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Renato Bruno

Quali le caratteristiche di un'opera letteraria per essere pubblicata?

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Il 30/7/2020 alle 12:01, Renato Bruno ha scritto:

Di che cosa ha bisogno un editore, per pubblicare un’opera letteraria? In dieci punti

By Giulio Mozzi in Teoria e pratica, 30 luglio 2020.

Scusate, ma perché proprio in dieci punti?

Non ho niente contro Giulio Mozzi, anzi. Ma detesto i dieci punti tondi tondi. Una volta mi fuggì il cane, un birbo di Siberian Husky che si infilò nel pollaio di un tizio altrettanto birbo. Diedi scarico all'assicurazione, e me la cavai con una piccola franchigia. A causa della feroce razzia del cucciolone di sei mesi, il birbo bipede dichiarò la prematura dipartita di cento polli (non novantanove o centouno!),  ma finì per l'accordarsi con  il perito per sole cinquanta vittime, l'esatta metà di quelle denunciate.

Il decalogo perfetto di Mozzi mi ha ricordato i cento polli. Ma io sono una malalingua...

 

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Tutto molto giusto, caro @Renato Bruno .

Ma volevo sottolineare anche che taluni processi che ci porteranno a diventare lettori entusiasti avvengono a livello inconscio, neurologico, tramite la sollecitazione di aree del cervello che altrimenti rimangono inattive. Nel caso specifico dell'ascolto di fiabe o di altre storie quando ancora non si è in grado di leggere, i risultati si vedono a distanza di anni.

Ovviamente, non è l'unico modo, e sicuramente non tutti i pargoli che hanno avuto questa fortuna diventeranno grandi lettori. Ma, a quanto mi risulta, tra tutte le possibili varianti analizzate, questa è quella che ha la massima correlazione positiva con la passione per la lettura.

 

P.S. Nemmeno per me è stato così. Ho avuto la fortuna di scoprire Emilio Salgari prestissimo. Però casa mia era piena di libri e mio padre leggeva tre quotidiani al giorno. Quindi è probabile che il secondo punto di maggior effetto (crescere circondati dai libri) mi abbia aiutato.

 

* Alla fine del post precedente, sostituire è secondaria con sono secondarie;)

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17 ore fa, Gabriele Valenza ha scritto:

Il problema vero dell'editoria sono i pochi lettori, più che i molti scrittori o pseudo tali. Io, se fossi un politico o un direttore di emittente televisiva, o anche uno scrittore famoso, cercherei di concentrarmi su questo fattore, cioè cercare di promuovere la lettura, eliminando innanzitutto l'accostamento, ahimè in parte dannoso, libri = cultura = intellettuali, propinato in tutte le salse, in modo quasi snob, ogni volta che sento parlare di libri in TV o ogni volta che ne parla uno scrittore noto, magari dopo aver vinto un premio

 

Capisco cosa vuoi dire e sostanzialmente sono d'accordo con te. Quell'"in parte" è il punto della questione perché a me mi preoccupa anche l'altra parte: l'anti-intellettualismo. Un annetto fa, su un gruppo Facebook, una persona (avvocato penalista e costituzionalista) decise di insultami. Io mi aspettavo che se ne uscisse con un "biiiiip" o un "biiiiip" o con qualche "testa di biiiip", mentre mi apostrofò con un severo "intellettuale". Poi aggiunse anche "di sinistra giustizialista", ma va be'… Ormai "intellettuale" è diventato un insulto, una parolaccia. Oggi vedo in TV che anche filosofi, teologi, storici, professori, letterati ecc… che cominciano con "io non sono un intellettuale, ma penso che…", quasi scusandosi. Eh no!

Oggi ci sono politici senza scrupoli che esaltano l'ignoranza e dicono frasi come "noi a 14 ce ne andiamo a laurà in fabbrica, mica perdiamo tempo a leggere e studiare" (l'ho addolcita un po'). E la gente – e qui sta il punto – si sbraccia e applaude.

Credo che questa cosa si chiami "analfabetismo funzionale".

Temo che, finché ci saranno politici di quel tipo, la cultura italiana andrà sempre peggio, perché in fondo è un problema culturale. Forse l'anti-intellettualismo e l'analfabetismo funzionale incidono gravemente sul fatto che in Italia si legge poco.

I politici, specie quelli più popolari, invece di esaltare l'ignoranza (a volte con frasi come quella che dicevo), dovrebbero spingere i cittadini a leggere e studiare. Dovrebbero: ma se lo fanno poi i cittadini smascherano le bufale elettoralistiche che propinano, e quindi non lo faranno mai: non si prendono voti, così.

Questo problema, culturale, non è da trascurare.

 

 

 

12 ore fa, L'antipatico ha scritto:

Genitori che leggono ai propri figli in età prescolare, tipicamente prima di spegnere la luce al momento della buonanotte (vanno bene anche i nonni, suppongo). Quei bambini fortunati, con ogni probabilità, un giorno diventeranno lettori forti. A ruota, in seconda battuta, crescere circondati dai libri. Credo esistano diversi studi che lo confermano

 

Anche senza studi che lo confermano, è così. Per me, almeno, è stato così. I primi libri che ho letto sono stati quelli che trovavo a casa. Addirittura i miei genitori nella mia cameretta da bambino avevano piazzato una libreria piena zappa di libri veri e io piano piano ne ho letti molti. Uno dei primi che ho letto è stato Famiglia, di Pa Chin (un mattone cinese che oggi non leggerei nemmeno sotto tortura). Poi ho letto quello accanto: Viva Babymooon, di Gian Luigi Piccioli. Accanto c'era un'opera mastodontica: Il capitale, di Karl Marx. Così io a dodici anni stavo in casa rapito da Marx.

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Concordo con te sul ruolo dei politici. Senza entrare nel merito delle convinzioni personali, riporto una dichiarazione di Salvini "Andiamo in giro con la mascherina, stiamo a distanza, ci salutiamo col gomito e nel frattempo sbarcano migliaia di balordi che vanno in giro per l’Italia senza nessuna distanza e precauzione”.

Ora, se un politico con un seguito enorme come lui si esprime in modo tanto violento, eliminando la parola migranti e utilizzando balordi, senza che nessuno o quasi si scandalizzi, abbiamo un evidente problema culturale. 

