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Alberto Tosciri

La cadenza di Tito

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commento I

commento II

 

Spoiler

Questo racconto, un po' diverso, lo avevo postato una decina d'anni fa. Riscritto da cima a fondo provo a presentarlo di nuovo. 

 

Due legionari romani scendevano lungo le scale della fortezza Antonia, entrando da un lato nel piazzale del Tempio di Gerusalemme, gremito di persone per la festività di Pesach.

– Cos’hai? Mi sembri debole – diceva Adrio, il più anziano, al giovane Tito che dopo un breve periodo a Cesarea marittima era stato assegnato alla fortezza del procuratore della Palestina.

–  No, è il caldo.  Mi fa male la testa.

 – Hai messo foglie di cavolo sotto l’elmo?

 – No.

 – Te lo avevo di farlo ieri notte. Stavi bevendo come un vecchio ubriacone, scommetto che senti acido in gola e in pancia…

 – Sì.

Adrio si mise a ridere.  –  La posca è buona appena per togliere la sete e curare una ferita superficiale ma dammi retta: vino greco resinato è il migliore. Ti farò conoscere.

Adrio si fermò sugli ultimi scalini, voltandosi verso Tito.

– Qui siamo ancora nella fortezza Antonia, non ci può succedere nulla.  Per quelli… – e indicò con una smorfia la folla,  – questo è territorio impuro, perché ci siamo noi. Non osano entrare per paura di contaminarsi. Dopo l’ultimo scalino siamo nella loro terra consacrata, bisogna stare attenti e guardarsi intorno. – Sorrise. – All’inizio credi che sia impossibile vivere qui, ma ti assicuro che anche a Gerusalemme si può vivere.  

Strizzò l’occhio a Tito, che si guardava intorno respirando a fatica. Avrebbe preferito continuare a restare a Cesarea, almeno lì c’era il mare, faceva più fresco e sembrava di essere in una città romana, con tutte le comodità. Era stato trasferito alla fortezza Antonia per rinforzare il presidio durante le festività ebraiche. Annuiva senza entusiasmo seguendo Adrio nel grande piazzale immerso nella luce accecante del sole, pieno di uomini barbuti con il capo coperto che non li degnavano di uno sguardo, pur facendo largo al loro passaggio.

Usciti dal Tempio si inoltrarono in una strada stretta e in discesa, mentre il sudore  scendeva copioso dalla testa rasa di Tito chiusa nell’elmo che si scaldava rapido sotto il sole.

 – Senti caldo, eh? – diceva Adrio con calma e un mezzo sorriso divertito e crudele, mentre salutava affabile altri commilitoni che incontravano di pattuglia. Inveiva in greco o aramaico contro i passanti che bloccavano la strada: una processione interminabile di persone, talvolta famiglie intere, carri con ceste piene di merci,  giare di vino, verdure, gabbie con colombe  da vendere per i sacrifici al Tempio, greggi di pecore. La gente andava e veniva da tutte le direzioni, sollevando una coltre di polvere che si infilava dappertutto, toglieva il respiro. Tito guardava il suo commilitone con reverenza e timore; era più anziano di lui, quando parlava aramaico sembrava assumere anche i tratti di quella gente, lo sguardo, le movenze, l’odore. Si era integrato davvero bene, stava da tanti anni in Palestina con la X Legio Fretensis.

Sbucarono in una piccola piazza dove c’era un mercato; banchi di legno coperti da tende, alcune con tessuti a strisce chiare e scure. Polvere, fumo, odore penetrante di agnello arrosto, spezie, tanfo di marcio umido che proveniva dagli usci aperti e bui delle case, rigagnoli e pozze d’acqua sporca sopra i quali saltavano i bambini. Un vociare continuo in svariate lingue e dialetti, specialmente in prossimità dei banchi di vendita e delle taverne. E quel sole che non dava tregua.

– È sempre così, ma in questi giorni anche di più: siamo a Pèsach – disse Adrio. Molta gente veniva dai paesi intorno, distanti giornate di cammino.

– Sembrano buoni, ma certo non ci amano. Guardati sempre intorno,  possono esserci zeloti; pugnalano a tradimento chi  offende il loro Dio, cioè tutti quelli che non sono zeloti, immagina noi. Se potessero ci ucciderebbero tutti. Sono più scuri di pelle, vivono nel deserto. Ma è da un po’ che non ci sono disordini.

Un vecchio di bassa statura, piegato in due dentro una tunica sporca passava seduto sopra un asino carico di ceste, salutando tutti con un sorriso beante e sdentato. Quando vide i due legionari sollevò le braccia ossute prorompendo in un effluvio gioioso di parole incomprensibili rivolto verso Adrio, che gli rispose nella stessa lingua mostrando sempre più familiarità con quell’idioma aspro, confidenza e allegria che a Tito sembrarono eccessivi, se non addirittura inopportuni. Rimase perciò in disparte guardandosi intorno, sentendo la mano madida di sudore scivolare sopra la sua lancia  poggiata a terra.

– Questo vecchio pazzo vende un buon vino greco, meglio della nostra posca che a  te piace tanto… cos’hai, stai male?

 Tito ansimava reggendosi alla lancia, apriva la bocca, sollevava la testa  in alto, come a cercare aria.

– È il caldo, lo so. Tranquillo. Vieni qui all’ombra.

