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Nomadi

 

 

Correndo, impari che le distanze sono una questione di testa. Certe vicinanze, invece, sono battiti in sincro.

Ciò nonostante, prima dell’incidente ero convinto del contrario. Che la prossimità fosse un fatto di buoni propositi. Contava soltanto spingersi oltre. La natura ha un modo tutto suo di scoperchiare alcune verità.

 

Corfù. Oggi cerchiamo Cosimo. È questo che mi sono ripetuto, guardando la mia immagine riflessa dallo specchio impolverato del wc del traghetto, le narici invase da un forte odore di piscio. Poi l’aria aperta e il sole e un cielo così azzurro da sembrare sul punto di esplodere.

Siamo sbarcati. Ad attenderci, una batteria di pesci spiaggiati sul confine bagnato dalle pretese del mare sulla terraferma. Sembravano vecchie scarpe lasciate lì da una famiglia di giganti smemorati e se questa fosse una fiaba, racconterebbe di un papà gigante che passeggia lungo la battigia tenendo per mano mamma gigante. I figli, più indietro, a scalciare le onde tra risate sincere, sotto il sole di un pomeriggio qualsiasi. Avremmo ombre maestose e impronte memorabili, che diverrebbero pozzanghere e poi scomparirebbero con l’avanzare del pomeriggio, perdendo significato per sempre. E questo sarebbe quanto e dovreste farvelo bastare.

Ma non si tratta di scarpe sovradimensionate, bensì di pesci smembrati, dall’odore salmastro, su cui stava banchettando un numero imprecisato di gabbiani bianchi e svergognati. Dal traghetto avevo scorto quella massa albina e mi era parsa informe, un tutt’uno con il mare; avevo pensato si trattasse di schiuma, di onde rifrante sugli scogli. Forse perché il mare e il rumore dei motori avevano inghiottito le urla di quegli uccelli affamati. C’è che la natura ha un modo tutto suo per fare pulizia del superfluo.

Lisa ha concesso un’unica occhiata allo spettacolo, si è aggrappata alle bretelle del suo zaino ed è passata oltre. Ha detto camminiamo, devo sgranchirmi le gambe. Mi ha sorriso e i suoi capelli biondi, agitati contro il sole, mi hanno ricordato certi anemoni di mare che avevo visto durante un’immersione a Palermo, qualche giorno prima.

 

Palermo. Oggi cerchiamo Paolo. Lisa sedeva sulle mie gambe indolenzite dagli esercizi. La fisioterapia e tutto il resto, che poi sarebbe la parte meno dolorosa dell’intera vicenda. La sera in cui il ragazzo che si faceva chiamare Morrison ci ha detto perché non provate a Corfù, Lisa faceva dondolare la gamba destra al ritmo di una vecchia canzone di Duke Ellington, che stavo fischiettando sovrappensiero. Morrison stava leccando la parte finale di uno spinello e la sua faccia era una mezzaluna pallida dai tratti abbozzati, illuminata parzialmente dai lampioni e dalle finestre del centro abitato poco distante. Morrison aveva fatto scattare uno zippo e aveva preso una boccata di fumo. Aveva guardato me e Lisa e aveva allungato la mano con cui teneva la canna, accompagnando il gesto con un occhiolino. Noi avevamo fatto di no con la testa, e Morrison si era stretto nelle spalle. Aveva aspirato un’altra boccata e l’occhio arancione della canna si era acceso. Come a dire Io sono qui. E voi?

Noi eravamo due sopravvissuti, anche se per motivi diversi e stavamo a galla a fatica. Ecco dove eravamo noi, in quel momento. Stavamo scalciando sotto la linea di galleggiamento, lottando per tenere la testa sotto la pioggia. Sotto il peso schiacciante dell’universo intero.

Morrison aveva fatto un altro tiro e aveva lasciato che il fumo fuoriuscisse dalla bocca ascendendo alle narici, come una cascata al contrario.

