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Appartengono alla stessa pentola

Ed è

Tutto

Scaricabile on-line

On-demand

 

Il voyeurismo contiene la licenza

Di essere guardati

Ed il piacere

Ma quel potere

E questa libertà

Legittimano gli abusi

 

False raffinatezze

A noi viene richiesto di ammiccare

La verità dei pestaggi

 

Avevo un ragazzo che da militare

La naja

Quella in cui i gradi inferiori

Devono ricevere la licenza di muoversi

Da quelli superiori

Faceva il controllo in dogana

E i fermi notturni

Erano talvolta fermi a porte chiuse

Per scherzo, raccontava

Ma gliene davano secche, aggiungeva

Avevo quanti anni?

Abbastanza per non dirgli

 

Machomachoman

Machomachoman

 

Man

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@Elisa Audino bentrovata.

 

Ancora una volta un testo forte e tagliente, inoltre con delle scelte stilistiche che sento vicine. 

La prima impressione leggendo era di ascoltare la reinterpretazione di una vecchia canzone femminista. Nel tuo componimento ci ritrovo molto di quello spirito. 

Spoiler

 

 

Veniamo al testo. La sensazione è quella di un collage testuale. Quella del collage è una pratica importante nell'arte contemporanea, utilizzata per la sua funzione grafica ma non solo, e in diversi linguaggi artistici. 

Parti di linguaggi differenti vengono accostati accendendo così nuovi significati. 

Qui andrebbe aperta una parentesi. La nostra epoca ha un rapporto più "complesso" con il linguaggio. L'abbondanza di codici linguistici, di veicoli comunicativi, la velocità di comunicazione e soprattutto la multipolarità del linguaggio lo rendono più complesso e mutevole rispetto al passato, dove delle convenzioni linguistiche, spesso sviluppate in ambiti più ristretti e omogenei, permetteva di rendere questi codici più identificabili. Non è un caso che proprio nella nostra epoca si sia giunti a una sintesi più alta di questi codici con la semiotica e la scienza del linguaggio. Per capirci è un po' come se per spiegare la legge di gravitazione universale si usasse un catalogo delle principali traiettorie che compiono i corpi mossi dall'attrazione delle loro masse. Così, di solito, abbiamo un rapporto "scolastico" con le convenzioni linguistiche della poesia, dove le figure metriche e retoriche non sono altro che possibili traiettorie di qualcosa che si muove secondo leggi più profonde.

Ritengo che la prima regola di un testo poetico sia di arrivare alla sua significanza per via analogica. Il suo valore va cercato oltre i contenuti concettuali veicolati nei versi, che comunque ne fanno parte. Ma come significanti, ovvero come codici espressivi e non di significato. 

L'accostamento di registri differenti serve in modo eccellente questa esigenza analogica, che di solito viene risolta dai classici aspetti formali della poesia. Apprezzo molto anche l'uso del testo-flusso orizzontale che negando i tradizionali riferimenti metrico-musicali impone di ricollocarsi rispetto alla loro funzione. Ed ecco che l'uso (negato) di alcune figure metriche le convoca come significato. Il ritmo può essere melodia, ritmo mnemonico o anche tensione, stasi e sofferenza. Assume una fisicità presente, se fosse un quadro direi materica. 

Fondamentale ma non sufficiente, la dimensione analogica necessita di regole compositive per elevarsi a poesia. E qui abbiamo un gioco interessante sulle asimmetrie dei significati. Gli argomenti trattati si reggono su un buon dosaggio tra la loro esposizione e lo scarto rispetto a una linearità logica. Una volta si diceva "piglio pubblicistico" e ha ispirato molte tra le poetiche più sperimentali del ventesimo secolo. 

Ma quel che più conta è il rendere propri i codici espressivi, offrire una regola, coinvolgere il lettore in un gioco di significati, e dunque raggiungerlo. Tutti elementi che qui ci sono e che ti rendono creatrice di linguaggio poetico. 

È sempre un piacere leggerti.

Alla prossima. 

