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Renato Bruno

Quali le caratteristiche di un'opera letteraria per essere pubblicata?

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Scrive il nostro bravo Guido Mozzi (che vivamente noi tutti ringraziamo) nella pagina qui sotto riportata, che sarebbe possibile indicare i dieci punti essenziali che indurrebbero un editore italiano a pubblicare un'opera letteraria. Personalmente dico subito che nessuno di questi punti mi convince. Che cosa passa per la testa di un editore che decide come quando e perché pubblicare un'opera destinata ad avere una discreta buona o ottima accoglienza di pubblico è e resterà per me un mistero. Però, linee guida che consentono di capire meglio l'incomprensibile sono sempre  utili (soprattutto quando Mozzi, io e tutti noi altri siamo immersi in questo contesto storico-editoriale dove le differenze un tempo necessarie tra Letteratura (alta)  e Narrativa di consumo tendono a farsi così sottili da svanire ad ogni primo approccio).  Buona lettura.   

 

https://bottegadinarrazione.com/2020/07/30/di-che-cosa-ha-bisogno-un-editore-per-pubblicare-unopera-letteraria-in-dieci-punti/

 

Di che cosa ha bisogno un editore, per pubblicare un’opera letteraria? In dieci punti

By Giulio Mozzi in Teoria e pratica, 30 luglio 2020.

 

1. Per decidere di pubblicare un’opera letteraria, o un libro in generale, un editore ha bisogno della sensazione di avere davanti qualcosa di compiuto, finito e dotato di senso. Nel caso dell’editoria cosiddetta “letteraria”, il romanzo o la raccolta di racconti o il lavoro poetico devono dare una sensazione di “coesione” e di “pienezza”: la sensazione di essere un’ “opera”. Nella narrativa basata sull’intreccio, l’intreccio deve funzionare senza vuoti o attriti. Nella manualistica alla completezza delle informazioni devono aggiungersi la facilità di reperimento delle stesse, la chiarezza dell’esposizione, la definizione precisa delle competenze che si presumono già presenti nel lettore, eccetera. Nella saggistica, la presenza di una “tesi” o di una “costellazione di tesi” deve accompagnarsi a un’adeguata e ben mirata argomentazione. E così via.

 

2. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di poter immaginare chi lo leggerà. Si tratta di un’immaginazione doppia, qualitativa e quantitativa. Qual è il lettore ideale di questo libro? Quali sono le categorie di lettori (i “target”) che potrebbero essere interessati a questo libro? Quanti sono, complessivamente, i lettori interessati o interessabili a questo libro? Qual è il lettore che il libro presuppone? E, simmetricamente: quali sono i lettori ai quali questo libro non può interessare, o addirittura può fare schifo? Eccetera. Individuato il pubblico (potenziale), si studierà poi il modo di raggiungerlo e di convincerlo. C’è chi, per dire, legge soltanto i libri che percepisce come “per tutti”, e c’è chi invece questi libri li ignora e punta direttamente ai libri “per pochi”. Una stessa opera letteraria potrebbe essere oggetto di campagne promozionali diverse o addirittura contraddittorie. A un “settimanale femminile” si dirà che Orgoglio e pregiudizio è un romanzo scritto da una donna per le donne (e questa sarebbe una bugia, benché parziale), a un quotidiano economico-finanziario si ricorderà che Jane Austen è stata la prima scrittrice a mettere in primo piano i fatti economici (altro che amore! in questo romanzo si parla solo di soldi!), al gestore di un sito dedicato a Stephen King si ricorderà che ci sono importantissimi elementi horror in tutti i romanzi di Austen, non solo nell’Abbazia di Northanger, e così via.

 

3. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di sapere se l’autore o autrice ha o non ha già un suo pubblico. L’affermazione può sembrare bizzarra: non è il compito dell’editore, appunto (vedi punto 2) andare a caccia di un pubblico, eventualmente di crearlo? (Come fece Apple con lo smartphone: nessuno sapeva di averne un bisogno vitale, prima che Apple lo mettesse sul mercato). Ma oggi le cose vanno un po’ diversamente da un tempo, esistono i social media e tutte quelle trappole lì, e soprattutto: gli editori maggiori non hanno più un’immagine netta e distinta, nella loro ansia di occupare tutti gli anfratti del mercato sono diventati dei puri contenitori, e poi pubblicano troppi libri per poter davvero costruire un lavoro promozionale apposito per ciascun titolo. Quindi: sei tu TikTok, su Instagram, su Youtube, su Facebook, su Instagram, o altrove? E quanti followers hai? E in quanti ti commentano? Sono conti brutali, lo so. Ma si fanno. (Ovviamente succede che si faccia anche il ragionamento contrario: questa qui o questo qui ci ha un sacco di followers, che libro gli facciamo fare? I risultati, come noto, sono spesso orribili).

