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Luciano91

La visione unilaterale dell'aspirante medio (riflessioni a favore delle case editrici).

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Rischio di inimicarmi qualcuno attaccando la categoria a cui io stesso appartengo, ma la cosa non mi trattiene, anzi m'incoraggia.

Quantunque mi sia già espresso in merito alla questione, apro la discussione per evitare d'inquinare sezioni differenti (come spesso è capitato).

Mi imbatto sovente in critiche gratuite alla grande editoria e mi domando il perché. Troppi aspiranti puntano il dito contro il sistema, parlano di raccomandazioni, accusano le CE di non promuovere cultura e tentano (spesso, non sempre) di giustificare i propri insuccessi piuttosto che lavorare con devozione ad un serio miglioramento. Ricordiamoci che questa è l'epoca del "tutto e subito". 

 

L'editoria sana vecchio stampo esiste ancora (sebbene anche i grandi commettono errori).

Alcuni sostengono che le CE big pubblicano troppi VIP o romanzi banali. Non sono d'accordo.

 

Il Vip/Youtuber/calciatore/fenomeno passeggero serve per fare cassa. Senza introiti le CE non potrebbero investire neppure sugli esordienti. Le CE si chiudono a riccio e non rispondono? Colpa di aspiranti arroganti che non accettano le critiche a prescindere (mio modesto parere). 

Pubblicano romanzi banali? Ciò che inorridisce noi può affascinare altri lettori. Le grandi case editrici devono accontentare tutti i palati.

 

Inoltre ad una CE come Mondadori non è concesso investire su tutti quelli bravi o bravini (rischierebbe troppo). I motivi di un rifiuto possono essere molteplici ed anche qualcuno bravo resta fuori.

 

Non mi rivolgo ad utenti in particolare, il mio intento è sintetizzare la mia visione della categoria "aspiranti" per la quale nutro scarsa ammirazione. Causa: la mancanza di contegno e obiettività (di una grossa parte di essi). Ogni tanto bisogna anche mettersi nei panni delle case editrici.

 

 

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@Luciano91 eccoti qua: bella discussione, grazie per averla aperta.

Andiamo per punti:

 

16 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Rischio di inimicarmi qualcuno attaccando la categoria a cui io stesso appartengo, ma la cosa non mi trattiene, anzi m'incoraggia.

Fregatene, è il tuo pensiero vale molto più di quelle, per me, inutili freccette rosse, inutili fino a che rimangono anonime.

 

17 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Quantunque mi sia già espresso in merito alla questione, apro la discussione per evitare d'inquinare sezioni differenti (come spesso è capitato).

Questa è colpa mia ;)

 

18 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Mi imbatto sovente in critiche gratuite alla grande editoria e mi domando il perché. Troppi aspiranti puntano il dito contro il sistema, parlano di raccomandazioni, accusano le CE di non promuovere cultura e tentano (spesso, non sempre) di giustificare i propri insuccessi piuttosto che lavorare con devozione ad un serio miglioramento. Ricordiamoci che questa è l'epoca del "tutto e subito". 