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@Anglares:sss: non hai idea di quanto mi aiutino i tuoi commenti, riesco a vedere una parte del meccanismo che mi porta a scrivere in un determinato modo. Voci, a volte, i differenti registri credo siano i loro echi che rimbombano, e in questo periodo spesso sono titoli, stereotipi, chiavi dei motori di ricerca, in contrasto con la mia. Lo ammetto, quando ho intravisto il tuo nome nei commenti, ho pensato 'ecco, forse questa volta ha esagerato e mi bacchetta' e, invece, no, mi aiuta a credere un po' di più in quel che ha un senso appena scritto o sistemato e poi smette di averlo, forse perché si vuole sempre comunque comunicare qualcosa e non sono mai del tutto sicura di riuscirci con questi, appunto, registri poco formali. Ho pensato che una certa libertà forse arriva dalla mia formazione, non classica negli anni dell'adolescenza, e quindi priva di quei precoci riferimenti che io ho appreso per piacere, non per studio. Grazie ancora, soprattutto per la parola 'analogica' e per quella citazione del brano del 1979: wow, vuol dire molto per me, che ho avuto la fortuna immensa di conoscere chi quelle lotte in quegli anni li ha vissuti da protagonista.

@Domenico S., ho avuto paura anche di te, ho detto 'ecco, con questa me lo sono giocato per sempre' , grazie per il passaggio e di aver vissuto anche quel disgusto, lo vivo così anch'io, d'altronde. 

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Nel momento in cui un autore sostanzialmente affida un brano poetico all’aspetto grafico del testo sulla pagina, ai giochetti stucchevoli della formattazione, si comincia a essere rosi dal tarlo di un ben preciso sospetto: che forse l’autore non abbia molto da dire. A me pare che a @Elisa Audino questa tecnica del collage, che in principio mi aveva un po’ incuriosito, stia sfuggendo di mano: la transizione del testo dal minimalismo di qualche tempo addietro a dimensioni maggiori (ma neppur tanto), la ricerca di una forma più complessa e di largo respiro (ma non di molto), se trovano alla loro base solo l’aumento della quantità dei frammenti di senso collazionati nel disegno complessivo e poco altro, non potranno che generare, come esito, la disgregazione dell’unitarietà di quel barlume di principio costruttivo che l’autore si è imposto da sé: il quale, già pericolante per via d’una concezione ideologica indotta dall’inavvertita pressione del mondo delle merci, non può che in breve tempo collassare: dopo di che non si riesce più a rimetterla in piedi.

Mi trovo, perciò, in totale disaccordo con @Anglares : questo modo di scrivere si fonda su di una pervicacemente ricercata assenza di un principio costruttivo raccordato all'esperienza storica , l’analogia essendo il più esteriore, vago e incerto dei legami rinvenibili tra due oggetti che non siano in rapporto di identità. Persino la tecnica del collage ne dovrebbe poter vantare uno senza ridursi allo stato di una franca contea ove domina la prassi di assegnare senso a casaccio, ma mi augurerei qualcosa di meno banale di questo tedioso filo di indignazione borghese, questo ostinato lasciar riflettere, nell’orditura inerte di un testo montato a ghiribizzo (o “a orecchio”, o ancor meglio: “a occhio”, che nel nostro caso è lo stesso), del cicaleccio di fondo dell’attualità. Sì, voglio dire proprio quella, l’attualità ricavata dai notiziari della comunicazione mainstream e calata di peso inaccortamente nel testo, appena riverniciata dagli arbitrari schemi della dislocazione a destra e a manca di spezzoni scritti: ormai, anche l’indignazione (sentimento moralistico che si compone di individualismo borghese e spia, veritiera quant’altre mai, dello sfascio ontologico dell’epoca) è diventata merce. Qui, di femminismo – inteso nel senso della apparizione storica di questo fenomeno (deteriore, certo, ma che cercava altresì di plasmare una identità collettiva) –, c’è ben poco: intravvedo, in questo brano, nel volontario allontanarsi dell’autore dalla sfera del linguaggio della tradizione (e non intendo il metro, la rima, l’assonanza e quant’altro: no, intendo proprio la originaria natura discorsiva del linguaggio, del linguaggio dotato di senso), una chiusura a qualsivoglia forma di mediazione tra il soggetto e la storia. L’esito non può che essere l’indignazione moralistica dei soggetti atomizzati che riproducono la loro esistenza dibattendosi impotenti all’interno degli avvelenati miasmi della regressione della lingua alla sua infanzia: al suo non poter dire giacché non più in grado di pensare. Perché questo è quel che accade quando si decide di fare a meno del vero motore della lingua, il concetto.

