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Edu

[MI 140] Libertà

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https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47656-minchia-signor-tenente/?do=findComment&comment=843542

 

Traccia: l'ultimo arrivato

 

I quartieri “Libertà” disseminati nei vari comuni d’Italia, tra loro, si assomigliano. Il nome, nella maggior parte dei casi, trae origine dallo stile liberty in voga nel primo Novecento, al tempo della loro edificazione; poi è rimasto a costante memoria di un’aspirazione irrealizzata, di un’idea platonica, e suona come una beffa.

C’è davvero poco, di liberty, nelle case popolari del Rione Libertà di Benevento. Architettura razionalista: a farla da padrone è il parallelepipedo. Poi gli anni hanno aggiunto intonaco scrostato, alluminio anodizzato e murales malfatti.

I ragazzini, tra i cubi di cemento, giocano per lo più col Super Santos, oppure si prendono a mazzate, il che ha diverse declinazioni: giocare a espugnare un fortino, giocare ai ninja, giocare ai cavalieri dello zodiaco, prendersi a mazzate e basta.

La prima volta che vidi Nello indossava il completino tutto nero del Rugby Libertà. Chi dovesse intravedere un rimando squadrista, in quei colori sociali, si sbaglia. Certo, qualche fascista, trai i dirigenti della squadra, c’era. Ma la verità è che quel gruppo di omaccioni dalle mascelle squadrate e le maniere spicce era eterogeneo per composizione (operai comunisti, venditori di semi di zucca, persino professori) e compatto negli intenti. No, il completino nero stava a dire un'altra cosa, e precisamente: “ragazzi, voi siete come gli All blacks della Nuova Zelanda, e nessuno può battervi”.

Non era vero. Qualche volta vincevamo noi, con le nostre educate divise a bande orizzontali bianco-celesti. Rugby Benevento: passaggi più precisi, maggiore attenzione al sostegno, più varianti di gioco nelle touche. Ma molta meno rabbia.

Se si vuole assistere allo spettacolo di adulti e bambini che giocano gli uni con gli altri, bisogna guardare una partita dell’under 14. Ci sono alcuni piloni e seconde linee che pesano un quintale e mezzo, hanno la barba, sfoggiano, sotto la doccia, peli pubici e membri da uomini. E poi ci sono i mediani di mischia, i mediani d’apertura, le ali, che sono imberbi, lisci, e hanno piselli da bambino. Nello era così: leggero, velocissimo, biondo come un puttino. E terribile.

Quella volta, la prima volta che lo vidi, stava per beffarci, scappando a un centimetro della linea laterale destra. Era quasi fatta. Ma anche la nostra ala destra, Marcello, era veloce. Doveva essere un accadimento ben raro, per Nello, quello di essere raggiunto e rovesciato sul prato, e non la prese bene: disinteressandosi della palla, montò cavalcioni sul placcatore e prese a tirargli cazzotti. Io ero schierato a secondo centro, lì vicino. Mi misi a correre verso la zuffa, ma quando Nello alzò lo sguardo verso me, mi gelò: “tu vivi nella parte alta della città”, mi diceva quello sguardo, “e meglio che te ne stai alla larga”.

A sedare la rissa furono altri, ragazzini vestiti di nero ben più abituati a darle e a prenderle. L’estremo del Libertà – un bambinone alto, riccio e magrissimo, di cui non credo di aver mai conosciuto il nome – sollevò di peso Nello e lo portò a bordocampo. Incassò le sberle al posto di Marcello, senza reagire, finché il compagno non si calmò.

Nello finì sotto la doccia, tirato per l’orecchio dall’allenatore, ex macchinista ed ex terza linea di due metri, che andava ripetendo: «Sempre questa figura ci fai fare!».

