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Renato Bruno

Quali le caratteristiche di un'opera letteraria per essere pubblicata?

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Cioè, purché passi qualche tempo, possiamo sostenere tutto e il contrario di tutto. Sofismo dilazionato.

26 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Esempio? Quale ciofeca di autore illeggibile è stata pubblicata dopo la collaborazione professionale di un editor?

Ti contraddici: una ciofeca non fa incassare facilmente perché richiede settimane o mesi per essere sistemata e per darle una forma commercialmente accettabile. E poi chi scrive ciofeche è generalmente povero e i poveri, sia di parole che di tasca, sono quelli che dopo la soddisfazione economica danno all'editor quella riconoscenza sincera che mai alberga in chi si fregia di prosopopea a buon mercato. 

 

 

Non sono in grado di fare esempi. E' grave? Ma dovresti spiegarmi il meccanismo mentale in base al quale chi scrive ciofeche è generalmente povero, oltre che di tasca, di parole.

Sei proprio sicuro che io mi fregi di prosopopea a buon mercato, o ti riferisci ad altri?

Ciao Renato, non mi dilungo oltre.  

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2 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Spero che tu non ti riferisca alla mia prima e pubblica presa di posizione pro-scuole di scrittura, perché qui e solo ieri (23 agosto 2020) io ho spezzato lance per queste scuole che fino a pochi mesi -e da ignorante- fa mi hanno fatto storcere naso e bocca. Segno che non è mai troppo tardi per cambiare idea e riflettere sulle granitiche idee di ieri (che il sole nuovo dell'Avvenire sbriciola se non siamo rocce, cioè pietre).   

Nel precedente messaggio il PC non mi ha preso il multiquote. La prima riga era riferita a questo post. 

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23 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

La mia risposta al punto uno, che esclude i restanti punti, è: chi ha detto che per imparare io debba frequentare una scuola di scrittura creativa?

 

Nessuno! Non si va a scuola per imparare ad andare in bicicletta o sullo skateboard. In ogni caso si impara. Sospetto, ma potrei sbagliarmi, che la scuola di scrittura nasca come una sorte di interfaccia tra gli aspiranti scrittori e le sedicenti CE: ma questa è riflessione di chi vuole a tutti i costi pensar male. Quando gli aspiranti sono diventati  milioni (e le CE sono rimaste migliaia) e quando la scrittura e la narrativa si sono fatte fenomeno popolare sono nate "certe figure" di connessione tra chi scrive e chi legge: certe agenzie si servizi editoriali, certe agenzie letterarie, certi scout, certe editrici a pagamento, certe autopubblicazioni, certi premi, etc. Anche certi editor, of course!

In fondo, la scuola di scrittura è tipico prodotto dell'intrattenimento e del divertimento nella società di massa. E ci disturba in parte perché cozza con la nostra purezza culturale, con il nostro concetto di gratis, con la nostra illusione dell'arte per tutti. Nascono le scuole di scrittura anche per sopperire (pia illusione!) alle lacune e deficienze di una scuola dell'obbligo sempre più carente dal punto di vista della lettura e dell'interpretazione dei testi. Nascono queste scuole per spettacolarizzare. Per ridare prestigio alla scrittura in un mondo dove la stessa scrittura si sta massmediatizzando. Nascono nella speranza di imbattersi nel genio. Nascono per speculare. Nascono per rispondere a dei bisogni. Insegnano a leggere e a scrivere, ma più a leggere che a scrivere. Non sono le uniche. Nascono nel cuore di una società in piena decadenza culturale. Funzionano se ci credi.  E insegnano a fondo se sono gestite da prof e scrittori carismatici. Hanno il vantaggio di eliminare tutti gli aspetti umani e personali e negativi e insopportabili che più o meno tutti gli scrittori di talento (e non solo) si portano appresso e dentro. Funzionano ma ancora qui da noi non sono scrittorifici, per ora. Forse. Aiutano, anche quando sfornano autori da tre parole punto, tre parole punto. Andare a scuola e pagare per andarci fa sempre bene. Ma sulla loro serietà è sempre meglio chiedere e informarsi prima di iscriversi. Producono talenti narrativi o aiutano a partorirli? Troppo presto per dirlo. Aspettiamo.               

 

23 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

chi è così presuntuoso da credere di poter insegnare creatività a un altro essere umano?

Ma da quale fonte tu attingi che nelle scuole di scrittura si sparga creatività? Nel mio gruppo di scrittura terapeutica non si sparge sanità o salute!  Si dialogo, si legge e si scrive e si legge ad alta voce. Si piange anche. 

 

20 ore fa, Ilaris ha scritto:

 Questa, ripeto, è la mia esperienza personale.  La riporto come contributo alla discussione, ove dovesse interessare. :)

Spero che arrivino altre testimonianze. Personalmente non frequenterei corsi di lettura o di scrittura dentro la mia biblioteca comunale con "docenti" a rimborso spese. No! Imparare a leggere vuol dire rendersi subito conto (salvo errori e omissioni di valutazione) dal volantino di presentazione che corso ci aspetta e per quali finalità.    

 

19 ore fa, Lizina ha scritto:

Per scrivere bene bisogna scrivere tanto e leggere ancora di più. Però, e questo è stato lo scopo, mi hanno fatto riflettere: sulla trama, l'intreccio, i personaggi, i dialoghi. I due corsi e l'editing mi hanno portato a pensare ad aspetti su cui mi non mi ero mai soffermata abbastanza o non mi ero soffermata affatto. La mia scrittura ne è uscita migliorata.

Carissima, a me gli autori dicono spesso"Ma a me questo nessuno l'ha mai detto!" E io casco dalle nuvole. Anzi, cadevo. Adesso l'esperienza mi insegna di ripassare sempre l'ABC prima di comunicare che non sarebbe nell'indole del personaggio x  esclamare "Oh, perbacco!"  E non immagini con quanta cautela a volte bisogna porgere l'ovvio. Grazie per il tuo contributo. C'è sempre da imparare. Ci miglioriamo giorno dopo giorno. 