L’avevamo conosciuto tramite un passaparola sussurrato a mezza bocca. I baracchini sulla spiaggia abbattuta dall’estate, popolati da personaggi che ricordavano telefilm americani a basso costo; la gestualità tipica di chi è abituato ad acquazzoni di silenzio; un aquilone sospeso così in alto da appartenere al cielo; ammiccamenti: tutti gli indizi suggerivano di rivolgerci a lui, il bagnino con la canotta bianca, la pelle amarena e l’atteggiamento preso in prestito da vecchi film in bianco e nero. «Parlate con lui», ci avevano detto, mentre mangiavamo frittura mista da un cono di carta assorbente, le dita unte e saporite. «Parlateci, ma dopo il tramonto». E ancora, indicando quel ragazzo intento a fissare il mare: «È a lui che ci si rivolge, quando qualcuno manca all’appello».

E il ragazzo che si faceva chiamare Morrison ci aveva ascoltati a occhi chiusi e ci aveva recapitato il suo invito con un cenno del capo. Seguitemi. Vi mostro una cosa.

Morrison: l’ennesimo appoggio in una melina che si protraeva da diversi giorni, ma il mazzo che ci era capitato in sorte era privo di alternative valide. Così avevamo acconsentito e nel silenzio notturno della spiaggia avevamo chiesto se un ragazzo simile a me, con l’accento del nord e la passione per la corsa fosse passato di lì. Se si ricordasse di quel tipo, tra il salvataggio di un bagnante inesperto e un culo oscillante. Se magari avesse visto un invasato con meno problemi di Forrest Gump, ma con la sua cieca determinazione. Erano le stesse domande che avevamo formulato negli altri porti. Le stesse domande, un interlocutore diverso. Palermo, Catania, Cisternino, Amalfi (Avete visto un tale che correva, di nome Samuel?). Ora Palermo.

Hai incontrato un tizio di nome Paolo?

Ecco come era saltata fuori la canna e il silenzio dell’attesa. E Corfù. «Potrebbe essere a Corfù», aveva detto Morrison.

Prima di Morrison c’erano stati Santino, Giovannino, Tonsilla, Antina e Mariutta, e chissà quante di quelle identità nascondessero nomi inventati.

Una catena di Sant’Antonio composta da indicazioni, da cuciture labili. Così come Palermo non era altro che un porto franco, una condizione geografica fuori dal tempo. Proprio come quel ragazzo dai capelli arruffati. Il prossimo nome sull’elenco pareva essere Corfù, e andava bene: ci stavamo muovendo come palline impazzite da troppi giorni. Ma la Grecia non era Palermo. Non era Catania. Non era Cisternino (Hai incrociato un tale di nome Giosuè?).

Corfù era una sensazione di soffocamento.

Sei sicuro che sia proprio a Corfù, avevo chiesto a Morrison. Lui si era stretto nelle spalle. Aveva sbuffato del fumo, che era scivolato nello spazio tra la penombra e l’oscurità e aveva detto: «Se ho capito di chi state parlando, direi di sì. Paleokastritsa è una spiaggia incredibile. Ci andrei di corsa anche io». Morrison aveva accompagnato quelle parole con un gesto della mano.

Palermo, Corfù. Ogni città custodiva la possibilità di trovare una risposta alle nostre domande. Morrison fumava e il tempo sembrava sciogliersi attorno a noi.

