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Silverwillow

Fino a che punto un personaggio assomiglia all'autore?

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È un tema che mi ha sempre affascinata: quanto di noi mettiamo nei nostri personaggi, magari senza accorgercene?

Tempo fa, ad esempio, ho letto un articolo che sconsigliava di dare ai personaggi i nostri stessi interessi: libri, film, canzoni, ecc. Non ricordo il motivo per cui fosse sconsigliato, ma non mi sono trovata del tutto d'accordo. Certo, se il personaggio in questione non ha niente a che fare con noi, può essere una forzatura dovuta solo alla pigrizia (è più facile scrivere di ciò che già conosciamo bene). Ma se invece condivide alcuni nostri tratti caratteriali, potrebbe benissimo avere anche alcuni nostri interessi.

Mi sono posta di recente il problema nel creare personaggi difficili. Mi sono resa conto che c'era qualcosa di mio in tutti loro, anche quelli più negativi. Proprio a causa di ciò, ho grosse difficoltà a cerare personaggi davvero "cattivi" (almeno se devono avere un ruolo importante) perché non riuscirei a rispecchiarmici in nessun modo. Secondo voi è una questione di affettuosa vanità (come la madre che si vanta che il neonato ha i suoi stessi occhi) oppure qualcosa di inevitabile, che coinvolge tutti gli scrittori? I vostri personaggi (che siano investigatori disillusi, ragazze ingenue, assassini sociopatici, donne in carriera o padri assenti) vi somigliano in qualche modo?

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1 minuto fa, Silverwillow ha scritto:

quanto di noi mettiamo nei nostri personaggi, magari senza accorgercene?

Secondo me tanto. Almeno io lo faccio, oltre a prendere spunto da persone che conosco o che ho incontrato. Quello che però mi succede è anche che i personaggi che vengono fuori sono un mix di più persone, hanno un po' di me e un po' di altri. Non coincidono mai in tutto e per tutto con una persona reale. Questo anche per una questione di utilità pratica, mi imbarazzerebbe che chi mi conosce pensasse che io stia descrivendo me stessa o un mio parente o conoscente. 

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14 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

quanto di noi mettiamo nei nostri personaggi, magari senza accorgercene?

 

Io direi tutto: ma non solo di noi, del nostro mondo. D'altronde il personaggio deve per forza appartenere al mondo del creatore. Nel mondo ci siamo noi adesso, noi quando eravamo bambini, noi a 16 anni, noi a 25 ecc…; i nostri genitori oggi, i nostri genitori magari 10 anni fa; le persone che conosciamo, il nostro cantante preferito, anche il WD; anche tu, cara Salice d'Argento, sei nel mio mondo, so che vorresti scappare… ti capisco :asd: Magari diventerai l'assassina del mio prossimo thriller, chissà :P

 

 

24 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Secondo voi è una questione di affettuosa vanità (come la madre che si vanta che il neonato ha i suoi stessi occhi) oppure qualcosa di inevitabile, che coinvolge tutti gli scrittori?

 

La seconda (qualcosa di inevitabile), ma la vanità c'entra pure, molto spesso.

 

 

25 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Mi sono resa conto che c'era qualcosa di mio in tutti loro, anche quelli più negativi. Proprio a causa di ciò, ho grosse difficoltà a cerare personaggi davvero "cattivi"

 

Be', non preoccuparti. Tutti abbiamo il lato nascosto: "the dark side of the moon". Anche il "cattivissimo" è in noi. Anche l'assassino seriale più spietato dell'universo è in noi e noi lo conosciamo bene, ma lo reprimiamo, lo teniamo buono; poi in alcuni casi (quando ti ubriachi o quando dai sfogo alla tua immaginazione, per esempio) viene fiori e facciamo finta di non conoscerlo. Ma sotto sotto sappiamo vita, morte e miracoli di lui. Gli psicoanalisti parlavano dell'archetipo dell'Ombra.

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1 ora fa, Silverwillow ha scritto:

I vostri personaggi (che siano investigatori disillusi, ragazze ingenue, assassini sociopatici, donne in carriera o padri assenti) vi somigliano in qualche modo?

Come dico dicevo a ogni presentazione, ne ho uno che rappresenta non ciò che sono, ma tutto ciò che avrei voluto essere: giovane, bello, alto, biondo, doppio passaporto, italiano e olandese, e doppia cultura...

1 ora fa, Silverwillow ha scritto:

Mi sono posta di recente il problema nel creare personaggi difficili. Mi sono resa conto che c'era qualcosa di mio in tutti loro, anche quelli più negativi. Proprio a causa di ciò, ho grosse difficoltà a cerare personaggi davvero "cattivi"

Nel primo romanzo ho avuto parecchie difficoltà anch'io, poi però me lo sono imposto ed è nato uno dei personaggi più riusciti, a detta dei miei venticinque lettori: un assassino professionista completamente amorale, incapace di provare empatia e che non sa esattamente quale sia il significato che la gente attribuisce alle parole "amicizia" o "amore": sua unica passione, oltre al lavoro, sono i rebus.

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1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Magari diventerai l'assassina del mio prossimo thriller, chissà :P

Volentieri:lol:Sarei di sicuro molto particolare come assassina...

1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Gli psicoanalisti parlavano dell'archetipo dell'Ombra

Lo psicanalista è il migliore amico dello scrittorexD Eppure mi sorprende sempre finire un romanzo e scoprire che quasi in ogni personaggio c'è qualcosa di me, anche senza volere...