 

 

5 ore fa, Emanuele72 ha scritto:

4) come tutti i talenti, anche la scrittura va allenata e non escludo che possa essere raffinata: in questo le scuole serie possono aiutare. Come ho premesso, non do alcun giudizio perché non sarebbe serio. Dico solo che ho conosciuto in questi mesi uno scrittore che ha al suo attivo diverse pubblicazioni di romanzi e altre in procinto di uscire... Scambiando opinioni con lui ho scoperto che si è molto impegnato con scuole e corsi per affinarsi e devo ammettere che scrive molto bene. Non so, però, qual era la sua base di partenza: secondo me era alta;

Grazie @Emanuele72. Desiderio e determinazione sono alla base dell'apprendimento. A tutte le età. Ti confesso che io stesso prendo in mano l'ultimo manuale di scrittura creativa come fosse il primo, desideroso di scoprire ciò che ancor non conosco (e vasta, vastissima è la mia ignoranza).

 

2 ore fa, Gabriele Valenza ha scritto:

3) Perché esistono le scuole di scrittura?

 

Ho risposto sopra, almeno in parte. Alcune ragioni sono generali e stanno alla base di ogni scuola, di apicoltura come di tango (interesse, vanità, denaro, successo, un mezzo per vincere la timidezza...).

Negli ultimi decenni si è profondamente modificato/alterato il rapporto Autore/Editore/Lettore. Sono nate molte figure intermedie, utili o parassitarie. Esistono le scuole perché esistono gli insegnanti e gli studenti. Perché aneliamo alla condivisione del sapere. Condividiamo spazi, informazioni, consigli, letture, scritture. Poesie. Sguardi. Perché ci piace credere. Leggere, parlare, dialogare, conoscere altre persone con passioni simili alle nostre. E poi, c'è tutto il resto. Cioè, dietro ogni nostra scelta ponderata si muovono cento spiritelli avversi, di nascosto o alla luce del sole. Facciamo esperienza per dominarli , finiamo per esserne dominati.  Ci importa? Mettiamo tutto nel sacco, prima o poi a qualcosa ci servirà.. anche la scuola di scrittura. Garantito. 

Modificato da Renato Bruno
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15 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:
20 ore fa, Ilaris ha scritto:

 Questa, ripeto, è la mia esperienza personale.  La riporto come contributo alla discussione, ove dovesse interessare. :)

Spero che arrivino altre testimonianze. Personalmente non frequenterei corsi di lettura o di scrittura dentro la mia biblioteca comunale con "docenti" a rimborso spese. No! Imparare a leggere vuol dire rendersi subito conto (salvo errori e omissioni di valutazione) dal volantino di presentazione che corso ci aspetta e per quali finalità.    

 

Perdonami, @Renato Bruno , (senza nessuna polemica, per carità) ma non puoi rigirare il senso di quello che ho scritto, né tanto meno accusarmi che non so leggere , altrimenti diventa un dialogo tra finti sordi. Il corso di scrittura offerto dalla biblioteca (di svariate ore) era tenuto da un autore in attività e  pluripubblicato della zona, e i contenuti erano quelli comuni ai corsi di scrittura, incluso quello che ho fatto a pagamento, tenuto da uno scrittore che da molti anni non pubblica più niente e campa tenendo corsi.

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19 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Ma da quale fonte tu attingi che nelle scuole di scrittura si sparga creatività?

 

Renato, e allora perché non dire "scuola di scrittura"? Perché quel "creativa"? Eppoi, sia chiaro, io stesso ho detto che era una sciocchezza… Era un modo come un altro per dire che io, con le "scuole di scrittura creativa", proprio non vado d'accordo a partire dal loro nome. È più chiaro così? Non appigliamoci a un nonnulla, suvvia.

A ogni modo se proprio vuoi prendermi in giro, fallo bene: "terapeutico" non è "sanitario", semmai "curativo". Sì? Quel gruppo ha pretese di migliorare il benestare delle persone attraverso la scrittura? Se no, anche voi, ma perché diamine lo chiamate terapeutico? Vi piace usare i termini a caso? Se invece sì, e credete nel potere curativo della scrittura (guarda un po', io ci credo: mi ha salvato!), allora spiegami seriamente quel "creativa", perché la risposta che m'hai appena dato oltreché facile ironia, mi pare fallace.

 

20 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

come una sorte di interfaccia tra gli aspiranti scrittori e le sedicenti CE

 

Capisco perché mi facciano questo effetto, dunque. Si scherza…

 

A ogni modo, è possibile che sia come dici tu. La mia esperienza mi dice una cosa chiarissima: frequenterei mille "corsi di narrazione" senz'alcun problema, anche a pagamento (avendo denaro a disposizione) se il maestro fosse uno scrittore che da lettore conosco e stimo. Non soltanto sono pronto a imparare, ancora mi eccito all'idea d'incontrare qualche scrittore che ammiro. E non dev'essere di fama mondiale: basta che mi piaccia! Mentre, sarà un mio limite, di Tizio e Caio che non hanno fatto praticamente nulla, non me ne frega un bel niente; magari gliela spiego io, la narrazione. E se Tizio e Caio lavorano presso una CE da anni, fa lo stesso. Essere un editor non è essere uno scrittore. E viceversa.

 

Eppoi, ed è questo il punto che più ci separa, Bruno, è una menzogna – o una bonaria illusione – che "comunque si impara". Non è così. Non ho usato il termine "nocivo" a caso. Ho ascoltato personalmente classi di corsi di scrittura che anziché insegnare, dettavano precetti erronei. E se non erano erronei, erano rigidissimi, privi dell'elasticità mentale e dell'ampiezza di vedute che la creatività stessa richiede. E non starò qui a fare né esempi, né elenchi, perché uno non mi piace parlar male di altre persone, due non ne ho né il tempo né la voglia. Ho assistito di persona non molto, perché mi hanno fatto capire presto l'antifona, ma ho parecchi contatti e i racconti che mi sono giunti negli anni sono tra le cose più spassose che abbia mai sentito. Gli esempi si sprecano: se insegnare "scrittura creativa" significa inscatolare, incartare, catalogare, etichettare, portare esempi discutibili quasi che fossero il non plus ultra, tacciare di pessima scrittura quello che non piace, inalberarsi quando qualcuno osa dubitare dell'insegnamento appena proposto e via dicendo finché non mi cadono i cosiddetti al suolo e rotolano fino alla fine della sala… se quello è insegnare, allora corriamo in massa da Tizio e Caio e Sempronio che ci spiegheranno la scienza della "scrittura creativa"! Ce n'è a bizzeffe di maestri che non hanno scritto un romanzo uno degno di questo nome, ma che sanno tutto di "tecniche di scrittura" (chissà se sanno che la pratica vale più della grammatica?). Ognuno è libero di scegliere di che morte morire.