A volte un’ora non è altro che l’incontro tra urgenze di diversa natura. Per Morrison urgenza significava soltanto assaporare il respiro della notte mischiarsi con il sudore acre di chi cerca risposte e non le trova. Corfù, la Grecia, solo un tassello di un esistenza difficile da spiegare. Avremmo potuto insistere e chiedere di più, ma avremmo ottenuto sguardi filtrati dal buio e strette nelle spalle. Il modo di fare di Morrison ricordava quello di certi santoni indiani che puoi trovare nei documentari mainstream. Di cui ti fidi perché è troppo dura remare contro le convinzioni più radicate. O di surfisti svogliati, adoni fuori tempo massimo. Ci avrebbe lanciato occhiate sbilenche attraverso il ciuffo di capelli rossicci che gli cascavano davanti agli occhi. I suoi occhi, solo l’ennesimo punto di vista corrotto dalle circostanze. «Pensavo mi aveste cercato per questa», aveva detto infine, indicando lo spino. «Sicuri che non volete un tiro?». Ancora un gesto poco convinto. Ancora quell’occhio arancione incendio puntato contro di noi. Avevamo declinato l’offerta una seconda volta, avvolti dall’odore dolciastro della ganja.

Avevo appoggiato il mento sulla schiena di Lisa. Fossi stato in vena di domande stupide, gli avrei chiesto perché si facesse chiamare Morrison, ma lui aveva puntato l’occhio arancione dello spinello contro di me. «Cosa hai fatto alle gambe?», mi aveva chiesto. Quell’occhio intermittente e arancione puntato contro, il silenzio: a un certo punto, sentivo il fuoco di mille incendi avvampare nei miei arti. Ma era durato il tempo di accorgermene, poi si era spento. Niente, avevo risposto. Non è niente. Dobbiamo andare.

Lisa si era piegata indietro, facendo rimbalzare via il mio mento dalla sua schiena. Corfù, aveva ripetuto. Andiamo a Corfù. Morrison aveva pescato dalla tasca la mano con cui non reggeva lo spino e ce l’aveva porta. Ci eravamo alzati e dopo avergli stretto la mano, eravamo tornati alla nostra stanza d’albergo. In mente, una nuova destinazione.

 

Prima ancora era stata Catania. Oggi cerchiamo Alberto. Polvere e un tamponamento sfiorato e porfido e pioggia che evaporava dall’asfalto senza riposo e l’alba vista dal parcheggio privato del b&b era un lastrone infuocato del colore della savana in fiamme; Catania, un acquazzone e una sfilza di tetti in terracotta e fichi essiccati e informazioni e corse in Vespa. Una vecchia che si faceva chiamare Madre Tonsilla ci aveva letto le carte e aveva detto: «La vostra rotta dice Palermo».

E così è come eravamo arrivati a Palermo.

Prima ancora era Cisternino e le vecchiette gemelle, che vendevano souvenir dentro un monolocale senza finestre.

Avete incontrato un tizio di nome Franko con la k?

Strette nel loro scialle ricamato a mano, senza denti, ci avevano spinto verso sud. «Le risposte stanno dove non siete mai stati», avevano detto. Sballottolati senza meta verso sud, vero il mare, seguendo tracce accennate e consigli disinteressati.

E così è come eravamo arrivati a Catania. E via dicendo. Fino a Corfù.

 

Lisa mi ha aiutato ad abbandonare la spiaggia ma un refolo di vento ha sollevato della sabbia e ce l’ha spruzzata negli occhi già rossi per la notte insonne. La sabbia sottile negli occhi, le urla dei gabbiani contro il cielo. Quasi che dovessimo andarcene il prima possibile. Ci siamo riparati la faccia con il braccio e abbiamo raggiunto lo spiazzo dei taxi, bianchi come i gabbiani, ma meno rumorosi. Abbiamo parlato un inglese dai connotati duri con un vecchietto baffuto di nome Gillo. La sua pelle bruciacchiata dal sole mi ha provocato una simpatia impagabile. Ho detto a Lisa andiamo con lui.