Bravo, bravo, bravo! È esattamente quello che penso anche io: la volpe che non arriva all'uva e allora è acerba, un classico. È un comportamento che detesto. In passato ho pubblicato con un piccolo editore free e il mio romanzo aveva ricevuto il rifiuto di tutte le case editrici medie e big. Mi dicevo: «ma come eppure alla piccola CE è piaciuto, e non ha i soldi da investire delle medie e big, quindi deve essere convinta, cos'è che non va nel mio romanzo per le altre?». La risposta me la sono data tanti anni, libri letti e giorni passati a scrivere dopo: era mediocre, stile piatto, storia piatta, personaggi quasi invisibili dal punto di vista fisico e caratteriale. Eppure la piccola CE ha creduto in quel testo, il perché non lo so, anche perché l'editrice era una in gamba che sapeva parlare e scrivere molto bene. Altro testo scritto due anni prima di quell'esperienza, ancora peggio. Le idee, la fantasia, quelle forse c'erano, ma il resto lasciamo perdere. quindi di chi era colpa? Da quella pubblicazione sono passati otto anni e mi sono detto: o fai le cose per bene o non le fai per niente. Mi sono dedicato a lettura (quello già lo facevo ma intendo anche di classici) ma soprattuto scrittura (mezz'ora al giorno, tutti i giorni a parte il fine settimana: poco certo, ma in otto anni) e riscrittura quasi maniacale. Ne sono nate alcune storie pubblicate nelle riviste di cui si parla anche nell'apposita sezione, ad esempio Risme, e un romanzo sopra il quale ho lavorato poi, una volta ultimato, con un Editor professionista: interi capitoli tranciati, riposizionamento a registro ed è stata una bella esperienza anche per tutto il nostro chiacchierare d'altro, oltre al romanzo, ma sempre di Editoria. Ora quel romanzo sembra aver preso una strada buona per una media/big ma non ho intenzione di parlarne fino a che non avrò un contratto in mano. Accenno solo che il percorso è stato tortuoso e faticoso. Se arriverò a pubblicare sarò un signor nessuno pubblicato da una media/big e ci sono altri casi, alcuni anche recenti di signor nessuno pubblicati da big. Questo non toglie quello che penso di una parte dell'Editoria big, ma arriviamoci per gradi.

 

39 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Il Vip/Youtuber/calciatore/fenomeno passeggero serve per fare cassa. Senza introiti le CE non potrebbero investire neppure sugli esordienti.

Vero: esistono le storie confezionate utili per far cassa ed esiste la letteratura che si scava una nicchia, a mio parere, sempre più piccola ed è qui che nasce il mio punto di vista.

 

41 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Le CE si chiudono a riccio e non rispondono? Colpa di aspiranti arroganti che non accettano le critiche a prescindere (mio modesto parere). 

Esatto, nell'altra discussione non ci siamo capiti ma la pensiamo allo stesso modo.

 

43 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Inoltre ad una CE come Mondadori non è concesso investire su tutti quelli bravi o bravini (rischierebbe troppo). I motivi di un rifiuto possono essere molteplici ed anche qualcuno bravo resta fuori.

Su questo non sono d'accordo: su quelli bravi ok, ma su quelli molto bravi dovrebbero eccome investire altrimenti rischiano di gettare nell'oblio, e lo dico da lettore, una storia che avrebbe entusiasmato e forse anche aiutato molti lettori (a me molte storie hanno aiutato, mi hanno fatto sentire meno accerchiato dai i miei problemi).

 

47 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

Non mi rivolgo ad utenti in particolare, il mio intento è sintetizzare la mia visione della categoria "aspiranti" per la quale nutro scarsa ammirazione. Causa: la mancanza di contegno e obiettività (di una grossa parte di essi). Ogni tanto bisogna anche mettersi nei panni delle case editrici.

Vero.

 

Ed ecco un'altra cosa che penso: siamo lettori prima che aspiranti scrittori giusto? Bene: cosa leggiamo? Quello che viene pubblicato. E gli editori cosa pubblicano? Quello che viene letto. Ok. Ma se non si esce da questo loop, azzardando molto di più con storie o scrittori che sono considerati più di nicchia come si fa ad escludere, a priori, che gli stessi non possano creare delle tendenze? Le Piccole CE lo fanno ma lo dovrebbero fare, a mio avviso, molto di più quelle Big, che invece, a mio avviso, non si fanno garanti, a volte, di quella stessa cultura di cui si riempiono la bocca. Questo non vale per tutte le big, ce ne sono di valide: Bollati Boringhieri, Adelphi, Neri Pozza, Einaudi, Fazi, Elliot, Minimu Fax, Iperporea (come dite? Iperpborea non pubblica esordienti italiani? E chi ha parlato di pubblicare? Sto parlando di letteratura, di leggere). Lo stesso discorso vale per le testate giornalistiche. Leggevo Repubblica, la leggevo per svariati motivi, anche per le amache di Serra, ma da quando è passata sotto gli Agnelli qualcosa è cambiato, si sente la mano pesante del potere sopra quella della notizia e qualche notizia, qualche idea che prima leggevo ora non la rintraccio più fra le righe. Ma non debordo per non andare offtopic.

