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marramee

Creature, di Stefano Pastor

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Ecco il mio terzo libro, uscito proprio in questi giorni.

CREATURE

di Stefano Pastor

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Quattro storie. Quattro luoghi speciali, carichi di fascino e mistero. Il macello, la fabbrica abbandonata, il giardino di gesso, il monastero. Quattro incredibili creature al di là di ogni immaginazione. E quattro intrepidi protagonisti, pronti ad affrontare l'ignoto. Un ragazzino che riconosce negli operai del macello un branco di feroci assassini e si fa assumere per poterli smascherare, scoprendo una realtà assai diversa. Una zitella di mezz'età ossessionata da un incubo ricorrente che si ritrova in una fabbrica abbandonata. L'accompagnatrice di un vecchio militare cieco che ascolta i suoi folli ricordi di guerra in un giardino di gesso. Una ragazza che scopre casualmente che sua sorella non respira e il suo cuore non batte, pur continuando a vivere, e si unisce a lei in un pellegrinaggio tra i monti, fino a uno strano monastero dove si nasconde la verità sulla sua nascita. Stanno tutti per incontrare qualcosa di unico, creature ignote all'uomo, esseri speciali, terrificanti e pericolosi.

CIESSE Edizioni

Collana BLACK & YELLOW

Pag. 336

ISBN: 9788897277026

Libro: Euro 19,00

eBook: Euro 9,50

Scheda del libro

Quattro novelle, un formato che mi ha sempre affascinato, ovvero storie di 80-100 pagine, molto più di un racconto, quasi un romanzo condensato. I titoli: MACELLO, PALME, IL GIARDINO DI GESSO e LUCE. Quattro storie fantastiche che inevitabilmente virano verso l'horror, incentrate su un argomento comune.

Inserisco l'inizio della prima novella, MACELLO:

Stavo aiutando papà in officina quando arrivò la polizia.

Giuro, una macchina con tanto di sirene spiegate, come nei film. Papà si pulì le mani e mi disse di restare lì, poi andò loro incontro. Erano due agenti, sentii che gli chiedevano se era il signor Ambrosini, poi nient'altro, perché tutti abbassarono le voci.

Quando papà rientrò mi disse che doveva andare via con loro, di non preoccuparmi e tornare a casa. Ma chiuse l'officina e questo era effettivamente preoccupante.

A casa scoprii cos'era successo: avevano arrestato il nonno! Ma c'era di peggio, molto peggio, dissero che aveva molestato dei bambini. Proprio così, molestato!

Tutto si sgonfiò subito, per fortuna. L'unica cosa che il nonno aveva combinato era fare i suoi bisogni. Solo che li aveva fatti sulla palla con cui stavano giocando due bambini, peraltro molto piccoli, di tre o quattro anni. Noi ci eravamo abituati, ormai, non ci avremmo neanche fatto caso, ma i genitori di quei bambini erano stati di altro avviso.

Lo sapevamo che il nonno era così, quando gli scappava la faceva lì dove si trovava, noi ci stavamo sempre attenti, non lo perdevamo mai di vista. Litigarono pure, quella sera, mamma e papà. Il nonno era il padre di mio padre, ma era la mamma a doversi occupare di lui. Solo che quel giorno mamma era uscita a fare una commissione e lui era scappato di casa. Papà disse che stava succedendo fin troppo spesso, e aveva ragione, in fondo: il nonno era regredito mentalmente, quasi fosse un bambino piccolo, e si divertiva a fare dispetti a tutti.

Comunque non fu facile tirarlo fuori dal commissariato, e papà perse l'intera giornata di lavoro. E poi, tornati a casa, arrivarono altri problemi. Alcuni vicini, che non avevano capito niente, si misero a sparlare. Scoprii il significato di parole finora sconosciute, come maniaco e altre ancora peggiori.

La cosa sarebbe andata avanti chissà quanto, se papà non si fosse sentito male. Dapprima si pensò che fosse a causa del troppo lavoro, delle preoccupazioni causate dal nonno, ma ben presto arrivarono gli esiti degli esami. Papà aveva un brutto male, che gli aveva colpito il fegato, come dimostrava il suo colorito giallastro.

Il cancro se lo portò via in quattro e quattr'otto. Due mesi, per intenderci. Vennero i fratelli della mamma ad aiutarla, perché all'ospedale non avevano fatto un bel niente, l'avevano solo rimandato a casa a morire. Chiusero l'officina, per prima cosa, e si mostrarono davvero disponibili.

Mamma cercò di tenermi fuori da tutto quanto. Vedevo papà molto raramente, sempre chiuso nella sua camera, e trovavano ogni scusa per mandarmi in giro. Avevo la scuola, anche, ero in prima media, e non è che i miei voti fossero granché.

Alla fine, una sera, per la prima volta, mia madre si confidò con me: mi parlò di papà, della sua malattia, della situazione in cui eravamo. Disse che sarebbe morto. «Quanti mesi gli restano?» chiesi, perché era così che la pensavo. Nei film si parlava sempre di mesi, minimo sei.