Si avvicinarono a una tenda sotto la quale erano esposti pani, dolci e frutta sormontati da nugoli di mosche, allontanate con fare indolente da un vecchio con uno straccio in mano. Un uomo con una tunica scura, il capo avvolto in una kefiah chiara  e una lunga barba nera  camminava verso di loro. La gente si scostava al suo passaggio senza guardarlo. Arrivato vicino ai legionari il suo sguardo si fissò su Tito, separato dall’altro. Si diresse verso di lui, sorrise, alzò un braccio, gridò qualcosa, come stesse chiamando qualcuno oltre il legionario, affrettando al contempo il passo, come a raggiungere un punto che aveva individuato. Urtò Tito,  continuando ad andare avanti con passo veloce. Tito si aggrappò alla tenda del banco trascinandola a terra. Il  vecchio continuava a scacciare le mosche.

– Adrio… guarda… – disse Tito, mostrando con spavento la mano sporca di sangue. Sotto il suo braccio destro una chiazza scura si stava espandendo, fuoriuscendo sopra la lorica segmentata. Lo avevano pugnalato in un punto scoperto  sotto l’ascella.

Adrio impugnò la sua lancia con la sinistra e sguainò il gladio guardandosi intorno. La gente ostentava indifferenza. In lontananza un uomo si muoveva velocemente, inoltrandosi verso una delle tante stradine laterali che circondavano il mercato.

– Zelota! – urlò con rabbia  Adrio.

Una pattuglia di legionari stava in fondo alla strada.

– Zelota! Ha colpito!  – urlò di nuovo, attirando la loro attenzione, indicando col gladio la parte dove il sicario stava scappando il quale, vedendosi scoperto si mise a correre inseguito dai soldati.

Tito si era nel frattempo inginocchiato, con una mano sulla ferita. Adrio gli tolse l’elmo,  tagliò rapido i legacci di cuoio che legavano la lorica al petto, osservò la ferita.  Gli stracciò parte della tunica e fece un impacco premendo sotto l’ascella. Tito emise un sospiro di dolore.  

– Ora ci voleva la posca… – disse Adrio guardandosi intorno.  Vide che Tito non poteva muovere  il braccio; la pugnalata aveva reciso qualche nervo, il sangue usciva abbondante adesso, il volto del giovane era sbiancato; tossì sputando un rivolo di sangue. Brutto segno, forse il pugnale era arrivato al polmone.

– Stringi la ferita, non fare uscire il sangue! Siediti. Ti porto del vino; qui vicino c’e una taverna…

 – Non lasciarmi…

 – Non ti lascio. Va bene. Non ti lascio.

Adrio lanciò rabbiosamente alcune monete verso un gruppo di ragazzini cenciosi che li stavano osservando.

– Andate alla taverna di Efìas! Fatevi dare una brocca di vino! Vi darò altre monete! Correte!

Uno dei ragazzi raccattò le monete e corse via, accompagnato da un altro.

Adrio  sistemò meglio Tito, facendolo sedere appoggiato a una pietra. Si mise davanti a lui a gambe larghe, con la spada sguainata, ma senza puntarla sulla folla che a distanza li  fissava in silenzio.

Tito sputò ancora sangue, vedeva appannato,  perdeva le forze. Aveva sfoderato anche lui il gladio, piantandolo rabbiosamente a terra, in mezzo alle sue gambe. L’aria era calda come un forno, il petto bruciava, il cuore batteva forte, la luce del sole lo accecava picchiando sulla testa come un martello sull’incudine.  La folla  intorno sbiadiva, sfumava dentro la luce e la polvere  che Tito respirava e sputava assieme al sangue. Chiuse gli occhi; aveva l’impressione di galleggiare nel vuoto, di allontanarsi dalla terra.

Un ragazzino si staccò dal gruppo di uomini silenziosi che guardavano. Indossava una tunica di lana  grezza chiara, stretta ai fianchi da una fune consunta. Una kefiah bianca e azzurra avvolgeva la sua testa; i piedi sporchi di polvere calzavano  sandali consumati. Mangiava lentamente un pezzo di carne di agnello arrosto avvolto in foglie di vite.

– Vattene! –  gli urlò Adrio.

Il ragazzino non se ne andava. Continuava a mangiare e guardava.

– Vattene! – ripeté Adrio,  facendo la mossa di sollevare il gladio.

–  Quel legionario sta male – disse il ragazzo fissando Adrio negli occhi.

Adrio si sentì mancare il fiato dallo stupore. Come faceva quel pezzente di ragazzino ebreo a parlare il latino della Suburra?

–  E allora? Cosa vuoi? Tra poco qui sarà pieno di soldati! Vattene!

Il ragazzino scuoteva la testa, serio, continuando a mangiare, masticando con calma. Si avvicinò ad Adrio, talmente vicino che il soldato  sentì il suo alito caldo che odorava di agnello.

– Fammi passare legionario – disse il ragazzo  accennando un sorriso che illuminò il suo volto abbronzato. Adrio non sapeva cosa fare. Perché quel ragazzo ebreo parlava  latino? Guardò la piccola folla che si era formata intorno a loro; un velo di polvere gialla avvolgeva tutti come una nebbia. Sembrava essere calato un  silenzio innaturale, nessuno parlava, nessuno si muoveva. Adrio si sentiva a disagio sotto lo sguardo del ragazzo, gli guardò le mani:  erano sporche e tagliuzzate, aveva i calli, erano le mani di uno che lavorava, forse con un padrone, oppure a casa sua. Non era certo uno zelota, nemmeno dall’aspetto. Era ancora un bambino. Voleva velocemente frugarlo nelle vesti, per vedere se aveva un pugnale. Allungò una mano verso di lui.

– Io non porto armi – disse il ragazzo severo. Non voleva essere toccato.

Adrio quasi non osava respirare. Non sapeva perché. 

–  Passa. Ma ti sto guardando.

– Sì, lo so. Guardami.

Si avvicinò a Tito, che sollevò faticosamente la testa.

 – Stai male legionario – disse il ragazzo sempre parlando latino, ma con un’inflessione diversa. La cadenza di Tito.