 

4. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di poterne immaginare la “durata”: per quanto tempo lo venderemo? Quando nel 1963 (se non erro) l’editore Hoepli pubblicava il libro di Livio Susmel Il canarino: allevamento, malattie, cure, forse non immaginava che gli sarebbe rimasto in catalogo per quarant’anni (e ancora oggi circola abbondantemente nel mercato dell’usato). Quando rifiutò Se questo è un uomo di Primo Levi (“Un altro libro sui campi di concentramento! Basta! Non se ne può più!”), o quando finalmente lo pubblicò nella collana dei Saggi (nella quale uscì anche Il diario di Anne Frank), l’editore Einaudi forse non aveva compreso la natura dell’opera: non aveva compreso che, oltre che una testimonianza, Se questo è un uomo è una grande opera d’arte; e certamente non aveva immaginato che, tra i tanti (effettivamente tanti) libri di memorie che si pubblicavano in quegli anni, Se questo è un uomo sarebbe durato più degli altri (per capirsi: la pubblicazione di Se questo è un uomo è la più grande e fruttuosa operazione commerciale della storia di Einaudi – me lo disse Roberto Cerati un po’ d’anni fa). Oggi, a dire il vero, si tende a valutare più la possibilità di vendita immediata che quella sul lungo termine.

 

5. Per decidere di pubblicare un libro, insomma, un editore ha bisogno di riuscire a immaginarne la “dinamica”. Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro uscì nel 1994 in seimila copie (uno sforzo non esagerato, a quei tempi, per un editore come Baldini e Castoldi) e cominciò a “muoversi” in libreria diversi mesi dopo essere stato pubblicato. Gomorra di Roberto Saviano uscì nel 2006 ugualmente in seimila copie (il minimo sindacale, a quei tempi, per un editore come Mondadori). Nel caso di Saviano si sa quali eventi hanno dato il via alle grandi vendite; nel caso di Tamaro si può al massimo fare un riferimento generico al “passaparola”. Inshallah di Oriana Fallaci, pubblicato da Rizzoli con enorme pressione promozionale, diventò la più grande montagna di rese della storia dell’editoria italiana. Nei periodici “resoconti di gestione” di Mondadori (disponibili nel sito) le vendite dei libri di Fabio Volo sono spesso commentate con un sensibile stupore. Cito questi quattro casi per far capire che i grandi successi e i grandi insuccessi non sono sempre (come credono gli ingenui) programmabili. Ma la buona salute di un editore non dipende, non può dipendere, dai “colpacci”: dipende dalla capacità di diffondere, di ciascun titolo, esattamente il numero di copie che se ne può vendere (per giudizio unanime di librai, distributori ed editori, la casa editrice più capace di esatte previsioni è Marcos y Marcos; anche se ultimamente il fenomeno-Ervas forse è stato in buona parte imprevisto).

 

6. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di immaginare come “comunicarlo”. Un romanzetto del tipo “Ci sono lui e lei, che vogliono sposarsi; c’è un cattivone che si mette in mezzo; seguono peripezie, separazione degli amanti, moti di piazza, intrighi; poi una grande calamità spariglia tutti i giochi; e alla fine lui e lei si sposano e fanno tanti bambini: il tutto scritto magnificamente, con una lingua alla portata di tutti” non è soltanto una spudorata operazione commerciale: è prima di tutto un libro facile da comunicare. Un romanzo del tipo: “Un uomo perennemente indeciso entra far parte di una commissione nella quale non si decide nulla; mille pagine dopo sono ancora tutti lì a non fare nulla; il tutto è inframmezzato da capitoli filosofico-mistico-matematici” non è soltanto un esperimento velleitario e pretenzioso: è prima di tutto un libro impossibile da comunicare.

 

7. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di immaginare perché quel libro possa risultare “interessante”. La cosa apparentemente bizzarra è che il motivo d’interesse – quello che si spende nella comunicazione, non quello reale – non sta quasi mai nella bellezza del libro. Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, spiega Antonio Franchini (dirigente Mondadori) nel documentario Senza scrittori di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, era un romanzo “interessante” perché racconta e descrive un ceto, quello delle famiglie dei palazzinari romani, al quale fino allora non era mai stata dedicata un’opera romanzesca. Il motivo d’interesse, che Franchini chiama “gancio”, richiede ovviamente che l’opera di per sé sia almeno discreta: ma il punto è che se un ufficio stampa dice a un giornalista: “Guardi, questo romanzo è molto bello”, il giornalista risponde: “E allora?”; mentre se l’ufficio stampa dice a un giornalista: “Guardi, questo romanzo per la prima volta racconta la tal cosa, descrive il tale ambiente, contiene questo o quel motivo di scandalo”, eccetera, il giornalista risponde: “Interessante”. Nella mia esperienza sono arrivato perfino al punto, e per due volte, di “vendere” un romanzo usando come “gancio”… la sua illeggibilità. La prima volta fu con Perceber di Leonardo Colombati (Sironi 2005): qualche mese prima dell’uscita costruimmo un blog nel quale si raccontavano una quantità di cose del romanzo, presentandolo direttamente come romanzo-monstre; pubblicammo foto dei luoghi dell’azione, lunghi elenchi dei personaggi, enigmatici estratti, e così via; così che, prima ancora di parlare del romanzo, i giornali cominciarono a parlare del gran parlare che di quel romanzo si faceva (il blog, tanto per dar dei numeri, nei due mesi precedenti l’uscita del romanzo, arrivò ad avere quattro/cinquecento visite al giorno). La seconda volta fu con La dissoluzione familiare di Enrico Macioci: ne pubblicai degli estratti nel mio blog vibrisse presentandolo appunto come “romanzo illeggibile”: e nel giro di qualche settimana si presentò un editore.

