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Domenico S.

Aurora (2)

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Commento a "Oltre il molo" di GiuliaShumaniTutanka

 

Francesca era una docente di letteratura francese che si credeva un gatto, mentre Marco era un poeta e sbarcava il lunario come copywriter. Entrambi avevano passato da poco la trentina, erano sposati da cinque anni e non potevano avere figli. Avevano cominciato le pratiche per l’adozione, ma erano molto indietro nelle liste d’attesa. Avevano trovato un equilibrio nella loro esistenza e, in fondo al cuore, avevano rinunciato all’idea di avere una prole. Si dicevano, anzi, che un figlio avrebbe turbato la quiete della loro vita.

«Vorrei saper rendere l’ultravioletto a parole.»

«Schh…»

Francesca porse la tazza di caffè al marito. Lo abbracciò. Erano sul balcone del loro condominio di periferia. Guardavano l’alba.

«Dormiamo sempre meno» fece lui.

«Stiamo invecchiando.»

«Ho solo trentatré anni.»

«Età difficile per un cristiano.»

Come sempre, nella bocca di Francesca l’aggettivo contenne una lieve sfumatura ironica.

La donna andò nel letto per stiracchiarsi. Disse anche «miao», anche se Marco non poteva sentirla. Gli piaceva quando faceva il gatto. Ma lei non lo faceva, lo era. Non dava spettacolo per gli altri, ma solo per l’intrinseca soddisfazione di dare sfogo al proprio essere.

Mario finì di bere il caffè. Non era in vena di scrivere. Che fare? Forse la condotta migliore era rimettersi a letto e cercare di regolare il suo respiro su quello regolare di Francesca.

«So che avete avuto ottime recensioni su Tripadvisor» mormorò la donna. Stava avendo il suo sogno ricorrente. Dio si presentava a lei e le chiedeva la sua opinione sul mondo da Lui creato. «Avrei messo più gatti» aggiunse, continuando a rigirarsi. Ogni tanto Marco le chiedeva se ne dovessero prendere uno, ma lei diceva che sarebbe stata terribilmente gelosa e che era sufficiente lei per casa. Non si vedevano gatti, né figli in arrivo nel loro ménage. «Le persone perlopiù erano terribili» concluse la donna, mentre Marco decise di costringersi a versificare. Avrebbe poi rimpianto di non aver sfruttato quelle ore fra il risveglio e l’ufficio.

Andò nello studio. Quando avevano preso la casa, avevano pensato che sarebbe stata la stanza di loro figlio. 

Avevano una grande scrivania dove lavoravano in perfetto e silenzioso accordo. Scrivevano, traducevano, sfogliavano libri. In quel periodo, Francesco stava scrivendo poesie sulla tribù nativo-americana dei navajos. Sentiva che l’argomento era fuori dalle corde della sua poesia intimistica, ma una notte un indiano gli era apparso in sogno e gli aveva chiesto di farlo. Marco non credeva nel subconscio e attribuiva molta importanza ai sogni. Francesca lo prendeva in giro per quel motivo. Lei era più moderna. Non riteneva il Novecento fosse stato un errore.

Come si fa a scrivere dei navajos senza essere uno di loro? Era convinto che questo popolo avesse già un poeta laureato. Perché proprio lui?

Scrisse e riscrisse il primo verso.

«Fra un po’ ti uscirà il fumo dalle orecchie» disse Francesca, affacciandosi alla porta. «Vieni di là, ti faccio un toast.»

Marco obbedì volentieri. Tanto non stava andando da nessuna parte.

Si sedette al tavolo della cucina, mentre Francesca armeggiava col tostapane.

«Non ho combinato niente di buono» si lamentò lui, sbadigliando. 

«Dovresti scrivere d’altro.»

«Non ho altre idee.»

«Scrivine una su di me. Non lo fai da tanto.»

«Continui a servirmi fagiolini lessi.»

«È perché ti fanno bene.»

«Un pollo colle patate potrebbe ispirarmi maggiormente».

«Stiamo invecchiando. Dobbiamo bilanciare la nostra dieta.»

