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Soir Bleue

Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

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Quando a Palazzo di giustizia venne diffuso l’annuncio dell’as­sassinio del giudice Corda, presidente della prima sezione del tribunale fallimentare, ai membri di quel collegio un brivido corse per la schiena. Era stato freddato nei pressi della sua abitazione, nel quartiere residenziale della elegante periferia nord della nostra capitale, ed era il terzo giudice a cadere sotto i colpi di un carnefice che la polizia riteneva essere lo stesso in tutti e tre i casi, considerando la barocca bizzarria del modo col quale le vittime erano state regolate: due colpi alle gambe, cosí da impedir loro rocambolesche sottrazioni all’ag­guato, infine un colpo di grazia al cuore. S’era trattato di tre esecuzioni. Dapprima era stata la volta del giudice Corinto, della sezione lavoro, quindi toccò al consigliere di corte d’appello Dorico. Il problema che assillava gl’inquirenti era, in primo luogo, quello di stabilire un collegamento tra gli uccisi; e gli uffici della squadra investigativa della polizia criminale già attendevano al vaglio del contenuto d’innumerevoli schedari rigonfi di documenti, notifiche, rapporti di ufficiali di polizia, relazioni confidenziali di informatori e infiltrati – dai quali si intendeva estrarre il sospirato indizio che connettesse quelle tre morti – quando un quarto delitto, compiuto con lo stesso metodo, venne eseguito pochi giorni dopo l’assassinio di Corda, allungando la mortifera serie ben oltre il limite tollerabile da una qualunque macchina istituzionale ancora in grado di decidere lo stato d’eccezione. Una smarrita angoscia andava diffondendosi in tutti i palazzi del potere, fino a insediarsi tra le ovattate stanze della corte suprema. Stavolta, la vittima caduta a cagione della fatale sequenza dei tre colpi non rivestiva ruolo di magistrato, bensí quello di notaio di grido: alludiamo a quel Lefont, titolare dello studio piú stimato dagli istituti di credito cittadini. La questione si trasformò, poi, in un irrisolvibile rompicapo allorché sotto il tiro dello scatenato esecutore cadde anche l’avvocato Lutto, esperto in pratiche di assistenza sindacale nelle controversie riguardanti la disciplina giuridica dei contratti di lavoro. Quest’ultimo delitto suggerí agli investigatori un’altra direzione di ricerca: forse, per qualche calcolo ancora incomprensibile, l’esecutore degli omicidi doveva essere ricercato negli ambienti di estremisti in qualche modo collegati al partito progressista transnazionale; e, una volta data per buona questa ipotesi, la ricostruzione del contesto in cui quel quadro delittuoso era andato maturandosi diventava di colpo problematica.

L’omicidio di Corda fu analizzato e commentato a fondo dalle gazzette e dalla radio; molti s’incaricarono di ammonire il popolo dalle tribune della comunicazione satellitare. Sugli schermi televisivi di tutte le case apparvero, solenni e compunte, le figure del primo ministro e del presidente del parlamento nei loro completi di grisaglia, nel mentre che il presidente della repubblica lanciava il suo severo monito “a tutti quei complottardi erroneamente convinti di poter intralciare il cammino della giustizia e di compromettere la saldezza delle istituzioni democratiche”. A questi si aggiunsero  il cardinal Rasto, segretario della Congregazione per l’ortodossia conciliare (sic!), con il suo irenismo a buon mercato, e i rappresentanti delle organizzazioni sinda­cali che, dicendosi particolarmente colpiti dall’uc­cisione di Corinto, l’inflessi­bile “difensore dei diritti dei lavoratori nelle vertenze contro il padronato”, compiansero “l’impoverimento subíto dal movimento operaio in conseguenza di questa perdita”. Fu poi la volta del presidente dell’as­sociazione degli industriali: egli lamentò, con la scomparsa di Corda, già consulente del governo in ordine alla riforma del diritto fallimentare, la sopravveniente miseria che li avrebbe percossi non potendo piú disporre di quella indispensabile “guida ideologica” del funzionamento del sistema delle imprese industriali: il giudice Corda, infatti, già da un anno anche con loro collaborava, ed era andato fornendo agli industriali consulenze e pareri lautamente rimunerati (che potevano essere riassunti cosí: di quando in quando, toccava segare i rami seccati dal batterio della crisi economica, a che i sani non s’impestassero); il registro delle doglianze venne chiuso, infine, dagli ordini professionali, in particolare quello dei notai e quello degli avvocati, che si rincrebbero della scarsa attenzione da sempre rivolta dalle autorità di governo nei confronti dei tutori dell’aspetto formale e giuridico della vita pratica della nazione, e poi e poi…