Noi rimanemmo in campo. Vedevo l’estremo avversario, quello riccio e magro, ansimare. Non appena il Libertà riconquistò il possesso dell’ovale, si mise a gridare: «Passatemela! Passatemela!». Non aveva senso: avrebbero perso quaranta metri di campo. Ma urlava con una tale convinzione che lo accontentarono. Quella meta non la dimenticherò mai. Nessun calcolo, andò dritto per dritto: una corsa rabbiosa fino a sotto i pali. Nessuno di noi, neanche i più grossi, ebbe il coraggio di affrontarlo. La partita, però, alla fine, la vincemmo.

Nello ce lo ritrovammo due anni dopo vestito di bianco-celeste. È così che va a finire con le formazioni di quartiere: spesso non riescono a iscriversi al campionato senior, e a volte nemmeno a quelli delle categorie giovanili. Quell’anno niente derby Benevento Libertà.

Marcello aveva già lasciato la squadra, e questo semplificò le cose. Ad ogni modo, accogliere uno come Nello non fu semplice. Non mancarono le sberle: uno spogliatoio è uno spogliatoio, e Nello era Nello. Ma furono sempre meno, e poi non furono più. Credo che anche lui ne fosse stanco. E poi, puoi essere scugnizzo quanto ti pare, ma pure un pilone è un pilone, e quando commetti l’errore di fare incazzare un pilone difficilmente non apprendi la lezione.

Ad ogni modo l’under 16 è meno crudele dell’under 14: meno piselli da bambino sotto la doccia, meno difformità nei fisici, meno immaturità e meno bullismo. Io ero quello che faceva il liceo. L’unico. Se la cosa, nei primi anni, mi era costata non poche rogne, adesso mi giocava a favore: mi ero conquistato la fiducia dei compagni, a me porgevano le domande che un ragazzo dell’industriale o del geometra non rivolge ai professori, e io ero contento di rispondere, a costo di sparar balle. Fu per via del ruolo che mi ero ritagliato, credo, che l’allenatore mi affiancò Nello e mi disse: «Prova ad addolcirlo».

Io e Nello non parlavamo la stessa lingua. Letteralmente: io mi esprimevo in italiano. Così il nostro rapporto continuò com’era iniziato, con un gioco di sguardi: il suo sguardo ostile di quando si presentava per le prime volte negli spogliatoi; i miei sguardi di biasimo quando lo vedevo innervosirsi durante gli allenamenti; i nostri sguardi di intesa nel concordare una giocata. Ci eravamo scambiati di ruolo: lui era cresciuto più di me, adesso io ero l’ala e lui il secondo centro. Fatto sta che giocavamo uno di fianco all’altro, colmando la distanza tra centro e periferia.

Per la squadra fu un anno ricco di soddisfazioni, a cominciare dalla partita contro la selezione inglese.

Fu a L’Aquila. Erano gli anni Novanta: il mondo sembrava ancora andare verso un futuro di luce. Io mi ero beccato l’ovazione del pubblico (cosa per me davvero inconsueta) con un’azione al piede. Quando non puoi contare sui chili è così che ti cavi di impaccio, corri finché ti reggono i polmoni e alle strette non vai a sbattere, ma mandi l’ovale a rotolare irregolarmente oltre la linea laterale dei ventidue avversari.

Nello non giocava così, non avrebbe mai giocato così: veniva dal Libertà, lui. Quando a ridosso del fischio finale, in situazione di parità – caso raro, nel rugby – ci trovammo a guardarci ancora, lui col pallone in mano, io “profondo” e smarcato, mi venne da sorridergli. Lui capì che era un via libera: la palla non me la passò, e continuò ostinato come un mulo a correre dritto per dritto. Mentre avanzava, osservavo il numero tredici sulla sua schiena ormai larga, pensando che il Libertà te lo porti addosso a vita. Segnò, ma si beccò la strigliata dell’allenatore.