Ci ha portati a Corfù città. Alla casa con affaccio sull’ennesimo scorcio di mare. Il tragitto è stato un collage di storie e di informazioni turistiche. Ai tempi della guerra qui ci abitavano nobili ebrei. Ci hanno costruito ville dallo stile arabeggiante e altre stronzate sciorinate con sorrisi d’ordinanza. Ho smesso di ascoltare dopo la prima curva presa a velocità da ritiro di patente. Durante il tragitto, Lisa mi ha strettola mano con forza. Il suo palmo era sudato e lo sentivo scivolare delicatamente sul mio. Da quant’era che Lisa non mi stringeva in quel modo?

 

A volte correndo ti imbatti in piccoli problemi di poco conto. Il dolore ti insegna l’esistenza di muscoli mai sentiti nominare prima. Impari a convivere con domande scomode, come: e se non avrò la forza di tornare indietro? E: Perché lo sto facendo? Incontri facce sorridenti che ti lasciano qualcosa. Chi ha detto che la fatica non è trasparente, chi ha detto che condividere lo sforzo non procura gioia, non sapeva di cosa stesse parlando.

Io e Lisa non ci siamo conosciuti correndo, ma abbiamo scoperto che macinare chilometri fianco a fianco, finché le gambe ti suggeriscono di fermarti, rappresenta un territorio di incontro. Anche se ognuno correva per conto suo, al ritmo di una musica diversa, come avevamo sempre fatto. È così che ci siamo vissuti veramente. Quando, dopo uno sforzo, ci aspettavamo per raccontarci quanto facesse male la vescica spuntata tra alluce e secondo dito. Quanto fosse bella la fuga dal sole al tramonto.

L’incidente ha portato via quei momenti di condivisione, oltre a tutto il resto. Potrei dire che almeno avevamo già imparato a conoscerci a sufficienza, ma la verità è che una persona non è mai ferma. E se tu ti fermi, lei fugge dal sole e da te e poi non la conosci più. E puoi solo rimetterti in marcia.

Siamo entrati nella casa con affaccio sulla spiaggia e abbiamo mollato le valige.  Ci siamo sdraiati sul letto. Ho guardato il lampadario spiovere sopra la mia fronte e ne ho sentito il peso invisibile. Ho pensato che se fossi ancora in grado di correre con Lisa, magari staremmo semplicemente scappando. Magari saremmo altrove. Che peccato.

 

Fuori è buio e dobbiamo recuperare le energie. Lisa sbuca dal bagno con lo spazzolino tra le labbra. Accenna un sorriso, poi si tuffa nello zaino come uno struzzo. Torna in bagno. Mi allungo sul letto. Domani dovremmo cominciare la ricerca qui, a Corfù.

Avete incrociato un tale di nome Marco? Marco può andare, penso.

Non abbiamo una vera e propria traccia, ma chiederemo in giro. Uniremo i tasselli in nostro possesso. Ci saranno altre espressioni, nuovi nomi, sorrisi e vaffanculo. Forse questa notte sognerò ancora l’incidente. La montagna, la frana, il sangue e l’odore del ferro. Forse Lisa piangerà nel sonno. Allungherò il mio braccio e lo appoggerò sulle sue spalle. Forse si scanserà.

Le persone che corrono, a volte, mi ricordavano isole galleggianti. Adesso, non posso più accompagnare Lisa e lei ha smesso di correre, senza di me. Credo abbia paura di ferirmi. Se avessi abbastanza coraggio, le direi che non stiamo galleggiando da nessuna parte. E mentre la notte deposita il suo mantello sul mare fuori dalla finestra, penso che, forse, l’incidente è quanto di più bello potesse capitarmi e mi sento leggero. Correndo ho imparato a conoscere meglio mia sorella, dopo gli anni in cui si è richiusa a riccio, dopo che lei aveva perso chi amava. Ora non corriamo più, ma continuiamo a muoverci. A scivolare verso il futuro con una convinzione che a volte mi spaventa. Lisa ha imparato a reggersi sulle proprie gambe.