 

La tirata qui sopra va sottoposta a quanto scritto in un intervento precedente: so perfettamente che non posso generalizzare. Ci sarà sicuramente una percentuale di "corsi di scrittura creativa" ben fatti – tralasciando il nome. :)

 

La verità è che se mi si dice di ascoltare Neil Gaiman nel suo Masterclass per 198€, e posso permettermelo, lo faccio immediatamente. Se mi dici che il grande editor della notoria CE italiana ne dà uno gratis, non vado; e non vado nemmeno a quello di Tizio Rossi di cui non ho mai sentito minimamente parlare, se permetti. Di più, consiglierei agli aspiranti scrittori di seguire il mio esempio, di risparmiare soldi e tempo e spenderli per acquistare tanti bei libri da leggere e rileggere, finché la "scrittura creativa" non si trasforma in musica e comincia a circolargli nelle vene. Fino a quando, cioè, quanto leggono comincia a emergere in quanto scrivono.

Sai cos'è? Lo posso creare io un "corso di scrittura creativa" dopo 30 anni che scrivo romanzi. Eppure, dopo essermi dileguato per una decina d'anni, sono tornato a riaffacciarmi (anche se dalla Spagna) e la prima cosa che ho deciso di fare è stato di condividere la mia passione per la "narrazione" a chiunque abbia la voglia di discuterne, attraverso il mio sito web, senza chiedere mezzo centesimo, perché sono dell'idea che la conoscenza si dà senza chiedere nulla a cambio. Credo che io e l'aspirante scrittore privo d'esperienza siamo alla pari. Nessuno può dire che io sia migliore, soltanto perché ho scritto di più. Cosa significa? Non lo capisco. Non so perché, forse mi manca autostima, forse sono una bizzarra specie d'arrogante e presuntuoso, non riesco a credere di poter insegnare alcunché, nonostante abbia parecchie risposte da dare – e uso dilungarmi sin troppo, ahimè.

C'è qualcuno che può arrogarsi il diritto di dire che la propria risposta sia quella giusta? Narrare non è declinare il congiuntivo del verbo "discettare", né sapere che quel paragrafo che hai appena scritto, meraviglioso, qualcuno lo chiamerebbe "perfetto esempio di show, don't tell". Narrare è dialogare. È costruire un ponte tra te e il lettore, per incontrarsi a metà strada e darsi la mano.

 

Cosa vuoi insegnare agli aspiranti scrittori, più di quanto insegnino una grammatica, una sintassi e centinaia di ponti già pronti da attraversare?

 

Nulla di personale, ma non sono d'accordo. Tutto qui. Ti ringrazio per il tempo che hai dedicato nel rispondermi.

Apprezzo molto il dialogo, dopo anni di silenzio.

 

Buona scrittura a tutti, qualsiasi sia la vostra opinione!

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Il 23/8/2020 alle 18:04, cheguevara ha scritto:

Sarebbe cosa buona e giusta, se non fosse utopia. Ogni editor free lance ti risponderà che il lavoro va pagato, e che poi il libro si pubblichi o meno, si venda o meno è un problema che non lo riguarda.

 

Ti ringrazio per le tue parole. Il mio discorso non mi sembra poi così irrealizzabile, tutte le persone che operano nel mondo editoriale dovrebbero avere come unico scopo la diffusione del prodotto - libro. Naturalmente poi questo libro, per non restare solo carta straccia e chiuso in un cassetto, deve essere messo sul mercato e quindi realizzare un guadagno. L'agente letterario, che è un intermediario tra l'autore e l'editore, percepisce una percentuale sui diritti riconosciuti all'autore dalle vendite del libro, allo stesso modo, per autosostenersi con il proprio lavoro, anche gli altri operatori editoriali dovrebbero essere uniti nella buona riuscita di un libro, in modo da poterne beneficiare persino economicamente. Rimanendo nel campo artistico, un gruppo musicale cerca di dividere i profitti derivanti dalle loro prestazioni, allo stesso modo, uno storico, una scrittrice, un editor, un'agente letterario e ecc. possono unirsi per pubblicare un libro. Possono nascere quindi delle "società" che mirano alla pubblicazione di un libro, dove non c'è "l'autore da spennare", ma tanti soggetti che si impegnano per la promozione di un loro lavoro. Ecco che la pubblicazione può essere vista come l'unione di più forze, con capacità diverse (strumenti musicali diversi che suonano però un'unica canzone), per promuovere la cultura e togliersi anche qualche soddisfazione personale.

Riguardo alle speculazioni fatte ai danni degli autori, avevo letto degli esempi di come pensare a degli editor come meccanici che aggiustano delle macchine, forse anche in riferimento alla sezione presente qui sul WD "Officina". Ebbene, un meccanico che si fa pagare per riparare una macchina destinata alla rottamazione (perché se oggi ripari una cosa e domani ne devi aggiustare un'altra) solo per spillare quattrini al suo cliente, invece di consigliare di destinare i suoi guadagni a un'autovettura meno problematica, certamente, quel meccanico non svolge il suo lavoro con onestà.

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59 minuti fa, TuSìCheVale ha scritto:

 

Ti ringrazio per le tue parole. Il mio discorso non mi sembra poi così irrealizzabile, tutte le persone che operano nel mondo editoriale dovrebbero avere come unico scopo la diffusione del prodotto - libro. Naturalmente poi questo libro, per non restare solo carta straccia e chiuso in un cassetto, deve essere messo sul mercato e quindi realizzare un guadagno. L'agente letterario, che è un intermediario tra l'autore e l'editore, percepisce una percentuale sui diritti riconosciuti all'autore dalle vendite del libro, allo stesso modo, per autosostenersi con il proprio lavoro, anche gli altri operatori editoriali dovrebbero essere uniti nella buona riuscita di un libro, in modo da poterne beneficiare persino economicamente. Rimanendo nel campo artistico, un gruppo musicale cerca di dividere i profitti derivanti dalle loro prestazioni, allo stesso modo, uno storico, una scrittrice, un editor, un'agente letterario e ecc. possono unirsi per pubblicare un libro. Possono nascere quindi delle "società" che mirano alla pubblicazione di un libro, dove non c'è "l'autore da spennare", ma tanti soggetti che si impegnano per la promozione di un loro lavoro. Ecco che la pubblicazione può essere vista come l'unione di più forze, con capacità diverse (strumenti musicali diversi che suonano però un'unica canzone), per promuovere la cultura e togliersi anche qualche soddisfazione personale.