Il soldato ferito sorrise debolmente sentendo il suo idioma. Attraverso lo sguardo appannato vedeva un fanciullo vestito di bianco che gli sorrideva.

C’era pace, fresco, silenzio. Non c'era odio.

– Sei  venuto… per portarmi a casa? Chi sei tu?

– Non ancora…  Non ancora.– Il ragazzo impose una mano sulla sua testa. Il buio e  il silenzio calarono su Tito.

 

Tito riaprì gli occhi.  La luce all’inizio lo accecò. Il mondo era uguale, ma non era più come prima. Sentiva voci lontane che aumentavano di tono, come stessero avvicinandosi. Poi vide e sentì chiaro. Le caligae calzate dai legionari andavano e venivano davanti alla sua testa sollevando la polvere, lui era sdraiato a terra su un fianco. Cercò di alzarsi  puntellandosi sul suo gladio e tutti lo guardarono.  Adrio, che stava parlando concitatamente con altri soldati s’interruppe e lo guardò stralunato. Ma cosa avevano  tutti da guardare? Non sentiva nessun dolore, per quanto… Si tastò dov’era stato pugnalato. Sangue secco, come di una vecchia ferita rimarginata da tempo. Ma non sanguinava e… con timore si toccò a fondo: nessuna ferita! La sensazione di non sentire più dolore. Non era una sensazione. Non sentiva dolore! In bocca aveva il sapore ferroso del sangue, ma  stava svanendo, non lo sputava più.

L’aria era fresca, respirava come in un giardino; la folla intorno a lui si muoveva in un turbine silenzioso che risuonava in lontananza, avvicinandosi  a tratti con moto gradevole. Adesso la polvere  dei loro passi turbinava come una danza. Non era sgradevole: sentiva gli odori del mondo, era una festa, era la vita! Barcollò alzandosi. Vide la sua tunica a pezzi e insanguinata buttata da parte e coperta di mosche; la lorica e l’elmo in un angolo,  la sua lancia lontana. Guardò il gladio che teneva in mano come se fosse la prima volta.  Ma tutto questo non aveva importanza. Stava morendo e adesso era sano, intatto, soltanto sporco e sudato ma vivo. Vivo! Aveva fame, aveva sete! Cosa era successo? In nome degli Dei, cos’era successo?

– Quel ragazzo ti ha salvato! È un mago! – disse Adrio guardando Tito a bocca aperta. Poi, rivolto agli altri soldati – È stato pugnalato da uno zelota. Guardate qui… Questo mi moriva e invece… Un mago! Un mago ebreo lo ha salvato! Un mago ebreo bambino che parla latino!

– Ma dov’è il mago? – chiese Tito.

– Se ne è andato

– Dove?

– Da quella parte…

Tito corse nella direzione dove avevano visto andare il mago, una viuzza stretta e in salita, incurante dei commilitoni che lo chiamavano, incurante degli sguardi della gente, incuriositi nel vedere un legionario senza elmo e armatura,  sporco di sangue che correva come un folle stringendo in mano il gladio. Vide il mago che camminava più avanti. Aumentò il passo per raggiungerlo. Lui si voltò. Sorrise. Tito si fermò ansimante davanti  al ragazzo che sorridendo gli offrì con entrambe le mani le foglie di viti con dentro l'agnello arrosto che ancora stava finendo di mangiare. Il sorriso  luminoso di quel ragazzo, quegli occhi…  Tito gettò il gladio e tremando tese le mani per prendere l’agnello. Toccò le mani del ragazzo, sentì il loro calore, il respiro gli mancò, ebbe l’impressione di vacillare.

– Non è niente. Non avere paura. Mangia. È buono.

 Tito  sorrise e poi non riuscì a fermare il pianto. Mangiò con una fame nuova, un piacere mai sentito, un desiderio indefinibile che non sapeva spiegarsi. Mangiava e piangeva, piangeva ed era felice. Felice che il ragazzo lo guardasse, gli sorridesse, gli stesse vicino. Non sapeva perché.

– Chi sei tu che mi hai salvato la vita? Stavo morendo. Sei un grande mago. Cosa posso offrirti? O sei un Dio? Ma io non lo so. Voglio ringraziarti chiunque tu sia. Cosa posso fare per ringraziarti? Chiedimi qualunque cosa.

Tito si stupiva di parlare in quel modo a un ragazzo ebreo. Ma  non gli importava più nulla al mondo in quel momento. Sarebbe morto felice vicino a quel ragazzo.

– Vivi. Ti chiedo di vivere. Ma io non sono un mago.

– Allora sei un Dio. Vivrò per te. Lo farò, te lo prometto. Ma ti prego: dimmi il tuo nome.

– Joshua ben Joseph – disse il ragazzo sorridendo.

Tito  scosse la testa con un lieve sorriso, come a scusarsi di non capire aramaico.  – Ti prego ragazzo: dimmelo in latino.

– Mi chiamo Gesù figlio di Giuseppe, legionario.

 

 

 

 

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Prima di passare al signore degli anelli, avevo iniziato a leggere qualche vangelo apocrifo reperito in rete, @Alberto Tosciri, e devo dire di trovare alcune somiglianze. Attenzione, non intendo dire somiglianze in senso letterale, ma come ambiente e come racconti di miracoli di un "ragazzino" che poi sarebbe diventato il Salvatore (me ne è rimasto impresso uno in cui fa volare degli uccellini di legno o una cosa del genere).

Tralasciando questa premessa, anche se sono un appassionato di storia romana imperiale, non ho conoscenze adeguate a segnalarti eventuali imprecisioni storiche perché, per lo meno, per quanto ne so credo sia tutto coerente sotto questo punto di vista. Anzi, aggiungo che "le foglie di cavolo sotto l'elmo" non le avevo mai lette, ma so che sono stati gli antichi romani a esportare all'estero il cavolo quindi può essere tutto fantastico e realistico in ogni particolare.