Toccò allo stesso cardinal Rasto la recita dell’omelia alle esequie di Corda; Corinto fu invece onorato dal responsabile dell’associazione Chiesa del popolo mondiale, padre Abraham Caviglia, alla presenza del deputato Riccardo Rodan, un influente membro della corrente modernista del partito religioso moderato. Corinto e Rodan avevano contribuito al finanziamento dell’associa­zione di padre Caviglia, e in parlamento le richieste della Chiesa del popolo mondiale trovavano sostegno in una disposizione trasversale, da alcuni politologi ribattezzata “alleanza costituzionale”, che andava dalla sinistra filorivoluzionaria sino alla destra cattolica moderata, con l’esclu­sione del partito del blocco identitario. E proprio al blocco identitario – unica rappresentanza parlamentare a opporsi all’im­portazione massiccia di manodopera straniera, di altri paesi, altre razze e altre religioni, in atto ormai da più di un ventennio – si dovevano vituperate iniziative referendarie, in vista della compilazione di una più incisiva strategia di resistenza al tentativo di favorire il progressivo mutamento della composizione etnica della nazione, intorno alle quali il quadro politico “costituzionale”, pur cosí frammentato e invelenito, recuperava, nell’osteggiarle, le ragioni di una posticcia concordia .

Nel discorso d’ufficio commemorativo, Rasto adoperò il consueto armamentario moraleggiante, tenendosi in linea con il nuovo dettato pastorale invalso nella chiesa cattolica “modernizzata” da un recente concilio; e dietro ai banchi riservati alle autorità, tra gli spettatori delle ultime file, lì convenuti senza impersonare alcun ruolo nella commedia delle istituzioni che celebrano sé stesse, montava la marea della deferenza supina all’udire lo scialbo sermoneggiare del cardinale dal pulpito del duomo: quel sottaciuto orgoglio da cadetto, tanto facilmente richiamato, per un riflesso automatico, dal lessico fasullo e insincero via via messo a punto da autorità civili e religiose, era la resultanza materiale del sistema di filtraggio e impedimento di qualunque istanza critica, per quanto accidentalmente potesse configurarsi in quelle menti aduse all’obbedienza, quando non alla devozione. Tra esse trovava corso legale la svilita moneta che regola l’atavico scambio presupposto da qualsiasi forma di potere: il man­tenimento e la sopportazione dell’onusta simbologia delle istituzioni con l’illusione di esserne parte.

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Distinto @Soir Bleueho letto con molta attenzione il tuo racconto, dove appari a mio sincero parere più un avvocato  che uno scrittore. Tuttavia il tuo stile di scrittura è facile da intuire e questo ne da valore. Diversamente ritengo che ha poco valore un magistrato che viene ammazzato come un cane, io sono un uomo navigato e navigante, ed in merito ritengo colui che subisce un tale trattamento responsabile del gesto di ritorsione avuta. Ho comandato per anni migliaia di persone e avevo tra le mie mani anche la loro vita, fino adesso  all'età di 73 anni quando cammino per strada porto la mia testa alta, a differenza dei giudici e gli avvocati,  se non ci credi ti invito ad osservarli con più attenzione e ti accorgerai  che dico la verità. Ti auguro una settimana piena di fortuna

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Eccellente @flambar , sei davvero molto arguto e mi complimento con te: l'impostura del potere è come la Luna, ha sempre due facce: quella che non si vede è economica; quella che si vede, giuridica. Erroneamente, come si può osservare dall'oscena messinscena del virus corona, al quale la marmaglia italiota ha replicato con l'esibizione del tricolore nei supermercati e cantando l'inno dal balcone (salvo desistere per noia nel breve volgere di qualche giorno), ai fini di un discours de la révolution la faccia che ha più importanza è la seconda. Questo vale anche in termini di analisi marxista.