Ed è così, leggero come se fossi morto, che mi decido. Domani dovremmo ricominciare la nostra caccia ai fantasmi. Dovremmo chiedere se qualcuno ha visto un ragazzo con una barba rossiccia correre come se avesse qualcosa da dimostrare. Dovremmo apprezzare le risposte dei locali, in quell’inglese ruvido. Ci verrebbe fatto l’ennesimo nome. Provate con lui. Chiedete a lui. Ci sarebbe data l’ennesima destinazione. Che poi chi cerchiamo non lo conoscono, non davvero. E dovremmo interpretare le risposte come sempre: piegandole a nostro piacimento, per disegnare i contorni di una vacanza altrimenti noiosa e scontata. Ma per me può bastare così. Tra poco sarà il momento di tornare,  e a mamma e papà racconteremo di granelli di spiaggia portati via dal vento, verso la luna per sempre, delle sfumature del mare, e ometteremo il riflesso affamato negli occhi dei gabbiani, e le proposte di quel tipo che si faceva chiamare Morrison, e le carte e gli inganni. Diremo a mamma e papà che siamo pronti per ridefinire i nostri sogni. Che il mondo ruota ogni giorno. Che, dopotutto, si può correre a destra e a sinistra, in lungo e in largo, a perdifiato, anche se una grossa pietra ti ha portato via un pezzo di piede e spezzato l’altra gamba. Basta ridefinire i propri limiti.

Che la natura ha un modo tutto suo di insegnarti che non sei l’ombelico del fottuto mondo.

Ma, più importante, prima di tutto questo, domani mattina, quando Lisa si sveglierà e si appoggerà allo stipite dell’uscio per guardare il mare, le racconterò di quanto era bella quando correva e di quanto fosse sincera la sua faccia. E le dirò che prenderò un taxi e l’attenderò lì, sulla spiaggia di Paleokastritsa, ma che ci deve arrivare correndo sennò non mi troverà; le dirò che la nostra ricerca potrà dirsi conclusa, se lo desidera, perché potremo sorridere a piacimento per lunghi anni al ricordo di questa avventura fraterna e nessuno potrà portarci via nulla di ciò che siamo diventati, ora che non siamo più isole.

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@m.q.s.

che bellissimo racconto hai scritto!

 

E le dirò che prenderò un taxi e l’attenderò lì, sulla spiaggia di Paleokastritsa, ma che ci deve arrivare correndo sennò non mi troverà; le dirò che la nostra ricerca potrà dirsi conclusa, se lo desidera, perché potremo sorridere a piacimento per lunghi anni al ricordo di questa avventura fraterna e nessuno potrà portarci via nulla di ciò che siamo diventati, ora che non siamo più isole.

 

Quanto amore. Quanta bellezza.

Mi sono commossa. Ho qualcosa da dirti. Ma ora no. Ora resto con te, così.

Grazie. <3

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@m.q.s. Ciao, gran bel racconto, tono avvolgente da voce noir e frasi ottimamente ritmate e cadenzate. Una di quelle storie che t'invogliano a leggere per il piacere di farlo e non tanto per vedere come vanno a finire. Mi scuso perché non ho critiche particolari, se non che magari puoi lavorare per rendere più nitida la trama anche sacrificando qualcosa all'economia del monologo interno. Un saluto!

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Ospite Il solitario

@m.q.s. questo racconto è davvero splendido, ha tutti gli ingredienti che servono, poi tecnicamente è impeccabile. Oltretutto trovo molto intrigante la voce narrante che alterna immagini poetiche a momenti più scanzonati. Anche le varie ripetizioni (arancione, incendio, stretto nelle spalle etc.) che di solito stonano, qui hanno un loro perché e ci stanno benissimo.

Pezzo da dieci e lode, secondo me. Complimenti!

Solo due appunti ridicoli:

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Lisa mi ha strettola 

Manca uno spazio

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

gabbiani bianchi e svergognati.

Al posto di svergognati avrei preferito voraci, ma è una questione di gusti.

 

 

A rileggerti!

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È un racconto sontuoso, denso di metafore, da leggere tutto d'un fiato per lasciarsi avvolgere dalla sua meravigliosa atmosfera. È davvero difficile scrivere un pezzo del genere senza diventare noiosi e/o cadere nel sentimentalismo, ma tu riesci a svelare uno dopo l'altro gli strati che racchiudono l'elemento centrale - l'incidente - lasciandolo soltanto intuire al lettore, mentre osserva la realtà venire alla luce man mano che le foglie della cipolla vengono via una dopo l'altra. Ma non solo: il racconto è permeato da una gioia di vivere e di assaporare la vita intensissima, che considerata la particolare situazione del protagonista  diventa anche un messaggio di incoraggiamento e di speranza. Complimenti davvero.

Trama a mio parere perfetta per l'intento narrativo, ritmo adeguato, lessico ricco e immaginifico ma sempre realistico, personaggi che si rivelano man mano che la lettura scorre.

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12 ore fa, Angelo Fabbri ha scritto:

È un racconto sontuoso, denso di metafore, da leggere tutto d'un fiato per lasciarsi avvolgere dalla sua meravigliosa atmosfera. È davvero difficile scrivere un pezzo del genere senza diventare noiosi e/o cadere nel sentimentalismo, ma tu riesci a svelare uno dopo l'altro gli strati che racchiudono l'elemento centrale - l'incidente - lasciandolo soltanto intuire al lettore, mentre osserva la realtà venire alla luce man mano che le foglie della cipolla vengono via una dopo l'altra. Ma non solo: il racconto è permeato da una gioia di vivere e di assaporare la vita intensissima, che considerata la particolare situazione del protagonista  diventa anche un messaggio di incoraggiamento e di speranza. Complimenti davvero.

Trama a mio parere perfetta per l'intento narrativo, ritmo adeguato, lessico ricco e immaginifico ma sempre realistico, personaggi che si rivelano man mano che la lettura scorre.

Ciao @Angelo Fabbri

sono contento che tu abbia colto tutti questi aspetti nel mio racconto. In particolare, le parti del tuo commento che ho evidenziato: era proprio ciò che mi ero promesso di trasmettere, tra le altre cose. Grazie di cuore! :) buona giornata, alla prossima

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14 ore fa, luca c. ha scritto:

@m.q.s. questo racconto è davvero splendido, ha tutti gli ingredienti che servono, poi tecnicamente è impeccabile. Oltretutto trovo molto intrigante la voce narrante che alterna immagini poetiche a momenti più scanzonati. Anche le varie ripetizioni (arancione, incendio, stretto nelle spalle etc.) che di solito stonano, qui hanno un loro perché e ci stanno benissimo.

Pezzo da dieci e lode, secondo me. Complimenti!

Solo due appunti ridicoli:

Manca uno spazio

 

Al posto di svergognati avrei preferito voraci, ma è una questione di gusti.

 

 

A rileggerti!

 

Ciao @luca c.

troppo buono! Ti ringrazio tantissimo per le tue belle parole, davvero. E grazie anche per gli appunti: ogni suggerimento è prezioso, non si smette mai di migliorare.

Grazie ancora!

Alla prossima :)

Buona giornata

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Ciao, @m.q.s., trovo che tu abbia scritto un racconto di alto livello. Dirò di più: secondo me è raro imbattersi in testi del genere, e credo sia ancora più raro produrne.

Una scrittura che si muove sul confine che separa il metaforico dal concreto, il poetico dallo sporco della realtà. La storia che racconti già di per sé evoca immagini, pensieri e sentimenti che rimangono impressi e permettono al racconto di aggrapparsi alla memoria.

I miei complimenti.