«T’amo» disse Marco.

 

Francesca non guidava. Marco la lascio in facoltà, quindi andò al lavoro. Quel giorno avevano un solo cliente, molto grosso e pressante. Non dava loro tempo di riflettere. 

«Come sta la professoressa?» chiese la solita collega alla macchinetta del caffè.

«È una persona molto felice» disse Marco. «La invidio.»

«Tu non sei felice?»

«Forse quando avremo finito con questo cliente…»

Durante la pausa pranzo, provò a scrivere qualche altro verso, ma quel giorno non ne voleva sapere. Probabilmente aveva ragione Francesca. Doveva cambiare argomento.

 

Francesca risalì le scale del dipartimento per tornare in ufficio. Quando fu da sola, si stiracchiò nel suo modo felino. Solo Marco sapeva che era un gatto. Aveva cercato di nasconderlo, ma la sua natura era spontaneamente emersa quando si erano fatti le coccole per la prima volta.

«Sei un gatto» aveva detto lui, sorpreso.

«Meow» aveva risposto, strusciando il naso contro il suo petto.

In quei giorni stava traducendo un saggio. Prese un dizionario consunto e si mise all’opera.

Arrivò un messaggio di Marco. Diceva che erano stati contattati dall’assistente sociale. Dovevano recarsi da lei dopo il lavo. Non sapeva il motivo.

“Dovremo firmare qualche scartoffia” gli rispose Francesca. Si fece seria. Si chiese se fosse d’umore troppo svagato. Dentro, si sentiva ancora una studentessa.

 

«Avete detto che la vostra casa è adatta a un minore» disse l’assistente sociale, pulendosi gli occhiali col maglione.

«Abbiamo una stanza in più» disse Francesca.

«Ora c’è il nostro studio» disse Marco.

La moglie lo fulminò con lo sguardo.

«Abbiamo un lettino in cantina» mentì Francesca. «Possiamo preparare la stanza in un attimo.»

«Si tratterebbe solo d’un affido. Sei mesi. Poi tornerà nella famiglia d’origine.»

«Va bene» disse Francesca, prima ancora che Marco potesse dire nulla.

 

Nel fine settimana, liberarono lo studio. Portarono nello scantinato scrivania e libri e comprarono una cameretta da bambina. Non parlarono durante tutta l’operazione.

 

Si chiamava Aurora. Aveva cinque anni.

«Vieni» disse Francesca, prendendola per mano. «Ti insegno a essere un gatto.»

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Ciao @Domenico S.

 

Ti lascio qualche appunto, frutto di opinioni personali, spero possano esserti utili, altrimenti ignorali!

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Francesca era una docente di letteratura francese che si credeva un gatto, mentre Marco era un poeta e sbarcava il lunario come copywriter.

Penso si dica più per una persona che vive da solo, lui è sposato e c'è anche lo stipendio della moglie. 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Entrambi avevano passato da poco la trentina,

 Non è necessario 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Come sempre, nella bocca di Francesca l’aggettivo contenne una lieve sfumatura ironica.

Frase non molto scorrevole. Scriverei "Nella bocca di Francesca l'aggettivo aveva sempre una sfumatura ironica"

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

La donna andò nel letto per stiracchiarsi. Disse anche «miao», anche se Marco non poteva sentirla. Gli piaceva quando faceva il gatto. Ma lei non lo faceva, lo era.

Suona meglio "All'uomo piaceva quando faceva il gatto", opinione personale. 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Mario finì di bere il caffè.

Marco

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«So che avete avuto ottime recensioni su Tripadvisor» mormorò la donna. Stava avendo il suo sogno ricorrente. Dio si presentava a lei e le chiedeva la sua opinione sul mondo da Lui creato. «Avrei messo più gatti» aggiunse, continuando a rigirarsi.

Molto bello!

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Ogni tanto Marco le chiedeva se ne dovessero prendere uno, ma lei diceva che sarebbe stata terribilmente gelosa

"che ne sarebbe stata"

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Non si vedevano gatti, né figli in arrivo nel loro ménage. «Le persone perlopiù erano terribili» concluse la donna, mentre Marco decise di costringersi a versificare.