«È finita!» disse lei. «Un giorno, forse due.»

Inutile dire che ne fui sconvolto, quella notte non dormii.

Quando l'agonia ebbe inizio, arrivarono tutti i parenti al suo capezzale: papà non sarebbe morto solo, noi eravamo una grande famiglia.

I guai iniziarono quando arrivò la cugina Giulia.

Fui proprio io ad accorgermene: non avevamo fatto altro, quella sera, che accogliere parenti in visita, quindi ero sempre in prossimità della porta. Fu così che udii la sua voce squillante sul pianerottolo. Corsi ad aprire, perché non volevo che il suono del campanello potesse disturbare papà.

Lei era lì che chiacchierava con Rosa, la nostra vicina.

«Sono venuta per il funerale» raccontava, bella tranquilla.

Rosa era trasecolata, e anche un po' offesa che non l'avessimo avvertita.

«Non è morto!» urlai. «Papà non è morto!»

Giulia alzò le spalle con noncuranza. «Be', tanto non ci manca molto, no?»

Rosa restò a bocca spalancata, senza sapere che dire. Io spinsi la cugina Giulia dentro casa, in tutta fretta.

Lei, imperterrita, proseguì, con voce sempre più squillante: «Mi hanno detto che era alla fine. Quanto può essergli rimasto da vivere, un'ora, due?»

Io impallidii, senza riuscire a rispondere. La porta della camera di papà era aperta e lui non aveva ancora perso conoscenza, era possibile che l'avesse pure sentita.

Arrivò mia madre, trafelata. «Ah, Giulia.»

Per un attimo pensai che l'avrebbe uccisa. Giulia se lo meritava, in fondo. Lei era fatta così, nessuno la poteva sopportare, tutti cercavano di evitarla. Lei si intrufolava ovunque, matrimoni, battesimi, cresime, ma di certo preferiva i funerali, lì impazzava. Perché poteva dire ogni cosa del morto senza tema di essere smentita. La sua lingua era tagliente e di certo il suo quoziente intellettivo non eccelleva.

Mia madre riuscì a contenersi, anche se non al punto di sfoggiare un sorriso. «Giulia, cara, non c'era bisogno che venissi pure tu.»

«Avete già deciso la data del funerale? Sai, per potermi organizzare.»

Mia madre aveva un colorito grigiastro, forse peggio ancora di quello di papà. Mi stupii che nessuno dei suoi fratelli fosse ancora venuto a salvarla, ma sapevo bene che non ci tenevano a scontrarsi con Giulia.

«Sta male, sta molto male» disse mia madre a voce bassa. «Siamo alla fine.»

Giulia assunse un'espressione triste di circostanza. «Sì, capisco.»

Poi mamma guardò me. «Non è il posto per un bambino, questo. Non in un momento del genere.»

«Sì, sì» disse Giulia, a cui non importava un bel niente.

«Potresti esserci di molto aiuto, Giulia. Perché non lo porti fuori? Andate da qualche parte, andate al cinema.»

Fummo in due a guardarla con la bocca spalancata. «Ma... ma...»

Alla fine capii cosa mi stava chiedendo mia madre, di portarla via, di tenerla occupata, di lasciare che papà morisse in pace.

«Ma è un bambino!» disse Giulia, con palese disgusto. «Io non so... Al cinema, dici? Credi che sia il caso...»

«Per una volta sì» disse mia madre. «Portalo al cinema, svagatevi.»

E fu così che, mentre mio padre stava morendo, io mi ritrovai sbattuto fuori di casa, insieme alla parente più odiosa che avessimo.

Giulia diceva di avere trent'anni, ma sapevamo che aveva superato da molto la quarantina. Si vestiva ancora come una ragazzina ed eccedeva nel trucco. Non aveva un uomo, probabilmente non ne aveva mai avuto uno. Il suo unico scopo nella vita era occuparsi degli altri, distruggendo la loro vita, se possibile.

Era incazzata quella sera, parecchio. Essere costretta a fare la baby-sitter era infamante, proprio in quello che poteva essere un momento di gloria per lei.

Io sapevo che lo stavo facendo per mamma, che il mio sacrificio era importante, così restai in silenzio e mi comportai come un bambino ubbidiente.

Giulia scartò una commedia divertente, considerandola inadeguata, un film di avventura che tanto mi sarebbe piaciuto vedere, forse proprio per quella ragione, e puntò diritta verso il locale in cui trasmettevano un vecchio film d'orrore sugli zombi. Lo considerò perfettamente adeguato alla situazione.

La sala era quasi deserta, solo una decina di uomini sparsi qua e là. Giulia mi portò a sedere proprio nel centro della sala, dove la visuale era migliore.

I sedili di velluto rosso erano in stato pietoso, pieni di graffi e di bruciature. Il colore stesso tendeva più al marroncino. Per terra macchie di ogni genere avevano corroso il legno. «Siediti composto» disse.