Si potrebbe pensare che quello dell’ala sia un ruolo figo, perché si corre molto e spesso si finalizza il gioco della squadra. La verità, invece, è che l’ala tocca palla poco e niente, perché sta ai margini dello schieramento. Se poi il centro è uno non passa... Inoltre l’ala prende un sacco di mazzate, perché deve presidiare la fascia anche quando la mischia si sposta lateralmente, mentre il resto dei tre quarti, la cavalleria leggera, va a occupare in largo il terreno di gioco. Se gli avanti avversari sfondano, ci si ritrova a fronteggiare da soli bisonti che pesano il doppio di te. Ecco: Nello era uno che la cazzo di palla non la passava mai, ma me lo trovavo sempre accanto, chissà come, quando c’era da frenare i bisonti.

Quell’anno, su ventiquattro partite, ne vincemmo ventuno. Treviso, Padova, Rovigo, Roma Primavera e persino London Irish. Fu l’anno dello scudetto. Più di uno, tra noi, sotto la gloriosa divisa bianco-celeste, indossava ancora la canotta nera.

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Spoiler

Come in tutti i racconti, in questo c’è molto di finto, ma anche molto di vero. Non esiste alcun Nello, ma ne esistono a decine. Non ho inventato nessuna azione di gioco, compreso quella meta del ragazzino riccio, che davvero non dimenticherò mai. Le piccole società di minirugby di Benevento, da decenni, quartiere per quartiere, tolgono i ragazzini dalla strada per davvero e incanalano la loro rabbia nel gioco. Il rugby Benevento ha vinto davvero scudetti giovanili (ahimè, che l’abbia vinto la mia squadra invece l’ho inventato), ma mai titoli senior, perché i campioncini, in età da prima squadra, li perde. Vanno verso altri lidi, e ci ritroviamo talvolta a guardarli in tv, in nazionale maggiore.

 

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2 minuti fa, Garrula ha scritto:

ho un po’’ di pelle d’oca

suppongo sia un bene :P

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Ciao, @Edu . Il tuo racconto mi ha conquistato fin dalla prima frase, e il resto non mi ha deluso affatto. Nella tua storia, Nello e il rugby divengono paradigma di una condizione sociale che può essere davvero compresa solo da chi certi quartieri li ha vissuti, o comunque in generale è così. 

Di rugby ne so poco e niente, eppure la funzione simbolica che assume nella tua storia mi ha investito in pieno. In questo caso, il completo nero del Rugby Libertà rappresenta uno spirito indomabile e violento, ma non necessariamente marcio. Molti Nello sono riusciti a non farsi risucchiare dal vortice di miseria e bestialità, magari grazie a uno sport appunto, o grazie a un amico. Va beh, tutte ovvietà, queste, che invece tu hai saputo raccontare con delicatezza e stile. E' sempre un piacere leggerti, un saluto. 

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Ciao @Edu ,

che bella storia intensa e carica di umanità!

Come mamma di due rugbisti (il terzo ha ceduto alle lusinghe del calcio…) ritrovo in pieno nelle tue parole il potente messaggio che porta con sè questo nobile sport.

Descrivi le scene con particolare cura e riesci a renderle nitide e appassionate, facendo emergere tra le insidie e gli ostacoli che si affrontano in campo, il paragone tra la partita e la vita.

Il rugby ti scolpisce, dentro. Trovo molto azzeccato ciò che fai intendere con il tuo racconto: questo sport come la strada da seguire per entrare nella vita adulta dalla parte giusta.

Pollici su, insomma!

Sai cosa manca nel tuo racconto, a mio avviso? I soprannomi!!!

E poi il terzo tempo con l'immancabile panino alla salsiccia!