 

26 minuti fa, Marcello ha scritto:

un assassino professionista completamente amorale, incapace di provare empatia e che non sa esattamente quale sia il significato che la gente attribuisce alle parole "amicizia" o "amore": sua unica passione, oltre al lavoro, sono i rebus.

Ecco, io ci provo ma non ci riesco. I miei "cattivi" finiscono per avere tutti, se non proprio una giustificazione, dei motivi comprensibili. Mi piacerebbe riuscire a creare un cattivo "puro" , senza tante complicazioni.

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Di me, a volte non c'è proprio nulla. 

Però c'è sempre molto del mio mondo, delle persone e delle situazioni che conosco emotivamente. 

Diversamente temo che personaggi e trame non reggerebbero.

 

Edit: ovviamente non è detto che così funzionino... 

Modificato da mercy
aggiunto edit.
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Sì, i miei protagonisti hanno sempre qualcosa di me, un modo di pensare o di agire, una mentalità, dei gusti, dei difetti ecc. Oppure delle caratteristiche che vorrei tanto avere. Per me è quasi obbligatorio, io mi devo immedesimare in quello che scrivo.

Per quanto riguarda gli altri personaggi (antagonisti, comparse, scocciatori), non ho nessun problema a renderli stronzi, anzi mi ispiro molto volentieri alle persone realmente stronze o rompiballe con cui ho avuto a che fare nella mia vita, magari amalgamandone due nello stesso personaggio...:giù: 

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Il 19/5/2020 alle 17:13, Silverwillow ha scritto:

I vostri personaggi (che siano investigatori disillusi, ragazze ingenue, assassini sociopatici, donne in carriera o padri assenti) vi somigliano in qualche modo?

Sì, in quasi tutti i miei personaggi c’è qualcosa di me o del mio vissuto, parenti, amici, conoscenti e animali domestici inclusi. Quelli che sono completamente inventati, ossia che raffigurano personalità che so esistere ma con cui non ho mai avuto a che fare, credo siano solo quattro (credo).

Poi, in tutti i libri che ho scritto, eccetto l’ultimo, devo dire che ho sempre inserito un personaggio in particolare in cui avevo piacere di identificarmi. Tutti tranne l’ultimo, che è quello che ritengo sia, per ora, il migliore tra quelli che ho scritto. In questo mi sono spezzettata per bene su più personaggi. Non so se sia un caso o meno che sia quello uscito meglio a non avere il personaggio singolo ad alta concentrazione di autore :lol:

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Il ‎19‎/‎05‎/‎2020 alle 17:13, Silverwillow ha scritto:

Tempo fa, ad esempio, ho letto un articolo che sconsigliava di dare ai personaggi i nostri stessi interessi: libri, film, canzoni, ecc. Non ricordo il motivo per cui fosse sconsigliato, ma non mi sono trovata del tutto d'accordo.

E a ragione: prendere a esempio Haruki Murakami, che mette molto del suo nei suoi lavori. I suoi lavori per questo vengono bene: sa di quello che sta parlando, per questo risulta efficace.

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1 ora fa, Miss Ribston ha scritto:

Non so se sia un caso o meno che sia quello uscito meglio a non avere il personaggio singolo ad alta concentrazione di autore :lol:

Secondo me può essere positivo quando più personaggi hanno qualcosa dell'autore, può voler dire che li capiamo meglio e quindi riescono più "vivi".

In uno dei miei romanzi ho creato tre personaggi principali molto diversi tra loro, eppure riesco a identificarmi bene con tutti e tre (e anch'io lo considero il più riuscito). La cosa strana è che mi succede quasi solo coi personaggi maschili (e qui un buon psicanalista sarebbe probabilmente d'aiuto:D), quelli femminili prendono più facilmente tratti di donne che conosco bene e che stimo.

Il libro che sto scrivendo ora invece ha un solo protagonista ed è in prima persona, e mi sono accorta che è più difficile mantenere le distanze ed evitare che finisca per pensare come me. Finora comunque ci sto riuscendo, e ha ereditato solo i miei gusti musicali (poteva andargli peggio:P).

 

Adesso, M.T. ha scritto:

E a ragione: prendere a esempio Haruki Murakami, che mette molto del suo nei suoi lavori. I suoi lavori per questo vengono bene: sa di quello che sta parlando, per questo risulta efficace.

Sì, mi sto convincendo anch'io che sia una cosa positiva, oltre che difficile da evitare. Una storia in cui di noi c'è poco o niente diventerebbe poco coinvolgente sia per chi scrive che per chi legge

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12 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

Sì, mi sto convincendo anch'io che sia una cosa positiva, oltre che difficile da evitare.

Il segreto di una buona riuscita sta nel non far distinguere al lettore cosa c'è di tuo in un personaggio e cosa invece è soltanto "suo" :tze: .

 

Pillola di saggezza notturna, conosciuta anche come "st... ata delle due di notte". :sorrisoidiota: 

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Il 19/5/2020 alle 19:52, Silverwillow ha scritto:

Ecco, io ci provo ma non ci riesco. I miei "cattivi" finiscono per avere tutti, se non proprio una giustificazione, dei motivi comprensibili. Mi piacerebbe riuscire a creare un cattivo "puro" , senza tante complicazioni.

 

Io ho la soluzione! Ubriacati Bevi un dito di vino prima di metterti a scrivere :D

Lo faceva Hemingway Io naturalmente te lo sconsiglio! