mia Dilettante (non quella rivisitata; l'originale) altrimenti mi viene una crisi d'identità O_-

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 ore fa, GP300720 ha scritto:

l'impressione generale è di una poesia graziosa, fresca e gentilmente ironica.

ti ringrazio @GP300720, sono contenta di questa impressione, soprattutto del gentilmente ironica, in quanto parlando appunto di poesia e poeti e dell'idea "comune" che in generale si ha di questi, è bene non calcare troppo la mano dell'ironia per non diventare petulanti (questo almeno è un mio terrore, un po' sempre quando scrivo :D);

4 ore fa, GP300720 ha scritto:

Un tipo con qualche rotella fuori posto, insomma. Chissà da dove venga questa strana idea.

eh... ti dirò, pur scrivendo io soltanto quello che definisco righette di parole e quindi non rientrando nella categoria poeti,  comunque rientrerei perfettamente nello stereotipo perché penso di aver perso/consumato anche le rotelle dei pattini ormai:si::lol:

 

4 ore fa, GP300720 ha scritto:

Scusa per la divagazione

nessuna divagazione, anzi!

 

4 ore fa, GP300720 ha scritto:

. Questa parte, più che una ricerca di immagini create dall'autrice, sembra una riproposizione (ripeto: gentilmente ironica) di frasi-fatte, clichés insomma riguardanti "il vero poeta": che deve essere uno che appunto fa cose assurde

infatti, sì, esattamente;

 

4 ore fa, GP300720 ha scritto:

Ma questo apre anche a una possibile discussione sul fatto che tutti (in qualche modo) possano essere, almeno per qualche istante della loro vita, poeti; o almeno che tutti possano amare la poesia perché, in fondo, è di loro stessi che parla (o dovrebbe).

almeno amarla, sì, o almeno non  respingerla come qualcosa di "incomprensibile e inarrivabile" (preciso che anch'io prima di provare a scrivere - a 42 anni, circa -, non leggevo poesia  "volontariamente" dai tempi della scuola)

 

4 ore fa, GP300720 ha scritto:

Forse l'unica cosa che veramente contraddistingue il poeta è questa disponibilità a scoprire qualche lembo della sua anima, e così si crea una ferita che lascia aperta alla vista delle altre persone. Si mette in gioco, insomma, pericolosamente. Forse questa è la differenza: gli altri sanno bene che nella vita, per sopravvivere, è indispensabile indossare una maschera,

sì, penso sia necessario per riuscire a comunicare qualcosa veramente: mettersi in gioco, esporsi, provare a togliere qualche maschera (tanto non ne abbiamo mai una sola - anche in tempi covid free...),

Ciao, grazie mille per questo tuo commento, passo senz'altro dalla tua Dilettante (ché le crisi di identità sono terribili! :D) .  

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×