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3 ore fa, dyskolos ha scritto:

Temo che, finché ci saranno politici di quel tipo, la cultura italiana andrà sempre peggio, perché in fondo è un problema culturale. Forse l'anti-intellettualismo e l'analfabetismo funzionale incidono gravemente sul fatto che in Italia si legge poco.

I politici, specie quelli più popolari, invece di esaltare l'ignoranza (a volte con frasi come quella che dicevo), dovrebbero spingere i cittadini a leggere e studiare. Dovrebbero: ma se lo fanno poi i cittadini smascherano le bufale elettoralistiche che propinano, e quindi non lo faranno mai: non si prendono voti, così.

Questo problema, culturale, non è da trascurare.

 

2 ore fa, Gabriele Valenza ha scritto:

Concordo con te sul ruolo dei politici. Senza entrare nel merito delle convinzioni personali, riporto una dichiarazione di Salvini "Andiamo in giro con la mascherina, stiamo a distanza, ci salutiamo col gomito e nel frattempo sbarcano migliaia di balordi che vanno in giro per l’Italia senza nessuna distanza e precauzione”.

Ora, se un politico con un seguito enorme come lui si esprime in modo tanto violento, eliminando la parola migranti e utilizzando balordi, senza che nessuno o quasi si scandalizzi, abbiamo un evidente problema culturale. 

Concordo con entrambi, metterei cuori azzurri, ma per oggi ho esaurito il plafond. Due parole sugli intellettuali: purtroppo credo che la supponenza di alcuni di essi sfoggiata nei talk show televisivi abbia danneggiato l'immagine della categoria, i cui componenti finiscono per apparire come gente che ritiene di sapere tutto, mentre gli altri non sanno un c***o. Se la parola "intellettuale" deriva da "intelletto", l'interpretazione del termine suggerirebbe di privilegiare l'aspetto dell'intelligenza. E' poi vero che l'intelligenza, accoppiata alla conoscenza, rende molto di più che se accoppiata all'ignoranza. Per tornare a certi politici  all'amatriciana, spesso si tratta di ignoranza accoppiata non a intelligenza, ma a un tipo di furbizia a breve termine, che finirà prima o poi per distruggerli. Meglio prima che poi.

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@Gabriele Valenza Senza voler dare inizio a una disputa politica, che sarebbe fortemente OT, trovo che un grosso problema culturale l'abbiano anche tutte le vittime del "volontarismo sentimentalistico" (copyright mio, per quanto ne so) tanto in voga oggi, che si traduce nel semplicistico e irragionevole: abbiamo il dovere di accogliere tutti, qualunque sia la loro provenienza e qualunque sia il loro numero. Senza mai proporre una soluzione razionale, concreta e sostenibile a un problema che, gestito come viene gestito oggi, porterà a sempre più violenza, da una parte e dall'altra. Per me uno slogan vale l'altro, chiunque lo pronunci, e non mi fregano con la narrazione dei "buoni" contro i "cattivi". Vorrei tanto sentire qualche frase intelligente e allo stesso tempo coraggiosa da parte di chi pretende di prendere decisioni per tutti, cioè da parte dei governanti (non solo italiani, ma di tutta Europa, visto che siamo tutti sulla stessa barca).

A scanso di equivoci, puntualizzo che Salvini non mi piace (tanto per cominciare, è troppo ignorante per i miei gusti), il salvinismo mi fa orrore (chiamare "Capitano" un leader politico?) e non ho busti di Mussolini in casa. Però ho il difetto di voler pensare con la mia testa. Quello che tanti "intellettuali" hanno cessato di fare da tempo.

Modificato da L'antipatico

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Il problema dei pochi lettori purtroppo è difficile da risolvere, perché è un fatto di cultura. Ci sono paesi dove da sempre si legge molto e altri, come l'Italia, dove leggere tanto è vista come una cosa da intellettuali noiosi e un po' asociali. Sono d'accordo con chi ha detto che parte tutto dall'infanzia, quindi genitori e maestri hanno una grande responsabilità. Io avevo due genitori che non leggevano, mi compravano libri di fiabe ma le leggevo da sola. Però alle elementari ci fecero fare la tessera della biblioteca e ci portavano ogni tanto a prendere libri. Girare in mezzo a tutti quegli scaffali e poter scegliere era sempre un'esperienza magica. Devo dire però che era raro mi piacessero libri letti per obbligo, preferivo quelli scelti da me, spesso giudicati inadatti alla mia età. E qui secondo me c'è uno degli errori che si fanno oggi: dividere i libri in troppe fasce di età e di genere, anziché lasciare che ognuno legga quel che gli pare. Se si esclude la pornografia, non c'è quasi niente nella letteratura che non sia adatto ai bambini.

Se fossi insegnante, non mi limiterei a dare liste di libri da leggere, ma cercherei di spiegare perché quel libro è bello e va letto, magari citandone un passo o un aneddoto sull'autore.. In questo modo non si vede più la lettura come un obbligo, ma come l'opportunità di condividere un mondo che prima ci era precluso. E non darei solo i classici della letteratura, ma anche i romanzi d'avventura di Salgari, o quelli fantasy come Il signore degli anelli. La cosa fondamentale è crescere i bambini con l'idea che leggere è una scoperta potenzialmente infinita, non una cosa noiosa che si fa per scuola e poi basta.

Detto ciò, è innegabile che la qualità di ciò che si pubblica è in discesa. Io bazzico (purtroppo) il mondo dei rosa, dove i lettori non mancano ma la qualità è spesso imbarazzante, e la cura nella pubblicazione nulla. I lettori del genere non vogliono qualcosa di nuovo, ma la stessa storia in salse diverse. Lì vuol dire che non c'è una passione per la lettura, ma per quelle specifiche storie, è una sorta di dipendenza. Il problema è che se una cosa vende gli editori continuano a proporla (perché pubblicare un buon libro che forse venderà poco, quando possiamo pubblicare una schifezza che vende?). Va da sé che le schiere che apprezzano questo genere di libri non hanno mai acquisito alcun amore per la lettura o senso critico, e non importa quanti libri leggeranno, perché non miglioreranno né se stessi né il mercato.

Il problema che si pone ai nuovi autori quindi è: scrivere qualcosa di popolare che venderà, o scrivere ciò che davvero vogliamo scrivere? La risposta non è banale né scontata

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In Italia se parli di libri non solo non sanno cosa risponderti, ma ti guardano pure male. Sono riuscito a trovare un locale dove nel menù c'era Qual'è. L'ho fatto presente per il gusto di cazzeggiare e hanno detto su a me. Dalla cameriera ai miei amici che non sanno neanche scrivere Qual è, e pensavano di aver ragione loro. Detto questo, una volta se ti pubblicavano quelle mille copie le vendevi; ora grazie al digitale siamo diventati tutti figli della stessa miseria.