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Ciao @Soir Bleue

Mi ha fatto davvero piacere leggere questo tuo testo, dove si ravvisano le analogie con situazioni odierne e  consecutive reazioni, vista l'impossibilità di un dialogo o eventuali  cambiamenti mediante il volere del popolo. Reazioni che nella realtà non avverranno mai, in quanto penso che tutte le energie e animosità della gente si volgeranno di massima verso il calcio e i festival delle  pseudo canzoni, con tutto l'indotto di trasmissioni spazzatura annesse. In certe nazioni (non nomino per pietà quali), culla dell' Impero Romano, oggi al massimo si può combattere per il calcio e per un parcheggio.

Per spiegare l'attuale follia mondiale io nel passato mi sono addentrato in  accalorate e inutili discussioni e commenti, critiche a testi vari, nonché scrivendone di miei, analizzando anche il pensiero pseudo egualitario che sta ai primordi del Capitale; la follia della Riforma protestante: rivolta contro Dio; la follia della Rivoluzione francese:  rivolta contro  lo stato e contro Dio; la Rivoluzione bolscevica: rivolta contro Dio, contro lo stato e contro l'uomo, in un  magistrale compendio delle precedenti, cosa che non si è mai fermata e ne stiamo cogliendo, la maggior parte con inconsapevole  e gioiosa felicità, i frutti. La gente applaude.

Nel passato mi son dibattuto  e commosso per la Vandea e le  lotte  immani contro Napoleone in Italia, rendendomi conto che parlavo con persone che pensavano fosse fantasy distopico e ho smesso. Purtroppo dalle mie parti vogliono buttare la statua di un re e sostituirla con quella di un tale che cercò di portare le idee giacobine in quei tempi nefasti, venendo cacciato a calci dai contadini, che preferivano il re.

Ogni tanto posto ancora qualcosa di forte, ma viviamo in tempi bui, mi limito e ci si limita nei commenti. In confronto il Medio Evo era un'epoca letteralmente felice. Altro che buio. Perlomeno anche i più cattivi uomini di allora avevano il timore di Dio. Oggi si ama  e si segue a tutti i livelli il suo rivale, negandone l'esistenza. E la gente applaude.

Il tuo testo si discosta dalla norma delle storie d'amore rosa confetto. Mi piace.

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Ciao @Alberto Tosciri , questo testo è molto meno legato all'attualità di quanto sembri ritenere: non voglio sbrodolarmi col pistolotto dell'autore che parla del suo testo come un papà orgoglioso parlerebbe del figlio, quindi mi limiterò a dire che la genesi dell'idea risale a circa venti anni fa e che il sottotitolo "Una trascrizione" non è buttato lì a caso (non butto mai le cose lì, come viene, viene: la letteratura è affare maledettamente serio, per persone maledettamente serie): Il contesto (1971) è uno dei migliori libri di Sciascia e io ne cominciai a tentare, per l'appunto, una "trascrizione" perché quel libro mi fulminò per tre ragioni: 1) la dottrina politica (intesa come scienza del mentire del potere) che trasudava; 2) per i mille rivoli di senso in esso stratificati e che vedevo addentellarsi, come tante piccole chiavi, alle tante serrature dei corridoi del Palazzo; e infine 3) perché in questo libro formidabile la testa pensante di uno scrittore è diventata e pensiero filosofico-politico , e criterio estetico di formazione-strutturazione di un testo letterario. Bè no, ce n'è una quarta: l'impareggiabile bravura di Sciascia. Come ripagare questo debito di un discepolo verso il maestro? Con una "trascrizione", appunto, che fosse sia commento sia  interpretazione dell'opera del maestro. Una interpretazione che andasse a caccia delle apparenti modificazioni da Proteo intervenute nel corso degli anni nelle strategie del Potere, che sono invece solo pura facciata. Il Potere è mille facce, ma una identità.