Riguardo alle speculazioni fatte ai danni degli autori, avevo letto degli esempi di come pensare a degli editor come meccanici che aggiustano delle macchine, forse anche in riferimento alla sezione presente qui sul WD "Officina". Ebbene, un meccanico che si fa pagare per riparare una macchina destinata alla rottamazione (perché se oggi ripari una cosa e domani ne devi aggiustare un'altra) solo per spillare quattrini al suo cliente, invece di consigliare di destinare i suoi guadagni a un'autovettura meno problematica, certamente, quel meccanico non svolge il suo lavoro con onestà.

Sono pienamente d'accordo con te. Il tuo discorso teoricamente è realizzabile: in pratica, però, sarebbe necessaria una persona di grande carisma, ad esempio un autore importante, già noto ed affermato, capace e voglioso di fare da fulcro all'operazione. Spero, come te, che prima o poi questo possa accadere, ma le probabilità non sono molte, purtroppo.

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Riassumo un po' il mio pensiero di prima: le scuole di scrittura non sono inutili. Ci sono scuole per imparare qualsiasi cosa, poi quel che uno fa degli insegnamenti ricevuti non è un problema di chi insegna. Se uno è già bravo, una scuola potrebbe insegnargli a scrivere meglio. Ma se uno non sa mettere due frasi in fila non si può pretendere che una scuola (valida o meno che sia) ne faccia un grande scrittore. Su questo , penso, siamo tutti d'accordo. Quindi il talento, la familiarità con le parole, la pratica, o quel che è contano.

 

Il problema dell'editoria è più complesso: certo, una collaborazione tra autore, editor, agente e CE sarebbe una buona cosa, ma bisogna guardare la realtà. A meno che non ci sia già un rapporto di amicizia e fiducia, succede che ogni segmento della filiera pensi per sé, quindi l'autore pensa a pubblicare ciò che, mi auguro, ritiene buono; l'editor pensa a fare il suo lavoro, che se un testo è terribile ne richiede di più, ma non è affar suo dire: questo è da buttare e rifare; l'agente pensa a piazzare il libro per avere la sua percentuale (se è onesto,  e non chiede soldi prima); l'editore fa un altro ragionamento ancora, perché un testo buono non basta, se non ha quel quid in più che renderà facile venderlo (argomenti di moda come immigrazione o ambiente sono dei buoni esempi). La collaborazione, per quanto auspicabile e teoricamente vantaggiosa per tutti, si scontra con problemi più concreti. Se andiamo a vedere i guadagni di autori, agenti ed editori vediamo che sono miseri (nell'ordine di poche decine di centesimi a copia), quindi è impensabile sopravvivere con pochi progetti ben scelti, specie in un Paese dove si legge poco. Da qui deriva la tendenza a sfruttare tutto lo sfruttabile, e le migliori intenzioni vanno a farsi benedire. Chi pensa alla bellezza della letteratura quando il figlio ha bisogno di un apparecchio ai denti costosissimo? È triste ma è così. Chi non ha mai avuto difficoltà a mettere insieme il pranzo e la cena probabilmente non capirà, ma qualunque bella idea si corrompe di fronte alle necessità essenziali. Ci vogliono persone capaci di trasformare sogni in realtà redditizie, e ci sono, ma non è qualcosa alla portata di tutti (tant'è che molti editori idealisti e volenterosi chiudono dopo pochi anni)

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Il 8/8/2020 alle 23:07, Colored Shadows Prod ha scritto:

Non abbiatevene a male, ma io ormai divento sempre più convinto che il libro sia merce, e come tale per essere pubblicato e di conseguenza venduto, deve solo sottostare alle leggi di mercato, matematiche ma anche talvolta imprevedibili.

Sono d'accordo, ma in queste leggi di mercato devono essere compresi anche quelli che possono sfruttarle, tali leggi. Perché magari sono dei personaggi famosi, oppure dei giornalisti con tanti colleghi "amici" che possono recensirli nei loro giornali. Un editore, anche se si trova davanti a un libro illeggibile e brutto, se è scritto da una persona con garantita un'ottima promozione, lo pubblica senza porsi il minimo scrupolo. Perché tanto sa che quel libro venderà.

Al massimo, prima di pubblicarlo lo fa aggiustare al meglio dai suoi editor migliori. Giusto perché i lettori non se ne abbiano troppo a male per aver comprato una schifezza. 

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Per me, oggi, le caratteristiche che deve avere un'opera letteraria per essere pubblicata dalla grande editoria sono tutte riguardanti l'autore e la sua capacità di ottenere recensioni prestigiose, di avere già un pubblico di lettori che lo segue, di poter investire economicamente su se stesso, magari di essere già un personaggio famoso, o al massimo un caso umano. Poi se ha anche scritto un libro di un genere che va, molto meglio. Ma il valore intrinseco del libro, per un editore, ormai conta poco. Come diceva qualcuno poco fa, ciò che conta maggiormente sono le leggi di mercato, e quindi la capacità e la possibilità dell'autore di sfruttarle a suo favore con l'aiuto del suo editore. 

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Il 3/9/2020 alle 14:27, Claudio Piras Moreno ha scritto:

Ma il valore intrinseco del libro, per un editore, ormai conta poco.

 

D'accordissimo su tutto, sintesi perfetta della situazione attuale.

Praticamente la morte della letteratura, quindi della civiltà umana come si è tramandata per secoli anche, non riesco a immaginarlo un futuro così ma è già un presente.

Come ribaltare i progressi fatti fin dall'invenzione della scrittura.

E oggi anche il mondo underground non è più di moda come fino a qualche anno fa, tira solo il successo.

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Interessante articolo di Franco Arminio su quello che secondo lui è urgente trovare nella letteratura contemporanea. L'articolo è stato pubblicato sul Corriere di ieri, se lo staff ritiene che averlo copiato qui sia scorretto, prego di cancellare e mi scuso.