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Ospite AndC

Non abbiatevene a male, ma io ormai divento sempre più convinto che il libro sia merce, e come tale per essere pubblicato e di conseguenza venduto, deve solo sottostare alle leggi di mercato, matematiche ma anche talvolta imprevedibili.

 

Il messaggio generalizzato degli editori odierni (a livello mondiale) mi pare da anni ormai lo stesso: "se l'opera può vendere, si pubblica; altrimenti no".

 

Guardando al passato, dove cultura e intellettualità erano valori, di fatto erano ugualmente indici di mercato: pubblicare libri "impegnati" era una richiesta di mercato, ossia che si adattava al pubblico di cinquant'anni fa; oggi i lettori di massa sono di norma mercificati e ignoranti, e la seconda caratteristica fa sì che non comprendano nemmeno il significato della prima, ma perché non c'è necessità a livello sociale di volerla comprendere.

Comprendere e capire sono "fuori moda", e il mercato librario ne tiene conto.

Leggere, istruirsi, approfondire... Era il mercato di un tempo così come prima ancora c'era un altro tipo di mercato... ad esempio andavano forte i racconti delle colonizzazioni o degli amori di corte, o i trattati religiosi e via dicendo o i viaggi alla scoperta del mondo...

 

Sì: l'umanità ha creato i suoi capolavori letterari, ma ognuno ha visto luce e fortuna grazie all'ideologia di mercato del momento...

 

Sappiamo tutti che se non tutti più del novanta per cento dei capolavori letterari, proposti per una prima pubblicazione al di fuori dalla loro epoca, farebbero "schifo", ossia verrebbero percepiti come inattuali...

 

Dunque un libro, per essere pubblicato, deve essere "attuale": essere specchio, prodotto e produzione della propria epoca storica. In questo rientra il suo tipo di "qualità", come anche la sua risposta e inserimento nella domanda di mercato.

 

Ci sono poi anche i libri che "anticipano" tendenze o riescono a divenire loro tendenze, ma sempre fioriscono dall'attualità di una necessità di cambiamento.

 

Ovvio: pubblicare non equivale a vendere, ma non vendere è come non aver pubblicato... Dunque per me questo è: per essere pubblicata, oggi come ieri, un'opera deve essere vendibile.

 

Poi, si possono fare tutte le pubblicazioni senza vendita che si desidera, è un mondo "libero", ma sono quelle che creano malcontento, dubbi, depressioni, litigi etc...

 

Comunque non fraintendetemi: la mia è pur sempre una opinione personale...

 

Ciao!

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Se qualcuno chiedesse "Quali le caratteristiche di un film per essere prodotto?", le risposte sarebbero anche più desolate. Visto le schifezze in circolazione, di cui molte hanno pure successo di pubblico.

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9 ore fa, Colored Shadows Prod ha scritto:

Dunque per me questo è: per essere pubblicata, oggi come ieri, un'opera deve essere vendibile.

 

D'accordo al 100%.

Ho visto che ti sei beccato una freccina rossa. Probabilmente l'arciere mascherato che ha scoccato il dardo rubro ha una visione romantica dello scrittore e della scrittura. Credo che quella visione ce l'abbiano in molti, ma in fondo è come dici tu. Lo dice anche Saramago in una famosa intervista reperibile facilmente sul Tubo. Se l'orecchio e la memoria non m'ingannano, lui pronuncia la parola trabalho, tradotta in "mestiere": scrivere è un mestiere, dice. Anzi, aggiunge più o meno "Se lo dico è perché ne sono certo".

Tempo fa sul WD si discuteva se scrivere è un'arte o un mestiere. A un certo punto un utente se ne uscì su per giù con questa frase: "Non vorrete mica dire che uno scrittore è come un piastrellista?! Suvvia!". Io risposi grosso modo: "E invece lo scrittore è proprio un piastrellista, questa similitudine/metafora è azzeccatissima". Perché un piastrellista si può limitare a piazzare piastrelle tutte bianche su una parete oppure può fare un mosaico meraviglioso giocando con colori e forme in modo artistico. Ma in ogni caso lavori duro e devi vendere la tua opera, sia se pigramente vai in bianco sia se crei mosaici fenomenali. Se ai proprietari non piace la tua opera, non lavori più nemmeno se sei un artista sublime del "mosaico piastrellato" e le tue opere sono i migliori mosaici di tutti i tempi. Se non le vendi, hai finito.

 

D'altronde mi chiedo perché una casa editrice dovrebbe pubblicarmi. Mettiamo che io scriva capolavori assoluti (non è per niente così, ma facciamo finta con moooolta fantasia;)), ma questi capolavori, perfetti dal punto di vista tecnico, non piacciano e di conseguenza non vendano, allora io posso pure distendermi sul divano e passare gli anni che mi rimangono nello struggimento pensando alla perfezione dei  miei capolavori e al fatto che nessuno comprende la mia somma perfezione, e magari me la prendo col mondo crudele che non arriva a capire il mio genio letterario, ecc… ecc… Ma la verità è che i miei capolavori non vendono, e le case editrici non sono enti di beneficenza per scrittori incompresi.

Dispiace dirlo, ma stringi stringi è così (e hai ragione da vendere :asd::asd:).

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Le pubblicazione commerciali hanno distrutto ( o stanno per farlo) la bellezza della lingua italiana,  così come la cultura occidentale sta distruggendo del tutto quella orientale ( al momento sto leggendo La mia fine è il mio inizio di Tiziano Terzani e ne sono invaghita).

Vi posto un articolo tutto da leggere sulla scrittura sulla demonizzazione degli avverbi, degli aggettivi e via discorrendo. Mi pare ci azzecchi parecchio in questa discussione, ma nell'incertezza ne ho creata un'altra con lo stesso articolo. Potete eliminare quella che ritenete postata nel posto sbagliato.

Via abbraccio tutti e vi auguro buona estate.

 

 

 

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7 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Avevo dimenticato di postare l'articolo  :facepalm: la solita Pellitteru

 

Ahah, per questa volta ti perdono :tze:

Vado a leggere.