 

8. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di immaginare come i potenziali compratori capiscono che se quel libro è stato pubblicato da quell’editore lì, proprio quello lì, una ragione deve esserci. Quando ha cominciato a pubblicare la saga Millennium, l’editore Marsilio era già “quello dei gialli svedesi” (e lo è ancora, con onore). Quando minimum fax nel 2010 ha pubblicato Acqua in bocca di Camilleri & Lucarelli, tutti i lettori affezionati all’editore hanno capito che pubblicare una vergognosa puttanata (tanto vergognosa che gli autori hanno pubblicamente devoluto i propri diritti in beneficienza) era per quell’editore più sensato che farsi strangolare dalle banche.

 

9. Per decidere di pubblicare un libro, un editore non ha bisogno di leggerlo. Ci sono libri sui quali si può decidere a occhi chiusi, perché per venderli non c’è proprio bisogno di leggerli (e neanche di scriverli, mi vien da dire). Un’autobiografia di Silvio Berlusconi intitolata Tutte le donne del presidente, un memory di Giuseppe Conte intitolato Come uscire dall’anonimato giusto in tempo per trovarsi di fronte al più grande guaio di sempre, un manuale di Ernesto Galli della Loggia intitolato Come parlare in pubblico dicendo sempre la stessa cosa, eccetera, sono prodotti editoriali che gli editori addirittura evitano di leggere (per non rovinarsi le papille gustative). I grandi editori, poi, sono così grandi, e così meticolosa è la divisione del lavoro al loro interno, che alla fin fine l’unico a leggere davvero il libro, prima della pubblicazione, è l’autore stesso: parola per parola, facendo le bozze (perché anche i correttori di bozze lavorano spesso in squadra: cinquanta pagine la fa uno, cinquanta ne fa un altro, cinquanta un altro ancora, e via).

 

10. Per decidere di pubblicare un libro, un editore deve aver voglia di pubblicarlo. Anzi, deve avere – in generale – voglia di pubblicare. Deve poter pensare di ricavare dal pubblicare un qualche profitto – economico, sociale, culturale, di autostima, per sé, per la comunità alla quale appartiene, per i propri figli, per la Patria, per il popolo, e chi più ne ha più ne metta. Deve avere, l’editore, una certa qual voglia di futuro; e deve aver voglia di dare, a quel futuro di cui ha voglia, una forma di cui ha voglia. Magari a te, autrice, a te, autore, quella forma di futuro lì non piace. E dunque: cerca un altro editore.

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Nonostante Mozzi mi sia sempre stato cordialmente antipatico (spero si possa dire...) fin dalle sue prime pubblicazioni, trovo questo decalogo molto interessante e in gran parte condivisibile.

Grazie a @Renato Bruno per avercelo proposto ;).

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Personalmente sono in disaccordo con la numero 3.

Se il libro è sgrammaticato, forse un po' è colpa tua; ma se non hai una buona base di seguaci sui social o ne hai solo uno tra i quattro citati, non è proprio colpa tua. Io ne ho cento o poco più, e non mi interessa stimarli come tanti o pochi, però penso che mi scoccerebbe non essere pubblicato da un editore a causa della base di followers. Poi ovvio, come detto è un ragionamento che si fa con i big, ma è questione di principio. Poi ripeto: mia opinione, ma per me essere commerciale non dovrebbe essere una condizione imprescindibile

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Mah. Sono dieci assiomi a fronte di quattromila editori. Tutti diversi tra loro per mezzi, cultura, pubblico, obiettivi...

Interessante. Si pero'...

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È davvero avvilente che le chances di essere pubblicati dipendano più dal numero dei followers sui social che dalle qualità dell’opera. Una casa editrice seria, a mio parere, non dovrebbe farsi influenzare da questo aspetto, o se proprio volesse tenerne conto, per lo meno dovrebbe valutare anche altri parametri. Purtroppo oggi l’unica cosa che conta è il profitto e nulla ci stupisce più, neanche il fatto che la pubblicazione di un romanzo sia condizionata dai likes su FacebooK. Così va il mondo, e per quanto ci indigniamo, le cose non cambieranno, anzi, considerando la deriva culturale che ci circonda, forse potranno solo peggiorare.

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3 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

3. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di sapere se l’autore o autrice ha o non ha già un suo pubblico

 

Questa è la più vera. Scommettiamo che, se mi chiamassi Bruno Vespa o Fabio Volo, venderei molti più libri? :asd:

Una volta, per ridere un po', mi è venuto in mente uno che realmente si chiama Bruno Vespa (omonimo del Vespone nazionale). Scrive un libro con i piedi: male che più male non si può. Poi si fa pubblicare e schiaffa il suo nome sulla copertina (ahò! Se uno se chiama davero davero Bruno Vespa sul libro ce mette Bruno Vespa, no?). Scommettiamo che qualche migliaio di copie lo vende facendo così felice l'editore? Prima di svelare in pubblico l'omonimia o prima che qualcuno la scopra, ovvio… :asd::asd::asd:

 

3 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

6. Per decidere di pubblicare un libro, un editore ha bisogno di immaginare come “comunicarlo”


Questo punto mi ha fatto ridere, ma è proprio vero :P

 