Non tentò mai di parlare con me, forse perché era arrabbiata, forse perché non mi considerava alla sua altezza. La cosa non poteva che farmi piacere. Io ero confuso, spaventato, sapevo che proprio in quel momento mio padre stava morendo e non ero neppure riuscito a salutarlo. E tutto per colpa di quella versione appassita di Lana Turner che sedeva al mio fianco. La odiai e desiderai che fosse morta.

Quando finalmente spensero le luci, cercai di concentrarmi sul film, anche se la vista di tutti quei cadaveri putrefatti non era affatto invitante.

Dopo alcuni minuti qualcuno venne a sedersi di fianco a noi. Accanto alla cugina Giulia, per essere esatti.

Dapprima non lo notai neppure, poi, quando sentii Giulia ridacchiare durante una scena per nulla divertente, mi girai a controllare.

C'era un uomo accanto a lei. Molto giovane, per essere precisi, dimostrava vent'anni o poco più. Li guardai con attenzione, ma lui aveva lo sguardo puntato sullo schermo e alla fine mi convinsi di essermi sbagliato.

Dopo poco Giulia riprese a ridacchiare.

Io ero divorato dalla rabbia. Ma come poteva fare una cosa del genere? Mettersi a pomiciare con uno che avrebbe potuto essere suo figlio, e con me accanto!

Mi guardai intorno: la sala continuava a essere deserta, pochissimi spettatori, lontani da noi. Perché quell'uomo era venuto a sedersi proprio qui?

Quando la cugina Giulia iniziò ad agitarsi sulla poltrona, la guardai appena e subito distolsi lo sguardo. Era orribile quello che stavano facendo, e proprio adesso!

Cercai di concentrarmi sul film, di non sentire altro, arrivai persino ad alzare le mani ai lati della testa per non essere tentato di guardare.

Davanti a me una masnada di zombie libidinosi si stava mangiando la bionda svampita di turno, con un rumore di risucchio molto simile a quello che sentivo al mio fianco.

Alla fine non riuscii più a resistere. Papà stava morendo e io ero qui ad assistere alle prodezze sessuali di quella puttana! Mi girai di scatto e l'afferrai per un braccio. «Basta! Smettila!»

Le immagini proiettate illuminarono di azzurro la scena. Il sangue sembrava nero. Ciò che vidi pareva una replica esatta della scena sullo schermo: quel giovane che era seduto al suo fianco se la stava mangiando.

Almeno io la vidi così. Non c'era nulla di sessuale in quella scena, Giulia era afflosciata sulla poltrona, gli occhi vitrei, spalancati, la bocca mezza aperta. C'era tanto nero ovunque, e pensai che fosse sangue. L'uomo le stava mangiando una spalla, lo vedevo affondare i denti, lo sentivo masticare. C'era tanto nero anche sul suo volto.

Balzai in piedi e mi misi a urlare. «Lasciala!» E poi mi girai verso il resto della sala, immersa nel buio. «Aiuto! Aiuto!»

Indietreggiai, sotto gli occhi di quell'uomo, che continuava imperterrito il suo pasto.

«Qualcuno mi aiuti!» urlai ancora.

Fu allora che mi accorsi che gli altri spettatori si erano alzati in piedi. «Presto! Presto! La sta uccidendo!»

Non so perché dissi quelle parole, lo sapevo che non c'era più niente da fare.

Quelle figure silenziose iniziarono a convergere verso di noi, ma con estrema lentezza. Io non riuscivo a capire perché si comportassero così.

Sullo schermo adesso scorreva una scena notturna, e nella sala le tenebre avevano avvolto sia Giulia che il suo assassino.

«Accendete le luci!» urlai, e indietreggiai ancora.

Cozzai contro qualcosa, qualcuno, per essere precisi. Mi girai di scatto. Era un uomo imponente, alto e robusto, di una trentina d'anni, uno sguardo fisso, gelido, e pareva non si fosse neppure accorto di me. Era completamente calvo e la sua nuca lucida rifletteva le immagini proiettate sullo schermo.

«Là! Là!» indicai.

Altri spettatori avevano raggiunto Giulia, e ora erano chinati su di lei. L'uomo dietro di me mi spinse da parte, di malagrazia, e si fece avanti.

Li guardai inorridito farsi tutti intorno al corpo di mia cugina e chinarsi su di lei. In breve fu completamente celata alla mia vista.

«Cosa fate?» urlai. «Cosa state facendo?»

Lì crollai, era troppo ciò che stavo vedendo, e fuggii. Mi misi a correre come un pazzo, raggiunsi la più vicina uscita d'emergenza, scontrandomi con pesanti tende di velluto, e mi gettai fuori, incurante di qualunque allarme avessi fatto scattare.

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Aggiungo alcune recensioni del libro:

Recensione pubblicata da La Stamberga dei Lettori (a cura di Morwen)

Recensione pubblicata da La Tela Nera (a cura di Marcello Gagliani Caputo)

Al momento il libro è in promozione e fino alle ore 09.00 di venerdì 30 marzo 2012 è scaricabile GRATUITAMENTE da Amazon a questo indirizzo.

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Ospite Signor Ford
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