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1 ora fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Le pubblicazione commerciali hanno distrutto ( o stanno per farlo) la bellezza della lingua italiana,  così come la cultura occidentale sta distruggendo del tutto quella orientale ( al momento sto leggendo La mia fine è il mio inizio di Tiziano Terzani e ne sono invaghita).

Vi posto un articolo tutto da leggere sulla scrittura sulla demonizzazione degli avverbi, degli aggettivi e via discorrendo. Mi pare ci azzecchi parecchio in questa discussione, ma nell'incertezza ne ho creata un'altra con lo stesso articolo. Potete eliminare quella che ritenete postata nel posto sbagliato.

Via abbraccio tutti e vi auguro buona estate.

 

Carissima, un grazie di cuore per questa tua piacevolissima segnalazione. 

Ripeto e ripeto e ripeto da anni che la lingua italiana è partitura musicale, che le proposizioni sono fraseggio, che le parole devono combinarsi per generare arpeggio, melodia, musicalità.  Che fondamentale è dentro questo fraseggio variare il più possibile i tempi verbali. Che l'opera narrativa non è altro che un'immensa variazione su tema; una speciale e fluida Goldeberg Variationen verbale, da curare e rifinire, da rifinire e curare nei minimi particolari. Mah, gentilissima amica, puoi ben immaginare quanto nella patria di Lagioia o Mocci (meglio, di Vasco Rossi e  non di De Andrè) l'appello alla lingua ben ricamata di Arnaldo Colasanti, come il mio, cada nel vuoto della lingua comune (e trasandata) del nostro quotidiano pensare.

 

Un cordialissimo saluto.  

Modificato da Renato Bruno

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Ospite AndC
1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Non vorrete mica dire che uno scrittore è come un piastrellista?! Suvvia!". Io risposi grosso modo: "E invece lo scrittore è proprio un piastrellista, questa similitudine/metafora è azzeccatissima"

Sì ricordo la discussione e anch'io ero e sono d'accordo... 

D'altronde il tutto si ricollega appunto alla discussione "scrivere è un mestiere o no?".

 

Può essere entrambi, ci mancherebbe... Si può intendere come hobby o come esigenza personale; ma al momento in cui si vuole "vendere" qualcosa (tanto più tramite un "terzo" soggetto come un editore) a qualcuno diventa mestiere ed è soggetta alle regole del mestiere e del mercato...

Così è come sempre è stato.

 

Per me non è un offesa verso nessuno, ma un dato di fatto... 

 

Esattamente così:

1 ora fa, dyskolos ha scritto:

le case editrici non sono enti di beneficenza per scrittori incompresi.

 

D'altronde applicando il criterio di vendibilità (o almeno presunta tale) è possibile spiegare perché gli editori accettino o meno determinate opere... Applicando altri criteri anche presenti in questo decalogo i conti non tornano sempre... Vedi il primo punto: "avere davanti qualcosa di compiuto, finito e dotato di senso."

Ci sono esempi su esempi di come gli editori decidano di pubblicare opere senza senso o incompiute, a cui poi loro stessi (o il loro team) ne trova uno... o che sottopongono a editing massicci per renderli quel minimo leggibili...

 

 

Tutti gli altri punti di questo decalogo, altro non sono poi che degli approfondimenti particolari del fatto che l'opera deve essere vendibile (lo sarà se l'autore ha già il suo pubblico, se si riesce a crearglielo etc...).

 

Nuovamente: l'idea di commercio/merce oggi non è più quella di cinquant'anni fa, dove per ideologia sembrava qualcosa di sbagliato a prescindere... Oggi si vive l'idea che il commercio/consumo sia cosa bella e giusta; ma al di là di questo l'idea che il commercio possa dare qualità ai prodotti.

 

Giusto o sbagliato che sia, questo è il trend, questa la società di massa in cui viviamo...

 

Oggi un libro per essere pubblicato deve avere:

1) Un titolo e contenuto su argomenti chiave, ricercati e richiesti, ossia capaci di generare vendite.

2) Una bella copertina, accattivante e in linea con quelle che riscontrano più successo.

3) Una massiccia campagna pubblicitaria alle spalle e nel futuro..

4) Aiuta avere già il nome di un autore che può vendere...

 

Fine... Tutto il resto sono dettagli, tutto ciò che non rientra in questo non ha senso di esistere ai giorni d'oggi (parlando di pubblicazioni/vendite).

 

Tempo fa qui sul WD lessi un'altra discussione in cui intervenne una utente che mi pare fu poi bannata... diceva di lavorare per un big CE e spiegava semplicemente come i libri da pubblicare venissero scelti in base agli algoritmi.

 

Editoria, ma anche selfpublishing, oggi è questo: si basa tutto su software di ricerca e algoritmi... In base a questo si pubblica e si vende.

 

Qui sul WD siamo un'isola, che a livello di utenze conta una piccola nicchia, di scrittori/lettori/editori per lo più nostalgici e sognatori e preferiamo impegnarci in principi e ideali che per quanto nobili, rispecchiano assai poco l'enorme oceano editoriale che ci circonda e spesso ci affoga.

 

Magari non ci piace pensare che il nostro libro vende per la copertina o per il titolo, ma se vogliamo ricercare le ragioni per cui non vende o perché non viene pubblicata (per restare in tema) sono queste.

 

Oggi i libri nascono da preventive ricerche di mercato tramite software o scambio massiccio di dati (la privacy è morta, i social imperano)... è tutto più "facile" in questo senso, ma non è nulla di nuovo come principio di azione.

 

In parole povere significa che per creare un libro devi comprarti software di ricerca delle parole più ricercate (ad esempio su Amazon o Google), poi se vuoi non devi neanche scriverlo, ma puoi rivolgerti a schiere di ghost writers (ci sono ormai decine di siti che ti ci mettono in contatto con un click).

Poi bisogna solo pubblicizzarlo...

 

Di questo, che è il mondo editoriale ormai imperante, in questo forum se ne parla poco o niente, poi però una delle domande più diffuse degli scrittori è "perché la mia opera non viene pubblicata?".

 

Questi per me i principali motivi e ragioni, poi ognuno la vivesse e pensasse come meglio crede.

 

Ciò detto, chi mi conosce sa che non sono un fautore né un sostenitore di questa ideologia, anzi il mio impegno ventennale nella scrittura ha sempre navigato in "direzione opposta e contraria", come credo continuerà a fare, solo non chiudo gli occhi di fronte a ciò che ci circonda, me ne sono fatto una ragione, e tiro avanti.

