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Renato Bruno

Quali le caratteristiche di un'opera letteraria per essere pubblicata?

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Ho letto gli ultimi interventi e mi sono trovato in linea soprattutto con @cheguevara.

Per scrivere qualcosa di spessore occorre soprattutto personalità.

Il resto e' tecnica, utile ma non prioritaria.

La tecnica si impara, la personalità no.

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55 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Niente di male. Ma quando si parla di quattrini, mi cheguevarizzo un po', perdonami, e un moto mi ribolle nel sangue. Quindi, penso, solo chi ha gli schei può formarsi artistico-culturalmente? E per dire, uno che non ha schei in tasca è destinato a rimanere com'è, senza formazione? Non ha diritto come te a "elevarsi"? A filosofeggiare? Devono comandare sempre e solo quelli con gli schei nel portafoglio di pelle di coccodrillo? Ma dai!

 

Vado di fretta, ti rispondo con calma domani. Ora ti dico solo che per la scolarizzazione dei cittadini, dall'asilo all'università e oltre e dove ogni maestro, insegnate, professore deve essere pagato per le mansioni che svolge, lo Stato spende una cifra enorme. Perché la nostra formazione culturale ha un costo elevato e da qui il doppio e vergognoso peccato di uno stato che mi forma spendendo per me migliaia e migliaia di euro e poi lascia che io vada all'estero a lavorare, che mi costringe a emigrare per trovare un lavoro adatto alla mia formazione. Sì, caro @dyskolos, da sempre la cultura ha un costo, più o meno elevato. Perché non si nasce imparati. Qualcuno questo costo lo paga per noi o ce lo paghiamo noi. Elevarsi costa, anche quando non ci sono più gli schiavi talentuosi a insegnarti il greco e anche quando il precettore non viene più a casa ma ci aspetta in un edificio predisposto all'insegnamento. Nella affollata filiera editoriale, come abbiamo già scritto e detto fino alla nausea, il denaro è interesse imprescindibile per far muovere e per far funzionare il meccanismo. Lo mette l'editore?, bene, pubblicherà ciò che a suo giudizio potrebbe rendergli. Lo mette l'Autore per gloria e vanità personale?, è un male ma questo regime economico lo consente, glielo consente. Lo anticipa il librario (faccio per dire)?, bene, se non ci fosse nessuna libreria verrebbe mai aperta. lo sostiene lo Stato?, bene, è una scelta politica...in vista di un ritorno sociale migliorativo. Ma sempre di denaro si tratta. Per interesse nobile o lucroso che sia.        

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39 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Lo mette l'Autore per gloria e vanità personale?, è un male ma questo regime economico lo consente, glielo consente.

Non mi dire che ti stai cheguevarizzando, sarebbe troppo bello per essere vero!

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Il 16/8/2020 alle 20:04, fogliolabile ha scritto:


3. Le simpatie politiche/ideologiche del valutatore e dell'editore

Eh, io  purtroppo sono ignorante di politica legata all'editoria, quindi sono caduta dalle nuvole quando ho scoperto questa cosa... Mi sono sentita un po' scema dopo aver mandato a Feltrinelli un romanzo dove c'era una critica abbastanza palese del comunismo staliniano. Ovviamente non mi hanno risposto, ma sono in molti a non avermi risposto, quindi è impossibile dire il vero motivo.:lol:

Per quanto riguarda la discussione al momento più rovente, sugli aspiranti scrittori, devo dire che  mi trovo d'accordo per certi versi con più persone. È vero che ognuno dovrebbe avere l'opportunità di imparare a scrivere e migliorarsi, ma è vero anche che molti lo fanno in modo superficiale, senza alcuna vera predisposizione per la scrittura, solo per potersene vantare. Io ad esempio non so disegnare, non so cucinare, ecc. ma non mi sognerei nemmeno di imparare e voler diventare qualcuno in quel campo, perché mi rendo conto di non esserci portata. Ho una propensione per la scrittura (forse solo perché ho avuto bravi insegnanti e ho sempre letto molto) e per la musica (che però non ho mai coltivato). Devo dire però di non aver mai speso un euro in formazione. Se avessi avuto la disponibilità, forse l'avrei fatto. Ma dubito che un corso di scrittura possa insegnare a scrivere. Si può insegnare la grammatica, si possono indicare gli errori più comuni, insegnare a delineare un buon personaggio, a creare un incipit d'effetto, ma la capacità di scrivere in un modo che coinvolga il lettore non si può insegnare. Viene da una passione concreta per il linguaggio e i libri. Tutto il resto si può imparare gratis, specie oggi: siti, blog, forum, saggi appositi.

È indubbio comunque, come diceva @cheguevara che gli aspiranti scrittori vengano sfruttati. Io stessa, pur avendo alle spalle due pubblicazioni, ho ricevuto messaggi promozionali sull'editing, le recensioni, la promozione. Avrei voluto rispondere che non mi serve nessuno, non perché pensi di essere già arrivata, ma perché è evidente che queste persone vogliono solo spillare soldi, senza alcuna garanzia di una crescita come autrice. La verità è che le esperienze di editing (gratuito) avute finora sono state deludenti, quindi cerco di imparare il più possibile per conto mio. I miei libri non saranno perfetti, ma qualcuno li legge volentieri e trasmettono qualcosa, che per me basta. Il fatto che tutti, anche chi ha pochi mezzi,  al giorno d'oggi possano scrivere è una cosa buona, ma non significa che tutti dovrebbero farlo.

Per tornare all'argomento principale, credo che i parametri degli autori e degli editori siano diversi. L'autore scrive ciò che sente, l'editore pubblica ciò che venderà. Questo non significa che si debba pensare all'editore mentre si scrive, ma bisogna essere consapevoli che alcune opere avranno un percorso più facile e altre meno, al di là del valore intrinseco dell'opera. 

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5 ore fa, Emanuele72 ha scritto:

per fare lo scrittore, vale a dire per mettere per iscritto un'opera ritenuta da qualcuno degna di essere pubblicata, sia necessario il talento.

Non tutti saremo Manzoni ma, senza una certa quantità di talento, scrivere un romanzo e pretendere che venga pubblicato è, secondo me, un atto di presunzione.

 

D'accordo, tutto giusto, anzi sono quasi ovvietà. Però c'è un piccolissimo particolare: tutti quelli che scrivono un libro, nessuno escluso, credono di avere talento, con varie gradazioni, dal megalomane che si ritiene un genio al più modesto di noi che pensa comunque di avere almeno un un piccolo quid in più rispetto alle altre persone, qualsiasi cosa sia questo quid (chiamiamolo talento, vocazione, fantasia, capacità affabulatoria, visione non convenzionale delle cose, o altro).

Il più umile degli aspiranti scrittori sotto sotto è convinto di avere qualcuna di queste doti, se no neanche si metterebbe a tavolino, statene certi.

Ed è proprio per tentare di scremare quel poco o tanto di buono che scorre in questo oceano di variegati talenti reali o immaginari che serve tutta la baracca di editori, editor, agenti, scuole e forum di scrittura come questo, etc.

Che poi nella baracca ci siano anche speculatori, imbroglioni, ciarlatani, direi che rientra nell'ordine delle cose.

Modificato da massimopud

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Tutto assai interessante e difficile da commentare a dovere. Salterei pezzi, probabilmente avrò travisato qualcosa. Spero nessuno si senta offeso o attaccato, perché so quanto il discorso sia sentito tra gli scrittori o aspiranti tali.

 

La dicotomia mestiere / talento nella scrittura è un discorso piuttosto complesso da affrontare. Non si riesce mai a trovare un gran equilibrio, nemmeno provandoci, come vi ho provato spesso io. La mia opinione, per quanto leggo, corrisponde grossomodo con quanto dice @cheguevara. Specie un punto mi sta a cuore: i corsi di scrittura creativa. Per me sono quanto di più nocivo esista. Ed è in questo preciso momento che si evince il perché il discorso sia complesso da affrontare. Sono il primo a dubitare che il mio pensiero su tali corsi possa applicarsi a tutti i corsi di scrittura creativa esistenti. Ce ne sarà qualcuno benefico e ci sarà qualche vero scrittore che li dà e non qualche frustrato che ripiega per guadagnarsi la pagnotta, come spesso accade (è soltanto la mia opinione e non giudico male nessuno. Quanto dico lascia il tempo che trova e vale soltanto per me: è il mio vissuto, pertanto è una visione parziale e limitata). Ma, come dicevo pochi giorni fa in un inizio infelice che spero non si ripeta, credo in quanto dico. Semplicemente accetto e comprendo il punto di vista di chi, come @Renato Bruno, dice che lui sì considera gli servirebbe un corso di scrittura creativa.

 

A questo punto, però, caro Renato, m'incarto. Te lo dico con un sorriso e con grande sincerità, senz'alcun intento né ironico né polemico. Il mio cervello va in tilt. A quanto capisco – e scusa se capisco male – sei un editor. Ovvero di mestiere aiuti gli scrittori. Possibile che tu non sappia che i corsi di scrittura creativa non t'insegnerebbero nulla e che non ve ne sono di migliori degli stessi romanzi – di qualità – pubblicati? Com'è possibile che un editor non si renda conto che spiegare lo "show, don't tell" è tempo perduto, se l'aspirante scrittore non lo assorbe leggendo? E cosa fa credere che spiegarlo, magari con esempi illustri, permetta all'aspirante scrittore di farne un uso corretto, senza leggere tanto e di tutto? E cosa, invece, fa credere che l'aspirante scrittore che legge e non la smette mai di leggere abbisogni di qualcuno che gli dica che quella cosa si chiama "show, don't tell"? Ha importanza il nome o la sostanza? Perché per come la vedo io, i corsi di scrittura creativa quello fanno: mettono etichette e spiegano cose che invece sarebbe il caso di assorbire leggendo, perché se non le si assorbe leggendo significa che non si ha sufficiente sensibilità narrativa – a me il termine "letterario" e "letteratura" fa storcere il naso, perché è parlare di cose troppo alte.

 

Ora, mi preme una precisazione. In realtà io sono d'accordo un po' con entrambi. Spingere alla lettura e alla scrittura è un dovere – posso dire un piacere? – di chiunque ne abbia una qualche esperienza. Scrivendo su Medium mi sono imbattuto in non so quanti articoli che elencano mille riscontri scientifici che evidenziano i benefici non soltanto della lettura, ma anche della scrittura. E non si deve essere scrittori per scrivere con regolarità. Il buon vecchio diario dà benefici enormi – e la dissertazione potrebbe dilungarsi fin troppo, quindi mi fermo a qualche accenno. E fin qui la penso come Renato. C'è però una cosa che cheguevara scrive e che io penso pari pari, estrapolando il senso dalle poche parole usate (e mi perdonerà se non vado a rileggermi interventi passati per farmene un'idea più precisa): c'è modo e modo d'incitare alla lettura e, soprattutto, alla scrittura. Vendere la menzogna che chiunque può diventare uno scrittore è pericoloso. E non si tratta affatto del denaro speso: quello, come ben dice Renato, ognuno lo spende come vuole. A me sta più a cuore il tempo delle persone, perché il tempo è vita ed è troppo prezioso per essere gettato alle ortiche. Far credere che scrittori si diventa è mentire. Scrittori si è, l'unica cosa che si può imparare è la parte che ha a che fare con il mestiere. Ovvero una sola delle due si può insegnare. L'altra, quella che ha a che fare con l'arte – in cui ci metterei non soltanto il talento, ma anche l'estro, lo spirito, l'atteggiamento, la prospettiva che la persona scrittore ha sulle cose, la capacità d'attingere alla propria creatività in modo continuo e convincente – è innata.

Spero di non risultare arrogante, ma è evidente che non tutti hanno le stesse doti fisiche di Usain Bolt quando si tratta di correre i cento metri piani. Non tutti avevano quelle di Carl Lewis. Eppure la maggior parte di noi può correrli. Quanti possono ambire, non dico al record mondiale, ma a farsi selezionare dalla squadra regionale? A questo mondo le doti personali esistono. E non si fa torto a nessuno dicendolo, perché ognuno ha le proprie. Perché, allora, si vende che tutti possono diventare scrittori? La mia domanda ha una sua importanza – e non perché la ponga io.

Quanto Renato dice è sacrosanto: ognuno è padrone del proprio destino e non è che qui si voglia passare per Madre Teresa di Calcutta e salvare le anime perse. No. Almeno, non è il mio caso. Allora permettetemi una premessa alla mia chiusura: non dico che qualcuno qui l'abbia scritto, dico che questo è il modo in cui i corsi si vendono. Non v'è chi non veda – e se non si vede, che si guardi meglio, penso. E chiudo. La questione per me è un'altra: dire che "scrittore" è una cosa che tutti possono diventare significa svilire chi lo è. Ed è questo l'esatto motivo per cui dico che c'è un sacco di gente che scrive, ma gli scrittori sono assai meno.

 

Considero la mia prospettiva valida per il sottoscritto e per nessun altro.

E sì, mi considero uno scrittore, non uno che scrive.

Buona notte. E grazie per le riflessioni.

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16 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Ma dubito che un corso di scrittura possa insegnare a scrivere. Si può insegnare la grammatica, si possono indicare gli errori più comuni, insegnare a delineare un buon personaggio, a creare un incipit d'effetto, ma la capacità di scrivere in un modo che coinvolga il lettore non si può insegnare. Viene da una passione concreta per il linguaggio e i libri. Tutto il resto si può imparare gratis, specie oggi: siti, blog, forum, saggi appositi.

 

18 ore fa, camparino ha scritto:

Per scrivere qualcosa di spessore occorre soprattutto personalità.

Il resto e' tecnica, utile ma non prioritaria.

La tecnica si impara, la personalità no.

 

19 ore fa, dyskolos ha scritto:

Avevo scherzosamente trovato il pollo da spennare. Io lo farei gratis, ovvio: senza chiederle un soldo, come dici tu. Senz'altro più divertente di un consulto psicologico :asd::asd::asd:

 

20 ore fa, Emanuele72 ha scritto:

Tuttavia sono perfettamente d'accordo con @cheguevara che per fare lo scrittore, vale a dire per mettere per iscritto un'opera ritenuta da qualcuno degna di essere pubblicata, sia necessario il talento.

Non tutti saremo Manzoni ma, senza una certa quantità di talento, scrivere un romanzo e pretendere che venga pubblicato è, secondo me, un atto di presunzione.

 

Potrei cavarmela dicendo che spesso il talento senza guida tende a sbrodolare, a eccedere, ad auto-esaltarsi,  ad oltrepassare i limiti e, inoltre, che esistono talenti nati ostici per qualsiasi mercato di qualsiasi epoca. Ma facciamo finta che non l'abbia detto, anche perché la nozione di "talento" [2. Ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti, spec. in quanto naturali e intese a particolari attività: avere molto, poco t.; essere dotato di grande t.; un ragazzo pieno di t. o, più brevemente, un giovane di talento; i suoi t. sono giustamente apprezzati; avere t. artistico, musicale, letterario] disgiunta dall'esercizio, dal controllo e dalle finalità che si vogliono raggiungere o produce geni  o casi clinici di grande interesse (che poi, a volte è la stessa cosa). 

 

La domanda mia è: ma da dove vi nasce questa "preconcettuale" avversione verso le scuole di scrittura (che non avete frequentato, suppongo) e verso il "talento" professionale di chi vi insegna e le gestisce? Da dove nasce questa sospetta avversione verso la "scuola", verso l'insegnamento, verso la pratica di frequentare corsi e lezioni -di cui voi, per fortuna, non avete bisogno? Il famoso talento che non le frequenta per non omologarsi la scuola dell'obbligo l'ha frequentata, persino l'autoscuola per prendere la patente (eppure, diamine, anche un ragazzo a 14 anni oggi sa bene come si guida un'automobile, anzi, ha più talento del padre nel guidarla, che bisogno ha di andare a scuola di guida?!). Non sopportate l'dea di pagare per qualcosa di cui siete certi di poter apprendere da soli? Qualcuno vi costringe? La mia carissima zia, un talento in sartoria, era analfabeta, ma il taglio e il cucito l'aveva nel sangue e se nel paese natio ai suoi tempi di ragazza ci fosse stata una scuola ad hoc sarebbe diventata una stilista. Però, allora non c'erano soldi e le donne erano "ciucce di fatica". E oggi che i soldi per le scuole ci sono o ci potrebbero esserci mostrate una avversione ingiustificata per chi le frequenta, per chi le mette in piedi, per l'insegnamento che in esse si offre... a pagamento. Mah!

 

La mia posizione riguardo alle scuole di scrittura è questa:

1. Si vive per imparare (e il canale di insegnamento non adatto a me può ben risultare idoneo a qualcun altro);

2. si paga, perché pagare predispone a un'attenzione e a un impegno "scolastico" maggiore.  Le lezioni gratis lasciano in noi un segno labile,ma se per quel segno ho pagato la traccia in me dura più a lungo ed è più produttiva (psicologia spicciola).  

3. la scuola di scrittura può risultare fondamentale per imparare a leggere e a leggersi; la pratica quotidiana dimostra quanto la lettura con editor a fianco del proprio testo sveli pregi e difetti e del pensiero scritto e dell'approccio alla scrittura dell'Autore. Rileggere il testo in compagnia di altri occhi-che dispongono di una differente preparazione culturale e letteraria-   è operazione psicologicamente valida, proficua e significativa. Perché uno scrittore o un editor non si limita a leggere il testo di un altro come un comune lettore. Chi scrive, mentre legge, radiografa come l'Autore x ha ottenuto quella tensione, quel crescendo emotivo, quell'ironia, quello spaesamento, quello scavo psicologico etc.. Esercizio dopo esercizio (e vale anche per nati talentuosi) riuscirà ad applicare lo stesso meccanismo di lettura al proprio testo, onde saggiarne la riuscita o il fallimento.

4. Impossibile per noi tutti leggere tutto! Da qui la necessità di insegnanti (al plurale) capaci di riassumere, sintetizzare, racchiudere in schemi gli elementi essenziali, le procedure più riuscite, le tecniche migliori che la mente umana ha prodotto in campo letterario. Si va a scuola per sapere, cioè per fare confronti, per confrontarsi, per sottoporre il testo dai noi prodotto all'esame clinico di chi noi riteniamo (senza reciproca fiducia non si arriva da nessuna parte) più preparato, più colto, più competente del nostro solito amico lettore compiacente.  

5. È vero, ci possiamo anche prendere cura del nostro testo da soli, senza chiedere aiuto ai dottori della parola, ma se decidiamo liberamente e pagando di frequentare una scuola di scrittura, vuol dire che usciamo di casa certi del benessere psico-verbale che il nostro testo deve ancora raggiungere (come l'insegnate ci confermerà alla prima lettura), nonostante tutti i nostri sforzi per migliorarlo.