Andrei a capo col dialogo. 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

mentre Marco decise di costringersi a versificare. Avrebbe poi rimpianto di non aver sfruttato quelle ore fra il risveglio e l’ufficio.

Toglierei quel "poi". Mi fa pensare a una situazione particolare, successiva, che non trovo nel testo (impressione personale).

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Marco non credeva nel subconscio e attribuiva molta importanza ai sogni. Francesca lo prendeva in giro per quel motivo. Lei era più moderna. Non riteneva il Novecento fosse stato un errore.

Ho dovuto rileggere più volte questo pezzo. Secondo me questa frase stona un pochino, è troppo slegata dal resto, se mantenuta andrebbe approfondita (la sua modernità si manifesta nel suo giudizio controcorrente sulle teorie freudiane?)

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«Come sta la professoressa?» chiese la solita collega alla macchinetta del caffè.

Forse intendevi che lo chiede come al solito 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Durante la pausa pranzo, provò a scrivere

Non metterei la  virgola dopo pranzo

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Dovevano recarsi da lei dopo il lavo.

refuso

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«Si tratterebbe solo d’un affido. Sei mesi. Poi tornerà nella famiglia d’origine.»

«Va bene» disse Francesca, prima ancora che Marco potesse dire nulla.

Farei fare almeno un accenno al perché, prima di far dire di sì alla donna, e da lettore vorrei saperlo 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Nel fine settimana, liberarono lo studio. Portarono nello scantinato scrivania e libri e comprarono una cameretta da bambina. Non parlarono durante tutta l’operazione.

A quale operazione ti riferisci? L'arco temporale è troppo lungo, anche solo nella seconda frase. 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Si chiamava Aurora. Aveva cinque anni.

«Vieni» disse Francesca, prendendola per mano. «Ti insegno a essere un gatto.»

Metterei "La bambina si chiamava Aurora." ecc. 

 

Il racconto, in generale, ha il giusto ritmo per rappresentare la vita tranquilla e normale di una coppia non troppo normale. Ben scritto, anche nei dialoghi. Forse il POV di Marco è un po’ troppo accentuato con frasi interrogative sparse per tutto il testo.

C’è qualcosa che non mi ha convinta fino in fondo. Te lo dico da lettrice, quindi valuta tu se può servirti. Forse l’eccessiva uniformità del ritmo, o il lasciare alcuni aspetti troppo in superficie. Devo dire che comunque vi trova spazio e ha un senso la sospensione di incredulità (nel reale, nel corso dei colloqui per adozione o affido la psicologia particolare della donna che si crede gatto salterebbe fuori, e non avrebbe alcuna chance).

 

Nel complesso un racconto che ho letto con molto piacere! :D

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@Ilaris Ciao ho trovato il tuo commento molto competente, preciso e utile. Commenta i miei racconti più spesso! Sono contento che, nel complesso, la storia ti sia piaciuta. Certo, ha bisogno di una bella riscrittura per attenuare i difetti da te giustamente notati. A presto.

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Ciao @Domenico S.

 

ho letto il racconto e volevo lasciarti la mia opinione.

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«Schh…»

Francesca porse la tazza di caffè al marito.

Forse qui sarebbe stato meglio scrivere : <<Schh...>> disse Francesca porgendo una tazza di caffè al marito. 

oppure << Schh...>> ( punto )

Francesca porse la tazza di caffè al marito. 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Erano sul balcone del loro condominio di periferia

magari era meglio aggiungere qualche dettaglio: Facevano colazione sul terrazzo del loro appartamento di periferia.

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Come sempre, nella bocca di Francesca l’aggettivo contenne una lieve sfumatura ironica

credo ci stia meglio conteneva invece che contenne oppure presentava.

Magari sarebbe stato meglio: Francesca, come suo solito, sfumò l'aggettivo con una lieve ironia.

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

La donna andò nel letto per stiracchiarsi. Disse anche «miao», anche se Marco non poteva sentirla

potevi anche scrivere: detto ciò, torno in camera e si infilò nuovamente sotto le coperte. Non avrei ripetuto anche avrei usato un sebbene o un seppure. 