 

3 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

9. Per decidere di pubblicare un libro, un editore non ha bisogno di leggerlo.

 

Anche questo mi ha fatto ridere e poi ripensare a un post che ho pubblicato sul WD di recente. A un utente chiedeva pareri su un libro intitolato (più o meno) "10 modi per evitare gli errori dei principianti ed essere pubblicati" (ho semplificato) ho risposto che non avrei comprato quel libro, con i soliti "Evita gli avverbi in -mente" e altre cose del genere, ma ne avrei preferito uno intitolato "10 modi per commettere gli errori dei principianti ed essere comunque pubblicati". Ecco, un libro con quest'ultimo titolo lo comprerei a occhi chiusi, senza nemmeno bisogno di leggere il primo mezzo capitolo gratuito o la quarta di copertina :D 

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Questo spiega perché è così difficile essere pubblicati. Forse tra questi punti ne inserirei un altro: editori che non prendono in considerazione invii di autori privi di agente letterario. 

Comunque, interessante e demoralizzante al tempo stesso. 

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2 ore fa, Mafra ha scritto:

È davvero avvilente che le chances di essere pubblicati dipendano più dal numero dei followers

Altroché. Già ci sono altri problemi: l'avvenuta ricezione? La notifica dell'eventuale diniego? Tempi biblici? E se la CE scompare? Per non contare tutte le domande rivolte a se stessi circa la qualità del romanzo, il target più o meno vasto, eccetera eccetera eccetera.

No, adesso bisogna anche preoccuparsi dei social, di essere seguiti e di essere commerciali

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Il decalogo è senz'altro interessante, e si legge volentieri per curiosità. Ma la realtà secondo me non è così idilliaca. Molti editori nemmeno leggono la maggior parte di quel che gli arriva, quindi se un libro sia buono, vendibile, originale, ecc. non lo sapranno mai. Tutto parte da un fatto basilare: sei qualcuno? qualcuno ti ha presentato? ti sei fatto conoscere attraverso agenzie, riviste, concorsi, agganci, o altro? Allora vediamo cos'hai scritto (e da qui parte il decalogo), altrimenti no. Poi c'è il fattore soggettivo, per cui a un editore un libro sembra vendibile e a un altro no (forse uno è più in sintonia con l'idea, o ha già pubblicato libri simili e ha visto che vendevano, in barba alle previsioni statistiche).

È molto difficile in questa realtà così variegata trovare tratti comuni. L'unica certezza che possiamo avere è che se un libro ha un'idea forte, originale, mai (o poco) trattata prima, ed è scritto bene, quasi certamente troverà un editore. Altrimenti entra in gioco la fortuna (l'editor annoiato di Mondadori che ha un'oretta per guardare le email, e, toh! sorpresa, trova qualcosa di davvero buono).

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1 minuto fa, Silverwillow ha scritto:

Poi c'è il fattore soggettivo

Anche qui... Parliamone. Gli editori che ti liquidano a priori perché non hai letto alcunché proveniente dal loro catalogo?

Quelli che la prendono sul personale perché non hai inviato il manoscritto solo a loro, ma anche ad un ulteriore decina di case?

Io non vedo grandi problemi: basta inviare una mail agli altri nove per avvertirli gentilmente di sospendere la lettura, poiché non è più necessario. Poi non lo so, magari sono io che la penso in modo sbagliato

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Sarebbe molto interessante chiedere a Guido Mozzi com'era, come viveva, com'era strutturato, a chi si rivolgeva l'editoria classica di ieri, dell'era pre-social, quella di Pavese o di Vittorini, quella di Longanesi, quella delle primissime agenzie letterarie editoriali italiane, quella degli inediti che dalle riviste passavano agli editori. Quella di Calvino. È fondato il sospetto che per gli sconosciuti sia stato sempre difficilissimo farsi pubblicare? È lecito ritenere che l'editoria degli anni Sessanta o Settanta del secolo scorso non avesse poi regole di ingaggio troppo differenti da quelle di oggi? È fuori luogo pensare che anche allora esistesse una narrativa di consumo (da chiosco) e un'altra da salotto  critico-letterario?  E gli autori di allora (come quelli di oggi) che critiche rivolgevano alla nascente industria editoriale italiana? 

Nell'articolo sopra riportato, Mozzi non parla di soldi, di conti in banca; non affronta il problema serio delle librerie e dei distributori, e -poiché lo ha fatto in altri articoli- non tocca nemmeno il delicato argomento di come nel tempo è mutato il rapporto stesso che gli esordienti e gli Scrittori nutrono nei confronti della parola narrativa. Così, giusto per portare acqua al mulino.     

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Il 30/7/2020 alle 17:34, Silverwillow ha scritto:

Tutto parte da un fatto basilare: sei qualcuno? qualcuno ti ha presentato? ti sei fatto conoscere attraverso agenzie, riviste, concorsi, agganci, o altro? Allora vediamo cos'hai scritto (e da qui parte il decalogo), altrimenti no.

@Silverwillow sì, è logico che un manoscritto che arrivi in una CE già con una sorta di "raccomandazione" ("leggetelo, io l'ho trovato interessante!", oppure: "ah questo ha vinto un concorso" ecc.) si distingua tra la pila indifferenziata degli invii: vuol dire che ha già convinto uno o più lettori competenti.