6. L'eccesso di valutazione positiva che noi tutti diamo alla nostra creatura non risparmia nemmeno lo scrittore di talento, che forte della sua competenza linguistica e culturale spesso confonde la scrittura con la sciarada enigmistica. Che, spesso, troppo pieno di sé (chi ha mai osato criticarlo!) si autocompiace di uno stile indigesto ma per lui ricco di originalità. Una scuola che insegni a leggere adeguatamente il proprio testo e che suggerisca metodi e tecniche per contenere i guasti del dominante narcisismo verbale che affligge esordienti e pubblicati...non va qui, da noi, letto e inteso come ovvia produzione uniforme e standardizzata di testi preconfezionati, bensì come invito a trovare in sé quell'umiltà e chiarezza espositiva che trasformano la nostra lingua madre in una partitura da leggere e interpretare (e far amare) a più livelli.

7. La personalità invocata per dare consistenza e spessore all'opera -quel quid che renderebbe unico e irripetibile il nostro stile - non è né programmabile geneticamente né si può formare scolasticamente. Però, se l'intero mondo editoriale contemporaneo dovesse sopravvivere e vivere aspettando Godot, nato talentuoso e già pronto per la pubblicazione, gli scaffali delle nostre librerie private temo presenterebbero grandi, grandissimi vuoti. Tutta la scrittura si nutre di speranze, degli autori che verranno, di quelli che ce le faranno, delle promesse da mantenere, delle seconde opere che confermano, delle scuole da cui uscirà chi forse diventerà n.1.  Ma la personalità nella società di massa e nel mass market editoriale odierno è anche lavoro di equipe. È costruzione, è serialità, è produzione industriale. È merce per i più svariati gusti e usi. È brillante attività da gostwriter -come ben insegna Fabio Geda che Nel mare ci sono i coccodrilli ci riporta, dopo averla oralmente appresa, la Storia vera di Enaiatollah Akbar, ragazzo afgano.  

 

Certo che frequenterei una Scuola di scrittura, a pagamento, mah... e resti tra noi, prima dovrei mettermi bene in testa di frequentare, pagandolo, un corso di calligrafia.  Perché è inaccettabile che una persona come me, che vive di parole notte e giorno, non sappia riconoscere le sue stesse parole in corsivo. Una vergogna.   

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12 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Certo che frequenterei una Scuola di scrittura, a pagamento, mah... e resti tra noi, prima dovrei mettermi bene in testa di frequentare, pagandolo, un corso di calligrafia.  Perché è inaccettabile che una persona come me, che vive di parole notte e giorno, non sappia riconoscere le sue stesse parole in corsivo. Una vergogna.   

Caro Renato Bruno,

quoto solo la fine del tuo lungo post per risparmiare spazio.

Ti pregherei, la prossima volta che decidi di rispondere ad un mio intervento, di non ripetere l'errore di tacciarmi di ribadire sempre gli stessi concetti, visto che tu sei solito fare altrettanto. Le posizioni in merito all'argomento sono ormai cosa ben nota, per cui reputo inutile ribattere le tue affermazioni (solite) per evitare di ripetermi.

Ognuno è libero e padrone di spendere i suoi soldi, se ce li ha, come meglio crede: l'importante è che nessuno gli abbia assicurato che sia quella, e solo quella, la via per il successo.

Saluti. 

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Concordo. Negli anni ho avuto modo di leggere i testi (ante e post) di vari  frequentatori  di scuole diverse:  in genere erano migliorati. Mi sono però imbattuta anche in  due opposti inconvenienti. 1) Autore originale e parecchio difettoso nella forma: si è molto corretto  ma banalizzato  2) Autore mediocre sia  in  ideazione  che in scrittura: i "maestri" l'hanno molto impegnato a trovare nuovi spunti, infischiandosene di congiuntivi e quant'altro. Immagino sia  perché fanno anche editing...

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2 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

La domanda mia è: ma da dove vi nasce questa "preconcettuale" avversione verso le scuole di scrittura (che non avete frequentato, suppongo) e verso il "talento" professionale di chi vi insegna e le gestisce?

 

Parlo di me così non si offende nessuno:)

Io di scuole di scrittura ne ho frequentate ben due. Racconto la mia esperienza cosciente che si tratta solo di esperienze individuali e ristrette, e certamente da non generalizzare.

 

Però…

 

Nella prima, gli altri mi sono sembrati una banda di giovani invasati, convinti che avrebbero salvato il mondo con la scrittura. Siccome a me non piacciono gli invasati, me ne sono andato. Avevo pagato e bruciato non so quante centinaia di euro. Ho imparato qualcosa? Sì, ma molto poco: avrei certamente imparato di più sui siti di scuole americane ed europee, e senza pagare un centesimo. Il corso era intitolato (più o meno) "scrittura creativa e improvvisazione teatrale". Io in quel momento facevo teatro e sapevo improvvisare. Anzi, lo avevo fatto su un vero palcoscenico con "pubblico pagante", in giro per l'Italia. Per scelta, andavamo sul palco senza suggeritore. A noi attori era quindi richiesto di improvvisare, così ognuno di noi doveva conoscere anche le parti di chi incrociava sul palco. Poiché io nove su dieci facevo il protagonista, mi capitava spesso che il mio compagno di palcoscenico dimenticava la battuta e quindi dovevo andare di improvvisazione. A ripensarci, forse avrei potuto fare l'insegnante in quel corso. Comunque, me ne sono andato da quegli invasati.

 

Poi mi iscrissi a un'altra scuola, sborsando altre centinaia di euro, ma incontrai gente ancora più invasata. Il corso era tenuto da un signore di settant'anni (arrivassi ai settanta così vivace!) che portava una barba bianca lunghissima e i capelli bianchi molto lunghi dietro le spalle, una specie di Babbo Natale con i vestiti logori, pantaloni vecchi e strappati, maglioni residuati bellici forse del '15-'18. Si faceva chiamare Maestro e veniva descritto come un guru: un saggio che viveva in una grotta sul pizzo della montagna, che non dava importanza alle forme e che di tanto in tanto discendeva presso noi comuni mortali e ci inculcava la sua incommensurabile "sapienza scrittoriale".

All'inizio mi stava simpatico e forse anche io gli stavo simpatico. Poi le cose sono cambiate perché io non riuscivo a chiamarlo "Maestro" come gli altri. Non ce la facevo proprio. La situazione è precipitata un giorno durante una delle solite lezioni in cui lui si metteva davanti e noi allievi lo seguivamo sotto un portico. Ci fece abbracciare i grossi alberi chiedendoci le nostre sensazioni. Gli altri avvertivano cose strane abbracciando la corteccia. Arrivò il mio turno, ho cinsi l'albero e lui: "Non senti l'energia universale che ti pervade le membra?", al che risposi perplesso: "Veramente no, Vostra Maestà, è un po'… appiccicaticcio 'sto tronco, mi sento tutto incollato come quando Giucas Casella fa gli esperimenti in TV". E lui arrabbiatissimo attaccò la solita pippa supercazzolata a base di kundalini, chakra, krishna, meditazione, Nirvana, Visnù, Calì e compagnia bella.

"Ma io, Vostra Maestà Suprema, volevo imparare a scrivere" gli dissi.

Me ne andai da Sua Maestà [Maestro proprio non mi veniva]. Tu, quando abbracci un bonsai, che provi? Non la senti l'energia del cosmo che ti invade e ti apre la mente? :giù::giù::giù:

 

Da lì viene la mia avversione verso i guru. Attenzione! Ho detto verso i guru, non verso gli insegnanti. Ché io agli insegnanti sono affezionato e li ricordo sempre con piacere: il prof. di "psicologia della personalità", quello di "psicologia di comunità" e quella di "psicologia della salute" sono per me indimenticabili.

Non ho nulla contro le scuole di scrittura, sia chiaro, e verso gli editor, i quali svolgono una "professione di aiuto" e figurati se io posso denigrarli. Ogni professione di aiuto ha la sua dignità, finché la gente non se ne approfitta. Se ce l'ho con qualcuno è contro i guru, contro i sapientoni che pensano di saperne sempre un po' più di te.

Dice bene il comico romagnolo Giuseppe Giacobazzi nel monologo che fa pressappoco così: Noi romagnoli cresciamo con soltanto due cose in testa: i motori e la patacca. Siamo proprio ignoranti, ma ignoranti…! Nei bar c'è sempre uno che comincia, e da lì parte una sfida a chi è più ignorante, perché c'è sempre uno più ignorante degli altri. Che tu vedi una patacca spaziale che passa davanti al bar e dici "Quella mi fa sangue", e lui ti guarda con disprezzo e fa: "Chi, quella? Quella l'ha data a tutti in città". E tu pensi: "Eh, no! Tutti no. A me per esempio non me l'ha mai data! Mannaggia, sarà che sono sempre fuori città quando la pataccona distribuisce…"

Ecco, leggendo sulla Rete alcuni tuoi colleghi, sembra di essere davanti al tipo più ignorante del bar.

Ho letto i tuoi post sul WD e devo dire che se davvero fai l'editor in quel modo, allora ciò ti rende onore e dimostri una lucida intelligenza, della quale peraltro non ho mai dubitato, unita a cultura e preparazione professionale. Chapeau! Però tu sei uno e ti garantisco che schiere di tuoi colleghi non fanno come te, e nemmeno pensano come te.