 

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@Edu ciao. Commentino veloce il mio, per questo scusami. Il tuo racconto è impostato sull'amicizia e di come lo sport è un indispensabile maestro di vita. Ho notato che anche te scrivi con il nervosismo nelle mani, con una evidente tensione che porta a fare stupidi errori ( io a quanto sembra sono il primo). Mi cattura della tua storia il fatto che metti in mostra due situazioni architettoniche fortemente contrastanti, il Liberty e il rozzo parallelepipedo di cemento ed acciaio, validissime per introdurre i tuoi personaggi e rendere l'atmosfera giusta per la tua storia. Mi piace inoltre la malinconica atmosfera di borgata che hai ampiamente evidenziato tra i ragazzini che si prendono a mazzate come il miglior gioco che conoscono. Ciao e a rileggerti.;)

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Ciao @Rhomer, grazie del passaggio

9 ore fa, Rhomer ha scritto:

Il tuo racconto mi ha conquistato fin dalla prima frase,

:)

Beh, certo, tutto giusto quello che osservi. Sarà anche banale ma è così, ovviamente lo sport è una metafora della vita

 

6 ore fa, caipiroska ha scritto:

che bella storia intensa e carica di umanità!

grazie @caipiroska :) 

 

6 ore fa, caipiroska ha scritto:

mamma di due rugbisti

mmm... veneta? :comedicitu:

6 ore fa, caipiroska ha scritto:

il terzo ha ceduto alle lusinghe del calcio

vabbè, dai, lo perdoniamo lo stesso

6 ore fa, caipiroska ha scritto:

Sai cosa manca nel tuo racconto, a mio avviso? I soprannomi!!!

Hai raggione! Eppure ne avrei da raccontare sui soprannomi! :asd:

6 ore fa, caipiroska ha scritto:

E poi il terzo tempo con l'immancabile panino alla salsiccia!

Vabbé, dai, allora faccio il sequel. Grazie del passaggio

 

Ben incontrato @Solitèr :)

1 ora fa, Solitèr ha scritto:

Mi cattura della tua storia il fatto che metti in mostra due situazioni architettoniche fortemente contrastanti, il Liberty e il rozzo parallelepipedo di cemento ed acciaio

bene, mi fa piacere sia stato colto ;)

1 ora fa, Solitèr ha scritto:

Ho notato che anche te scrivi con il nervosismo nelle mani, con una evidente tensione che porta a fare stupidi errori

Uh, non me ne sono accorto :aka:... Se me li segnali è cosa gradita :)

Ci vediamo sul tuo racconto, andrò a leggerti presto. Grazie del passaggio

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Il 14/6/2020 alle 23:29, Edu ha scritto:

I ragazzini, tra i cubi di cemento, giocano per lo più col Super Santos, oppure si prendono a mazzate, il che ha diverse declinazioni: giocare a espugnare un fortino, giocare ai ninja, giocare ai cavalieri dello zodiaco, prendersi a mazzate e basta.

Ho amato questa piccola parte. Amato. Racconto davvero eccellente. Non capisco nulla di rugby, ma questa frase vale un mondo di emozioni. Complimenti!

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@Edu, sei sempre bravo, ma questa volta lo sei stato ancora di più.

Nemmeno un'incertezza e una scrittura essenziale che trasmette un mucchio di concetti senza un attimo di respiro: nulla potrebbe essere eliminato o cambiato senza togliere qualcosa al racconto. Hai fatto  proprio bene a fare il liceo.

Ironia della sorte, avrei volentieri iniziato il mio commento citando proprio la frase che è tanto piaciuta allo scrittore incolore, quella delle mazzate. Mi ha preceduto, e non è la prima volta.

Complimenti ancora.

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1 ora fa, Macleo ha scritto:

Edu, sei sempre bravo, ma questa volta lo sei stato ancora di più.

:rosa:grazie

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@Edu ciao. Ieri notte dovevo essere in pre-coma e mi sono spiegato veramente male, scusami. Il fare stupidi errori era riferito ai miei , che sono proprio causati dall'ansia e di quella voglia di scrivere in fretta senza andare poi a controllare. Era un discorso in generale. Da scrittore maledetto non inviarmi un tuo esorcismo per questo adesso. ciao a prestoxD

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21 minuti fa, Solitèr ha scritto:

non inviarmi un tuo esorcismo

Esorcismi io? Tze :tze:

Spoiler

Al massimo possessioni:diavolo2:

Grazie per il ripassaggio, ci vediamo presto ;)

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Un bel racconto "sportivo" e psicologico, un "come eravamo" che sa di buoni valori e di lealtà, non solo sportiva. Bravo, @Edu :)

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Il rugby é un'altra cosa! lo spirito agonistico è sano e costruttivo e poi c'è il terzo tempo, che consolida i principi fondamentali di questo bellissimo sport.