 

Per me la narrativa ha ed avrà sempre altri valori, ma continuando a perseguirli, continuerò a creare opere prive dei requisiti necessari ad essere pubblicate.

 

Ciao a tutti!

 

 

 

 

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13 ore fa, Colored Shadows Prod ha scritto:

Guardando al passato, dove cultura e intellettualità erano valori, di fatto erano ugualmente indici di mercato: pubblicare libri "impegnati" era una richiesta di mercato, ossia che si adattava al pubblico di cinquant'anni fa;

 

Consentimi un educato disaccordo, visto che ho superato i cinquanta e quarantotto anni fa ho iniziato a divorare libri... non di mercato.

 

Il ruolo dell'editore è stato per molte decadi quello dell'agitatore culturale, del proponitore di novità, di quello che colmava gravi lacune nella conoscenza e nel sapere degli italiani. Il mercato, come noi oggi lo intendiamo, sarebbe arrivato dopo, molte decadi a venire. Per assurdo che possa oggi sembrare, il mercato editoriale italiano degli anni Sessanta e Settanta ben rispecchiava una certa idea di Cultura, di Istruzione, di Sapere e di Controsapere. Dubito assai che i lettori di quegli anni chiedessero alla Feltrinelli le poesie di Gregory Corso o Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. L'editore svolgeva la sua funzione di far conoscere, di proporre, di anticipare ciò che poi sarebbe diventato di moda. Basta dare un'occhiata ai titoli della Universale Economica (UE) Feltrinelli di quegli anni che, da Günther Grass agli scrittori latinoamericani,  offriva al pubblico italiano, anzi a quella minoranza di lettori italiani avidi di novità (e non delle edizioni san Paolo), di svecchiamento e sprovincializzazione del sapere, pregevoli traduzioni di saggi e di romanzi e di opere italiane in linea col fermento culturale europeo pre e post Sessantotto di una parte del pubblico più ampio dei lettori.

 

In maggioranza, il pubblico di cinquant'anni fa era omologato e conformista come ogni "pubblico" è. Ma ieri come oggi è composto da editori che ancora si ricordano che cosa vuol dire pubblicare: incidere sulla formazione culturale di una nazione. Non vorrei che noi limitassimo, per miopia culturale, il mercato editoriale ai romanzi. L'editore ha un catalogo vasto e diversificato. E anche quando sforna il Moccia-Coelho-Volo pensiero, a guardar bene, nel catalogo ha nomi e opere di tutto rispetto. Certo, siamo lontani dai tempi in cui in Italia (in quell'Italia!) si pubblicava Contro il metodo (1975) di Feyerabend o Sapra eroi e tombe di Ernesto Sábato (1965), però...a me l'editoria italiana di oggi, pur nella sua profonda crisi e nella sua irriducibile frammentazione, dice ancora molto, è ancora sinonimo di mestiere, è ancora in mano a uomini e donne che con strumenti oggi capitalistici combattono il capitalismo punto 3 o punto 4.  Ci offrono, ieri come oggi, validissimi strumenti di comprensione e di analisi della realtà, letta che sia dai narratori o dai nostri saggisti. Basta saper cercare in libreria.              

Modificato da Renato Bruno

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2 ore fa, Colored Shadows Prod ha scritto:

Per me la narrativa ha ed avrà sempre altri valori, ma continuando a perseguirli, continuerò a creare opere prive dei requisiti necessari ad essere pubblicate.

 

Io invece su questo punto sto per cambiare idea o almeno ci sto riflettendo su da tempo. Mi spiego meglio. Ho sempre avuto una certa ritrosia verso i best-seller, ma ultimamente ho deciso di leggerne qualcuno per curiosità, forse proprio per capire senza mediazione perché certi libri diventano best-seller e altri no. Adesso ne sto leggendo uno: è molto bello (semplifico) e non faccio fatica a capire perché è piaciuto così tanto. Però ne ho letti altri scritti letteralmente con i piedi. Dire che sono scritti male è un complimento. Soprattutto mi ha colpito uno, tradotto in decine di lingue, vari milioni di copie vendute in tutto il mondo, e tutto il resto: ne hanno pure tratto un film di successo. Ebbene, sarà! Ma il libro è scritto in modo molto grossolano, con strafalcioni indegni. In un altro best-seller (americano) la protagonista vede cose che non potrebbe vedere e sa cose che mai potrebbe sapere: per esempio, si nasconde in un armadio epperò racconta che nella stanza entra Ellen con le scarpe rosse e la camicia bianca con le maniche arrotolate intorno ai gomiti. Come diavolo fa a saperlo, se è al buio dentro l'armadio? Cose del genere succedono parecchie volte e ho l'impressione di essere su Wattpad.

Avevo anche pensato di ricopiare i passi e pubblicarli nell'Officina spacciandoli per miei; e poi, dopo decine di dure e certe stroncature, farmi vivo e rivelare che in realtà non sono farina del mio sacco, ma tratti dal best-seller americano X dell'autrice Y a pagina Z dell'edizione Tal de' Tali.

Sto scrivendo un thriller con il punto di vista multiplo, ma mi sono fermato al secondo capitolo e non riesco ad andare avanti perché mi chiedo: continuo a scriverlo bene, seguendo tutti i suggerimenti di buona scrittura, e sapendo che non lo leggerà nessuno, oppure lo riscrivo con i piedi, con strafalcioni fatti apposta, e magari mi diventa un best-seller? Fino a due mesi fa non avevo dubbi sulla prima opzione; ora ci sto pensando… E più ci penso più propendo per la seconda opzione :hm:

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Grazie, @Adelaide J. Pellitteri, di averci ricordato, con l’articolo che hai linkato, che la Bellezza esiste, e soprattutto esiste chi è in grado di riconoscerla e apprezzarla. Io appartengo alla schiera degli idealisti, dei poveri illusi, di quelli che rifiutano di conformarsi ai canoni imposti dal mondo dell’editoria, delle riviste e delle scuole di scrittura. Amo da sempre l’arte onesta, sincera, anche per via della mia formazione umanistica e della passione per i grandi della tradizione letteraria italiana. Forse anche per questo non riesco ad accettare le regole imposte dall’esterno a priori, ho un rifiuto per gran parte della narrativa odierna, tranne che per le opere originali, che recano l’impronta dell’autore e non si conformano ai dettami del mercato. Per fortuna, c’è ancora chi condivide una certa idea di scrittura ed è una gran gioia venirne a conoscenza. Come quando sei in viaggio in un paese straniero e incontri qualcuno che parla la tua lingua: continuerai a essere circondato da gente che non ti capisce ma, almeno per un attimo, ti sentirai meno solo.