Però è anche vero che non mancano le strade per arrivare a farsi conoscere o a essere presentati. Io anni fa non conoscevo nessuno, e proprio Giulio Mozzi mi ha dato l'opportunità di raccontargli il romanzo a cui stavo lavorando, a me e altri aspiranti, dedicandoci 15 minuti in una piazza di Pordenone: è una cosa che faceva ogni anno nel contesto del festival Pordenonelegge; bisognava prenotarsi via sms e i primi dieci, più o meno, potevano fare questo "pitch" con Mozzi. I romanzi che l'avessero convinto, li avrebbe poi letti per intero. Se il romanzo che gli ho esposto fosse stato più compiuto (e se poi alla lettura l'avesse convinto) non ho motivo per dubitare che mi avrebbe "presentato" o comunque aiutato a trovare una possibile strada alla pubblicazione, come ha fatto con tanti altri esordienti nella cui scrittura ha riconosciuto delle qualità. E non è l'unico evento di questo genere di cui ho sentito, in cui scout o editor di case editrici si rendevano disponibili ad ascoltare le proposte di aspiranti, magari in concomitanza con fiere dell'editoria, festival ecc.

Voglio dire che o in questo modo, o appunto mandando racconti alle riviste, ecc. prima o poi arriva l'opportunità di vedere preso in considerazione (anche se ahimé magari poi scartato) il proprio lavoro.

(Come andò quella volta con Mozzi? Devo averlo già raccontato qui sul forum da qualche parte, a quel giro non è andata. Ma le sue osservazioni mi hanno aiutato a comprendere i limiti di ciò che avevo scritto, e mi ha dato anche dei validi spunti per migliorarlo. Ma infine l'ho sentito come morire, quel romanzo; facendo anche tesoro dei suoi ragionamenti - ricordo sempre la domanda che mi fece, e che da  allora non manco mai di farmi, scrivendo: qual è il motore drammatico di questo romanzo? - mi sono buttata a lavorare su uno nuovo, quello che poi avrei pubblicato.).

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22 ore fa, franka ha scritto:

Voglio dire che o in questo modo, o appunto mandando racconti alle riviste, ecc. prima o poi arriva l'opportunità di vedere preso in considerazione (anche se ahimé magari poi scartato) il proprio lavoro.

Il problema è proprio questo: farsi considerare. È vero che le strade non mancano, ma bisogna conoscerle e avere anche un pizzico di fortuna. Mozzi evidentemente è uno di quelli a cui piace scoprire e incoraggiare nuovi talenti, ma non sono tutti così. Io ho provato tempo fa a partecipare a un pitch day, lì però c'era una selezione e si vede che agli esaminatori la mia idea non piaceva (poi il romanzo ha comunque trovato una buona CE, quindi i gusti sono soggettivi). Secondo me se qualcuno sa davvero scrivere prima o poi lo pubblicano, ma bisogna anche darsi da fare. Gli invii spontanei alle CE non bastano (perché molte nemmeno leggono).

Il primo romanzo che ho finito (due anni fa) l'ho spedito a grandi, medie e piccole senza nessun riscontro. Ora che ho pubblicato con una big, un editore ha risposto subito. Il romanzo è identico, quindi cos'è cambiato? E qui entra in gioco l'articolo 9 di Mozzi. Ma sono d'accordo anche col 6 e il 7: non importa quanto un romanzo sia bello, ma che l'idea sia originale e si possa comunicare con facilità (anche se ciò dipende molto dall'idea soggettiva di "comunicabile")

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Interessante discussione.

Dico la mia esperienza di neofita: ho scritto un romanzo, sono discretamente conosciuto come professionista (nel mio ambiente) ma del tutto sommerso come autore non avendo mai scritto nulla prima.

Fino a due mesi fa ero assolutamente estraneo al mondo editoriale, limitandomi a  conoscere solo le case editrici più grandi.

Ho iniziato a interessarmi (molte informazioni le ho reperite proprio da questo bel forum) e nel giro di due mesi mi sono arrivate tre proposte di pubblicazione free.

Non erano tutte uguali: alla fine ho scelto quella che mi convinceva di più, e non tanto per gli aspetti economici quanto per la possibilità di essere seguito con un editing accurato.

Il mio romanzo penso sia originale e ben scritto ma tocca argomenti sensibili e non è certo adatto ai minori....però sarà pubblicato e quindi posso dire che destare interesse negli editori è difficile ma non impossibile.

Non mi sono servito di agenzie letterarie.

 

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Il 1/8/2020 alle 17:19, Silverwillow ha scritto:

Secondo me se qualcuno sa davvero scrivere prima o poi lo pubblicano, ma bisogna anche darsi da fare. Gli invii spontanei alle CE non bastano

Esatto, è proprio ciò che intendo dire: si può fare centro subito (come @Emanuele72: complimenti!) ma se si vogliono aumentare le chance di essere presi in considerazione, bisogna battere più strade. Certo così aumentano anche i potenziali rifiuti... Anch'io come te @Silverwillow, prima di trovare la via della pubblicazione, sono stata scartata a un pitch-day con preselezione; ma quel giorno altri aspiranti avranno avuto la loro occasione di far conoscere i loro romanzi, e chissà che qualcuno non abbia poi proseguito fino alla pubblicazione. O magari gli hanno detto: questo romanzo non ci convince del tutto ma risentiamoci quando scrivi il prossimo... Le occasioni nascono anche così. 