 

 

 

 

 

 

 

 

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54 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

 la mia visione della categoria "aspiranti" per la quale nutro scarsa ammirazione. Causa: la mancanza di contegno e obiettività (di una grossa parte di essi).

 

Da "aspirante" mi trovo pienamente d'accordo. Spesso uno scritto, un romanzo, una poesia, un racconto, non è che il contenitore dell'ego dello scrittore, il quale difficilmente si propone di produrre per creare letteratura. Egli s'impegnerà a stupire, a cercare seguito, a riflettere su se stesso, a usare la propria opera come monito, come personale strumento di catarsi, crescita, maturazione... e diecimila altri motivi comunque personali.

Ma quale autore non ha però sempre scritto sol per questo? Chi è che si avvicina alla scrittura per "un bene superiore" e non per propria passione, volontà, egosintonia?
Quale autore compone (mi riferisco al romanzo, non alla saggistica o alla manualistica) al fine di creare letteratura?

Sono del parere che questo mezzo, la scrittura, serva per comunicare... e benvenga chi ci aiuta a divulgare il contenuto del nostro pensiero, sia esso nascosto nella fitta trama del noir appena sfornato o tra le pagine rosa di una storia che sublima una volontà di leggerezza che la nostra vita in realtà non possiede.

 

Le motivazioni, all'inizio, di un aspirante autore non saranno mai votate alla scolastica volontà di quest'ultimo di rientrare nel novero dei letterati. Quando s'inizia a scrivere lo si fa e basta.

Credo sia questa la differenza sostanziale: c'è chi scrive perché ce l'ha nelle vene, chi perché vuole arrichirsi, chi perché non ha scopi.

Nell'immenso mare, sarà il tempo a definire ciò che resta della letteratura di quell'epoca storica. Noi però non saremo qui per vederlo, secondo me.:grat:

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2 ore fa, Luciano91 ha scritto:

...piuttosto che lavorare con devozione a un serio miglioramento.

 

Quoto. Riscontro spesso una mediocrità diffusa, l'incapacità di mettere nel mirino le proprie carenze, peggio: la volontà di non farlo mista alla pretesa di essere a posto, già a fuoco nella propria proposta artistica. Ti dicono: Oh, la mia scrittura va bene così. Sono gli editori che non capiscono, inoltre il mondo è un posto brutto e triste e poi le raccomandazioni, gli amici degli amici, il venerdì 17...

 

Nel cestino, devi stare. Il cestino è il tuo habitat, lì presso gli editori, belli e buoni, brutti e cattivi, piccoli e grandi, pagatori e non, hai domicilio e residenza.

Però c'è un però; in genere quella è una fase, dopodiché quel genere di autore o individua le sue carenze e lavora per migliorare, oppure si chiude a riccio e muore del suo stesso veleno. 

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1 ora fa, RobinK ha scritto:

Le motivazioni, all'inizio, di un aspirante autore non saranno mai votate alla scolastica volontà di quest'ultimo di rientrare nel novero dei letterati. Quando s'inizia a scrivere lo si fa e basta.

Credo sia questa la differenza sostanziale: c'è chi scrive perché ce l'ha nelle vene, chi perché vuole arrichirsi, chi perché non ha scopi.