Io non lo seguo ma i miei si; quindi un pò posso dire che mi piace.

Come il tuo bellissimo racconto del resto. Una storia speciale di ragazzi speciali.:rosa:

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15 ore fa, Edu ha scritto:

 

21 ore fa, caipiroska ha scritto:

mamma di due rugbisti

mmm... veneta? :comedicitu:

No, toscana. 

Mamma orgogliosa di Bisonte e Lavolpe.

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12 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

Bravo, @Edu

Grazie carerrima :)

 

11 ore fa, Alba360 ha scritto:

bellissimo racconto

Ciao @Alba360, grazie anche a te :)

 

9 ore fa, caipiroska ha scritto:

Bisonte e Lavolpe

Ah, beh, soprannomi alquanto educati rispetto a quelli che ricordo io...xD. Aspe', a sto punto una storiella te la racconto

Spoiler

Quando arrivai in squadra, c'era questa seconda linea, appartenente alla categoria degli omaccioni fatti e pelosi, grosso quanto una casa, che però era un posapiano come pochi, e anche nel gioco, insomma, si faceva mettere sotto da soggetti dal fisico molto più bambinesco ma ben più dritti, come potrebbe essere un Nello del mio racconto. Insomma, si era guadagnato sul campo il soprannome di "coma" (altro che Lavolpe), e tutti lo chiamavano così e solo così, tanto che io, da ultimo arrivato, nella mia ingenuità (leggi cretinaggine) ero persuaso che si chiamasse davvero Coma di cognome. Ne ero talmente persuaso che mi rivolsi in più di un occasione a suo padre, che talvolta faceva da  accompagnatore nelle trasferte, appellandolo con cognome di "Coma", e parlando del figlio come di "Coma", finché un giorno lui (coma senior intendo) non ebbe a protestare. Io me ne uscii candidamente "Ah, perché, non si chiama coma?!"... :facepalm:

 

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Il 14/6/2020 alle 23:29, Edu ha scritto:

poi è rimasto a costante memoria di un’aspirazione irrealizzata, di un’idea platonica, e suona come una beffa.

C’è davvero poco, di liberty, nelle case popolari del Rione Libertà di Benevento. Architettura razionalista: a farla da padrone è il parallelepipedo. Poi gli anni hanno aggiunto intonaco scrostato, 

alluminio anodizzato e murales malfatti.

Il dramma degli scempi architettonici operati nelle periferie mi ha sempre fatto uscire di senno: il disastro urbanistico come causa di segregazione e disastro sociale. Qui nel tuo racconto questa ingiustizia viene fuori subito e ha un peso non indifferente nell'economia del testo.

Il 14/6/2020 alle 23:29, Edu ha scritto:

Fatto sta che giocavamo uno di fianco all’altro, colmando la distanza tra centro e periferia.

 

Una bella storia, scritta bene, piena di spunti interessanti. Mai banale o retorica.

Ti segnalo qui sotto i due refusi che ho notato:

 

Il 14/6/2020 alle 23:29, Edu ha scritto:

tu vivi nella parte alta della città”, mi diceva quello sguardo, “e meglio che te ne stai alla larga”.

"è" accentata.

 

Il 14/6/2020 alle 23:29, Edu ha scritto:

Se poi il centro è uno non passa...

E saltato il "che" tra "uno" e "non".

 

Grazie e un saluto, @Edu.

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10 minuti fa, Ippolita2018 ha scritto:

Grazie e un saluto

Grazie a te :)

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buono, anche perché sei riuscito a nascondere la spocchia che hanno tutti i rugbyferi che considerano ogni altro sport - il calcio in primis - roba da femminucce. 