Quello che mi interessa, dal punto di vista politico come dal punto di vista estetico, sono quelle che potremmo definire linee di continuità storica. Ho letto il tuo commento, e ti ringrazio per l'apprezzamento che contiene; ritengo, però, che i voli pindarici di sintesi frettolose non mettano punto paura al Potere, proprio perché assumono la struttura di  composizioni variabili di variabili, mentre la caccia al Potere deve incentrarsi esclusivamente sul rintracciamento-elaborazione delle sue costanti. A questo proposito, mi spiace che tu abbia liquidato tanto frettolosasmente Il capitale come

46 minuti fa, Alberto Tosciri ha scritto:

pensiero pseudo egualitario

perché questo è un testo dell'identità, ma anche della differenza (penso al capitolo geniale sul feticismo della merce, e quando l'hai letto vai a farti un giro per i supermercati a osservare come si comportano "i consumatori"): solo che è nascosta tra le pieghe. E' un testo straordinario, sia per quello che dice, sia per i significati che non hanno potuto accedere alle soglie dell'analisi manifesta: ci sarebbero volute tre vite per completarlo (e infatti non l'ha completato!). Però uno studioso del calibro di Lukács ha cercato di compiere questa operazione di integrazione del testo.

Così come non sono in sintonia con la preparazione illuministica di Sciascia, non sono neppure un ammiratore della controrivoluzione vandeana: comunque, in ambedue vi sono delle idee, e a me interessano le idee, non già i contorcimenti della bêtise umanoide dell'attualità. Le idee hanno il vantaggio di essere molto più precise degli umanoidi, e soprattutto possono essere giudicate attraverso la scrittura (il che non è poco).

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Interessante risposta @Soir Bleue . Non conoscevo quel libro di Sciascia.

Naturalmente ravvisavo nel tuo testo delle analogie con situazioni di oggi, non che ne fosse l'esatta rappresentazione.

8 minuti fa, Soir Bleue ha scritto:

Così come non sono in sintonia con la preparazione illuministica di Sciascia, non sono neppure un ammiratore della controrivoluzione vandeana: comunque, in ambedue vi sono delle idee, e a me interessano le idee, non già i contorcimenti della bêtise umanoide dell'attualità.

Anche a me interessano le idee, da qualunque parte vengano. Più che ammirare le rivoluzioni, mai spontanee, mai popolari,  che poi godono dell'acclamazione generale soltanto per la stupidità e pavidità delle masse, ammiro le controrivoluzioni e i suoi personaggi. Ammiro il disperato tentativo di non cambiare le cose o di ripristinarle. Non condivido il dispotismo, sia quello di Luigi XVI che quello di Hitler o di Stalin o di Mao, ma mi interessano i personaggi, le loro idee.

Ho usato il termine pseudo ugualitario in senso lato, riferito anche alle tendenze odierne. Il non voler ammettere che gli uomini non sono tutti uguali, non lo sono mai stati e non lo saranno mai in questa Terra è stata la causa principale della rovina dell'umanità negli ultimi duecento e passa anni.

Un'idea precisa che mi son fatto circa la gestione del potere,  dei suoi innumerevoli risvolti, mi ha sempre portato a esaminare i detentori del potere, a tutti i livelli.

Una costante del potere, da tutte le rivoluzioni in poi, è stata quella di aver messo a governare dapprima i rivoltosi e poi i loro figli e seguaci. Per me è stato assolutamente inutile, oltre che dannoso, questo travaso di responsabilità. Un villano (nel senso di abitatore della villa, lavoratore), per quanto si acculturi lui e la sua discendenza, non avrà mai nel suo DNA il senso del potere, se non per saziare la sua fame ancestrale. I veri detentori del potere, quelli a cui tagliarono la testa o fucilarono, per quanto fossero malvagi, tiranni e quant'altro, così erano nati. Costruirono  e favorirono  monumenti e istituzioni immani, rimasti come patrimonio dell'umanità, perché avevano il senso del bello, dell'arte, della cultura, di passare ai posteri per aver creato del bello. Certo, tartassando la povera gente, di norma. Ma non volevano arricchirsi personalmente, in quanto lo erano già per nascita. Non avevano bisogno di rubare o di farsi  grossolanamente corrompere. Lo so: è un'idea molto retrò. Ma i sostituti dei re, i rivoltosi, per cosa si batterono? Per loro stessi. Cosa costruirono e costruiscono? Privilegi personali, di ogni ordine e grado e quantità. Per saziare la loro  atavica fame ancestrale. Per quanto abbiano pluri lauree, la mentalità è sempre quella del villano che ha fame. E il potere sazia questa fame.