Il linguaggio non si inventa. Il linguaggio non è un codice, ma una eredità. Esso non è nella disponibilità del soggetto inteso come una monade divenuta autoreferenziale. Non nego che possa esistere una prassi “sperimentale”, in poesia o in letteratura, genericamente considerata, ma a che servirebbe la critica, se questa non sottoponesse i risultati delle sperimentazioni alla verifica delle severe regole che custodiscono l’autentica espressività? Per quale motivo dovremmo accettare la trasformazione di un bene da custodire, come il linguaggio, in una sorta di Lego. o un incastro di moduli come quelli serialmente prodotti dalle multinazionali del bricolage?

In linea con la definizione di tecnica del collage, mi era venuto in mente il paragone col costume di Arlecchino, ma quello un principio compositivo ce l’ha eccome: questo brano, invece, mi sembra come uno di quei carrelli della spesa al supermercato dell’individuo-consumatore medio, dove ci trovi lo yogurt greco, le ciabatte cinesi, il prosciutto olandese, la salsa messicana e l’olio ispano-tunisino. A mio personalissimo giudizio, qui si imporrebbero una bella sosta e una sostanziosa revisione di metodo..

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15 ore fa, Soir Bleue ha scritto:

Per quale motivo dovremmo accettare la trasformazione di un bene da custodire, come il linguaggio, in una sorta di Lego. o un incastro di moduli come quelli serialmente prodotti dalle multinazionali del bricolage?

@Soir Bleu, in realtà, non saprei. Di certo è che di costruito c'è ben poco. Ho limato, certo, ma ad esempio la parte senza gli accapo per me era una sorte di epigrafe e, anzi, avrei voluto giustificarla per renderne l'aspetto lapide. Mi rendo conto che molto è nella mia testa e il dubbio che potesse arrivare era forte, ma per me questo non è più sperimentalismo da tempo. Quanto al linguaggio, è anche un codice in realtà ed è molto meno fisso di quel che si pensi. È un patrimonio, certo. Ma è vivo e cambia in continuazione. Pensa al pronome personale 'essi', i nuovi libri di grammatica delle elementari hanno preso atto del suo inutilizzo (con forte ritardo) e ora compare 'loro', il che se ci pensi una volta sarebbe stato un sacrilegio. Sull'uso della formattazione come parte intrinseca del ritmo, della voce (spesso del tono per me), gli antecedenti non sono neanche così nuovi da poter parlare di uso illegittimo. Tutt'altro. 

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19 ore fa, Elisa Audino ha scritto:

e, invece, no, mi aiuta a credere un po' di più in quel che ha un senso appena scritto o sistemato e poi smette di averlo,

Sei una delle più interessanti rivelazioni dell'officina dell'ultimo anno, credo che tu abbia un'attitudine naturale per questo tipo di scrittura e ti leggo sempre con grande piacere. Le molte poesie scelte nelle varie stagioni dimostrano che non sono il solo a pensarlo.

Spoiler
20 ore fa, Elisa Audino ha scritto:

per quella citazione del brano del 1979: wow, vuol dire molto per me,

Però forse ho usato un termine inesatto per definirlo, per loro è più corretto il termine di antisessisti. In compenso, visto che ti è piaciuto ti metto anche questo link. Il precedente mi sembrava più vicino al tuo componimento ma questo è di un rigore morale che mi affascina terribilmente, con quella frase: "è nella decadenza della nostra epoca che le persone muoiono."

 

@Soir Bleue i tuoi commenti innalzano il livello dell'officina e li leggo sempre con grande interesse. Però devo ricordarti che i commenti, proprio per la funzione dell'officina, non dovrebbero toccare le idee dell'autore o le opinioni degli altri commentatori. Questo come linea di condotta generale.

Detto questo apprezzo molto le tematiche su cui spesso indirizzi le tue analisi, pur avendo posizioni estetiche differenti. Sarebbe molto interessante discuterne ma come staffer ho il compito di contenere in officina le risposte degli utenti a commenti terzi. Quindi se vuoi ne possiamo parlare in una discussione creata appositamente o tramite MP.