 

Voglio condividere un'impressione che avuto nel leggere. La prima parte mi è sembrata troppo sbilanciata verso il metaforico, cosa che man mano si perde. Ti consiglio di uniformare il registro: l'impostazione dell'intreccio già basta, all'inizio, a chiedersi "che cazzo sta succedendo qui"; non è dunque necessario che a intorbidare le acque si aggiunga anche il linguaggio. Diciamo che quando parli dell'incontro in spiaggia con Morrison c'è la linea di demarcazione fra il registro precedente e quello che prosegue fino alla chiusura (che è simile ma più equilibrato, a mio avviso).

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32 minuti fa, AdStr ha scritto:

Ciao, @m.q.s., trovo che tu abbia scritto un racconto di alto livello. Dirò di più: secondo me è raro imbattersi in testi del genere, e credo sia ancora più raro produrne.

Una scrittura che si muove sul confine che separa il metaforico dal concreto, il poetico dallo sporco della realtà. La storia che racconti già di per sé evoca immagini, pensieri e sentimenti che rimangono impressi e permettono al racconto di aggrapparsi alla memoria.

I miei complimenti.

 

Voglio condividere un'impressione che avuto nel leggere. La prima parte mi è sembrata troppo sbilanciata verso il metaforico, cosa che man mano si perde. Ti consiglio di uniformare il registro: l'impostazione dell'intreccio già basta, all'inizio, a chiedersi "che cazzo sta succedendo qui"; non è dunque necessario che a intorbidare le acque si aggiunga anche il linguaggio. Diciamo che quando parli dell'incontro in spiaggia con Morrison c'è la linea di demarcazione fra il registro precedente e quello che prosegue fino alla chiusura (che è simile ma più equilibrato, a mio avviso).

Ciao @AdStr

Non posso che ringraziarti per le tue belle parole che, unite a quelle che hai speso nell'altra discussione, mi hanno fatto commuovere - e non sto scherzando.

Farò mio il tuo consiglio, i tempi sono maturi per rimettere mano al racconto 😁

Grazie ancora, di cuore

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Un inno alla vita di stupori riscoperti, anche da uno scomodo e doloroso punto di vista; una storia di vicinanze,

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Certe vicinanze, invece, sono battiti in sincro.

 

una storia di incontri e di corse, e della fraterna amicizia che l'accompagna.

Grazie di questo formidabile racconto, @m.q.s. (y)

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Ho letto il racconto e ho pensato: ecco uno che ha talento nella scrittura. Devo dire che lo stile e il soggetto sono lontanissimi da quel che in genere scelgo di leggere. Eppure non si può che apprezzare il susseguirsi di immagini vivide e mai scontate.

A me, per esempio, è piaciuta un sacco quella della cascata al contrario, riferita al gesto di aspirare con il naso il fumo che esce dalla bocca.

Per quanto mi riguarda eliminerei qualche metafora per alleggerire il racconto, ma è davvero una questione di gusto personale, mentre penso che molti lettori apprezzino quello che hai scritto così com'è.

Complimenti

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Ciao @ViCo, ti ringrazio molto per il commento, mi fa molto molto piacere se ciò che ho scritto ti è in qualche modo arrivato, soprattutto se dici ciò che ho scritto è lontano da quanto ami leggere di solito. Grazie di cuore per le tue belle parole!

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Ciao @m.q.s.,

la tua è una storia delicata che ha un retrogusto salato. Mi riporta un po' alla perduta estate, al ricordo del mare e tutto scivola via senza troppi pensieri.

Passo a segnalarti alcuni punti della storia:

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

una batteria di pesci spiaggiati

 

Per batteria si intende, generalmente, “un gruppo di fuoco, capace di attaccare”, mentre qui si fa riferimento a dei pesci, presumibilmente, morti, quindi, inermi.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

una batteria di pesci spiaggiati sul confine bagnato dalle pretese del mare sulla terraferma. Sembravano vecchie scarpe lasciate lì da una famiglia di giganti smemorati

 

Qui non comprendo il riferimento ai giganti smemorati con i pesci spiaggiati che sembrano vecchie scarpe. Una famiglia di giganti scalzi? Tutto molto affascinante, ma difficile da interpretare fino in fondo.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

pesci spiaggiati sul confine bagnato dalle pretese del mare sulla terraferma.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

un papà gigante che passeggia lungo la battigia

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

avevo pensato si trattasse di schiuma, di onde rifrante sugli scogli.