Come  dicevano una volta i contadini: il figlio del notaio può fare il notaio, perché così è cresciuto e ha conosciuto, fin da bambino. E così tutti gli altri.

Conoscerai la novella di Verga, Libertà, che racconta quello che successe a Bronte, poco prima che arrivassero i garibaldini. I contadini massacrarono il barone, la sua famiglia, i suoi campieri al grido di libertà e che la terra spettava a chi la lavorava, a loro. Il giorno dopo i rivoltosi si radunarono nella piazza del paese, sotto le finestre del barone, per aspettare le disposizioni della giornata che lui dava personalmente, come erano abituati a fare da generazioni. E così passarono la mattinata, chiacchierando e aspettando. Ecco, da questa interessante novella si evince che quei contadini, nell'amministrare quelle terre, sarebbero stati un disastro.

 

 

 

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Le masse non sono in grado di costruire una rivoluzione, perché non sono in grado di sottrarre al potere la fonte del potere stesso: e questa fonte è il discorso. La fonte del potere è il linguaggio, e questo un Pasolini lo sapeva, e molto bene. I padroni sono tali perché sono i padroni del discorso. La messa in opera di una rivoluzione deve per forza essere cominciata da una "avanguardia depositaria e proprietaria esclusiva di un discorso sul potere": ricorro a questa ostica perifrasi per evitare l'uso di aggettivi come "illuminata" (assai pericoloso, non ho nulla da spartire con il massonismo demoplutocratico e i suoi travestimenti, anzi...), o "acculturata" o "modernizzata" (francamente orribili, e comunque sempre nella disponibilità "proprietaria" del potere). Questo problema, a quanto ne so io, è stato tematizzato una sola volta, in un libro francese degli anni settanta, nel quale, tra le altre cose, si esaminavano gli esiti della Rivoluzione culturale, ma capirai da te che, con tutto il rispetto che nutro per l'Officina del WD, non è questo il luogo per discettarne.

La diabolicità della lotta politica risiede proprio nel fatto che dispone di una sua inerzia, di una sua gravità, inerzia e gravità dalle quali il singolo attore viene irretito e costretto a giocare un gioco che, per sua natura, sospinge verso esiti estremi. Non liquiderei troppo facilmente la questione della rivoluzione come sembri fare tu. In un certo senso, sei più tu sulle disincantate posizioni sciasciane di me, ironia (o beffa) della sorte.

Epperò, dietro il linguaggio c'è il pensiero: cioè a dire, c'è la filosofia (quella vera, non talune scipite scimmiottature di moda). Bisogna pensare la realtà, giungere con la potenza del concetto alle sue molecole più riposte, osservare come tutti i fili si tengono insieme in un intreccio solo apparentemente caotico. La genialità di Marx è consistita proprio in ciò: che smise di farsi domande sulla legittimità della rivoluzione, o del potere (ché se prendi questa strada, va a finire che cominci giacobino e finisci ultramontano, o viceversa), e inquadrò il problema politico come riflesso di un meccanismo oggettivo (almeno è questa l'interpretazione per la quale propendo io). Quando si entra in questo ordine di idee, le compilazioni variabili di variabili, alle quali ho accennato sopra e nelle quali ancora sembri dibatterti, spariranno da sole, come gli incubi al risveglio mattutino.

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Il 23/6/2020 alle 20:26, Soir Bleue ha scritto:

Quando a Palazzo di giustizia venne diffuso l’annuncio dell’as­sassinio del giudice Corda, presidente della prima sezione del tribunale fallimentare, ai membri di quel collegio un brivido corse per la schiena. Era stato freddato nei pressi della sua abitazione, nel quartiere residenziale della elegante periferia nord della nostra capitale, ed era il terzo giudice a cadere sotto i colpi di un carnefice che la polizia riteneva essere lo stesso in tutti e tre i casi, considerando la barocca bizzarria del modo col quale le vittime erano state regolate:

@Soir Bleue il secondo periodo è molto lungo, e fornisce molte informazioni importanti. Io proverei ad alleggerirlo: eliminerei nostra (si capisce che siamo in Italia) eliminerei anche la parola giudice, poi ci metterei un punto e ripartirei. La polizia, considerando la barocca bizzarria del modo con il quale le vittime erano state regolate, credeva potesse esserci un solo carnefice. 

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