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21 ore fa, Colored Shadows Prod ha scritto:

Ci sono poi anche i libri che "anticipano" tendenze o riescono a divenire loro tendenze, ma sempre fioriscono dall'attualità di una necessità di cambiamento

Questo dovrebbe essere lo scopo di chi scrive (che venga raggiunto o no). Cito (liberamente) una frase di Oscar Wilde: "Un sognatore è colui che trova la sua strada solo al chiaro di luna. La sua maledizione è vedere l'alba prima del resto del mondo"

10 ore fa, dyskolos ha scritto:

Tempo fa sul WD si discuteva se scrivere è un'arte o un mestiere. A un certo punto un utente se ne uscì su per giù con questa frase: "Non vorrete mica dire che uno scrittore è come un piastrellista?! Suvvia!".

Me la ricordo, proprio perché questo paragone col piastrellista mi aveva scioccataO_O Non ero d'accordo lì e non lo sono ora, perché l'esempio era assurdo. Un piastrellista mette le sue piastrelle sempre uguali secondo un modello scelto dal cliente, non da lui. Chi l'aveva scritto intendeva proprio la scrittura come un lavoro manuale già stabilito, non un'opera d'arte

10 ore fa, dyskolos ha scritto:

Mettiamo che io scriva capolavori assoluti (non è per niente così, ma facciamo finta con moooolta fantasia;)), ma questi capolavori, perfetti dal punto di vista tecnico, non piacciano e di conseguenza non vendano

Se scrivessimo solo cose che piacciono a tutti e vendono, la scrittura sarebbe morta. È proprio chi scrive cose che di primo acchito non piacciono e non vendono che può cambiare qualcosa (ovviamente cose buone ma non popolari, non cose mal scritte e basta...)

 

10 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Vi posto un articolo tutto da leggere sulla scrittura sulla demonizzazione degli avverbi, degli aggettivi e via discorrendo.

Interessante, e sono del tutto d'accordo. Le parole della nostra lingua sono fatte per essere usate. Certo bisogna usarle bene, e lì sta il problema:P

8 ore fa, Colored Shadows Prod ha scritto:

Per me la narrativa ha ed avrà sempre altri valori, ma continuando a perseguirli, continuerò a creare opere prive dei requisiti necessari ad essere pubblicate.

 

Non voglio sembrare idealista (è una brutta malattiaxD) ma questo è: si scrive perché si ha qualcosa da dire di importante, che al mondo interessi o no. Se trovi il giusto compromesso idea/interesse i libri vengono pubblicati. Questo non significa stravolgere le proprie idee, solo trovare la forma più adatta e digeribile

5 ore fa, dyskolos ha scritto:

Sto scrivendo un thriller con il punto di vista multiplo, ma mi sono fermato al secondo capitolo e non riesco ad andare avanti perché mi chiedo: continuo a scriverlo bene, seguendo tutti i suggerimenti di buona scrittura, e sapendo che non lo leggerà nessuno, oppure lo riscrivo con i piedi, con strafalcioni fatti apposta, e magari mi diventa un best-seller?

Io di best-seller mi intendo poco, ma se fossi in te lo scriverei come caspita voglio scriverlo e basta: coi piedi, colle mani, coi denti... Prevedere un best-seller non è facile. L'unico tratto comune in quelli che ho letto io è l'immediatezza di comprensione, di sentimenti e di stile. Però, come dici tu, i lettori più critici (e intelligenti) spesso non capiscono il motivo del loro successo. Quindi il problema rimane: vogliamo scrivere per vendere o vogliamo scrivere qualcosa di cui, guardando indietro tra 20 anni, saremo fieri, perché siamo certi di aver dato il meglio di noi stessi?

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6 ore fa, dyskolos ha scritto:

Ho sempre avuto una certa ritrosia verso i best-seller, ma ultimamente ho deciso di leggerne qualcuno per curiosità, forse proprio per capire senza mediazione perché certi libri diventano best-seller e altri no. Adesso ne sto leggendo uno: è molto bello (semplifico) e non faccio fatica a capire perché è piaciuto così tanto. Però ne ho letti altri scritti letteralmente con i piedi. Dire che sono scritti male è un complimento. Soprattutto mi ha colpito uno, tradotto in decine di lingue, vari milioni di copie vendute in tutto il mondo, e tutto il resto: ne hanno pure tratto un film di successo. Ebbene, sarà! Ma il libro è scritto in modo molto grossolano, con strafalcioni indegni. In un altro best-seller (americano) la protagonista vede cose che non potrebbe vedere e sa cose che mai potrebbe sapere: per esempio, si nasconde in un armadio epperò racconta che nella stanza entra Ellen con le scarpe rosse e la camicia bianca con le maniche arrotolate intorno ai gomiti. Come diavolo fa a saperlo, se è al buio dentro l'armadio?

 

Nessun libro, per quanto best-seller, è perfetto. Ci saranno sempre errori e strafalcioni in ogni opera, e come sappiamo bene molto spesso questi errori passano inosservati anche da tutti gli occhi professionisti che controllano in pre-pubblicazione, ma che alla fin fine vengono scoperti da qualche lettore.

Secondo me il focus deve essere un altro: cosa rende questi libri best-seller nonostante abbiano errori e strafalcioni più grossi di altri libri che non lo sono diventati?

Sei riuscito poi a darti una risposta?

 

Ti dico la mia opinione: la storia.

Su un manualetto gratuito ho trovato questa citazione, di Ford Madox Ford, che disse che lo scopo della narrativa è: […] prendere il lettore, immergerlo nella vicenda così a fondo da renderlo inconsapevole sia di stare leggendo che dell’esistenza di un autore, in modo che alla fine possa dire e credere “io ero lì, io c’ero”.

Ecco. La gran parte dei best-seller questo fa, per quanti errori possano avere all'interno. Prendono i lettori del - attenzione!- target a cui sono rivolti e li trascinano dentro una storia che li coinvolge emotivamente, non intellettualmente. La maggior parte delle persone non vuole rompicapi, vuole storie, vuole sentirsi trascinare per le budella; che sia un rosa, che sia un thriller, che sia mainstream, vuole emozione prima di tutto. Poi, dopo, viene il lessico, viene la bellezza dei periodi, viene l'estetica della lingua, ma prima deve sempre venire la storia.