Credo comunque che tu abbia scritto un ottimo racconto. A prescindere dalla cristianità, è tutto molto vivo e sentito - mi è sembrato di sentire caldo per Tito (ma forse anche il clima di questi ultimi giorni aiuta :D) - e anche l'ambiente esprime naturalezza nella sua quotidianità. Un ambiente dove magari è tutto bello e tranquillo ma che nasconde forti attriti tra gli ebrei e gli invasori romani.

Davvero, non saprei cosa dirti di più perché credo che tu abbia scritto un racconto molto bello.

Da parte mia voglio taggare @Ippolita2018 per sentire un suo parere (anche da studiosa di letteratura antica) che credo possa essere più utile del mio. Oltre che, essendo un argomento interessante anche per me, non nascondo che sono curioso anch'io. :D

Alla prossima lettura. :ciaociao:

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Grazie @bwv582  per aver letto e commentato questo mio racconto molto "apocrifo", ma scritto con rispetto.

Hai fatto bene a leggere anche i vangeli Apocrifi, io ne sono un appassionato tra l'altro. L'episodio al quale ti riferisci lo ricordo anche io, Gesù da ragazzino costruiva uccelli di argilla che poi prendevano il volo, mentre quelli di un suo compagno no.

Io non sono certo un esperto di storia, solo un semplice appassionato. Fin da ragazzino ho letto montagne di romanzi, biografie di personaggi, libri di storia della Palestina dei tempi di Gesù e dell'Impero Romano, oltre a vedere innumerevoli trasposizioni cinematografiche. Non ti faccio l'elenco perché sarebbe immenso...

Al limite se ti interessa potrei consigliarti un romanzo di Taylor Caldwell, Il leone di Dio, una bellissima e struggente biografia romanzata della vita di Saulo di Tarso -

S. Paolo, dalla nascita fino a poco prima della deportazione a Roma. Ha influito molto su  alcune atmosfere che spero aver messo in piccola parte in questo racconto.

Caldwell ha scritto anche altri bellissimi romanzi ambientati in quell'epoca precisa. Alla fine  della lettura ti sembra di esserci stato davvero.

 

La X Legio Fretensis fu una legione che prestò servizio per innumerevoli anni tra la Siria e la Palestina, con rinforzi di altre legioni e pare fossero  i suoi legionari ad accompagnare  Gesù anche sul Calvario. Parte della truppa soggiornava a Cesarea Marittima, ma notevoli distaccamenti andavano al pretorio di Gerusalemme alla fortezza Antonia, specie per le grandi festività ebraiche, occasioni di raduno di molte persone. La maggioranza di quei legionari venivano dall'Italia. I particolari e gli studi su questa Legione sono innumerevoli. Come stemma avevano un toro o un cinghiale, che molti legionari si tatuavano su un braccio.

 

In quanto alle foglie del cavolo sotto l'elmo... Durante il mio lontano periodo di allievo Sottufficiale a Viterbo (nel 1980...) ci facevano fare molte esercitazioni all'aperto in piena estate, giorno e notte, con l'elmetto che non era quello moderno di oggi in kevlar, super leggero, ma quello della 2^ Guerra Mondiale e i nostri ufficiali istruttori ci consigliavano caldamente se non volevamo che la testa rasata bollisse sotto il metallo, di mettere sopra la testa foglie di cavolo, che andavamo a saccheggiare in cucina, dicendoci che era un metodo usato dai legionari romani in Medio Oriente... Non so se sia vero, ma penso di sì,  ti assicuro che quelle foglie attenuavano davvero il caldo. Mi è piaciuto metterlo come particolare, chissà...

Mi ha fatto molto piacere il tuo apprezzamento e il tuo interesse @bwv582

 

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1 ora fa, bwv582 ha scritto:

Davvero, non saprei cosa dirti di più perché credo che tu abbia scritto un racconto molto bello.

Da parte mia voglio taggare @Ippolita2018 per sentire un suo parere

Carissimo Giovanni, avevo adocchiato e letto subito il racconto di Alberto, ma commentare a dovere non è stato ancora possibile. Io ti ringrazio infinitamente per la stima che riponi in me, ma posso assicurarti che è del tutto immeritata. Alberto, invece, è un vero conoscitore degli argomenti storici di cui tratta, ramificati e molto complessi. Spero comunque di tornare presto: grazie a entrambi!

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Il 23/6/2020 alle 18:51, Alberto Tosciri ha scritto:

Io non sono certo un esperto di storia, solo un semplice appassionato. Fin da ragazzino ho letto montagne di romanzi, biografie di personaggi, libri di storia della Palestina dei tempi di Gesù e dell'Impero Romano, oltre a vedere innumerevoli trasposizioni cinematografiche. Non ti faccio l'elenco perché sarebbe immenso...

A parte le trasposizioni cinematografiche, il resto vale anche per me. Ti ringrazio per il libro che mi consigli, intanto me l'ho segnato e da come lo hai descritto, sono curioso di leggerlo. :D

Il 23/6/2020 alle 18:51, Alberto Tosciri ha scritto:

Non so se sia vero, ma penso di sì,  ti assicuro che quelle foglie attenuavano davvero il caldo. Mi è piaciuto metterlo come particolare, chissà...

Di certo è realistico. Poi se lo usavano i legionari in medio oriente... perché dovrebbe essere falso? :)

Il 23/6/2020 alle 19:19, Ippolita2018 ha scritto:

Io ti ringrazio infinitamente per la stima che riponi in me, ma posso assicurarti che è del tutto immeritata.