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Gli piaceva quando faceva il gatto. Ma lei non lo faceva, lo era

Anche qui potevi usare un sinonimo di faceva per evitare la ripetizione.

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

la condotta

Austero.

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Mario finì di bere il caffè

Marco.

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«So che avete avuto ottime recensioni su Tripadvisor» mormorò la donna. Stava avendo il suo sogno ricorrente. Dio si presentava a lei e le chiedeva la sua opinione sul mondo da Lui creato

Più che sogno è una volo pindarico diciamo, una visione, oppure un semplice colloquio scherzoso. 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«Le persone perlopiù erano terribili» concluse la donna, mentre Marco decise di costringersi a versificare. Avrebbe poi rimpianto di non aver sfruttato quelle ore fra il risveglio e l’ufficio

Affermazione apodittica e un po' sconnessa dalla situazione. Poi non spieghi perché Marco ha rimpianto di non aver sfruttato quelle ore.

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

Un pollo colle patate potrebbe ispirarmi maggiormente

preferisco con le.

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«T’amo» disse Marco

manca  totalmente di pathos.

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«Come sta la professoressa?» chiese la solita collega alla macchinetta del caffè.

«È una persona molto felice» disse Marco. «La invidio.»

«Tu non sei felice?»

«Forse quando avremo finito con questo cliente…»

Dialogo di cui non riesco a capire l'utilità ai fini del racconto.

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

“Dovremo firmare qualche scartoffia” gli rispose Francesca. Si fece seria. Si chiese se fosse d’umore troppo svagato. Dentro, si sentiva ancora una studentessa.

in precedenza hai usato sempre le <<>>.  

 

Il 29/5/2020 alle 11:02, Domenico S. ha scritto:

«Avete detto che la vostra casa è adatta a un minore» disse l’assistente sociale, pulendosi gli occhiali col maglione.

«Abbiamo una stanza in più» disse Francesca.

«Ora c’è il nostro studio» disse Marco.

La moglie lo fulminò con lo sguardo.

«Abbiamo un lettino in cantina» mentì Francesca. «Possiamo preparare la stanza in un attimo.»

«Si tratterebbe solo d’un affido. Sei mesi. Poi tornerà nella famiglia d’origine.»

«Va bene» disse Francesca, prima ancora che Marco potesse dire nulla.

 

Dialogo a mio avviso superficiale, sbrigativo e con poco senso.

 

il tuo racconto è scorrevole da leggere, ma non ho colto ciò che volevi trasmettere al lettore. C'è un po' di tutto e un po' di niente.

 

Ciao alla prossima.

 

 

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Sono indeciso su come, da lettore, valutare questo racconto, @Domenico S.. In realtà fatico a considerarlo un racconto perché crea soltanto presupposti. Dal mio punto di vista, ci sono le basi per una storia di più ampio respiro di cui qui sono stati tratteggiati alcuni elementi. I personaggi: ottimi, ci sono (bel lavoro davvero, sei forte a creare queste intimità di coppia non convenzionali eppure così realistiche e spontanee), e sarebbe interessante sviluppare anche la bimba; il contesto: c'è, la coppia si muove in un contesto credibile tra lavoro e problemi familiari; l'elemento di rottura dell'equilibrio: c'è anche quello, l'adozione, che porterebbe allo sviluppo di una storia interessante. Mi immagino una storia incentrata sullo sviluppo interiore dei due protagonisti.

So che è un consiglio delicato da dare, ma se ti va facci una pensata sopra. Ci sono storie che nascono per essere sviluppate. :) 

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@AdStr Ciao, ti ringrazio per il bel commento. Sicuramente la storia non è sviluppata a sufficienza, diciamo che c'è l'inizio e la fine, ma manca la parte centrale, qualcosa che aiuti il lettore a mettersi davvero nei panni dei protagonisti. Non sei stato il primo a notarlo, quindi è un problema oggettivo. Grazie per il passaggio, buona giornata.

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