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22 minuti fa, franka ha scritto:

Esatto, è proprio ciò che intendo dire: si può fare centro subito (come @Emanuele72: complimenti!) ma se si vogliono aumentare le chance di essere presi in considerazione, bisogna battere più strade. Certo così aumentano anche i potenziali rifiuti... Anch'io come te @Silverwillow, prima di trovare la via della pubblicazione, sono stata scartata a un pitch-day con preselezione; ma quel giorno altri aspiranti avranno avuto la loro occasione di far conoscere i loro romanzi, e chissà che qualcuno non abbia poi proseguito fino alla pubblicazione. O magari gli hanno detto: questo romanzo non ci convince del tutto ma risentiamoci quando scrivi il prossimo... Le occasioni nascono anche così. 

Grazie dei complimenti.

Per quanto mi riguarda, è vero che come autore sono un esordiente assoluto, però a 48 anni mi sono detto: o la mia scrittura è matura e l'opera è degna di essere pubblicata, oppure probabilmente non lo sarà mai.

Ovviamente non si può piacere a tutti.

 

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2 ore fa, franka ha scritto:

Esatto, è proprio ciò che intendo dire: si può fare centro subito (come @Emanuele72: complimenti!) ma se si vogliono aumentare le chance di essere presi in considerazione, bisogna battere più strade

Infatti, quel che volevo dire è proprio che bisogna provare tutto e insistere. Perfino se un romanzo è buono non si può aspettarsi un riscontro immediato. I casi come@Emanuele72 (complimenti, a proposito;)) sono eccezionali, non la norma. A scrivere siamo in tantissimi, e molti scrivono bene, quindi non è facile emergere. Anche nei pitch day su 20 o più autori selezionati di solito solo 1 o 2 trovano un editore o un agente. A volte c'è un interesse, ma poi non si concretizza (e può darsi che lì dipenda dal decalogo sopra, nel senso che hanno intravisto delle capacità ma il romanzo per loro non risponde ai requisiti del mercato).

 

1 ora fa, Emanuele72 ha scritto:

o la mia scrittura è matura e l'opera è degna di essere pubblicata, oppure probabilmente non lo sarà mai.

Secondo me la maturità di uno scrittore non ha niente a che fare con l'età, ma col tempo che si è dedicato a leggere e scrivere. Anche a ottant'anni si può essere immaturi se non si è mai scritto niente (questo argomento meriterebbe una discussione a parte). Detto ciò, se si parte già con una buona base e delle idee valide la strada è più facile e si può solo migliorare

Il 3/8/2020 alle 11:26, Emanuele72 ha scritto:

Il mio romanzo penso sia originale e ben scritto ma tocca argomenti sensibili e non è certo adatto ai minori....però sarà pubblicato e quindi posso dire che destare interesse negli editori è difficile ma non impossibile.

In realtà il fatto che tocchi argomenti forti può essere un vantaggio, più che un problema (ma dipende molto dalle idee dell'editore in proposito), specie se sono argomenti poco trattati e, come sembra il tuo caso, scritti bene

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22 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Infatti, quel che volevo dire è proprio che bisogna provare tutto e insistere. Perfino se un romanzo è buono non si può aspettarsi un riscontro immediato. I casi come@Emanuele72 (complimenti, a proposito;)) sono eccezionali, non la norma. A scrivere siamo in tantissimi, e molti scrivono bene, quindi non è facile emergere. Anche nei pitch day su 20 o più autori selezionati di solito solo 1 o 2 trovano un editore o un agente. A volte c'è un interesse, ma poi non si concretizza (e può darsi che lì dipenda dal decalogo sopra, nel senso che hanno intravisto delle capacità ma il romanzo per loro non risponde ai requisiti del mercato).

 

Secondo me la maturità di uno scrittore non ha niente a che fare con l'età, ma col tempo che si è dedicato a leggere e scrivere. Anche a ottant'anni si può essere immaturi se non si è mai scritto niente (questo argomento meriterebbe una discussione a parte). Detto ciò, se si parte già con una buona base e delle idee valide la strada è più facile e si può solo migliorare

In realtà il fatto che tocchi argomenti forti può essere un vantaggio, più che un problema (ma dipende molto dalle idee dell'editore in proposito), specie se sono argomenti poco trattati e, come sembra il tuo caso, scritti bene

Grazie, gentilissima.

Diciamo che ho tardivamente seguito una vocazione che coltivavo da sempre, ora vedremo se il romanzo sarà apprezzato dai lettori....io comunque sono davvero molto contento, mi sento ringiovanito di un bel po' di anni:D

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Concordo con @Silverwillow sul fatto che la maturità di uno scrittore dipende dal tempo che si è dedicato a leggere e a scrivere. 

Permettimi una battuta: se uno non sa scrivere o se ha letto poco, voler fare lo scrittore mi sembra una bella pretesa.:D

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2 minuti fa, Emanuele72 ha scritto:

Concordo con @Silverwillow sul fatto che la maturità di uno scrittore dipende dal tempo che si è dedicato a leggere e a scrivere. 