Ti confesso che se avessi più soldi, mi iscriverei alla terza scuola di scrittura (sperando di non vedere troppi invasati). Ma siccome non ne ho, per me il discorso finisce lì. Nessun rimorso, nessun rimpianto (come dice Max Pezzali).

 

Un saluto.

 

 

 

P.S.: sul discorso dei soldi che fai più su, la pensiamo allo stesso modo. Mi viene in mente questa canzone:

 

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3 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

La domanda mia è: ma da dove vi nasce questa "preconcettuale" avversione verso le scuole di scrittura (che non avete frequentato, suppongo)

Io non ho preconcetti verso le scuole di scrittura, ma è un fatto che i grandi autori del passato non avevano frequentato scuole (perché non c'erano, se ci fossero state magari l'avrebbero fatto, ma chissà con quali risultati), semplicemente leggevano molto e frequentavano ambienti culturali vivaci e altri autori più esperti in grado di aiutarli a sviluppare il loro potenziale. Le scuole di scrittura sono inutili? No, sono convinta che per qualcuno che è già portato (la parola talento è spesso fuorviante, perché sottintende chissà quali doti speciali) ricevere insegnamenti da persone esperte e brave nel loro campo sia sempre d'aiuto. Il problema è quando si arriva a credere che basti una scuola per renderci tutti scrittori, cosa che non è.

Io ammetto di non aver mai frequentato corsi, ma ammetto anche che, conscia delle mie lacune da principiante, negli anni scorsi ne ho cercati. Purtroppo nella mia regione non ne avevo trovati, ma leggendo le presentazioni di corsi già tenuti o in altre città, ho avuto l'impressione di non essermi persa niente. Alcuni leggono scrittori già famosi per analizzarne i punti essenziali (cosa che si può benissimo fare da sé), altri incoraggiano gli studenti a scrivere qualcosa che verrà valutato alla fine (un po' quel che si fa qui in Officina). Ma il punto fondamentale è ( e qui sono d'accordo con @Andrea D'Angelo ): la predisposizione a scrivere secondo me è innata, si può insegnare a scrivere in modo corretto, o migliore, ma non si può cavare sangue dalle rape (direbbe mia madre). Quindi, se uno è giornalista e vuole imparare a scrivere meglio e in modo più coinvolgente, bene; se uno scrive solo romanzi rosa super-popolari e vuole migliorare la forma, benissimo (anzi, lo consiglierei a molti che pur avendo pubblicato dieci libri ancora fanno errori elementari). Ma non credo affatto che da una scuola di scrittura uscirà il prossimo Joyce, che altrimenti non avrebbe saputo come tenere una penna in mano. Può essere una cosa in più, magari non inutile (si impara sempre qualcosa), ma non essenziale.

Io non dico mai a nessuno che dovrebbe cambiare hobby, ci mancherebbe, ma come beta-reader noto chi ha davvero qualcosa da dire di personale, anche se magari grezzo, e chi invece ripete solo pensieri e cliché di altri, al di là della correttezza della forma. Tutti hanno il diritto di provare, ma purtroppo ci sono molti che su questo diritto lucrano, quindi è una questione delicata. Se qualcuno scrive solo per la soddisfazione di vedere un libro col suo nome in copertina (e magari ci riesce), non c'è niente di male, ma questo non fa di lui uno scrittore, così come correre i cento metri non fa di lui un atleta olimpico.

Io mi considero una scrittrice non perché ho pubblicato due libri, ma perché credo di avere qualcosa da dire che può interessare, e non è solo un contentino ma uno scopo di vita, che può realizzarsi oppure no, ma voglio poter dire a me stessa di aver provato. Non credo affatto di avere talenti fuori dal comune (anzi, basta una critica per mettermi in crisi), ma ci metto la passione e la serietà che ogni arte merita, e cerco di migliorare costantemente, anche senza scuole di scrittura. Mi affido soprattutto al giudizio dei lettori (che sono poi la ragione per cui si scrive), quindi se più persone mi dicono che un passaggio è lento o troppo brusco, lo analizzo finché non capisco in che modo evitarlo la prossima volta. Certo, un insegnante di scrittura potrebbe fare altrettanto, se lo pago e se è davvero una persona valida e non qualcuno che ha ripiegato sull'insegnamento per sbarcare il lunario. Ma cerco di basarmi anche sulla mia sensibilità, perché qualcosa che non è popolare potrebbe comunque essere valido. Le scuole di scrittura (e questo sì è un pregiudizio) secondo me rischiano di appiattire e uniformare lo stile, come dice anche @sefora

Per fare un esempio, proprio ieri qualcuno mi ha detto che nel mio secondo romanzo lo stile sembra più sicuro. L'ho scritto dopo? No, è solo stato editato in modo meno invasivo e più intelligente del primo, quindi paradossalmente risulta più coerente, sicuro e scorrevole. Questo significa che dovrei mandare a quel paese gli editor perché non ho bisogno di nessuno? No, anzi, se conoscessi un editor di cui fidarmi sarei disposta a fare sacrifici pur di fargli visionare i miei romanzi. Ma purtroppo vale per editor, insegnanti ed editori quel che vale per gli autori: avere una laurea non vuol dire necessariamente essere più bravi

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Io penso che un'opera possa essere pubblicata quando esiste una parità d'intenti tra l'autore e l'editore, infatti, sono i propositi di questi due soggetti che permettono al libro di raggiungere i lettori. L'idea poi di un editore che decida quali libri pubblicare è desueta, oggi è possibile aggirare questo ostacolo con il self-publishing, ad esempio, allora, in questo caso, diremo che per pubblicare un'opera occorra soltanto una copertina e un certo numero di caratteri. In generale, comunque, si può intendere l'atto di scrivere come pura comunicazione di un pensiero e nessun essere umano può essere privato della parola, quindi della scrittura, reputo per questo abbastanza normale che ci siano molte persone con una gran voglia di esprimere i loro pensieri. Ora i risultati, come in ogni ambito, possono essere diversi, ma credo che nella scrittura non esista una "sfida a eliminazione", si può ritentare tutte le volte che si vuole, accontentandosi anche di sporadici successi, se questa passione viene vissuta in modo sano. Credo che sia anche fuori dubbio che nessun scrittore possa raggiungere un qualsiasi risultato da solo, anche solo andando a leggere alla fine di taluni romanzi i "ringraziamenti", si può scoprire una "squadra" che ha supportato lo scrittore, dall'editor al marito, dal gatto alla maestra dell'asilo. C'è però da aggiungere che esistono tanti altri personaggi che lucrano sui sogni degli aspiranti scrittori o di scrittori già affermati, appunto, approfittando del fatto che non si possa fare tutto in proprio. Da questo punto di vista, io consiglio di aspettare per constatare i risultati che si possono raggiungere, anche se poco supportati, se si intuisce di aver intrapreso la strada giusta (che può essere anche un riconoscimento letterario di una certa importanza) provare a sondare il terreno per costruire una "nostra squadra", con la quale condividere le spese e gli eventuali profitti in modo equo. Molto spesso, è anche vero, che difficilmente si trova una persona disposta a scommettere insieme a noi sul nostro romanzo, ad esempio, un editor non sarà disposto a farsi pagare una percentuale sulle copie vendute del libro... Lo stesso dicasi per un agente letterario... Naturalmente, possono esistere delle eccezioni. Sarebbe bello che si scommettesse un po' di più su autori meritevoli e si facilitasse una crescita, la quale potrebbe dare soddisfazioni ancora maggiori. Perciò, bisogna diffidare da chi chiede solo soldi, senza poi nessun interesse per i risultati che si andranno a conseguire, in questo modo, decadono ogni "responsabilità" e non si ha modo di testare il vero valore del lavoro svolto. Restando sempre nel campo dell'editing, un editor freelance dovrebbe rifiutare un romanzo che non ha nessuna speranza di pubblicazione, perché altrimenti ingannerebbe l'autore, diversamente, l'unico modo per stabilire un giusto compenso (così come farebbe un editore con l'autore), come già scritto, potrebbe essere quello derivante dalle successive vendite. Se verrà venduta una sola copia, vorrà dire che il lavoro svolto da tutti i componenti dalla squadra, non ha tutto questo valore sul mercato.

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8 minuti fa, TuSìCheVale ha scritto:

Restando sempre nel campo dell'editing, un editor freelance dovrebbe rifiutare un romanzo che non ha nessuna speranza di pubblicazione, perché altrimenti ingannerebbe l'autore, diversamente, l'unico modo per stabilire un giusto compenso (così come farebbe un editore con l'autore), come già scritto, potrebbe essere quello derivante dalle successive vendite. Se verrà venduta una sola copia, vorrà dire che il lavoro svolto da tutti i componenti dalla squadra, non ha tutto questo valore sul mercato.

Sarebbe cosa buona e giusta, se non fosse utopia. Ogni editor free lance ti risponderà che il lavoro va pagato, e che poi il libro si pubblichi o meno, si venda o meno è un problema che non lo riguarda. Sicuramente, però, ce n'è di editor seri, capaci di rifiutare una ciofeca di autore illeggibile, ma altrettanto sicuramente sono una minoranza, perché i soldi piacciono a tutti, specialmente quando sono facili da incassare. Che ci vuoi fare, spesso la realtà è dura e triste, e non possiamo cambiarla. Ma ci possiamo provare.

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4 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Si vive per imparare

 

La tua posizione è chiara.