Non credo proprio che sia immeritata...!

Vi mando un saluto e vi auguro una buona serata, @Alberto Tosciri e @Ippolita2018. :ciaociao:

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Splendido racconto, Alberto.

Più ancora della trama, dei particolari storici e del significato evangelico io, da ignorante di storia antica e di tante altre cose quale sono, ho apprezzato le descrizioni.

Scrissi due o tre anni fa un intervento sull'uso dei cinque sensi per ottenere descrizioni vivide e reali; ecco, se lo dovessi fare oggi porterei di sicuro a esempio questo tuo racconto. Mi hai fatto entrare in scena, di più: mi hai fatto vivere le scene che hai descritto. Ho sentito il caldo torrido, il profumo dei cibi e del vino, sono stato accecato dalla luce abbacinante, ho respirato la polvere che volteggiava nell'aria, ho udito la lingua aspra degli abitanti, ho sentito al tatto le mani calde del ragazzo e mi è sembrato perfino di gustare l'agnello arrosto. Una miriade di sensazioni che mi hanno restituito la pienezza dell'atmosfera. 

Bravissimo, davvero.

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Ti ringrazio @Marcello  son contento che questo racconto ti sia piaciuto.

Ricordo quel tuo intervento sull'uso dei cinque sensi, io prediligo questo tipo di descrizioni, anche se non sempre riesco ad applicarlo come davvero vorrei; non è sempre

facile perché se si vuole ottenere un discreto effetto quasi naturale occorre immedesimarsi completamente nella storia e nei suoi particolari e porta via molto tempo ed energie. Però ne vale la pena se uno scrittore come te apprezza e addirittura (questo è davvero troppo onore per me...) mi potrebbe portare ad esempio sull'uso di questa tecnica.

Grazie ancora e tanto.

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@Alberto Tosciri Ciao, ho letto il racconto con grande interesse. La ricostruzione storica mi è sembrata perfetta, ti faccio i miei complimenti. La trama, avvincente. Il colpo di scena finale bellissimo. Una sola piccola critica: forse potresti rendere più "a tutto tondo" i personaggi secondari, così che il racconto risulti ancora più realistico. Complimenti comunque, ottima storia. A presto :-)

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Un racconto davvero bellissimo, scritto con una precisione dietro la quale ci deve essere una grande ricerca storica oltre che una vera passione per i particolari. A partire dall'incipit, semplice, lineare, la trama scorre pulita attraverso descrizioni di bellezza veramente strepitosa (sarà anche che sono un appassionato di ambientazioni storiche). I dialoghi sono della giusta lunghezza e contribuiscono al dinamismo del racconto, ma a parte quelli le descrizioni dell'ambiente in cui si svolge il racconto sono veramente da togliere il fiato, nonostante siano spesso molto lunghe. La storia del miracolo del giovane Gesù non la conoscevo, ma anche questa è raccontata benissimo, forse solo un poco retorica. I personaggi - tutti - sono caratterizzati il giusto, con attenzione ma senza pedanteria. Lo stile è perfetto, incisivo, preciso e non stanca mai. Complimenti davvero!

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Ciao @Domenico S.  grazie per la tua lettura e commento e per l'apprezzamento.

Non immagini quanto mi sarebbe piaciuto  davvero descrivere ulteriormente sia i personaggi che ambiente e contestualizzazione.

Ma sarei andato troppo oltre il racconto, seppure lungo.

 

Ciao @Angelo Fabbri

Ti ringrazio davvero tanto per i tuoi complimenti.

La ricerca storica c'è seppure indiretta, non essendo io uno studioso né uno scrittore, ma un semplice appassionato. Fin da ragazzino ho letto parecchi romanzi storici, italiani e stranieri, ambientati nella Palestina occupata dai romani, ho sempre amato quell'epoca, e inoltre una mole di saggi e testi storici su quei tempi, senza contare anche una ricca filmografia che per quanto non sia da prendere alla lettera, può aiutare a figurarsi gli ambienti e le persone, per quanto bastino i buoni libri.

 

13 ore fa, Angelo Fabbri ha scritto:

La storia del miracolo del giovane Gesù non la conoscevo,

 Sì certo e qui chiedo scusa, in quanto è una mia invenzione. Mi sono basato sui racconti dei Vangeli canonici, quando descrivono di un Gesù adolescente che durante l'annuale visita a Gerusalemme per le festività di Pesach si "perse", venendo ritrovato  dai genitori dopo tre giorni al Tempio che discuteva con i sacerdoti... Ho immaginato che poteva anche essere uscito dal Tempio, nei paraggi, per comprare qualcosa da mangiare e nel frattempo, perché no... non sarebbe rimasto insensibile a una scena come quella che mi son permesso con grande rispetto di immaginare... basandomi in effetti su innumerevoli testi che descrivono la Gerusalemme di quei tempi e la vita che vi si conduceva.

I Vangeli apocrifi sono pieni di svariati episodi dell'infanzia di Gesù, e alla fine del Vangelo di Giovanni l'evangelista stesso disse che si era limitato nella sua scrittura dei fatti, perché a voler narrare tutto non sarebbe bastato tutto il mondo a contenere i libri  che si sarebbero dovuti scrivere... Immagina quanto si potrebbe scrivere. È accaduto di tutto e anche oltre.

 

Riconosco che ci ho messo un tantino di retorica... è tipico di molte cose che scrivo.

Ancora grazie. Questo testo mi è particolarmente caro.

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Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

 

Due legionari romani scendevano lungo le scale della fortezza Antonia, entrando da un lato nel piazzale del Tempio di Gerusalemme, gremito di persone per la festività di Pesach.

Ottimo incipit. Ci fai immediatamente dare un viaggio nel tempo. Poche pennellate e ci troviamo in un mercato affollato prima della festività di Pasqua. 