 

Sempre citando qualcosa, da The Elements of Style di William Strunk ed E. B. White:
"Se quelli che hanno studiato l’arte della scrittura sono d’accordo su una cosa, è questa: il modo più sicuro per stimolare e mantenere l’attenzione del lettore è essere specifici, chiari e concreti. I più grandi scrittori – Omero, Dante, Shakespeare – sono efficaci in gran parte perché trattano i particolari e riportano i dettagli che contano. Le loro parole evocano immagini."

 

Prima di dare importanza all'ultima frase (le loro parole evocano immagini) darei priorità a "trattano i particolari e riportano i dettagli che contano".

Quanti autori si spingono in lungaggini inutili, quanti autori descrivono cose che poi non servono a niente ai fini della storia, solo per il gusto di dimostrare che sanno scrivere bene?

Saper scrivere belle frasi non crea automaticamente un legame emotivo tra lettore e la storia dei personaggi.

 

Ovviamente il discorso è molto più ampio di così, e abbraccia molti ambiti e anche un po' di regoline che ai manuali piace ripetere, ma non sono leggi, sono nozioni, e in quanto tali possono essere usate come ignorate, ma conoscerle è utile. Di una cosa sono convinto - sempre secondo la mia modesta opinione, ci mancherebbe: troppi autori di "buona letteratura non di genere" danno poco spazio alle storie e troppa importanza all'estetica delle parole. Facendo ciò l'autore risulta troppo presente, un intruso che vuole ricordare costantemente al lettore che quello è un libro, un artificio, e che lui sa scrivere bene, non importa la storia, le parole sono belle per il gusto di essere belle.

 

Ma non deve essere così. Il lettore deve scordarsi dell'autore, deve leggere e vivere una storia, non la cultura dell'autore.

 

Spero che la mia opinione - solo la mia opinione e nient'altro che la mia opinione - possa essere un buono spunto per qualche riflessione.

 

Vi lascio con un'ultima cosa: quando sono nate le storie?

Sono nate nell'oscurità, nel freddo di notti illuminate da tiepidi fuochi, cerchi di uomini sporchi incapaci di pronunciare frasi complesse. Eppure immaginavano. Eppure raccontavano di quando il capo ha saltato così in alto da schiacciare la testa della tigre con un sasso. E quanto sangue, quanto sangue che aveva addosso...

 

 

 

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16 minuti fa, Busca ha scritto:

Facendo ciò l'autore risulta troppo presente, un intruso che vuole ricordare costantemente al lettore che quello è un libro, un artificio, e che lui sa scrivere bene, non importa la storia, le parole sono belle per il gusto di essere belle.

 

Ma non deve essere così. Il lettore deve scordarsi dell'autore, deve leggere e vivere una storia, non la cultura dell'autore.

 

In effetti mi è capitato di leggere scritti dove la presenza dell'autore era così opprimente da oscurare “i dettagli che contano", quindi storia e personaggi. Considero l'esagerazione un problema anche della saggistica, alcuni tendono ad imbottire il lettore di nozioni o sproloqui inutili e fuori luogo. È una questione di talento più che di cultura. Non tutte le persone preparate sanno raccontare e/o spiegare. 

 

In un romanzo sì, la storia deve catturare e ammaliare, altrimenti il lettore sosterà ad ogni pagina e chiuderà il libro con l'amaro in bocca.

 

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Il 7/8/2020 alle 01:05, Fraudolente ha scritto:

Scusate, ma perché proprio in dieci punti?

In effetti, ricorda un po':

in dieci punti come aumentare l'autostima,

in dieci punti come fare carriera,

in dieci punti come fare soldi,

in dieci punti come farti la più gnocca del reame.

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11 ore fa, Busca ha scritto:

Sei riuscito poi a darti una risposta?

 

Sì. In fondo, la mia era solo una provocazione. Per me è nettamente meglio scrivere bene (cioè secondo i suggerimenti di buona scrittura) che scrivere male di proposito. Il compito dello scrittore è scrivere bene, e io quello faccio :)

Inoltre, come sembra dire Silverwillow più sopra, potrei pentirmene in seguito rivedendo quel che ho scritto.

 

 

11 ore fa, Busca ha scritto:

Su un manualetto gratuito ho trovato questa citazione, di Ford Madox Ford, che disse che lo scopo della narrativa è: […] prendere il lettore, immergerlo nella vicenda così a fondo da renderlo inconsapevole sia di stare leggendo che dell’esistenza di un autore, in modo che alla fine possa dire e credere “io ero lì, io c’ero”.

Ecco. La gran parte dei best-seller questo fa,

 

11 ore fa, Busca ha scritto:

Il lettore deve scordarsi dell'autore, deve leggere e vivere una storia, non la cultura dell'autore.

 

Sì, è la tecnica che uso io. Per esempio, io non scrivo "vidi Giulia che veniva verso di me" ma "Giulia veniva verso di me"; oppure non "Sentii un tonfo" ma "un rumore sordo risuonò nella nebbia". Mi piace il discorso indiretto libero. Per esempio, se devo descrivere un ambiente, a volte non lo descrivo in modo classico ma così: "Quel tavolo al centro della stanza non mi piace. Gliel'ho detto cento volte al direttore di spostarlo di fianco, ma lui non ne vuole sapere niente. Ho un direttore scemo, io. E che cos'è quella tenda alla finestra? Tutta verde? Non sta male, ma rossa sarebbe meglio. Quando sarà tornato l'ispettore, gli chiederò se posso sostituirla: ne ho una rossa sul comodino a casa e non mi garba, ma mia moglie se n'è innamorata, e guai a contraddirla! Prenderò quella di nascosto così finalmente me ne libero".
Bene, ma non basta. Per me la caratteristica principale dei best-seller è extra-letteraria: la promozione (marketing). L'autore ci ha speso migliaia di euro: traduzione, ufficio stampa, siti Web, presentazioni televisive urbi et orbi a reti unificate, e chi più ne ha più ne metta… Qui potrebbe patire la mia solita filippica su una società come la nostra che fa andare avanti solo chi ha gli schei e se ne frega di chi non ha, ma andrei OT e quindi mi fermo :P

 

 

11 ore fa, Busca ha scritto:

Ovviamente il discorso è molto più ampio di così, e abbraccia molti ambiti e anche un po' di regoline che ai manuali piace ripetere, ma non sono leggi, sono nozioni, e in quanto tali possono essere usate come ignorate, ma conoscerle è utile.