La mia risposta al punto uno, che esclude i restanti punti, è: chi ha detto che per imparare io debba frequentare una scuola di scrittura creativa?

Pensa un po', non mi trovano d'accordo a partire dalla definizione: chi è così presuntuoso da credere di poter insegnare creatività a un altro essere umano? Definizione corretta sarebbe "corso di narrazione"; asciutto e preciso. D'accordo… Lasciando stare questioni di così poco conto, vengo alla seconda domanda: chi lo dice che non voler frequentare un corso di scrittura creativa significhi non possedere la volontà d'imparare?

 

Sia chiaro, continuo a sottolinearlo: ognuno è libero di vederla a modo proprio e la mia è una mera opinione. A me non piace parlare per gli altri, perché detesto che si parli per me. Eppure il mio parere ha sempre la forza dell'esperienza personale. Se non so di cosa parlo, soprassiedo o chiedo lumi. Poi magari non credo alle risposte e sospendo il "giudizio", ripromettendomi di verificare di persona. Perché lo dico? Be', non ho ancora incontrato qualcuno che riesce a pensare con la mia testa, nemmeno mi conosca bene. Figuriamoci se qualcuno che non conosco sa quale sia la mia esperienza di scrittura.

 

Una precisazione. Parlavo solo e soltanto dei corsi di scrittura creativa e di cosa secondo me sia possibile insegnare e cosa, invece, no. Aggiungendo che tutto può essere appreso senza frequentare alcun corso. Il discorso "editor" è tutt'altra cosa e ho sempre sostenuto che qualsiasi scrittore, anche il più esperto, ne abbisogna. A patto che sia capace. Ma non mi addentro…

 

Salute a tutti!

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Io ho partecipato a un workshop di due giorni, a pagamento (100 euro), con un'autrice nota (già cinquina Strega), e a un minicorso di mezza giornata via web, durante il lockdown. In più ho fatto un editing, a pagamento, per due racconti. Non ho imparato a scrivere e neppure erano corsi che avevano la presunzione di insegnarlo. Neppure l'editing mi ha insegnato a scrivere. E io non ho certo frequentato quei corsi per imparare a scrivere e neppure ho lavorato con l'editor per questo. Per scrivere bene bisogna scrivere tanto e leggere ancora di più. Però, e questo è stato lo scopo, mi hanno fatto riflettere: sulla trama, l'intreccio, i personaggi, i dialoghi. I due corsi e l'editing mi hanno portato a pensare ad aspetti su cui mi non mi ero mai soffermata abbastanza o non mi ero soffermata affatto. La mia scrittura ne è uscita migliorata.

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8 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

La domanda mia è: ma da dove vi nasce questa "preconcettuale" avversione verso le scuole di scrittura (che non avete frequentato, suppongo) e verso il "talento" professionale di chi vi insegna e le gestisce? Da dove nasce questa sospetta avversione verso la "scuola", verso l'insegnamento, verso la pratica di frequentare corsi e lezioni -di cui voi, per fortuna, non avete bisogno?

 

Due brevi risposte:

1)      è risaputo che gli scribacchini dilettanti sono spesso solo polli da spennare, indipendentemente dalla qualità delle loro opere, e la"preconcettuale" avversione spesso è solo prudenza;

2)      ritengo di avere molto bisogno della "scuola", ma rivendico la libertà di scegliere il corso, l’istituto e l’insegnante che più mi hanno convinto.

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@Renato Bruno per quanto mi riguarda, non ho nessuna particolare avversione verso le scuole di scrittura creativa. 

Hai ragione, non ne ho frequentata nessuna e, correttamente, non do alcuna valutazione al riguardo.

Non mi considero neanche un vero scrittore, anche se un mio romanzo sarà pubblicato a breve, perché la mia professione è tutt'altra.

Forse, non essendolo, ho la possibilità di vedere la questione con occhi più disincantati e mi sono formato un'opinione personale:

1) invitare alla lettura è doveroso;

2) invitare alla scrittura lo è altrettanto ma con un distinguo: bisogna scrivere anzitutto per se stessi, non pensare necessariamente alla pubblicazione. Si deve provare piacere a scrivere, altrimenti nessuno proverà piacere a leggere quello che hai scritto. Bisogna poi scriverlo in lingua italiana corretta. Per questo dovrebbe bastare la scuola dell'obbligo, se fatta a certi livelli (uso il condizionale perché in realtà sappiamo che, anche chi esce dal liceo classico, spesso non è in grado di scrivere bene);

3) per la questione talento non posso che riferirmi a quanto affermato da tutti gli scrittori in questa discussione: la capacità innata ci vuole, come in qualsiasi altro campo. Per quanto mi riguarda è l'unica che credo di avere, nessun'altra. Il talento serve, poi ne puoi avere tanto come Maradona o un po' meno come Pirlo o ancora meno come un onesto professionista in serie C.....Ma se vuoi giocare a calcio, un minimo di base innata deve esserci;

4) come tutti i talenti, anche la scrittura va allenata e non escludo che possa essere raffinata: in questo le scuole serie possono aiutare. Come ho premesso, non do alcun giudizio perché non sarebbe serio. Dico solo che ho conosciuto in questi mesi uno scrittore che ha al suo attivo diverse pubblicazioni di romanzi e altre in procinto di uscire... Scambiando opinioni con lui ho scoperto che si è molto impegnato con scuole e corsi per affinarsi e devo ammettere che scrive molto bene. Non so, però, qual era la sua base di partenza: secondo me era alta;

5) l'ingenuità dell'aspirante scrittore ci può stare: chiunque inizi qualsiasi percorso potrebbe essere soggetto a forme di sfruttamento... Sta soprattutto a lui fare tesoro di eventuali esperienze negative per imparare dai propri errori ed evitare di commetterne altri in futuro. Ho deciso di iniziare a scrivere un romanzo a 47 anni, anche se era un sogno che avevo sempre coltivato, proprio perché volevo evitare di commettere errori di ingenuità, sia mentre lo scrivevo sia nel momento di cercare un editore per pubblicarlo;

6) e veniamo quindi all'editore: ognuno fa le sue scelte, un'opera può piacere molto a qualcuno e molto poco o niente a qualcun altro...secondo me noi autori non possiamo farci niente e dobbiamo solo accettare le scelte di ciascuno, incassare eventuali delusioni senza abbatterci (non è facile ma va fatto) e proseguire nella ricerca della casa editrice adatta. Se poi non si dovesse trovare, bisognerebbe fare una riflessione: o siamo bravi ma non adatti al mercato editoriale (anche Italo Svevo ebbe solo delusioni dalla sua esperienza letteraria....) oppure non siamo bravi come pensavamo di essere. Spesso credo che si tratti della seconda opzione.

 

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Il 23/8/2020 alle 14:00, cheguevara ha scritto:

Ti pregherei, la prossima volta che decidi di rispondere ad un mio intervento, di non ripetere l'errore di tacciarmi di ribadire sempre gli stessi concetti, visto che tu sei solito fare altrettanto. Le posizioni in merito all'argomento sono ormai cosa ben nota, per cui reputo inutile ribattere le tue affermazioni (solite) per evitare di ripetermi.

Spero che tu non ti riferisca alla mia prima e pubblica presa di posizione pro-scuole di scrittura, perché qui e solo ieri (23 agosto 2020) io ho spezzato lance per queste scuole che fino a pochi mesi -e da ignorante- fa mi hanno fatto storcere naso e bocca. Segno che non è mai troppo tardi per cambiare idea e riflettere sulle granitiche idee di ieri (che il sole nuovo dell'Avvenire sbriciola se non siamo rocce, cioè pietre).   

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Pongo alcuni quesiti do alcune risposte.

1) È possibile diventare buoni autori senza frequentare scuole di scrittura? (Sì)

2) Iscriversi a una scuola di scrittura è un metodo certo per diventare buoni autori? (No)

3) Perché esistono le scuole di scrittura?

A quest'ultima domanda si può rispondere in molteplici modi e più o meno sono state date tutte le risposte. L'avversione contro le scuole di scrittura, per me, non riguarda il denaro preso agli iscritti, che sono liberi di spendere per la propria formazione, se credono che la scuola di scrittura possa aiutarli o accelerare il processo di un loro miglioramento. Il problema delle scuole di scrittura sorge, eventualmente, se queste si trasformano in delle lobby favorendo autori usciti dalle stesse solo per aumentare il prestigio di una o l'altra scuola a discapito, evidentemente, di chi riesce ad allenare il proprio (eventuale) talento in altri modi.

La mia è una considerazione che si basa esclusivamente su una possibilità teorica, dato che non possiedo i registri di nessuna scuola di scrittura e non ho incrociato i dati, cioè pubblicazioni varie e nomi di eventuali fruitori di un corso.

 

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21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Non credo affatto di avere talenti fuori dal comune (anzi, basta una critica per mettermi in crisi), ma ci metto la passione e la serietà che ogni arte merita, e cerco di migliorare costantemente, anche senza scuole di scrittura

Oppure frequentando corsi di scrittura. È una scelta. In nessun caso costituisce un demerito essere andato a lezione da...

 

21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Ma non credo affatto che da una scuola di scrittura uscirà il prossimo Joyce, che altrimenti non avrebbe saputo come tenere una penna in mano. Può essere una cosa in più, magari non inutile (si impara sempre qualcosa), ma non essenziale.

Potrei sbagliarmi, ma in ambito anglo-americano alcuni (o molti?) scrittori di besteseller  sono insegnanti o studenti di famosi corsi universitari di scrittura.

 

21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Tutti hanno il diritto di provare, ma purtroppo ci sono molti che su questo diritto lucrano, quindi è una questione delicata.

 Stai suggerendo l'idea che coloro che frequentano scuole di scrittura a pagamento sono dei fessi immacolati che danno retta a dei truffatori?  

 

21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Le scuole di scrittura (e questo sì è un pregiudizio) secondo me rischiano di appiattire e uniformare lo stile, come dice anche @sefora

Sì, questo è davvero un pregiudizio radicato (credo non tanto imputabile agli insegnati delle varie scuole di scrittura quanto a una schiera di traduttori e a direttive/parametri editoriali dal linguaggio e dal pensiero standardizzato...per risparmiare denaro!

 

21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Per fare un esempio, proprio ieri qualcuno mi ha detto che nel mio secondo romanzo lo stile sembra più sicuro. L'ho scritto dopo? No, è solo stato editato in modo meno invasivo e più intelligente del primo, quindi paradossalmente risulta più coerente, sicuro e scorrevole

Il compito di un editor sensibile (o di una bravo insegnate di scuola di scrittura) sta, tra gli altri compiti, nel far riflettere l'Autore sui pregi e i limiti del suo stile prima ancora di correggere una sola parola.  Però, permettimi di dire che spesso gli Autori definiscono "stile" un quid ancora tutto da strutturare e arricchire. Da formare. Su cui riflettere a mente aperta (ammesso che sia possibile trovare l'Autore che mi dica "Aiutami a capire" e disposto a prendere sul serio la cura del proprio linguaggio narrativo - e non il predominio del proprio preconcetto... alla base di tante pere dal pensiero conformista). 

 

 

 

Un carissimo saluto.           

Modificato da Renato Bruno

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21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Questo significa che dovrei mandare a quel paese gli editor perché non ho bisogno di nessuno? No, anzi, se conoscessi un editor di cui fidarmi sarei disposta a fare sacrifici pur di fargli visionare i miei romanzi. Ma purtroppo vale per editor, insegnanti ed editori quel che vale per gli autori: avere una laurea non vuol dire necessariamente essere più bravi

Predisponiti al dialogo. Chi cerca trova. Ma anche in questo caso, sgombra il campo dalle dicerie e fatti una tua opinione su me, su x, su y, su z.  

Conoscersi e revisionare sono azioni di reciprocità, di fiducia, di amicizia. Prenditi tempo, mettimi alla prova e mettiti alla prova. Ci vuole tempo per instaurare una proficua collaborazione. Getta tu il primo seme.  

 

 

21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

 

 

Modificato da Renato Bruno

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23 minuti fa, Gabriele Valenza ha scritto:

L'avversione contro le scuole di scrittura, per me, non riguarda il denaro preso agli iscritti, che sono liberi di spendere per la propria formazione, se credono che la scuola di scrittura possa aiutarli o accelerare il processo di un loro miglioramento. Il problema delle scuole di scrittura sorge, eventualmente, se queste si trasformano in delle lobby favorendo autori usciti dalle stesse solo per aumentare il prestigio di una o l'altra scuola a discapito, evidentemente, di chi riesce ad allenare il proprio (eventuale) talento in altri modi.

Sono pienamente d’accordo. Ciò che dici avviene spesso, troppo spesso per pensare che si tratti di semplici coincidenze. Qualcuno obietterà che chi frequenta una scuola di scrittura scriverà meglio di chi non la frequenta, ed è solo questo il motivo per cui emerge più degli altri. Io però non credo sia così. Ho letto romanzi di autori esordienti che si sono piazzati in competizioni piuttosto note, e che avevano frequentato scuole di scrittura altrettanto note, e si sono rivelati assai deludenti. E non lo penso soltanto io - il mio giudizio può anche valere poco o nulla - ma emerge anche dalle recensioni che sono presenti (o a volte mancano, perché alcuni di essi vendono poco o niente, e finiscono col non avere recensioni) sul web.

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21 ore fa, TuSìCheVale ha scritto:

Perciò, bisogna diffidare da chi chiede solo soldi, senza poi nessun interesse per i risultati che si andranno a conseguire, in questo modo, decadono ogni "responsabilità" e non si ha modo di testare il vero valore del lavoro svolto

Far aggiustare da un meccanico la propria auto difettosa  non ha nulla a che fare con la partecipazione alla gara di Formula 1. O no? E nemmeno nel caso in cui il meccanico appartenesse alla scuderia campione del mondo. Non conosco nessun meccanico che possa garantire successo alla mia macchina una volta registrato la carburazione. Mai conosciuto un Autore, esordiente o meno, che sia arrivato a me con la premessa/pretesa di collaborare insieme per arrivare primi a IoScrittore. I libri pubblicati grazie alla mia collaborazione sono nati e si sono sviluppati, revisione dopo revisione, come inediti bisognosi di cure per stare in piedi, per reggersi da soli, per presentarsi in pubblico nella miglior veste possibile, dati lo stile e il contenuto iniziale, potenzialmente gradevoli per e alla lettura. E non alla lettura del direttore x o della direttrice editoriale y: alla Lettura e basta. Nessun editor privato corregge in funzione di pubblicare con questo  quell'altro editore.. ma per confermare ed esaltare le potenzialità commerciali ed etiche già esistenti nella prima stesura. Potenzialità, non contratti già stipulati. In bella copia, non già in tipografia. Ma persino l'editor interno alla casa editrice non correggerebbe in vista di una eventuale percentuale sulle vendite... Tra Autore ed Editor, la parte  economica della collaborazione si instaura e termina opera per opera. Di opera in opera, in base a un accordo di proficua collaborazione sottoscritto dalle parti e onorato di volta in volta. La SIAE l'Auditorium la paga in base ai biglietti venduti, non la sottrae dal compenso per gli orchestrali! Mi pare.          

 

21 ore fa, TuSìCheVale ha scritto:

Restando sempre nel campo dell'editing, un editor freelance dovrebbe rifiutare un romanzo che non ha nessuna speranza di pubblicazione, perché altrimenti ingannerebbe l'autore, diversamente, l'unico modo per stabilire un giusto compenso (così come farebbe un editore con l'autore), come già scritto, potrebbe essere quello derivante dalle successive vendite. Se verrà venduta una sola copia, vorrà dire che il lavoro svolto da tutti i componenti dalla squadra, non ha tutto questo valore sul mercato

Idem, in genere gli autori non si presentano da un editor privato con in tasca la sicurezza di essere pubblicati dall'editore x. E quando questo avviene è segno che lo scrittore ha già in tasca un contratto di pubblicazione e che quindi il compenso concordato con l'editor l'autore lo caccia di tasca sua.   

La mia automobile è ormai un pezzo d'antiquariato, eppure non ho mai sentito il mio meccanico dire che farei meglio a sfasciacarrozzarla...Mi dice che fino a quando troverà i pezzi di ricambio ci potrò camminare.... All'Autore che scrive male non dico mai di darsi all'ippica...gli chiedo piuttosto se vuole intraprendere con me un percorso di maturazione e di maggior consapevolezza della/sulla sua scrittura. De resto io stesso non pago i certificati del mio medico privato con le medaglie d'oro che potrei vincere nella Stracittadina...

 

Però, ridurre tutto a ciò che secondo noi gli altri dovrebbero o non dovrebbero fare è avvilente. Nessuno la pensa come noi e anche quelli che formalmente concordano con noi si limitano poi ad esprimere una concordanza puramente verbale... perché la vita si diverte un mondo a punirci per come noi vorremmo il mondo: a base di percentuali,  lavorando in equipe, redistribuendo equamente gli introiti... e questo in un mondo dove quotidianamente gli scrittori cambiano casa editrice nella speranza di ricevere quanto pattuito per contratto con l'editore.   

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22 ore fa, cheguevara ha scritto:

Sicuramente, però, ce n'è di editor seri, capaci di rifiutare una ciofeca di autore illeggibile, ma altrettanto sicuramente sono una minoranza, perché i soldi piacciono a tutti, specialmente quando sono facili da incassare

Esempio? Quale ciofeca di autore illeggibile è stata pubblicata dopo la collaborazione professionale di un editor?

Ti contraddici: una ciofeca non fa incassare facilmente perché richiede settimane o mesi per essere sistemata e per darle una forma commercialmente accettabile. E poi chi scrive ciofeche è generalmente povero e i poveri, sia di parole che di tasca, sono quelli che dopo la soddisfazione economica danno all'editor quella riconoscenza sincera che mai alberga in chi si fregia di prosopopea a buon mercato. 

 

 

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1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Oppure frequentando corsi di scrittura. È una scelta. In nessun caso costituisce un demerito essere andato a lezione da...

Non è un demerito, ma non è neanche un pregio, né un obbligo. Può essere utile oppure no, dipende dal corso e dall'insegnante

1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Potrei sbagliarmi, ma in ambito anglo-americano alcuni (o molti?) scrittori di besteseller  sono insegnanti o studenti di famosi corsi universitari di scrittura.

Che i bravi autori spesso insegnino non mi sorprende (campare coi diritti è difficile:lol:). Il fatto che molti grandi scrittori abbiano frequentato corsi però non implica che siano stati proprio quei corsi a farne dei grandi scrittori. Forse avevano già il talento e anche la disponibilità economica, e magari in quel corso hanno conosciuto qualcuno che ha notato il loro talento e li ha sostenuti (questo sì, sarebbe un motivo valido per frequentarli). Se domani scoprissi che un autore che stimo o un talent-scout viene a tenere un corso nella mia città, potendo ci andrei, anche solo per curiosità.

1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Stai suggerendo l'idea che coloro che frequentano scuole di scrittura a pagamento sono dei fessi immacolati che danno retta a dei truffatori?  

Non mi pare di avere mai detto niente del genere:grat:È indubbio che uno scrittore alle prime armi avrebbe bisogno di aiuto e consigli. Può darli anche una scuola, se sono cose che non conosciamo, ma con un po' di pazienza e impegno si possono imparare altrove. Che poi anche chi organizza i corsi badi al proprio introito è indubbio e normale. Se quel corso è davvero utile è un guadagno per entrambi, altrimenti no. Ma è difficile saperlo prima. C'è un'autrice qui del WD che in un corso è stata notata da qualcuno con buoni agganci, e ha esordito con una big. Lei però è di Milano, e lì è più facile. Se nasci in una città culturalmente desolata come Trento (e molte altre in Italia) ti devi arrabbattare con quel che c'è. Ci sono di certo posti peggiori in cui nascere (e ho un'ammirazione immensa per persone che vivono in regimi repressivi e riescono comunque a emergere). Però qui sono nata e qui vorrei diventare scrittrice, al di là delle risorse disponibili in loco e degli agganci.

1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Il compito di un editor sensibile (o di una bravo insegnate di scuola di scrittura) sta, tra gli altri compiti, nel far riflettere l'Autore sui pregi e i limiti del suo stile prima ancora di correggere una sola parola.  Però, permettimi di dire che spesso gli Autori definiscono "stile" un quid ancora tutto da strutturare e arricchire. Da formare. Su cui riflettere a mente aperta (ammesso che sia possibile trovare l'Autore che mi dica "Aiutami a capire" e disposto a prendere sul serio la cura del proprio linguaggio narrativo - e non il predominio del proprio preconcetto... alla base di tante pere dal pensiero conformista). 

 

Può darsi che io sia stata sfortunata, ma ti assicuro che dopo aver saputo che avrei avuto un editing professionale gratis ero al settimo cielo più per questo che per la pubblicazione, e ansiosa di imparare tutto il possibile. Ci sono quindi rimasta male quando ho avuto la netta sensazione che il romanzo stesse peggiorando e non migliorando, e su alcuni cambiamenti ho dovuto impuntarmi. Un editor che sia davvero appassionato del suo lavoro (non una stagista impegnata in altri quattro libri come è successo a me) e che mi facesse capire come migliorare ciò che scrivo sarebbe un sogno. Io non credo di avere preconcetti (sono talmente insicura di tutto di ciò che faccio, che qualunque suggerimento diventa un'ossessione), e l'editing mi ha fatto notare cose che da sola non avrei visto: ripetizioni, uso eccessivo dei pronomi. Detto ciò, le frasi cambiate o tagliate a casaccio non hanno reso lo stile più scorrevole. L'impressione che ho avuto (ne ho parlato in una discussione apposita) è che l'aspirante editor avesse una lista di cose da controllare, quindi: tagliare le ripetizioni (non importa se con la sostituzione la frase diventava assurda, purché si evitasse come la peste la stessa parola); tagliare i troppi pronomi (che si capisca o no chi parla è secondario) tagliare le frasi a effetto (meglio una frase più elementare e comprensibile anche alle nostre lettrici analfabete). Alle mie rimostranze sulla sinossi ingannevole, mi è stato risposto che tanto il lettore a quel punto ha già comprato il libro, e lì mi sono cadute le braccia... Lo so, un'unica esperienza non fa testo, ma permettimi di essere almeno diffidente.

Sinceramente non sono nemmeno sicura di avere uno stile mio da difendere a spada tratta. Ascolto volentieri i consigli, se sono dati in modo spassionato, e due occhi in più a guardare il testo sarebbero necessari, ma o si è tanto fortunati da avere un amico editor/scrittore oppure bisogna arrangiarsi.

1 ora fa, Renato Bruno ha scritto:

Chi cerca trova. Ma anche in questo caso, sgombra il campo dalle dicerie e fatti una tua opinione su me, su x, su y, su z.  

Io una mia opinione me la sto facendo, un po' alla volta, ma per ora le delusioni superano i motivi di speranza. Quella dell'aspirante scrittore non è una strada facile, quindi è bene informarsi, imparare il più possibile, ma anche essere diffidenti quando serve. Ognuno fa la sua strada come vuole, ma l'esperienza altrui è utile per evitare le trappole peggiori senza doverci finire dentro, quindi è sempre meglio ascoltarla

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Cioè, purché passi qualche tempo, possiamo sostenere tutto e il contrario di tutto. Sofismo dilazionato.

26 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Esempio? Quale ciofeca di autore illeggibile è stata pubblicata dopo la collaborazione professionale di un editor?

Ti contraddici: una ciofeca non fa incassare facilmente perché richiede settimane o mesi per essere sistemata e per darle una forma commercialmente accettabile. E poi chi scrive ciofeche è generalmente povero e i poveri, sia di parole che di tasca, sono quelli che dopo la soddisfazione economica danno all'editor quella riconoscenza sincera che mai alberga in chi si fregia di prosopopea a buon mercato. 

 

 

Non sono in grado di fare esempi. E' grave? Ma dovresti spiegarmi il meccanismo mentale in base al quale chi scrive ciofeche è generalmente povero, oltre che di tasca, di parole.

Sei proprio sicuro che io mi fregi di prosopopea a buon mercato, o ti riferisci ad altri?

Ciao Renato, non mi dilungo oltre.  

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2 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Spero che tu non ti riferisca alla mia prima e pubblica presa di posizione pro-scuole di scrittura, perché qui e solo ieri (23 agosto 2020) io ho spezzato lance per queste scuole che fino a pochi mesi -e da ignorante- fa mi hanno fatto storcere naso e bocca. Segno che non è mai troppo tardi per cambiare idea e riflettere sulle granitiche idee di ieri (che il sole nuovo dell'Avvenire sbriciola se non siamo rocce, cioè pietre).   

Nel precedente messaggio il PC non mi ha preso il multiquote. La prima riga era riferita a questo post. 

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23 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

La mia risposta al punto uno, che esclude i restanti punti, è: chi ha detto che per imparare io debba frequentare una scuola di scrittura creativa?

 

Nessuno! Non si va a scuola per imparare ad andare in bicicletta o sullo skateboard. In ogni caso si impara. Sospetto, ma potrei sbagliarmi, che la scuola di scrittura nasca come una sorte di interfaccia tra gli aspiranti scrittori e le sedicenti CE: ma questa è riflessione di chi vuole a tutti i costi pensar male. Quando gli aspiranti sono diventati  milioni (e le CE sono rimaste migliaia) e quando la scrittura e la narrativa si sono fatte fenomeno popolare sono nate "certe figure" di connessione tra chi scrive e chi legge: certe agenzie si servizi editoriali, certe agenzie letterarie, certi scout, certe editrici a pagamento, certe autopubblicazioni, certi premi, etc. Anche certi editor, of course!

In fondo, la scuola di scrittura è tipico prodotto dell'intrattenimento e del divertimento nella società di massa. E ci disturba in parte perché cozza con la nostra purezza culturale, con il nostro concetto di gratis, con la nostra illusione dell'arte per tutti. Nascono le scuole di scrittura anche per sopperire (pia illusione!) alle lacune e deficienze di una scuola dell'obbligo sempre più carente dal punto di vista della lettura e dell'interpretazione dei testi. Nascono queste scuole per spettacolarizzare. Per ridare prestigio alla scrittura in un mondo dove la stessa scrittura si sta massmediatizzando. Nascono nella speranza di imbattersi nel genio. Nascono per speculare. Nascono per rispondere a dei bisogni. Insegnano a leggere e a scrivere, ma più a leggere che a scrivere. Non sono le uniche. Nascono nel cuore di una società in piena decadenza culturale. Funzionano se ci credi.  E insegnano a fondo se sono gestite da prof e scrittori carismatici. Hanno il vantaggio di eliminare tutti gli aspetti umani e personali e negativi e insopportabili che più o meno tutti gli scrittori di talento (e non solo) si portano appresso e dentro. Funzionano ma ancora qui da noi non sono scrittorifici, per ora. Forse. Aiutano, anche quando sfornano autori da tre parole punto, tre parole punto. Andare a scuola e pagare per andarci fa sempre bene. Ma sulla loro serietà è sempre meglio chiedere e informarsi prima di iscriversi. Producono talenti narrativi o aiutano a partorirli? Troppo presto per dirlo. Aspettiamo.               

 

23 ore fa, Andrea D'Angelo ha scritto:

chi è così presuntuoso da credere di poter insegnare creatività a un altro essere umano?

Ma da quale fonte tu attingi che nelle scuole di scrittura si sparga creatività? Nel mio gruppo di scrittura terapeutica non si sparge sanità o salute!  Si dialogo, si legge e si scrive e si legge ad alta voce. Si piange anche. 

 

20 ore fa, Ilaris ha scritto:

 Questa, ripeto, è la mia esperienza personale.  La riporto come contributo alla discussione, ove dovesse interessare. :)

Spero che arrivino altre testimonianze. Personalmente non frequenterei corsi di lettura o di scrittura dentro la mia biblioteca comunale con "docenti" a rimborso spese. No! Imparare a leggere vuol dire rendersi subito conto (salvo errori e omissioni di valutazione) dal volantino di presentazione che corso ci aspetta e per quali finalità.    