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Adrio si mise a ridere.  –  La posca è buona appena per togliere la sete e curare una ferita superficiale ma dammi retta: vino greco resinato è il migliore. Ti farò conoscere.

Dopo un dialogo fresco e naturale introduci ancora elementi che denotano la tua preparazione. La posca, una bevanda assunta dai legionari avente proprietà dissetanti e antisettiche.  Questi dettagli così accurati conferiscono veridicità al racconto.

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Usciti dal Tempio si inoltrarono in una strada stretta e in discesa, mentre il sudore  scendeva copioso dalla testa rasa di Tito chiusa nell’elmo che si scaldava rapido sotto il sole.

Eccellente. La tua penna scorre agile e le immagini che sai offrire al lettore sono nitide. Personalmente amo questo stile asciutto e dritto.

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

un mezzo sorriso divertito e crudele, mentre salutava affabile altri commilitoni che incontravano di pattuglia. Inveiva in greco o aramaico contro i passanti che bloccavano la strada: una processione interminabile di persone, talvolta famiglie intere, carri con ceste piene di merci,  giare di vino, verdure, gabbie con colombe  da vendere per i sacrifici al Tempio, greggi di pecore. La gente andava e veniva da tutte le direzioni, sollevando una coltre di polvere che si infilava dappertutto, toglieva il respiro

Anche questa è una descrizione di grande eleganza.  Le immagini arrivano forti e chiare, si percepiscono i rumori e gli odori di tutta quella gente.  Con la stessa eleganza riesci a caratterizzare Adrio. Un uomo di grande esperienza, tanto da potersi esprimere sia in greco che in aramaico. Un carattere assertivo, da leader.

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Si avvicinarono a una tenda sotto la quale erano esposti pani, dolci e frutta sormontati da nugoli di mosche, allontanate con fare indolente da un vecchio con uno straccio in mano. 

Ancora una fotografia... ho visto quel vecchio e ho sentito il ronzare delle mosche. Bravissimo.

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Barcollò alzandosi. Vide la sua tunica a pezzi e insanguinata buttata da parte e coperta di mosche; la lorica e l’elmo in un angolo,  la sua lancia lontana. Guardò il gladio che teneva in mano come se fosse la prima volta.  Ma tutto questo non aveva importanza. Stava morendo e adesso era sano, intatto, soltanto sporco e sudato ma vivo. Vivo! Aveva fame, aveva sete! Cosa era successo? In nome degli Dei, cos’era successo?

Ben riuscita anche la descrizione dello gioia per la guarigione inattesa. Lo stupore e il “riappropriarsi del proprio corpo e delle proprie sensazioni.

 

Posso solo esprimerti la mia ammirazione. Hai uno stile maturo e ficcante. La cura dei dettagli denota la tua preparazione sull’argomento,  elemento imprescinbile per un racconto in chiave storica. Una sorta di nuova pagina del Vangelo, chissà magari tramandata oralmente e da te scovata. La sensazione di aver letto qualcosa di reale c’è tutta. Anche la sensazione di aver ben speso il tempo che ho dedicato a questa lettura. Chapeau.

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Grazie @@Monica  e benvenuta.

Le tue parole e il tuo apprezzamento per questo mio racconto mi hanno fatto davvero piacere, hai colto in modo sorprendente molti piccoli particolari.

In effetti, fra le varie epoche storiche delle quali sono appassionato, quella dei tempi del racconto è una delle mie preferite; a mio parere e anche secondo taluni storici è stata una delle più perfette, appropriate per la venuta in terra di un Dio. Era raro allora che per svariati decenni  guerre di vasta portata, invasioni disastrose e conquiste si acquietassero, essendo l'impero romano già perfettamente consolidato e pur costretto a interventi militari, erano azioni di mero controllo e stabilità dei territori.

Non sarebbe stata possibile una qualsiasi predicazione e le sue successive e immediate conseguenze in terre in balia di guerre e disordini.

Benché l'evangelista Giovanni abbia  scritto, a compendio del suo vangelo, di essersi limitato a riferire solo pochi avvenimenti altrimenti non sarebbe bastata tutta la terra a contenere i libri dei fatti che si svolsero, e io ne sono metafisicamente convinto, nonostante gli innumerevoli e alcuni davvero bellissimi vangeli apocrifi, quelli conosciuti e quelli ancora nascosti, devo confessare che i fatti narrati in questo episodio li ho immaginati, come ho detto in un commento precedente.

Ma mi piace credere che tutto quello che il pensiero imperfetto e provvisoriamente limitato di un uomo possa immaginare o sognare sulla divinità in realtà possa essere accaduto, negli infiniti piani dell'esistenza.

 

Ancora grazie dei complimenti.

 

 

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Complimenti @Alberto Tosciri ottimo racconto, ti prende dall’inizio alla fine.

Hai descritto molto bene il contesto, sembra di vivere la storia accanto a Tito e Adrio.

Anche i personaggi sono bel delineati, ovviamente tenuto conto che si tratta di un racconto e non di un romanzo.

Ho trovato il tuo stile molto maturo… è la tua prima esperienza o hai già scritto altro?

 

Ti segnalo alcuni refusi/imperfezioni che nulla tolgono al mio giudizio molto positivo

 

Adrio si mise a ridere.  –  La posca è buona appena per togliere la sete e curare una ferita superficiale ma dammi retta: vino greco resinato è il migliore. Ti farò conoscere.

Io scriverei: "il vino greco resinato è il migliore. Te lo farò conoscere"

 

Sorrise. – All’inizio credi che sia impossibile vivere qui, ma ti assicuro che anche a Gerusalemme si può vivere.  