Il 14/6/2020 alle 23:29, Edu ha scritto:

Noi rimanemmo in campo. Vedevo l’estremo avversario, quello riccio e magro, ansimare. Non appena il Libertà riconquistò il possesso dell’ovale, si mise a gridare: «Passatemela! Passatemela!». Non aveva senso: avrebbero perso quaranta metri di campo. Ma urlava con una tale convinzione che lo accontentarono. Quella meta non la dimenticherò mai. Nessun calcolo, andò dritto per dritto: una corsa rabbiosa fino a sotto i pali. Nessuno di noi, neanche i più grossi, ebbe il coraggio di affrontarlo. La partita, però, alla fine, la vincemmo.

qui mi sono un pochino perso. questo è quello che ha portato via di peso Nello (suo compagno) prendendosi anche un po' di botte. perché tutto questo spazio, questa azione eclatante che non viene spiegata? Poi sparisce. resta Nello, resta marcello un po' in disparte e poi resta il narratore. 

Insomam mi stona solo questa parte qui perché la trovo un po' avulsa da tutto il resto

 

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Ciao @Edu

Ho letto il tuo racconto tutto d'un fiato. Al di là della storia in sé - più che una storia, uno spaccato di vita - ho apprezzato molto il modo con cui hai scelto di scrivere il tuo pezzo. L'introduzione è perfetta nel suo ruolo di prendere per mano il lettore e introdurlo all'interno del mondo di cui ci narri. Un mondo di quartieri, di persone (maledette e non), di seconde possibilità. La storia di Nello l'ho letta proprio così: un ragazzo che nel farsi uomo ha la fortuna di camminare sul lato giusto della strada. Se il Libertà avesse fatto la squadra anche quell'anno? Forse Nello avrebbe perso l'occasione per migliorare come persona, o forse no, non si sa. Bello bello, davvero. Unico piccolo appunto, dettato più che altro dal gusto personale: mi aspettavo un colpo di scena, una sterzata che facesse chiudere il cerchio, invece non c'è stata. Ma come dicevo più sopra, questo racconto è uno spaccato di vita e tanto basta (e avanza). Bravo

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Ehi, ragazzi , mi ero perso i vostri commenti, pardon

 

Il 18/6/2020 alle 16:10, fkafka ha scritto:

perché tutto questo spazio, questa azione eclatante che non viene spiegata?

Beh, perché racchiude il senso di tutto il racconto. Prendere botte dalla vita, ma riuscire a incanalare la rabbia verso qualcosa di fecondo

 

Il 21/6/2020 alle 16:03, m.q.s. ha scritto:

Se il Libertà avesse fatto la squadra anche quell'anno? Forse Nello avrebbe perso l'occasione per migliorare come persona

Mah, direi che non si sarebbero mescolati i due mondi, con reciproca perdita di qualcosa. Nel racconto la squadra vince il campionato quando si mescola all'altra... ed è un po' una cosa in cui credo: non direi che c'è un lato giusto della strada, direi che imbastardirsi con le realtà altre significa arricchirsi.

 

Grazie a entrambi per il passaggio, le osservazioni e gli apprezzamenti :)

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Oh... che bello, torno a leggere qualcosa di @Edu!

 

E che dire... davvero un bel racconto, ben fatto!

A fare il "supermegapignolo", direi che - se hai giocato a rugby, da quanto ho capito - sai che "certe situazioni" in squadra si gestiscono... "meglio"... durante il terzo tempo delle partite, e devo dire che in questo racconto questo aspetto manca!

 

Però ti faccio i complimenti: in poche parole hai trasferito tutta la "filosofia di vita" che impregna questo sport in chi lo pratica e in chi vi "ruota attorno".

 

Complimenti, quindi, e alla prossima!

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Grazie @H3c70r

Beh, nel rugby degli scugnizzi il terzo tempo ci mette un po' a essere introiettato. Gli under sono talvolta feroci. Ma poi si introietta ;)

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