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Ciao @Elisa Audino! Commento questa poesia in quanto la trovo estremamente interessante, in quanto è estremamente spiazzante. La prima parte della poesia sembra appartenere alla poesia collage(che, se ben ricordo, è tipica del tuo stile): però lo trovo straordinariamente riuscito nella rabbia che sei riuscita a trasmettere. Una rabbia che in certi momenti suona quasi come rassegnazione, trovo in particolare calzanti questi versi:

Il 27/7/2020 alle 18:45, Elisa Audino ha scritto:

Il voyeurismo contiene la licenza

Di essere guardati

Ed il piacere

Ma quel potere

E questa libertà

Legittimano gli abusi

sostanzialmente la descrizione di tutto ciò che è successo a Piacenza in questi giorni in versi. Mi chiedo tuttavia se intendo quel successivo verso, quel false raffinatezze come verso di velenoso sarcasmo oppure sottende qualcosa che non ho capito. Non so se conosci la canzone "La Peste" di Vinicio Capossela: ecco, questa prima parte della poesia me la ricorda molto. Tuttavia mi spiazzi: cambiando veste grafica alla poesia, che dal vv.23 assume una forma più lineare e vicina alla tradizione, mi aspettavo un cambio di tono. Invece è come se dopo aver fatto bere il veleno al lettore, gli dai la coltellata finale: da qui parte una postilla talmente carica di bile e sarcasmo che non si può sicuramente rimanerne indifferenti. Forse, se posso azzardarmi a porre una critica, la trovo "troppo" carica, come se questa poesia uscisse dal tuo controllo. Non trovo tuttavia nulla da dire sulla forma: fior fior di poeti dal secondo '800 in poi hanno messo in discussione il linguaggio poetico in più modi; questa ricerca di una forma per certi versi quasi estrema la trovo molto coerente al percorso che hanno fatto sia il linguaggio che la poesia negli ultimi 150 anni.

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7 ore fa, Lmtb99 ha scritto:

quel false raffinatezze come verso di velenoso sarcasmo oppure sottende qualcosa che non ho capito

Ciao @Lmtb99, grazie per il tuo commento e soprattutto per la citazione di Capossela, che conosco molto bene e, anzi, amo. Quel false raffinatezze è una frecciata, non userei il termine sarcasmo per il semplice motivo che lo pronuncerei in modo asciutto, quasi con rassegnazione, verso tutti quegli escamotages che in nome della libertà di visione propongono immagini di violenza (la citazione degli xvideos, cioè del porno, non quello sano, ma la proliferazione del porno violento, in cui il titolo richiama esplicitamente lo stupro di gruppo) che sono insieme risultato e causa di quelle pacche sulle spalle che si danno i compagni d'armi (in termine ampio qui, sia militari sia civili che dei militari condividono un certo stile cameratesco e di reciproco appoggio ai limiti dell'omertà). È in corsivo sia per questo motivo sia perché legato al successivo machomachoman, perché quello che voglio dire e che sento è che c'è sempre, sia nella violenza contro le donne sia nelle immagini di Piacenza, un machismo latente, a cui ho voluto contrapporre le immagini, invece, di donne molto forti (avrei voluto contrapporre quelle di altrettanti uomini, ma ancora non è possibile). 

La seconda parte è uscita subito, ma, lo ammetto, ho il vizio di scrivere abbastanza di getto le poesie e poi di limarle in successive riscritture, tutte molto vicine comunque, nella stessa giornata. Semplicemente prendo un foglio nuovo e tolgo quello che mi pare di troppo nel momento in cui riscrivo, finché non trovo una forma che mi soddisfa, di solito alla più o meno decima volta. Quella seconda parte era sparita in molte versioni, poi è riapparsa perché confrontandomi con un amico, sembrava perdere qualcosa, sembrava troppo ermetica. È il motivo per cui l'ho spostata a destra, è l'altro lato della medaglia, che ho scritto subito, ma ha un registro molto diverso, è vero, e anche una voce diversa. 

Non mi ritrovo molto nel sarcasmo e nella bile, perché nutro speranza in realtà per le generazioni future, ma certo questo era un momento in cui c'era molto cinismo. La poesia serve anche a questo, a far emergere una sorta di reazione immediata, interiore, scriverla, darne un confine e poi andare oltre. 

Grazie ancora, 

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35 minuti fa, Elisa Audino ha scritto:

la citazione degli xvideos, cioè del porno, non quello sano, ma la proliferazione del porno violento, in cui il titolo richiama esplicitamente lo stupro di gruppo

ne ho dimenticato un pezzo @Lmbt

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Adesso, Elisa Audino ha scritto:
36 minuti fa, Elisa Audino ha scritto:

la citazione degli xvideos, cioè del porno, non quello sano, ma la proliferazione del porno violento, in cui il titolo richiama esplicitamente lo stupro di gruppo

ne ho dimenticato un pezzo @Lmbt

Di nuovo.. dicevo ho dimenticato di specificare che la citazione era un antecedente di quella libertà abusata a cui dopo faccio riferimento, ma, ovvio, solo una delle tante possibili citazioni. 