 

19 ore fa, Lizina ha scritto:

Per scrivere bene bisogna scrivere tanto e leggere ancora di più. Però, e questo è stato lo scopo, mi hanno fatto riflettere: sulla trama, l'intreccio, i personaggi, i dialoghi. I due corsi e l'editing mi hanno portato a pensare ad aspetti su cui mi non mi ero mai soffermata abbastanza o non mi ero soffermata affatto. La mia scrittura ne è uscita migliorata.

Carissima, a me gli autori dicono spesso"Ma a me questo nessuno l'ha mai detto!" E io casco dalle nuvole. Anzi, cadevo. Adesso l'esperienza mi insegna di ripassare sempre l'ABC prima di comunicare che non sarebbe nell'indole del personaggio x  esclamare "Oh, perbacco!"  E non immagini con quanta cautela a volte bisogna porgere l'ovvio. Grazie per il tuo contributo. C'è sempre da imparare. Ci miglioriamo giorno dopo giorno. 

 

 

5 ore fa, Emanuele72 ha scritto:

4) come tutti i talenti, anche la scrittura va allenata e non escludo che possa essere raffinata: in questo le scuole serie possono aiutare. Come ho premesso, non do alcun giudizio perché non sarebbe serio. Dico solo che ho conosciuto in questi mesi uno scrittore che ha al suo attivo diverse pubblicazioni di romanzi e altre in procinto di uscire... Scambiando opinioni con lui ho scoperto che si è molto impegnato con scuole e corsi per affinarsi e devo ammettere che scrive molto bene. Non so, però, qual era la sua base di partenza: secondo me era alta;

Grazie @Emanuele72. Desiderio e determinazione sono alla base dell'apprendimento. A tutte le età. Ti confesso che io stesso prendo in mano l'ultimo manuale di scrittura creativa come fosse il primo, desideroso di scoprire ciò che ancor non conosco (e vasta, vastissima è la mia ignoranza).

 

2 ore fa, Gabriele Valenza ha scritto:

3) Perché esistono le scuole di scrittura?

 

Ho risposto sopra, almeno in parte. Alcune ragioni sono generali e stanno alla base di ogni scuola, di apicoltura come di tango (interesse, vanità, denaro, successo, un mezzo per vincere la timidezza...).

Negli ultimi decenni si è profondamente modificato/alterato il rapporto Autore/Editore/Lettore. Sono nate molte figure intermedie, utili o parassitarie. Esistono le scuole perché esistono gli insegnanti e gli studenti. Perché aneliamo alla condivisione del sapere. Condividiamo spazi, informazioni, consigli, letture, scritture. Poesie. Sguardi. Perché ci piace credere. Leggere, parlare, dialogare, conoscere altre persone con passioni simili alle nostre. E poi, c'è tutto il resto. Cioè, dietro ogni nostra scelta ponderata si muovono cento spiritelli avversi, di nascosto o alla luce del sole. Facciamo esperienza per dominarli , finiamo per esserne dominati.  Ci importa? Mettiamo tutto nel sacco, prima o poi a qualcosa ci servirà.. anche la scuola di scrittura. Garantito. 

Modificato da Renato Bruno

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19 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Ma da quale fonte tu attingi che nelle scuole di scrittura si sparga creatività?

 

Renato, e allora perché non dire "scuola di scrittura"? Perché quel "creativa"? Eppoi, sia chiaro, io stesso ho detto che era una sciocchezza… Era un modo come un altro per dire che io, con le "scuole di scrittura creativa", proprio non vado d'accordo a partire dal loro nome. È più chiaro così? Non appigliamoci a un nonnulla, suvvia.

A ogni modo se proprio vuoi prendermi in giro, fallo bene: "terapeutico" non è "sanitario", semmai "curativo". Sì? Quel gruppo ha pretese di migliorare il benestare delle persone attraverso la scrittura? Se no, anche voi, ma perché diamine lo chiamate terapeutico? Vi piace usare i termini a caso? Se invece sì, e credete nel potere curativo della scrittura (guarda un po', io ci credo: mi ha salvato!), allora spiegami seriamente quel "creativa", perché la risposta che m'hai appena dato oltreché facile ironia, mi pare fallace.

 

20 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

come una sorte di interfaccia tra gli aspiranti scrittori e le sedicenti CE

 

Capisco perché mi facciano questo effetto, dunque. Si scherza…

 

A ogni modo, è possibile che sia come dici tu. La mia esperienza mi dice una cosa chiarissima: frequenterei mille "corsi di narrazione" senz'alcun problema, anche a pagamento (avendo denaro a disposizione) se il maestro fosse uno scrittore che da lettore conosco e stimo. Non soltanto sono pronto a imparare, ancora mi eccito all'idea d'incontrare qualche scrittore che ammiro. E non dev'essere di fama mondiale: basta che mi piaccia! Mentre, sarà un mio limite, di Tizio e Caio che non hanno fatto praticamente nulla, non me ne frega un bel niente; magari gliela spiego io, la narrazione. E se Tizio e Caio lavorano presso una CE da anni, fa lo stesso. Essere un editor non è essere uno scrittore. E viceversa.

 

Eppoi, ed è questo il punto che più ci separa, Bruno, è una menzogna – o una bonaria illusione – che "comunque si impara". Non è così. Non ho usato il termine "nocivo" a caso. Ho ascoltato personalmente classi di corsi di scrittura che anziché insegnare, dettavano precetti erronei. E se non erano erronei, erano rigidissimi, privi dell'elasticità mentale e dell'ampiezza di vedute che la creatività stessa richiede. E non starò qui a fare né esempi, né elenchi, perché uno non mi piace parlar male di altre persone, due non ne ho né il tempo né la voglia. Ho assistito di persona non molto, perché mi hanno fatto capire presto l'antifona, ma ho parecchi contatti e i racconti che mi sono giunti negli anni sono tra le cose più spassose che abbia mai sentito. Gli esempi si sprecano: se insegnare "scrittura creativa" significa inscatolare, incartare, catalogare, etichettare, portare esempi discutibili quasi che fossero il non plus ultra, tacciare di pessima scrittura quello che non piace, inalberarsi quando qualcuno osa dubitare dell'insegnamento appena proposto e via dicendo finché non mi cadono i cosiddetti al suolo e rotolano fino alla fine della sala… se quello è insegnare, allora corriamo in massa da Tizio e Caio e Sempronio che ci spiegheranno la scienza della "scrittura creativa"! Ce n'è a bizzeffe di maestri che non hanno scritto un romanzo uno degno di questo nome, ma che sanno tutto di "tecniche di scrittura" (chissà se sanno che la pratica vale più della grammatica?). Ognuno è libero di scegliere di che morte morire.

 

La tirata qui sopra va sottoposta a quanto scritto in un intervento precedente: so perfettamente che non posso generalizzare. Ci sarà sicuramente una percentuale di "corsi di scrittura creativa" ben fatti – tralasciando il nome. :)

 

La verità è che se mi si dice di ascoltare Neil Gaiman nel suo Masterclass per 198€, e posso permettermelo, lo faccio immediatamente. Se mi dici che il grande editor della notoria CE italiana ne dà uno gratis, non vado; e non vado nemmeno a quello di Tizio Rossi di cui non ho mai sentito minimamente parlare, se permetti. Di più, consiglierei agli aspiranti scrittori di seguire il mio esempio, di risparmiare soldi e tempo e spenderli per acquistare tanti bei libri da leggere e rileggere, finché la "scrittura creativa" non si trasforma in musica e comincia a circolargli nelle vene. Fino a quando, cioè, quanto leggono comincia a emergere in quanto scrivono.

Sai cos'è? Lo posso creare io un "corso di scrittura creativa" dopo 30 anni che scrivo romanzi. Eppure, dopo essermi dileguato per una decina d'anni, sono tornato a riaffacciarmi (anche se dalla Spagna) e la prima cosa che ho deciso di fare è stato di condividere la mia passione per la "narrazione" a chiunque abbia la voglia di discuterne, attraverso il mio sito web, senza chiedere mezzo centesimo, perché sono dell'idea che la conoscenza si dà senza chiedere nulla a cambio. Credo che io e l'aspirante scrittore privo d'esperienza siamo alla pari. Nessuno può dire che io sia migliore, soltanto perché ho scritto di più. Cosa significa? Non lo capisco. Non so perché, forse mi manca autostima, forse sono una bizzarra specie d'arrogante e presuntuoso, non riesco a credere di poter insegnare alcunché, nonostante abbia parecchie risposte da dare – e uso dilungarmi sin troppo, ahimè.

C'è qualcuno che può arrogarsi il diritto di dire che la propria risposta sia quella giusta? Narrare non è declinare il congiuntivo del verbo "discettare", né sapere che quel paragrafo che hai appena scritto, meraviglioso, qualcuno lo chiamerebbe "perfetto esempio di show, don't tell". Narrare è dialogare. È costruire un ponte tra te e il lettore, per incontrarsi a metà strada e darsi la mano.

 

Cosa vuoi insegnare agli aspiranti scrittori, più di quanto insegnino una grammatica, una sintassi e centinaia di ponti già pronti da attraversare?

 

Nulla di personale, ma non sono d'accordo. Tutto qui. Ti ringrazio per il tempo che hai dedicato nel rispondermi.

Apprezzo molto il dialogo, dopo anni di silenzio.

 

Buona scrittura a tutti, qualsiasi sia la vostra opinione!

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