Nell'immenso mare, sarà il tempo a definire ciò che resta della letteratura di quell'epoca storica. Noi però non saremo qui per vederlo, secondo me.:grat:

Reputo neo-scrittore (non più aspirante) chi ha pubblicato qualcosa e continua a scrivere, perché ce l'ha nelle vene, perché ha qualcosa da tirare fuori e vuole comunicarlo agli altri, nella speranza di essere letto e, magari, apprezzato. Sempre ammesso che abbia la capacità di scrivere usando un linguaggio che allo stesso tempo sia corretto sotto il profilo sintattico-lessicale e capace di coinvolgere il lettore. Il neo-scrittore che vuole arricchirsi non ha capito molto di come funziona l'editoria, che consente di continuare ad arricchirsi a chi è già strafamoso e riserva al neofita la firma di contratti con piccole CE che è costretto a sperare si rivelino affidabili. Uno su mille, o forse su diecimila, incappa, per una serie di circostanze, in una big che decida di pubblicarlo, ma anche lì non sono tutte rose e fiori se la big si limita a fargli fare da contorno, tanto per mostrare di aver fatto scouting, anziché investire massicciamente in una campagna promozionale del libro.

Chi scrive perché non ha scopi, non si capisce perché caxxo lo faccia.

Di tutto ciò forse, come dici, resterà qualcosa: ai posteri / l'ardua sentenza.

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Molto interessanti le considerazioni di @Luciano91 così come i contributi di un po' tutti gli intervenuti.

Io credo che la fonte di tutte le criticità evidenziate finora nel topic derivino da una un problema comune non solo ad alcuni autori, ma a tante persone in generale: la presunzione. E questa è una caratteristica totalmente limitante per uno scrittore, ovvero uno che deve comunicare qualcosa agli altri creando un'empatia, instaurando con essi un vero e proprio dialogo attraverso le proprie pagine.

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@Whispering Wind ben trovato anche in questa discussione. Sì presunzione, vanità, arroganza, in una parola egocentrismo. Il problema è che spesso non c'è interesse per la lettura o il libro ma per se stessi, o meglio il tutto è sbilanciato verso un sé autoreferenziale.

 

 

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Che commenti cattivelli  O_- Io invece ho l'impressione che l'aspirante scrittore sia semplicemente una persona speranzosa. In fondo si invia il proprio manoscritto a editori che non rispondono e se rispondono lo fanno ogni morte del papa (come si suol dire). Nella pagina di invio spesso c'è solo l'email a cui spedire, mai un riferimento a "cosa stanno realmente cercando" e, così, nascono le critiche, i dubbi sugli editori (ma leggono davvero tutto quello che arriva?). Tutta questa arroganza da parte degli scrittori io non la vedo.

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Se va sfatato il mito del genio incompreso, per me, di questi tempi, va sfatato anche definitivamente quello del "se sei bravo prima o poi qualcuno se ne accorge". Non solo nel campo della scrittura, ho incontrato decine di persone piene di talenti che invece sono rimasti ai margini. Ma del resto non è una novità. A questo proposito consiglierei la lettura di un libricino che racconta le vicissitudini di alcuni scrittori famosi, usi a una sorta di self-publishing ante-litteram. Non si possono pubblicizzare titoli e quindi dovrete indovinare! 
Ci sono molti scrittori aspiranti che sono presuntuosi e poco consapevoli della necessità di lavorare sodo, ma ce ne sono altri - in che percentuale non saprei, immagino inferiore - che scrivono (molto bene) cose che oggi non rientrano nelle scelte precipue dei grossi gruppi (i temi principali sono pochini, a dirla tutta) e dunque resteranno emergenti a pelo d'acqua per sempre. 
Se i primi li ignoro, per i secondi mi dispiace molto. 
Questo è il mio punto di vista, nulla più. 

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5 ore fa, ophelia03 ha scritto:

va sfatato anche definitivamente quello del "se sei bravo prima o poi qualcuno se ne accorge".