 

Il cielo che cambia della scrittura

di  

Franco Arminio | 10 settembre 2020

I libri devono parlare della vita in cui siamo immersi, della vita che il giorno dopo non è più la stessa del giorno prima

 

Non capisco perché di fronte a una mutazione inaudita in atto nel mondo la letteratura debba rimanere tale e quale. Un mondo che si è fatto velocissimo richiede una letteratura semplice e breve, diretta e limpida. Questo non significa che si passa dall’espressione alla comunicazione, non significa che il chiarore faccia perdere intensità e complessità. Semplicemente bisogna prendere atto che oggi nessuno ha tempo da perdere con la letteratura che non sa consolare, non sa orientare. Le persone non leggono, ma se leggono vogliono essere consolate e orientate. Non siamo tenuti a farlo, ma se vogliamo tenere in vita l’esercizio letterario dobbiamo tenere conto dello spirito del tempo. Ripeto, nessuna ovvietà e banalizzazione, semplicemente la presa d’atto che oggi la letteratura per avere ancora una funzione deve andare nella lingua dei lettori, non può pensare che i lettori arrivino alla sua lingua.

Non sto giustificando i libri brutti e volgari, non sto plaudendo alla letteratura industriale. Anzi, rivendico una rinnovata attenzione artigianale alla scrittura, rivendico densità e sacralità nella scrittura. Oggi per me la parola densa, la scrittura piena di senso non può che essere veloce e breve, diretta, precisa, senza aloni. Moltissimi libri sono inutili perché si scrivono ancora per parlare a un mondo che non esiste più. Troppi libri parlano a presunti addetti ai lavori che sono sempre più stanchi e annoiati. I libri devono parlare della vita in cui siamo immersi, della vita che il giorno dopo non è più la stessa del giorno prima. La storia non è finita, si è fatta un precipizio in cui le cose cadono una sull’altra. Scrivere è sapere che siamo sempre sotto un cumulo di macerie, è sollevare la trave che ogni giorno ci cade sulla pancia.

La letteratura non deve arrendersi alla miseria spirituale dominante, deve semplicemente avere delle confidenze molto intime con l’aria del tempo. Se una frase vuole essere un colpo di vento che smuove la nebbia che ci circonda, deve essere una frase che si capisce, che non ha bisogno di uno che ce la spieghi. Il mondo sta morendo, ogni persona è dentro un’agonia mai tanto solitaria e molti ancora indugiano a scrivere come se le persone avessero tempo da perdere per stare dietro ai loro giochi con la lingua.

La letteratura che si ritiene seria e complessa e colta spesso è semplicemente una letteratura arrogante che odia i lettori per il fatto che hanno uno sguardo sulle cose che gli scrittori non hanno. Gli scrittori che cercano la brevità e la semplicità non sono dei venduti al gusto dei lettori, non sono quelli che mettono acqua nel vino, sono gli scrittori che ancora provano a fare miracoli e qualche volta li fanno. Il resto è qualcosa che pensa di stare in alto e non sta da nessuna parte.

Non si può pensare che le cose sono grandi solo perché non interessano a nessuno. E chi diffida del successo altrui è perché spesso è interessato al successo più di chi lo ottiene. Non ci sono vie più giuste di altre in letteratura. La brevità e la semplicità oggi non sono assicurazione di qualità, sono solo dei prerequisiti minimi. Spesso i brevi e i semplici non vanno da nessuna parte, esattamente come i lunghi e gli oscuri. Forse non c’è da tirare una riga nel cielo della scrittura: i lampi arrivano da ogni parte, ma per fare un lampo ci vogliono le nuvole.

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20 minuti fa, Elisah15 ha scritto:

La brevità e la semplicità oggi non sono assicurazione di qualità, sono solo dei prerequisiti minimi.

 

Sono d'accordo con Franco Arminio (anche se a volte esagera un po'). Io stesso evito i testi troppo lunghi, sia come lettore sia come scrittore. Mi sono dato un limite massimo. Non scrivo più di 250.000 battute. La mia misura è il "romanzo breve" o il racconto (lungo). Mi stupisce che molti lettori considerino i racconti come scritti di serie B, e solo i romanzoni stile "mattone" di serie A. I racconti sono, per me, di serie… uhm… c'è qualcosa prima della A? La brevità ormai è un pregio, sebbene non garantisca la qualità. Ma la qualità non la garantisce nemmeno la prolissità. Insomma, un testo può essere di qualità escrementizia a prescindere dalla sua lunghezza.

Per me, letteratura moderna sono le canzoni e anche Zelig, dove i comici raccontano storie. Ecco, è proprio queste ultime che vanno conservate. Oggi cambia il contenitore, ma non il contenuto. Raccontare storie è iscritto nell'Uomo, che non smetterà mai di raccontarle, a sé stesso e ad altri. Può cambiare il modo, certo… 

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30 minuti fa, Elisah15 ha scritto:

Non ci sono vie più giuste di altre in letteratura.

 

Condivido in pieno questo passaggio, ma non esiste una "lingua degli autori" e una "lingua dei lettori", anzi, penso che determinati scrittori sono più adatti per una fascia di pubblico, mentre invece altri si rivolgono ad altre platee. Ogni scrittore dovrebbe conoscere il proprio target. Ben vengano queste diversificazioni, evitando un "appiattimento della lingua", che deve essere di certo comprensibile, ma non "assoggettata" a dei "prerequisiti minimi". Qui si contrappone una "letteratura seria e complessa" a un'altra "breve e semplice", ma io non porrei il problema tanto nei manoscritti, ma proprio nei lettori, perché sono loro a scegliere il testo che reputano più congeniale. Cercare, quindi, d'istruire sempre di più il pubblico a dei testi più elevati, secondo me può portare maggiori benefici per tutta la società. 

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35 minuti fa, dyskolos ha scritto:

 

Sono d'accordo con Franco Arminio (anche se a volte esagera un po'). Io stesso evito i testi troppo lunghi, sia come lettore sia come scrittore. Mi sono dato un limite massimo. Non scrivo più di 250.000 battute. La mia misura è il "romanzo breve" o il racconto (lungo). Mi stupisce che molti lettori considerino i racconti come scritti di serie B, e solo i romanzoni stile "mattone" di serie A. I racconti sono, per me, di serie… uhm… c'è qualcosa prima della A? La brevità ormai è un pregio, sebbene non garantisca la qualità. Ma la qualità non la garantisce nemmeno la prolissità. Insomma, un testo può essere di qualità escrementizia a prescindere dalla sua lunghezza.