 

D'accordo su tutto. Tempo fa un utente del WD chiese pareri su un libro intitolato (più o meno) "10 regole per gli scrittori principianti da seguire se vogliono essere pubblicati". Io dissi che non lo avrei comprato ma mi sarebbe piaciuto un libro intitolato "10 modi per scrittori principianti per infrangere le regole ed essere comunque pubblicati". Quest'ultimo è molto più interessante;)

 

 

12 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Io di best-seller mi intendo poco, ma se fossi in te lo scriverei come caspita voglio scriverlo e basta: coi piedi, colle mani, coi denti...

 

Grazie!

 

 

12 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Prevedere un best-seller non è facile

 

Hai ragione. Il libro che sto leggendo in questi giorni è un fulgido esempio di best-seller (italiano) scritto bene, con una trama intrigante e personaggi vividi che sembra quasi di averli davanti e sentirne le voci e i pianti. Poi ci sono quelli pessimi nella scrittura, pessimi eppure…

 

Ieri ho sbirciato i commenti su IBS relativi al libro che sto leggendo. Ho visto che ha 358 commenti positivi e solo 31 negativi. Leggendoli (i 31 negativi, intendo) ho avuto l'impressione che i commentatori avessero letto un altro libro. C'è qualcosa di strano…

  

 

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Il 8/8/2020 alle 23:07, Colored Shadows Prod ha scritto:

: l'umanità ha creato i suoi capolavori letterari, ma ognuno ha visto luce e fortuna grazie all'ideologia di mercato del momento

È un'affermazione che si basa su un concetto capitalistico moderno. Nel passato il mercato o l'economia non erano i principali motori della società e delle espressioni artistiche. Se ti riferisci solo al Novecento, forse si può discutere, io non sono pienamente d'accordo.

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Ospite AndC
Il 9/8/2020 alle 13:06, Renato Bruno ha scritto:

Consentimi un educato disaccordo, visto che ho superato i cinquanta e quarantotto anni fa ho iniziato a divorare libri... non di mercato.

 

 

2 ore fa, ivalibri ha scritto:

È un'affermazione che si basa su un concetto capitalistico moderno. Nel passato il mercato o l'economia non erano i principali motori della società e delle espressioni artistiche. Se ti riferisci solo al Novecento, forse si può discutere, io non sono pienamente d'accordo.

 

Ciao a entrambi dico: ci mancherebbe che la pensassimo tutti alla stessa maniera. Io preferisco i disaccordi, o meglio le differenti opinioni dalle quale poi nascono i dibattiti che personalmente mi arricchiscono.

 

Ciò premesso ovvio che l'idea di "mercato" è stata differente nelle epoche: io con mercato intendo anche l'accezione più ampia che non solo includa l'atto e il luogo di scambio merci, ma appunto tutto il contesto culturale in cui esso nasce, vive e si sviluppa. Contesto che cambia al mutare delle epoche.

Quello che un tempo non poteva essere definito mercato secondo l'accezione moderna comunque prevedeva un bacino di utenza fruitrice delle opere artistiche, in particolare letterarie.

Bacino che era ed è sempre in linea ideologica con la produzione e viceversa.

E con linea ideologica intendo anche "capace di accettare/valutare/ragionare" le proposte loro fatte.

 

I libri che oggi vendono o vengono pubblicati sono principalmente in linea con il pensiero delle varie società.

 

 

Questo non significa che il lavoro dell'editore non sia anche quello di proporre e indirizzare pensiero e cultura, ma semplicemente spiega (a mio avviso) perché certi libri riescono ad attecchire al contrario di altri.

Perché in certe epoche si possa proporre/osare in un senso o nell'altro.

 

Poi ho letto tutte le altre opinioni in merito e le trovo più che condivisibili e rispettabili.

 

In particolare a @ivalibri possiamo discutere quello che vogliamo, però effettivamente stare qui ad analizzare il senso della parola mercato nella sua evoluzione storica potrebbe portarci OT.

 

Quindi anch'io mi ritiro dalla disputa storica sostenendo di prendere la mia teoria (come mia opinione) intesa solo per quanto riguarda i giorni nostri.

 

Ciao!

 

 

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Opino la cosa migliore sia scrivere. E imparare a fare bene quello.

Tutto il resto può essere interessante, ma è una perdita di tempo prezioso. Considerando quanto difficile sia non soltanto pubblicare con un editore di qualità (bisognerebbe definire il concetto di "editore di qualità": catalogo pubblicato? Penetrazione di mercato? Cosa?), ma anche vendere poi una quantità di copie sufficiente a rendere significativa la pubblicazione, la cosa migliore da fare è non arrovellarsi troppo sulla questione. Quando pronti, si stia attenti a spedire il manoscritto a un editore che tratta testi simili al proprio, per il resto non vedo cos'altro si possa dire.

Per quanto mi riguarda il tema "editori" è ormai un fuori tema rispetto alla mia vita da scrittore, per molte ragioni – con cui non vi ammorbo.

Per certi versi, senza voler offendere nessuno, l'editore è un interlocutore non essenziale per lo scrittore contemporaneo.

 

Una cosa però è indubbia: qualsiasi siano le vostre ambizioni, se non si scrive perché si ama la scrittura come forma d'espressione personale e di comunicazione verso il prossimo, allora è meglio lasciar perdere. Se ciò che si cerca è essere letti, oggigiorno l'editore non è l'unica via. Se si cerca il successo, di nuovo, non sono l'unica via – anche se restano la più "sicura", per esperienza e competenza. Sempre avendo la fortuna di capitare in buone mani.

 

In definitiva, le caratteristiche di un'opera letteraria per essere pubblicata non esistono. L'editoria tradizionale non è la sola esistente. Sta agli scrittori dare ai propri lettori, in qualsivoglia forma si scelga, il meglio di sé.

 

Ma questa è soltanto una mia opinione personale.

Buona giornata!

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Il 12/8/2020 alle 12:45, Andrea D'Angelo ha scritto:

Considerando quanto difficile sia non soltanto pubblicare con un editore di qualità (bisognerebbe definire il concetto di "editore di qualità": catalogo pubblicato? Penetrazione di mercato? Cosa?)

 

Editore di qualità? Da non confondere con editore di quantità...

 

 

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