Permettimi una battuta: se uno non sa scrivere o se ha letto poco, voler fare lo scrittore mi sembra una bella pretesa.:D

Concordo anch'io. Aggiungo che se dal contesto sparissero per incanto tutti gli pseudo scrittori di tal genere, sparirebbero anche tante pseudo case editrici, pseudo agenzie di rappresentanza,  pseudo professionisti dell'editing e via dicendo. Sarebbe un miracolo, ma i miracoli li fa il Padreterno (per chi ci crede), che sicuramente ha problemi più importanti di cui occuparsi, ammesso che gliene freghi qualcosa di quello che accade in questa valle di lacrime. In assenza del miracolo ci tocca navigare a vista in questa melassa, dove per avanzare non basta spiegare tutta la velatura a disposizione. 

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Il problema vero dell'editoria sono i pochi lettori, più che i molti scrittori o pseudo tali. Io, se fossi un politico o un direttore di emittente televisiva, o anche uno scrittore famoso, cercherei di concentrarmi su questo fattore, cioè cercare di promuovere la lettura, eliminando innanzitutto l'accostamento, ahimè in parte dannoso, libri = cultura = intellettuali, propinato in tutte le salse, in modo quasi snob, ogni volta che sento parlare di libri in TV o ogni volta che ne parla uno scrittore noto, magari dopo aver vinto un premio, tipo lo Strega e simili, perché questo approccio funge da repellente con chi è lontano da questo mondo. Dovrebbe passare, inizialmente, il messaggio dello svago, della possibilità di entrare in contatto con mondi lontani dal nostro, di emozionarsi ecc. Allora, forse, i non lettori inizierebbero a essere quantomeno curiosi. Se Chiara Ferragni ha aumentato le visite agli Uffizi del 27%, perché non è possibile pensare a un approccio più moderno nella promozione della letteratura? 

Questa è una mia sensazione, magari mi sbaglio e voi mi smentirete in duecento, però è così che agirei se avessi potere di farlo.

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1 ora fa, Gabriele Valenza ha scritto:

Il problema vero dell'editoria sono i pochi lettori,

Gentile @Gabriele Valenza, i pochi lettori erano pochi anche prima degli attuali programmi televisivi che parlano di libri. Segno che la questione educare alla lettura in Italia è faccenda antica (e ha molto a che fare con la scuola e con le case senza libri dove i bambini crescono). 

 

L'equiparazione Libro = Prodotto (ma il libro non è un dentifricio!) non mi ha mai convinto e in ogni caso non basta per togliere di mezzo la sacrosanta idea e concezione che il libro sia un prodotto per l'intelletto, scritto con intelletto e bisognoso di intelletto per essere letto e apprezzato.  Certo che gli intellettuali leggono ma non tutti quelli che leggono diventano intellettuali. Da qui l'idea del manufatto libro che si presta alle più svariate modalità d'uso. Il libro è una palestra per il cervello. E chi mantiene in forma il cervello leggendo ha più possibilità (forse) di vivere meglio e più a lungo. A  me pare che da sempre i lettori siano pochi, perché la relazione libro/lettore è esclusiva, unica, persino cangiante nel corso della vita. Impegna, esclude altro. E i lettori sono pochi perché la lettura non si può e non si deve imporre. Si sceglie di leggere, e per leggere c'è un momento giusto e un umore giusto. 

 

La qualità dei libri è scesa (mentre è aumentata la quantità) perché Autore ed Editore hanno smesso di pubblicare per gli intellettuali, gli studenti, i professori, gli appassionati di e a. E, aspetto ancora più grave, scrivono con un linguaggio e pubblicano con modalità da mass-market, inventandosi e inseguendo un lettore mangiatutto che però spende poco e pretende ancora meno. Diresti tu: Un lettore non intellettuale, restio alla parola cultura e in attesa del fatidico sconto.  

Quando l'Editoria smette di essere guida culturale del paese e aspira a diventare il cavallo di troia dentro il mercato per redimere il mercato (ma senza diventare merce), la crisi (del prodotto destinato all'intelletto) si trasforma nell'agonia del bacino morente dei lettori. Per gli editori di oggi è antieconomico stampare poco e valorizzare il catalogo. Un mercato inflazionato (troppe pubblicazioni rispetto all'esiguo n. dei lettori) arricchisce banche e distributori... che ancora operano come se la merce libraria fosse oltremodo remunerativa per tutti gli operatori "culturali" del mercato. 

 

No, il libro non è merce qualsiasi, a patto che chi scrive, pubblica e legge non sia a sua volta già mercificato (= cioè conservi ancora un poco di intelletto e di pragmatico discernimento).      