Per me, letteratura moderna sono le canzoni e anche Zelig, dove i comici raccontano storie. Ecco, è proprio queste ultime che vanno conservate. Oggi cambia il contenitore, ma non il contenuto. Raccontare storie è iscritto nell'Uomo, che non smetterà mai di raccontarle, a sé stesso e ad altri. Può cambiare il modo, certo… 

Chi considera i racconti come scritti di serie B è e resterà solo un lettore e, per giunta, con discutibile capacità di giudizio. Per quanto mi riguarda, considero più facile scrivere un romanzo (in tutto ne ho scritti tre e sto lavorando al quarto) che un racconto, specie se breve, in cui la storia va creata in poco spazio e la fantasia del lettore stimolata in maniera più efficace. Infatti non riesco a scrivere, malgrado alcuni tentativi mal riusciti, un racconto che mi soddisfi. In definitiva, dyskolos, ti invidio.

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40 minuti fa, TuSìCheVale ha scritto:

Cercare, quindi, d'istruire sempre di più il pubblico a dei testi più elevati, secondo me può portare maggiori benefici per tutta la società.

Potrebbe, ma c'è da sormontare l'enorme ostacolo della lingua dei social, che ormai la fanno da padrone in campo di acculturamento delle masse.

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20 minuti fa, cheguevara ha scritto:

In definitiva, dyskolos, ti invidio.

 

Uh, è troppo, così mi fai arrossire. :arrossire:

Ho provato qualcosa di molto simile all'invidia quando, in un altra discussione, ho letto che stai leggendo con piacere i racconti di Camilleri. Lì mi hai colpito (e affondato).

 

 

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@Elisah15 Ciao e grazie per aver condiviso l'articolo, mi interessano sempre le opinioni sulla letteratura, e Franco Arminio mi piace come poeta, tanto che ho un suo libro (che devo ancora leggere, perché sono lentissima:P). Sono però perplessa su quanto dice. È evidente che lui, da poeta, punta a condensare il significato in poche parole, è normale.

La letteratura però è diversa dalla poesia, spesso il significato di tomi lunghi e tortuosi si coglie solo alla fine (e ci si accorge che ne valeva la pena). Non a caso ancora oggi leggiamo e apprezziamo la letteratura dell'800, fatta di una prosa lenta e spesso lunga che però porta con sé miniere di significati. Quello con cui proprio non sono d'accordo è che l'autore debba adeguarsi alle presunte aspettative del pubblico: il vero autore non segue le aspettative, ma le crea. Trovo le asserzioni dell'articolo su brevità e semplicità un po' superficiali e ambigue. La semplicità può sconfinare facilmente in sciatteria, e la brevità in inutilità. Conosco molti lettori veri che invece apprezzano i libri complessi e lunghi (io per prima). Sul fatto che non si può scrivere come nei secoli scorsi penso che siamo tutti d'accordo (molti libri oggi non sarebbero pubblicati), che i tempi cambiano è una banalità, seppure in molti sensi vera, ma la letteratura, come ogni altra forma artistica, non deve per forza adeguarsi ai tempi. È evidente poi che Arminio pensa solo a un certo tipo di letteratura "alta" su temi contemporanei, escludendo quindi gran parte di ciò che si scrive.

La mia insegnante di storia dell'arte si arrabbiava a morte se qualcuno parlava di progresso in arte, e aveva ragione. Non c'è un progresso, ma solo un normale cambiamento nel tempo. Quindi la tendenza a essere sempre più brevi e semplici non si può definire un progresso inevitabile, ma solo una moda, una tendenza momentanea, che domani potrebbe cambiare. I lettori quando leggono sono assetati soprattutto di nuove idee e punti di vista.

2 ore fa, Elisah15 ha scritto:

Le persone non leggono, ma se leggono vogliono essere consolate e orientate.

Non si legge per essere orientati (la considero manipolazione) né consolati, non è questo lo scopo, anzi la vera letteratura dovrebbe buttare la gente giù dalle sedie. 

Chi non è in grado di apprezzare qualcosa che ha bisogno di più spazio per esprimere il suo messaggio non è un vero lettore, ma solo qualcuno che si atteggia a intellettuale. Per questo motivo mi lasciano scettica i tentativi di avvicinare i giovani alla lettura usando la tecnologia o semplificando al massimo i libri a loro destinati. In questo modo non si creano persone più intelligenti, si dà solo l'impressione di essere acculturato a chi non lo è.

In conclusione: sì, i tempi corrono, ma li lascio volentieri correre e me ne sto seduta pacifica a scrivere secondo la mia sensibilità, che può essere breve e immediata oppure no, a seconda di quel che il libro e il tema richiedono

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16 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Quello con cui proprio non sono d'accordo è che l'autore debba adeguarsi alle presunte aspettative del pubblico

 

Però a mio avviso non sono aspettative o mode, ma cose più profonde che attengono allo spirito dei tempi, come le stimolazioni della vita contemporanea: non credo che nell'Ottocento il cervello umano fosse sottoposto alla mole di stimoli odierni, che oltretutto diventano sempre più veloci. Ne parlava già Georg Simmel nel lontano 1903. Possono piacere le storie lunghissime di due secoli fa, certo, ma ciò non è in contraddizione con l'abitudine dei cervelli odierni a stimoli veloci. Inoltre lo stesso Arminio dice "La letteratura non deve arrendersi alla miseria spirituale dominante".

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3 ore fa, dyskolos ha scritto:

Mi stupisce che molti lettori considerino i racconti come scritti di serie B, e solo i romanzoni stile "mattone" di serie A.

 

Purtroppo è vero, e lo pensano anche molti editori, i quali hanno ormai perso completamente la capacità di orientare i lettori, di consigliarli apponendo il loro marchio di garanzia sul libro valido di cui il lettore può fidarsi: ormai non avviene quasi più, rincorrono gusti dietro ai quali è impossibile stare.

 

Il racconto (breve o brevissimo) oggi sarebbe adatto ai tempi, oltre che essere di qualità come è sempre stato.

Eppure vengono rifiutati a prescindere. Nessuno pensa a una strategia di marketing in questo senso.

Quanti editori e agenti mi hanno scritto negli anni per i miei racconti, sempre chiedendomi di cambiarli, di allungarli, magari di farci un romanzo.

Quando ci ho provato ovviamente non piacevano più (be', era intuibile già prima).

 

Mi sono chiesto per anni il perché, forse è un po' per abitudine dei lettori, forse il lettore che oggi si sente anche critico, nel momento in cui paga per un libro anche se non piacerà vuole almeno sapere che l'autore ci ha messo dentro del lavoro, ricerche, editing ecc.