Eviterei la ripetizione di vivere

 

Sbucarono in una piccola piazza dove c’era un mercato; banchi di legno coperti da tende, alcune con tessuti a strisce chiare e scure. Polvere, fumo, odore penetrante di agnello arrosto, spezie, tanfo di marcio umido che proveniva dagli usci aperti e bui delle case, rigagnoli e pozze d’acqua sporca sopra i quali saltavano i bambini. Un vociare continuo in svariate lingue e dialetti, specialmente in prossimità dei banchi di vendita e delle taverne. E quel sole che non dava tregua.

 

Bellissimo! Complimenti.

 

Un vecchio di bassa statura, piegato in due dentro una tunica sporca passava seduto sopra un asino carico di ceste, salutando tutti con un sorriso beante e sdentato. Quando vide i due legionari sollevò le braccia ossute prorompendo in un effluvio gioioso di parole incomprensibili rivolto verso Adrio, che gli rispose nella stessa lingua mostrando sempre più familiarità con quell’idioma aspro, confidenza e allegria che a Tito sembrarono eccessivi, se non addirittura inopportuni.

Molto bella la descrizione del vecchio; la frase successiva però è molto lunga. Magari divisa in due rende di più.

 

Arrivato vicino ai legionari il suo sguardo si fissò su Tito, separato dall’altro.

“separato dall’altro”... mi sembra non renda molto. Potresti esplicitare, nella frase che precede, il fatto che Adrio è tornato a parlare col venditore di vino

 

Si diresse verso di lui, sorrise, alzò un braccio, gridò qualcosa, come stesse chiamando qualcuno oltre il legionario, affrettando al contempo il passo, come a raggiungere un punto che aveva individuato.

È una descrizione po’ contorta e spezza il ritmo della scena. Inoltre, se fossi Tito, legionario in territorio ostile, uno sconosciuto che inizia a gridare e gesticolare mi insospettirebbe. Forse potrebbe bastare un “Nel passargli accanto con passo veloce, urtò Tito”

 

Tito si aggrappò alla tenda del banco trascinandola a terra. Il vecchio continuava a scacciare le mosche.

Bella l’immagine del vecchio che continua come se nulla fosse successo… in sette parole hai descritto perfettamente l’atteggiamento del popolo conquistato ma non domo.

 

– Zelota! Ha colpito!  – urlò di nuovo, attirando la loro attenzione, indicando col gladio la parte dove il sicario stava scappando il quale, vedendosi scoperto si mise a correre inseguito dai soldati.

Metterei “indicando col gladio la direzione verso cui il sicario stava scappando. Quello, vedendosi scoperto, si mise a correre inseguito dai soldati.

 

L’aria era fresca, respirava come in un giardino; la folla intorno a lui si muoveva in un turbine silenzioso che risuonava in lontananza, avvicinandosi a tratti con moto gradevole. Adesso la polvere dei loro passi turbinava come una danza. Non era sgradevole: sentiva gli odori del mondo, era una festa, era la vita! Barcollò alzandosi.

Bellissimo! Ma sei sicuro che i turbini risuonino? La frase regge anche senza “che risuonava”. Bella l’immagine della polvere che danza. Mi ricorda il suonatore Jones di De Andrè.

 

Ancora complimenti, ottimo stile di scrittura.

Mi farebbe piacere se tu dessi un’occhiata a quello che ho scritto io in “racconti a capitoli”: Akkad.

 

Spero di leggerti ancora!

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@L.V.

Grazie per aver commentato e per l'apprezzamento.

In effetti è da parecchio che scrivo, ma non ho fortuna.

Mi son piaciute le tue correzioni, le ho trovate appropriate e più funzionali e ne terrò conto nel caso dovessi riscrivere, tanto più che questo testo mi è particolarmente caro.

Darò un'occhiata al tuo Akkad quanto prima. Ora sono impegnato a leggere i racconti dell'ultimo contest MI (Messaggi Inchiostro) al quale ho avuto l'idea di partecipare anche io...

Se trovo un ritaglio di tempo ci vado anche prima al tuo testo... ;)

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Ciao@Alberto Tosciri Ho visto il tuo racconto per caso ed ero curiosa di leggere qualcosa di tuo. Te li hanno già fatti, ma aggiungo i miei complimenti per la grande capacità di ricreare la scena nei dettagli e far immergere il lettore in essa, oltre che per l'attenzione alla correttezza storica. I dettagli come il caldo, la polvere, i cibi, ecc. sono come pennellate precise che dipingono un quadro. La trama è molto scorrevole e interessante. MI è piaciuto il colpo di scena finale, soprattutto il modo in cui hai descritto le sensazioni del soldato dopo il miracolo. Potrebbe davvero essere l'episodio di un Vangelo apocrifo. Insomma, un gran bel racconto!

 

Ti segnalo solo per correttezza (o pignoleria, che dir si voglia:lol:) che c'è qualche svista e qualche frase che si può rendere più scorrevole.

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

– Te lo avevo (detto) di farlo ieri notte

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Avrebbe preferito continuare a restare a Cesarea

Il verbo continuare meglio tralasciarlo quando non è indispensabile per la comprensione

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Ti  Te lo farò conoscere.

 

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

con un sorriso beante e sdentato

direi "beato" anche se poi farebbe rima con l'aggettivo seguente, quindi non so

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

– Zelota! Ha colpito!  – urlò di nuovo, attirando la loro attenzione, indicando col gladio la parte dove il sicario stava scappando il quale, vedendosi scoperto si mise a correre inseguito dai soldati.