 

Cara @ophelia03 qualcuno dovrà per forza accorgersene. Non dico Mondadori e Feltrinelli ma almeno una buona CE piccola (di quelle che lavorano bene), un'agenzia, un cospicuo gruppo di lettori (in seguito a pubblicazione indipendente). Se il sognatore viene sostenuto dai soli amici e parenti significa che qualcosa non va (nel romanzo). Perdonami ma in tal caso mi viene da dire: Ogne scarrafone è bell' a mamma soja.

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Personalmente ho smesso di cercare di fare il salto all'editore big perché la faccenda mi stava logorando troppo, ma sono convinta che l'avrei meritato. E no, non sono genrere genio incmpreso, piuttosto ho davvero avuto delle vicissitudini un po' rognate.

Ci sono tante di quelle variabili nell'arrivare che può non bastare avere un buon testo e muoversi altrettanto bene.

Poi è chiaro che molte pubblicazioni big fanno letteralmente cadere le braccia e se è una giornata storta può capitare di sparare sull'intero sistema. Così come è vero (sempre a parer mio, sia chiaro) che l'enorme bacino di aspiranti è popolato da autori con testi altrettanto discutibili. Tuttavai l'editoria italiana ha scoperto scrittori che amo molto come Fabio Genovesi.

Insomma è vero un po' tutto.

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38 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

 

Cara @ophelia03 qualcuno dovrà per forza accorgersene. Non dico Mondadori e Feltrinelli ma almeno una buona CE piccola (di quelle che lavorano bene), un'agenzia, un cospicuo gruppo di lettori (in seguito a pubblicazione indipendente). Se il sognatore viene sostenuto dai soli amici e parenti significa che qualcosa non va (nel romanzo). Perdonami ma in tal caso mi viene da dire: Ogne scarrafone è bell' a mamma soja.

La mia esperienza dice che non è così e ho visto persone smettere di fare ciò che sapevano fare perché nessuno (o troppo pochi) si accorgevano del loro talento, per me cristallino. 

All'obiezione "vuol dire che non amavano davvero quello che facevano" rispondo che a volte invece è proprio perché lo si ama troppo e il fallimento - ognuno ha la propria soglia limite - logora fino all'abbandono di ogni velleità o desiderio. Ci sono tanti fattori individuali che modulano questo rifiuto. 

Naturalmente non ci convinceremo a vicenda: ognuno ha maturato le proprie esperienze e da queste derivano dei convincimenti solidi.  

 

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15 minuti fa, ophelia03 ha scritto:

La mia esperienza dice che non è così e ho visto persone smettere di fare ciò che sapevano fare perché nessuno (o troppo pochi) si accorgevano del loro talento, per me cristallino. 

 

L'opinione di una singola lettrice, per quanto preparata, non basta a decretare la validità di un romanzo o di un autore. Per questa ragione le CE big dispongono di un team. Se pochi (o nessuno) si accorgono di un aspirante, egli dovrebbe quantomeno porsi delle domande. Rispetto la tua opinione ma non credo nel genio incompreso da tutti (la realtà è diversa dai film, sebbene ci siano casi rarissimi).

 

Prendo @Bambola come esempio, spero di non disturbarla. Lei non è nelle grazie di una CE big ma è stata rappresentata da un'agenzia; i suoi romanzi sono stati letti e apprezzati da diversi editori sia medi che piccoli. Ergo il talento non passa inosservato. Può darsi che una sua opera sia terminata sulla scrivania di un grosso editore in un momento poco propizio. La possibilità c'è se parliamo di un'autrice che ha suscitato e suscita l'interesse di diverse realtà editoriali.

In contrapposizione non riesco a definire talentuoso l'aspirante che, dopo molti tentativi, non si rivela in grado di lasciare un segno concreto del suo passaggio. Se piaccio solo agli amici, poi pubblico in self ed ottengo un fiasco, ripeto, qualcosa è andato storto. Non è il sistema ad essere marcio ma l'aspirante a non essere pronto.