La vecchia arte moderna, minimale e sofferta, intensa e rara non interessa più, non interessano gli scrittori, si cercano solo i professionisti della scrittura.

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Io non considero i racconti narrativa di serie B, anzi, però non mi interessano. Sono una che fatica a immergersi nella storia quando inizio un libro, ho bisogno di tempo e magari sto ancora pensando alla lettura precedente :D ; un racconto finisce proprio sul più bello, nel momento in cui comincio ad ambientarmi...

Questo per quanto mi riguarda, non ho idea del perché i racconti siano in genere meno appetibili rispetto ai romanzi.

 

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55 minuti fa, *Antares* ha scritto:

non ho idea del perché i racconti siano in genere meno appetibili rispetto ai romanzi.

 

In realtà, a parte i racconti sui quali il discorso è più complicato, anche i romanzi brevi non piacciono molto agli editori, a meno che non si sia già noti (ma allora accettano anche i racconti).

Infatti si parla di romanzo standard, 200-250 cartelle, e alcuni danno un limite minimo di caratteri per l'invio.

Per dire, oggi non solo non avremmo affatto Carver, ma anche Lo straniero di Camus e Il vecchio e il mare di Hemingway avrebbero difficoltà a trovare un editore.

Secondo me l'editoria dovrebbe cambiare radicalmente, o tornare a essere ciò che era: l'editore trova l'autore di assoluto valore, e POI studia la strategia per presentarlo al pubblico, e non viceversa. Sennò addio letteratura...

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6 ore fa, dyskolos ha scritto:

Però a mio avviso non sono aspettative o mode, ma cose più profonde che attengono allo spirito dei tempi, come le stimolazioni della vita contemporanea: non credo che nell'Ottocento il cervello umano fosse sottoposto alla mole di stimoli odierni, che oltretutto diventano sempre più veloci. Ne parlava già Georg Simmel nel lontano 1903. Possono piacere le storie lunghissime di due secoli fa, certo, ma ciò non è in contraddizione con l'abitudine dei cervelli odierni a stimoli veloci.

È vero, ma gli scrittori vivono nel loro tempo, quindi in teoria dovrebbero parlare già la stessa lingua dei lettori. Quello che non mi piace è la tendenza a voler rendere tutto veloce e immediato per forza. Come dici anche tu, oggi abbiamo più stimoli, ma proprio per questo ogni tanto una lettura più lenta e approfondita non solo è un piacevole cambiamento ma fa bene alla salute. C'è chi mangia tutti i giorni un panino, ma poi apprezza di più il pranzo di cinque portate dalla mamma (io tra questi:asd:). Possono convivere entrambe le tendenze.

Secondo me Arminio pensa da poeta (e la poesia è sempre stata una forma letteraria rapida e immediata), ma un po' si contraddice, perché parla di chiarezza e semplicità ma io in mezzo alle sue belle frasi poetiche ho perso il succo del discorso. Non è chiaro se si riferisca a una semplicità e brevità nelle frasi, nell'esprimere un'idea, nel numero di pagine, o cosa. Un romanzo lungo può essere breve e asciutto nello stile (molti thriller hanno centinaia di pagine), così come un racconto di due pagine può essere fatto tutto di immagini e atmosfera, e magari frasi lunghe e complesse, e non si può dire che uno dei due sia migliore a priori (come giustamente ammette anche lui)

5 ore fa, konradin ha scritto:

Il racconto (breve o brevissimo) oggi sarebbe adatto ai tempi, oltre che essere di qualità come è sempre stato.

Eppure vengono rifiutati a prescindere. Nessuno pensa a una strategia di marketing in questo senso.

Io in realtà ho visto diverse iniziative digitali in questo senso. C'era un'applicazione per smartphone dove leggere microracconti, che durano il tempo di un paio di fermate di metro (così veniva pubblicizzata). Magari c'erano delle perle, ma misurare la letteratura in fermate del tram mi urta un po'. Questo tipo di racconti però sono in genere gratuiti. Alcune collane pubblicano in digitale racconti lunghi, o raccolte di racconti brevi, ma molti editori dicono chiaramente che non li accettano perché non vendono.

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15 ore fa, Silverwillow ha scritto:

La letteratura però è diversa dalla poesia, spesso il significato di tomi lunghi e tortuosi si coglie solo alla fine (e ci si accorge che ne valeva la pena). Non a caso ancora oggi leggiamo e apprezziamo la letteratura dell'800, fatta di una prosa lenta e spesso lunga che però porta con sé miniere di significati. Quello con cui proprio non sono d'accordo è che l'autore debba adeguarsi alle presunte aspettative del pubblico: il vero autore non segue le aspettative, ma le crea. Trovo le asserzioni dell'articolo su brevità e semplicità un po' superficiali e ambigue. La semplicità può sconfinare facilmente in sciatteria, e la brevità in inutilità.

 

Sono d'accordo con te. Ho postato l'articolo perchè mi sembrava interessante ampliare le considerazioni di questa discussione. Mi è sembrato che Arminio avesse qualche opera o qualche autore in mente, ha fatto un discorso troppo mirato per essere una riflessione sulla contemporaneità della letteratura.

Più che la lunghezza di una singola opera ho avuto la sensazione che stigmatizzasse un certo linguaggio, forse artefatto e attorcolato, che si trova in tanti testi oggi. Forse - ma siamo sempre nel campo delle interpretazioni di un pensiero che nell'articolo rimane abbastanza cifrato - gli è insopportabile una letteratura che cerca solo lettori iper selezionati, colti e capaci di seguire le divagazioni mentali (avrei usato un altro aggettivo che per netiquette non si può) dello scrittore arroccato nel suo feudo: "ogni persona è dentro un’agonia mai tanto solitaria e molti ancora indugiano a scrivere come se le persone avessero tempo da perdere per stare dietro ai loro giochi con la lingua." 

 

Non condivido l'idea di un prerequisito minimo in letteratura, che sia di lingua, di tema o di genere; non condivido l'idea che debba riflettere la realtà (dove li mettiamo i fantasy, i romanzi storici, distopici, ecc), né che la sua funzione debba essere per forza solo consolatoria ma penso che le considerazioni di un poeta come Arminio non siano semplicemente da rigettare. Si tratta comunque di materia da discutere e dimostra come ci sia anche la necessità di una letteratura che miri al cuore del lettore senza fronzoli. 

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Tutti commenti molto interessanti, una discussione ricca.