 

Ho riportato queste tre citazioni perché, inizialmente, si immaginava un paesaggio diverso e dopo la presenza degli scogli contrasta con quel mare che si infrange sulla terraferma.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

popolati da personaggi che ricordavano telefilm americani a basso costo

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

l’atteggiamento preso in prestito da vecchi film in bianco e nero.

 

Eliminerei di sicuro una delle due similitudini.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Palermo, Catania, Cisternino, Amalfi (Avete visto un tale che correva, di nome Samuel?). Ora Palermo.

 

Forse, ora di nuovo Palermo?

Desidero fare un breve riepilogo:

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Corfù. Oggi cerchiamo Cosimo.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Palermo. Oggi cerchiamo Paolo.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Catania. Oggi cerchiamo Alberto.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Non era Cisternino (Hai incrociato un tale di nome Giosuè?).

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Amalfi (Avete visto un tale che correva, di nome Samuel?).

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Prima ancora era Cisternino e le vecchiette gemelle, che vendevano souvenir dentro un monolocale senza finestre.

Avete incontrato un tizio di nome Franko con la k?

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Domani dovremmo cominciare la ricerca qui, a Corfù.

Avete incrociato un tale di nome Marco?

 

 

In particolare a Corfù prima cercano Cosimo e poi Marco... A Cisternino, invece, Giosuè e poi Franko... Per quanto i nomi siano inventati, trovo davvero troppo "illogico" cambiare quei pochi riferimenti. Ci si perde in questa ricerca stancante, per certi versi "strana", che trasmette una sensazione di "cose incompiute" e "perse"... Non saprei se è una scelta convincente o meno, di certo particolare.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Sei sicuro che sia proprio a Corfù,

 

Questa mi sembra una domanda, manca il "?".

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

un esistenza difficile

 

un'esistenza

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Il modo di fare di Morrison ricordava quello di certi santoni indiani che puoi trovare nei documentari mainstream. Di cui ti fidi perché è troppo dura remare contro le convinzioni più radicate. O di surfisti svogliati, adoni fuori tempo massimo.

 

Mi sembrano delle scelte fin troppo estreme, quelle tra un santone indiano e un surfista svogliato, non ci vedo alcun nesso. Appaiono davvero come due personaggi troppo differenti, non si comprende perché dovrei tendere per uno o l’altro.

 

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Ancora quell’occhio arancione incendio puntato contro di noi. Avevamo declinato l’offerta una seconda volta, avvolti dall’odore dolciastro della ganja.

Avevo appoggiato il mento sulla schiena di Lisa. Fossi stato in vena di domande stupide, gli avrei chiesto perché si facesse chiamare Morrison, ma lui aveva puntato l’occhio arancione dello spinello contro di me. «Cosa hai fatto alle gambe?», mi aveva chiesto. Quell’occhio intermittente e arancione puntato contro,

 

No, qui avrei eliminato queste ripetizioni.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

Lisa mi ha strettola

 

Refuso.

 

Il 22/7/2020 alle 23:36, m.q.s. ha scritto:

per disegnare i contorni di una vacanza altrimenti noiosa e scontata.

 

Qui la storia inizia un po' a prendere forma... Mi ha ricordato un po' la canzone "Una vita in vacanza", chissà con quali soldi finanzieranno i loro viaggi? Non conosciamo il lavoro dei due protagonisti.

 

Un racconto molto interessante e ho trovato la lettura abbastanza scorrevole. Questo è sempre un grande pregio (y)

 

 

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