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26 minuti fa, Luciano91 ha scritto:

 

L'opinione di una singola lettrice, per quanto preparata, non basta a decretare la validità di un romanzo o di un autore. Per questa ragione le CE big dispongono di un team. Se pochi (o nessuno) si accorgono di un aspirante, egli dovrebbe quantomeno porsi delle domande. Rispetto la tua opinione ma non credo nel genio incompreso da tutti (la realtà è diversa dai film, sebbene ci siano casi rarissimi).

 

Prendo @Bambola come esempio, spero di non disturbarla. Lei non è nelle grazie di una CE big ma è stata rappresentata da un'agenzia; i suoi romanzi sono stati letti e apprezzati da diversi editori sia medi che piccoli. Ergo il talento non passa inosservato. Può darsi che una sua opera sia terminata sulla scrivania di un grosso editore in un momento poco propizio. La possibilità c'è se parliamo di un'autrice che ha suscitato e suscita l'interesse di diverse realtà editoriali.

In contrapposizione non riesco a definire talentuoso l'aspirante che, dopo molti tentativi, non si rivela in grado di lasciare un segno concreto del suo passaggio. Se piaccio solo agli amici, poi pubblico in self ed ottengo un fiasco, ripeto, qualcosa è andato storto. Non è il sistema ad essere marcio ma l'aspirante a non essere pronto.

Ma che disturbo, hai scritto di me delle cose molto concrete. Grazie

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Secondo me c'è un ulteriore caso. Ed è quello dello scrittore bravo ma vuoi per il genere di cui si occupa, vuoi per i temi che tratta (e per come li tratta) e vuoi per uno stile non proprio semplice e "immediato" (seppur valido) non viene considerato perchè difficilmente "piazzabile" sul mercato.

Credo però che ciò rappresenti un caso di sicuri meno frequente e al di fuori di questo, sono del parere che una grossa e affermata casa editrice non si lascerebbe certo scappare neppure un perfetto sconosciuto che però dimostri grande potenziale. Del resto, ho letto varie testimonianze in tal senso.

Per cui, salvo rare eccezioni, credo che qualora non si riesca ad arrivare ai livelli di Mondadori, Feltrinelli, ecc., evidentemente il proprio livello è quello lì. 

Il che non è detto che sia un livello "scarso", come osserva giustamente @Luciano91. 

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9 ore fa, Luciano91 ha scritto:

L'opinione di una singola lettrice, per quanto preparata, non basta a decretare la validità di un romanzo o di un autore. Per questa ragione le CE big dispongono di un team. Se pochi (o nessuno) si accorgono di un aspirante, egli dovrebbe quantomeno porsi delle domande. Rispetto la tua opinione ma non credo nel genio incompreso da tutti (la realtà è diversa dai film, sebbene ci siano casi rarissimi).

Non creso nel mito del genio incompreso, l'ho scritto subito, ma credo molto meno nel fatto che i talenti, oggi più di ieri (ma anche ieri spesso venivano compresi con un grosso ritardo), siano sempre riconosciuti. E credo ancora meno che le vendite decretino il talento. 
Io mi faccio sempre molte domande e solo talvolta riesco a trovare le risposte. Si tratta di opinioni - la mia come la tua - non verità assolute su come va il mondo. 
Come tu hai le tue ferme certezze, io ho osservato bene il mondo e ho maturato convinzioni che derivano dalle mie esperienze (di vita, di lettura, di osservazione di quello che ho intorno) e dalla mia sensibilità. Ripeto: non voglio convincerti, le opinioni non sono dogmi.

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Le vendite non decretano il talento, questo x me è molto vero, rimane quel sottofondo di frustrazione sapendo che per la massa invece è così e sono le masse che muovono i numeri. In particolare in questo momento sapere di avere appena pubblicato un libro davvero buono nel suo genere  (non perché lo dica mia madre, che anzi è una grandissima stroncatrice tipo che io, promossa ogni anno a giugno con ottimi voti, mi sentivo dire di aver fatto solo il mio dovere e a chi chiedeva di me rispondeva "per ora va bene" per ora eh he pure gli ha dato 8 e a sto punto vale 50) che venderà pochissimo non è piacevole. 