Anche così si può fare letteratura, o porre le basi di pensiero per farla. Se solo partecipassero anche gli editori...

 

Rimane comunque la domanda iniziale: quali le caratteristiche di un'opera letteraria per essere pubblicata?

 

Be', allo stato attuale delle cose la maggior parte degli editori nemmeno più userebbe un'espressione come “opera letteraria”.

In linea di massima i ragionamenti sui racconti e il resto valgono solo per chi non ha già un seguito. Altrimenti si accetta e pubblica praticamente di tutto.

 

Questo sarà pure normale per la legge del mercato odierno, ma di fatto è assurdo, è la fine di qualsiasi ragionamento sulla letteratura, e toglie autorità al giudizio degli editori. Nel frattempo proprio per questo autorizza tutti a sentirsi dei probabili geni incompresi, abbassando la sfida letteraria e la ricerca della qualità (che non vuol dire pesantezza, ma già solo che un romanzo sia avvincente).

 

In più un tempo il “sottosuolo” (come potrebbe essere questo forum) era il luogo dove si facevano strada le avanguardie.

 

Ma internet e l'autopubblicazione, che sarebbero potuti esserne i mezzi, non sono altro che la punta dello stesso iceberg, un successo inspiegabile e senza riferimenti, basato su popolarità che nascono e scompaiono dalla mattina alla sera.

 

Difficile così avere un contesto in cui essere autori oggi.

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8 ore fa, Silverwillow ha scritto:

C'è chi mangia tutti i giorni un panino, ma poi apprezza di più il pranzo di cinque portate dalla mamma (io tra questi:asd:).

 

Anche io :asd:

 

 

8 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Secondo me Arminio pensa da poeta (e la poesia è sempre stata una forma letteraria rapida e immediata), ma un po' si contraddice, perché parla di chiarezza e semplicità ma io in mezzo alle sue belle frasi poetiche ho perso il succo del discorso. Non è chiaro se si riferisca a una semplicità e brevità nelle frasi, nell'esprimere un'idea, nel numero di pagine, o cosa. Un romanzo lungo può essere breve e asciutto nello stile (molti thriller hanno centinaia di pagine), così come un racconto di due pagine può essere fatto tutto di immagini e atmosfera, e magari frasi lunghe e complesse, e non si può dire che uno dei due sia migliore a priori (come giustamente ammette anche lui)

 

Questo è un punto debole del discorso di Arminio.

Semplicità e brevità. Be', una volta lavoravo lavoravo nel settore dell'informatica e lì uno dei criteri di valutazione più importanti è la semplicità d'utilizzo delle interfacce. Cioè, un programma viene giudicato generalmente migliore di un altro se l'interfaccia è più facile da usare da parte dell'utente (user-friendly). L'interfaccia infatti non deve intimorire, non deve produrre cioè un effetto intimidatorio nell'utente. In quel caso, ottenere cose semplici implica una ricerca complessa. Forse per la letteratura, nonostante sia sempre stata – specie in passato – una cosa di nicchia, si può fare un discorso di quel tipo: ricerca della semplicità come ricerca della qualità.

Comunque io la penso come te, ma purtroppo le cose non sono come ci farebbe piacere che fossero e viviamo in un mondo dove la letteratura è misurata in fermate di metro, come dici sopra.

Sul valore del tempo e della non-brevità, io la penso come in questo video che contiene un discorso di Carmen Consoli a Cagliari, in veste da filosofa, e penso che anche tu sarai d'accordo. Guardalo, se vuoi, da 2:42 fino alla fine.

 

 

 

1 ora fa, Elisah15 ha scritto:

non condivido l'idea che debba riflettere la realtà (dove li mettiamo i fantasy, i romanzi storici, distopici, ecc)

 

Bella questione teorica! Si potrebbe sostenere che anche fantasy, distopici, ecc… raccontino in realtà il nostro mondo, non un mondo inesistente e totalmente partorito dalla fantasia umana.

 

 

45 minuti fa, konradin ha scritto:

Questo sarà pure normale per la legge del mercato odierno, ma di fatto è assurdo

 

Hai ragione su tutto. Il libro pubblicato va venduto e, come tale, deve essere appetibile al pubblico. Alla fine segue le stesse leggi del mercato che si applicano a tutto il resto (cessi compresi). Purtroppo.

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Gentilissima e spettabile Redazione di Writer's Dream, 

è necessario aggiustare il tiro: è vero, l'arcobaleno è composto da vari "colori", ma se si apre una discussione sul rosso a colui che la apre si  devono concedere gli strumenti pratici per (dopo aver insistito di stare dentro l'argomento) tenere a freno, limitare o eliminare i verdognoli, i giallognoli,  gli azzurrognoli e i violettognoli che, se pur garbatamente e intelligentemente, invadono lo spazio della discussione con interventi costantemente fuori tema.  Non può bastare il solo invito a...

 

Nulla di personale, ben inteso, e molti degli interventi sopra esposti hanno una loro ragione e sono stimolanti...ma che c'azzeccano?!

È anche vero: tanta è la nostra fame di dialogo e di confronto e WD è un'ottima palestra... ma sull'autodisciplina mia e degli altri nutro da sempre seri dubbi -io per primo vado spesso fuori tema, introduco altro rispetto all'argomento principale. Quindi, la richiesta di un tasto "cancella intervento" da applicare in primis ai miei interventi, dovrebbe essere a disposizione di tutti i legittimi proprietari delle discussioni in corso. 

 

Detto questo, e ringraziando ancora tutti gli amici che qui hanno "liberamente" espresso il loro parere o i loro dubbi stimolanti, per me concludo qui questa discussione (sulle caratteristiche che l'opera letteraria dovrebbe avere per essere pubblicata) perché la stessa è divenuta per me ingestibile.

 

A risentirci presto su un altro tema. 

 

Un cordialissimo saluto.    

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Non capisco. A me sembra che la discussione si stia sviluppando proprio intorno al tema di base. Probabilmente è colpa mia: non sono abbastanza sveglio, acculturato o, peggio ancora, intelligente da capire.

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9 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Non capisco. A me sembra che la discussione si stia sviluppando proprio intorno al tema di base.

 

Infatti. E aggiungo che siamo in “varie ed eventuali”, quindi non si applicano le stesse restrizioni delle discussioni sulle case editrici.

Almeno per quanto ne capisco io di forum, perché appunto di questo si tratta, e non di una redazione di in giornale o altro.

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