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49 minuti fa, Domenico S. ha scritto:

Chiedo scusa per l'errore, se vuoi lo puoi cancellare. Ciao.

Ciao, è comunque un commento utile e quindi non va cancellato. Solo che non si dovrebbe partire dalla critica a un altro commento perché innesca dei meccanismi di risposte incrociate che creano confusione. Tienilo presente per le prossime volte.

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@Elisa Audino òla. Apprezzo sempre chi cerca di proporre un suo pezzo, o il frutto dei suoi pensieri. Ma devo dirti che condivido molto il commento del duro, ma franco, giudizio di @Soir Bleue . Ognuno posa lo sguardo su ciò che lo colpisce; tu hai usato un articolo di brutta cronaca. Io credo che si possa sperimentare ma senza uscire " violentemente" dalle strade tracciate da secoli di poeti. Ti faccio solo questa domanda: come dovrei leggere la tua poesia se mi ritrovassi di fronte ad un pubblico ascoltatore? quale sensazioni riuscirei a trasmettere?

Come potrebbe la tua poesia diventare di dominio di qualsiasi essere umano, e diventare patrimonio personale? Nei secoli la poesia si è trasmessa grazie a questo scambio. Cosa ne pensi di questo?

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Il 30/7/2020 alle 18:53, Isflores ha scritto:

tu hai usato un articolo di brutta cronaca. Io credo che si possa sperimentare ma senza uscire " violentemente

Non è stata Piacenza la scintilla a dire il vero, ma la storia di Scaroni,  citato all'inizio. Avevo letto pochi giorni prima dei fatti di Piacenza la sua vicenda e avevo letto che a raccogliere le sue prime denunce e a portarle avanti era stata una poliziotta, poi vessata per il suo coraggio (coraggio o dovere?). Giorni dopo Piacenza. E negli ultimi anni il dilagare del porno violento, di cui alcuni articoli hanno parlato ultimamente, ma che conoscevo. E ancora le mie esperienze nel femminismo a fare da antecedente, un'esperienza di ricerca e di raccolta di dati che mi ha portato a conoscere in maniera profonda i dibattiti sulle questioni di genere. Questo per dire che non sono stati i titoli e non è stato sperimentalismo fine a se stesso, dietro c'è, se non altro dal punto della riflessione sull'argomento, un lavoro abbastanza lungo e quindi ho costruito poco, è stato tutto molto immediato e forse poco spiegato proprio perché la parte razionale è già fin troppo presente nella mia vita, la poesia è libertà per me, sono voci, certo, gridate, ma a cui oppongo un sentire in disaccordo. Quindi, è vero che quelle voci raccontano violenza e possono fare ribrezzo, ma è quel che sta accadendo, quel cameratismo da caserma di Piacenza è lo stesso del porno offerto agli adolescenti ed è lo stesso che autoalimenta con il machismo e con un voyeurismo malsano che niente ha a che fare con il gioco erotico di due amanti chiusi tra le mura di una casa. La differenza tra accordo e disaccordo, tra parità nella differenza e sopruso barra abuso.

 

Il 30/7/2020 alle 18:53, Isflores ha scritto:

Ti faccio solo questa domanda: come dovrei leggere la tua poesia se mi ritrovassi di fronte ad un pubblico ascoltatore? quale sensazioni riuscirei a trasmettere? 

Tornando al come potrei leggerla, è una domanda che mi sono posta perché l'occasione si presenterà questa sera e la mia scarsa capacità interpretativa mi impone delle scelte. Sono voci, la parte senza stacco è una lapide monotona molto veloce, simile allo scorrere dei risultati delle chiavi di ricerca, a una ricetta medica e anche a una stele (come fa la grafica a riprodurre un suono? non lo so, io lo vedo così), poi c'è l'opposizione dell'esperienza personale, che dovrà avere un cambio di tono e quel machomachoman in cui magari mi farò aiutare con una piccola melodia da chi è più capace di me (devo rifletterci, mischiare troppe cose crea caos) e il man finale è un'asserzione.

Grazie @Isflores, sono domande lecite comunque.

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