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Bellissima discussione, complimenti.

Per come la vedo io, il mercato editoriale si attesta là dove trova il suo migliore equilibrio e il suo maggior vantaggio. Non è questione di cattiveria, cecità o chissà cosa, quanto di pratica.

L'editore pubblica ciò che gli fa vendere e guadagnare, perché dalle vendite dipende la sua sopravvivenza e il suo benessere. Prima di guardare gli scrittori, quindi, guardiamo i lettori. Cosa vogliono i lettori (la maggior parte dei lettori, aggiungo)? Questa è la domanda che si pone l'editore e a cui cerca di dare risposta. 

Veniamo agli scrittori, adesso. Che prima di essere scrittori sono (per la maggior parte) lettori. Che magari sono cresciuti con Dumas, Hugo, Dostoevskij, Hesse, o magari non sanno nemmeno che questi scrittori sono esistiti. Che sono cresciuti con Tolkien o con Licia Troisi. Con Stephen King o Stephanie Meyer. Che sviluppano un senso dello scrivere legato a quello dei loro modelli come lettori. Non è, credo, solo questione di talento, fantasia e capacità, ma anche di 'educazione e modelli'. 

Lo scrittore scrive per passione ma anche perché spera di essere letto. A volte è così convinto di meritarlo, così convinto che ciò che scrive non sia da meno di ciò che legge come lettore, da aspettarsi lo stesso successo dei suoi idoli letterari: ne è così convinto che se non ci riesce la colpa è del sistema, degli editori cattivi che pubblicano sempre i soliti noti, del fatto che in Italia si legge poco. Tutto pur di non ammettere la realtà, ossia un testo mediocre... o peggio.

Non vale per tutti, chiaramente. Scrittori bravi e poco conosciuti in giro ce ne sono eccome. Il miglior romanzo che ho letto lo scorso anno è un self. Mi chiedo: possibile che nessun editore se ne sia accorto? Evidentemente no. Peccato.

L'autostima dello scrittore per se stesso e i suoi scritti è a volte talmente radicata da diventare... arroganza.

Conosco molto bene, al punto da azzardarmi di chiamarli amici, tre editori. Tutti e tre hanno smesso di dare risposte motivate al rifiuto dei manoscritti perché era una battaglia e uno stress quasi ogni volta. Lo scrittore respinto diventa, mi dicono, quasi sempre aggressivo, maleducato, offensivo al limite dello stalking.

Infine, se posso dire: non idealizziamo i cosiddetti big.

Conosco di persona autori pubblicati da alcuni dei maggiori editori italiani (anche del più grande di tutti) che sono molto scontenti di quanto poco vengono seguiti. Puoi anche pubblicare con un big, mi dicono, ma se poi non ti segue è come se non lo fossi. Conosco di persona autori pubblicati da big che non dicono di essere insoddisfatti ma poi, chissà perché, vanno a cercare editori meno big per i loro romanzi successivi. Come mai?

insomma, credo che spesso lo scrittore alle prime armi abbia un'idea sovrastimata non solo di se stesso ma anche del grande editore.

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21 ore fa, ophelia03 ha scritto:

La mia esperienza dice che non è così e ho visto persone smettere di fare ciò che sapevano fare perché nessuno (o troppo pochi) si accorgevano del loro talento, per me cristallino. 

All'obiezione "vuol dire che non amavano davvero quello che facevano" rispondo che a volte invece è proprio perché lo si ama troppo e il fallimento - ognuno ha la propria soglia limite - logora fino all'abbandono di ogni velleità o desiderio. Ci sono tanti fattori individuali che modulano questo rifiuto. 

Naturalmente non ci convinceremo a vicenda: ognuno ha maturato le proprie esperienze e da queste derivano dei convincimenti solidi.  