Modificato da Renato Bruno

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Tutto quello che hai scritto è sicuramente vero, ma è anche vero che chiunque si immerga nella narrativa (non saggistica),  intellettuale o meno, lo fa per ritagliarsi un momento di evasione. La differenza, tra l'uno o l'altro, sta nel tipo di sforzo disposto a dedicare a un testo. Non ho mai visto in Tv la pubblicità di un libro fatta magari utilizzando uno spot allegro, in cui il lettore sorride o si chiude in casa e afferra il libro come se fosse la cosa più preziosa al mondo. Fare un marketing di questo tipo non sarebbe un insulto alla letteratura, sarebbe solo un modo alternativo e intelligente di promuoverla. Il metodo adottato fino a oggi non mi pare stia funzionando granché e ha prodotto gli effetti che tu stesso giustamente critichi, cioè una produzione smisurata, con conseguente calo della qualità, per tirare dentro lettori spaventati dal mondo libro. Io invece mirerei a rendere la letteratura un po' più seducente, facendo leva sulla parte emotiva e spirituale, e al contempo mi concentrerei sull'innalzamento della qualità, cosa un po' più complessa. Forse l'attuale crisi post Covid-19 potrebbe essere un buon momento per rivedere le strategie, anche se la sfilza di libri a tema virus mi fanno supporre il contrario. 

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3 minuti fa, Gabriele Valenza ha scritto:

o invece mirerei a rendere la letteratura un po' più seducente, facendo leva sulla parte emotiva e spirituale, e al contempo mi concentrerei sull'innalzamento della qualità, cosa un po' più complessa.

Ottima la tua risposta però...I libri si scrivono e si pubblicano per essere venduti. C'è solo da capire se dentro questa logica mercantilistica quanto spazio ci sia per i capolavori, per tutti o per pochi,  o per le ciofeche tot. al chilo.

Poiché il prodotto libro è merce strana, una pubblicità che -come tu auspichi- renda seducente la lettura rischia di dare già un giudizio di merito sul prodotto stesso.  O al contrario, rischia di rendere ancora più "favolistico" il prodotto, rendendolo non credibile. Meglio inondare metro e autobus e treni di citazioni tratti da...e lasciare che sia poi l'utente a scegliere di comprare. Far leva sulla presunta emotività e/o spiritualità di un'opera o dell'azione del leggere toccherebbe, arriverebbe, colpirebbe i già lettori forti. È la sacrosanta pretesa di chi già legge estendere il domino e l'affascinante tirannia della lettura. Ma ricordati che siamo circondati da analfabeti. Purtroppo.

 

Diciamo che efficace campagne di pubblicità progresso pro lettura costano e non possono nemmeno essere troppo ripetute e ripetitive onde evitare l'effetto contrario.  Però, come tutte le campagne di prevenzione, il dito va puntato non sul piacere della lettura ma sui rischi dell'ignoranza. "Se non vuoi essere così (troglodita), leggi!". I soli inviti a leggere sono recepiti correttamente solo da chi già legge. Ma vorrei tanto sbagliarmi. Magari mi sbagliassi.         

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Rispondo con una battuta: se siamo circondati da analfabeti, non mi pare una grande idea inondare metro e tram di citazioni :D

 

Comunque, a parte gli scherzi, la mia è solo una proposta, magari non funzionerebbe. Però qualcosa di nuovo la tenterei.

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Volete sapere qual è il più potente incentivo alla lettura, molto più di qualsiasi pubblicità, riduzione di prezzo, opera di convincimento comunque strutturata? Genitori che leggono ai propri figli in età prescolare, tipicamente prima di spegnere la luce al momento della buonanotte (vanno bene anche i nonni, suppongo). Quei bambini fortunati, con ogni probabilità, un giorno diventeranno lettori forti. A ruota, in seconda battuta, crescere circondati dai libri. Credo esistano diversi studi che lo confermano (probabilmente reperibili online con un po' di buona volontà). Mi spiace tanto per tutti quei genitori di ieri e di oggi troppo indaffarati per dedicare mezz'ora di tempo alle creature che hanno messo al mondo (non le ha mica portate la cicogna), ma, se in Italia si legge pochissimo, la responsabilità principale è la loro. Le colpe della scuola, della TV, dei videogiochi e quant'altro è secondaria.

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38 minuti fa, L'antipatico ha scritto:

Volete sapere qual è il più potente incentivo alla lettura, molto più di qualsiasi pubblicità, riduzione di prezzo, opera di convincimento comunque strutturata? Genitori che leggono ai propri figli in età prescolare, tipicamente prima di spegnere la luce al momento della buonanotte (vanno bene anche i nonni, suppongo).

Vero, verissimo! 

Per me non è stato così. Per altri non è così. La fiducia, la curiosità, l'entusiasmo per la parola può germogliare da luoghi differenti, da sorgenti lontanissime tra loro. Ma stiamo dicendo la stessa cosa da fronti diversi: ci si educa alla lettura. Si arriva a leggere partendo da condizioni di base difformi, uniche, irripetibili. E prima ancora della lettura arriva il piacere per la parola, il suo suono, l'incanto del suo combinarsi  con i suoni che la precedono. Con la voce che si carica di sfumature emotive. Con la fiducia e l'affetto di chi ci legge qualcosa meravigliandosi delle espressioni che colorano il viso di noi che ascoltiamo. Oppure no, la lettura come atto che rubiamo al mondo dei grandi. La lettura come gioco o come sfida. La lettura che degli adulti ci restituisce il lato migliore, quello che da grandi ci farà sognare come possibile l'utopia a nostra misura. Ecco, leggere ha a che fare con il sogno: con la lingua che noi parliamo sognando. Libertà pura. Paura. La trama di ciò che vorremmo essere. 

 

Ciao, Antipatico!           

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