In questa frase ci sono decisamente troppi gerundi, e può essere semplificata: "attirando la loro attenzione. Indicò col gladio la direzione in cui si era diretto il sicario, il quale, vistosi scoperto, si mise a correre". In più c'è un problema di coerenza: prima dici che stava scappando (se uno scappa lo immagino già correre), ma poi inizia a correre solo dopo essersi visto scoperto. Il pronome relativo "il quale" è meglio metterlo subito dopo il sostantivo a cui si riferisce

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Il soldato ferito sorrise debolmente sentendo il suo idioma

direi "il proprio idioma" se intendi di Tito, altrimenti "suo" lo capisco come del ragazzo

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Adrio, che stava parlando concitatamente con altri soldati s’interruppe e lo guardò stralunato

qui va una virgola dopo soldati, per chiudere l'inciso

Il 12/6/2020 alle 20:59, Alberto Tosciri ha scritto:

Guardò il gladio che teneva in mano come se fosse la prima volta

"come se lo vedesse per la prima volta"

In generale, ho notato che usi molti gerundi, che a me non dispiacciono, ma se sono tanti appesantiscono un po', meglio sostituirne alcuni, quando è possibile (cioè l'azione non è per forza contemporanea a un'altra), con frasi coordinate.

Sono piccole cose, ma possono rendere perfetto un racconto già ottimo, quindi mi sono permessa di segnalartele.

Rinnovo i complimenti (meritati) e ti saluto:ciaociao:

 

 

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Ciao@Silverwillow  e grazie per aver letto e commentato e soprattutto apprezzato questo racconto.:) Mi ha fatto molto piacere, perché questo è un racconto sul quale ho lavorato molto (e ancora devo lavorarci, indubbiamente), derivato dalla mia passione per quell'epoca storica.

Hai ragione sul fatto che uso molti gerundi, come pure ho la tendenza a mettere qualche avverbio in più anche se poi di solito, in fase di rilettura e riscrittura, taglio.

Amo moltissimo anche le parole che finiscono in ...mente, certo anche lì non bisogna esagerare ma non seguo pedissequamente certi manuali che dicono siano da usare con il contagocce... insomma: un disastro come esempio. Per me la scrittura è esprimere innanzitutto sensazioni, poi desiderio, poi passione, certo non disgiunta da una certa praticaccia...:D di vita e di scrittura.

Ti saluto e grazie ai tuoi complimenti per quest'oggi posso davvero vivere  beatamente di rendita :D

Grazie ancora e ciao.:ciaociao:

 

 

 

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Sublime racconto mi e sembrato di stare a vedere un film, le tue precise e profonde descrizioni caro @Alberto Toscirisono sicuramente dettate da un animo nobile di una persona che conosce la vita in tutte le variate esperienze, da come descrivi l'episodio, da come evidenzi l'aria, nella maniera di come spieghi la vita e l'andazzo delle persone pare che tu sei vissuto a quei tempi remoti assistendo da testimone al fatto compiuto. Non so se ci sono errori grammaticali o di qualche altra cosa ma al bellezza della narrazione ed il suo totale contenuto sicuramente nasconde gli errori banali o gravi che essi siano. Ti ringrazio della bella scrittura augurandoti tanta fortuna.

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Grazie @flambar  grande Comandante!

Il tuo giudizio e apprezzamento mi hanno fatto davvero molto piacere e queste tue parole 

2 ore fa, flambar ha scritto:

pare che tu sei vissuto a quei tempi remoti assistendo da testimone al fatto compiuto.

mi hanno fatto ancora più piacere, ancora non me le aveva dette nessuno, ti ringrazio.

Anche perché a volte, ridendo e scherzando ci si può avvicinare alla verità più di quanto non ci si immagini... ;);), così, come una piacevole passeggiata...;)

Tante belle e buone cose in questo attuale pazzo mondo :)

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Buongiorno, @Alberto Tosciri.

 

Purtroppo ho poco tempo da dedicarle e non posso quindi lasciare un commento più approfondito, ma in realtà credo che le poche parole, qui di seguito, siano più che sufficienti: complimenti, davvero un racconto bellissimo; mi ha regalato 10 minuti di "full immersion" a Gerusalemme... grazie di cuore!

 

 

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@Alberto Tosciri racconto ben scritto, con una ricostruzione credibile di un contesto non familiare e una trama compiuta. Proprio come piacciono a me. 

Non avevo immediatamente collegato il nome al commentatore di un mio racconto e ora capisco che abbiamo preferenze simili.

Volendo cercare di dare un suggerimento migliorativo, direi di togliere qualcuno dei dettagli utilizzati per rendere il contesto storico. Non so le caligae. Il rischio è che il lettore le prenda come sfoggio della grande preparazione che indubbiamente hai.

È solo un dettaglio però, come dicevo il contesto è uno dei valori aggiunti di questo racconto ben riuscito

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grazie @H3c70r  sono davvero contento che il racconto ti sia piaciuto e ti abbia immerso in quella particolare atmosfera che volevo rendere.

Dammi tranquillamente del tu, tutti nel forum si danno del tu :)

 

 

grazie@ViCo  mi fa molto piacere il tuo gradimento e in effetti penso che abbiamo in comune la passione per i racconti ambientati in altri contesti storici, come ho visto nel tuo "L'altezza del carro", molto bello.

Il periodo storico del racconto, quella particolare Palestina di duemila anni fa, è uno dei miei periodi preferiti e mi sono dedicato per molto tempo ad acquisire informazioni, ma non sono uno specialista del settore, non ho potuto dedicarmi a quel tipo di studi.

In effetti cito molti nomi e particolari che non sono conosciuti dai più, come le caligae, ma non mi andava di chiamarli semplicemente sandali, anche perché le caligae erano specifiche proprio dei legionari romani e da quelle calzature prese il nome l'imperatore Caligola, che da ragazzo le portava.

Ci risentiamo, ciao.

 

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