 

Io sono d'accordo con te, è vero come dicono altri utenti sopra che c'è chi sopravvaluta le sue capacità e il suo talento, ma è altrettanto vero che a volte per arrivare a "essere scoperti" occorre qualcuno che abbia voglia di scoprire e di investire negli esordienti, correndo un rischio anche a livello commerciale, rispetto al pubblicare il libro dell'influencer di turno già nota al grande pubblico.

 

Inoltre, come sottolinei, lo stesso amore per la scrittura professionale può spingere a desistere se non si ha mai un pubblico e un riscontro positivo dalle case editrici, se manca questo non ci si sente scrittori. Non tutti possono permettersi di investire molto tempo ed energie a vuoto, sapendo che quegli sforzi non verranno mai ripagati. Senza contare che le persone meno gonfie di sé crederanno che l'assenza di risposte dagli editori o di un'opportunità sia necessariamente dovuta alla loro mancanza di talento e desisteranno dal continuare.

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1 ora fa, Unicorno84 ha scritto:

Senza contare che le persone meno gonfie di sé crederanno che l'assenza di risposte dagli editori o di un'opportunità sia necessariamente dovuta alla loro mancanza di talento e desisteranno dal continuare.

 

mi ritrovo perfettamente in questa definizione. quando non ho avuto risposte ho sempre pensato che fosse perché il mio manoscritto non valesse abbastanza.

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Il ‎17‎/‎06‎/‎2020 alle 20:28, LuckyLuccs ha scritto:

 

mi ritrovo perfettamente in questa definizione. quando non ho avuto risposte ho sempre pensato che fosse perché il mio manoscritto non valesse abbastanza.

Io invece, che non credo proprio di essere una persona gonfia di sé, ho pensato che non lo avessero nemmeno letto, oppure che, per svariati motivi, non fosse piaciuto a chi lo aveva letto.

No, non credo che non svalutarsi, non perdere la stima di sé, significhi presunzione o supponenza: anche l'eccesso di umiltà è un difetto.

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1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Io invece, che non credo proprio di essere una persona gonfia di sé, ho pensato che non lo avessero nemmeno letto, oppure che, per svariati motivi, non fosse piaciuto a chi lo aveva letto.

No, non credo che non svalutarsi, non perdere la stima di sé, significhi presunzione o supponenza: anche l'eccesso di umiltà è un difetto.

Sono d accordo eh. 

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Bella discussione, personalmente sono d'accordo con quanto esposto da Luciano91. Cercare una pubblicazione con un grande editore è sicuramente un percorso difficile, che può riservare delusioni, lunghe attese e frustrazioni. D'altra parte non condivido la posizione di tanti autori che prima decidono di scegliere un piccolo editore ma poi lamentano il fatto che la distribuzione non ci sia, che non ci sia pubblicità, non ci siano vendite, che non ci siano operazioni di marketing...  Quando si fa una scelta si dovrebbe essere ben consapevoli di ciò a cui si va incontro anche in questo senso, secondo me.

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1 minuto fa, carla q. ha scritto:

Bella discussione, personalmente sono d'accordo con quanto esposto da Luciano91. Cercare una pubblicazione con un grande editore è sicuramente un percorso difficile, che può riservare delusioni, lunghe attese e frustrazioni. D'altra parte non condivido la posizione di tanti autori che prima decidono di scegliere un piccolo editore ma poi lamentano il fatto che la distribuzione non ci sia, che non ci sia pubblicità, non ci siano vendite, che non ci siano operazioni di marketing...  Quando si fa una scelta si dovrebbe essere ben consapevoli di ciò a cui si va incontro anche in questo senso, secondo me.

 

Se pensi che molti autori mandano indiscriminatamente il loro manoscritto anche a editori che non trattano il loro genere, e basterebbe sfogliarne il catalogo per capirlo, la dice lunga sulla maniera con cui molti autori si approcciano al mondo editoriale.

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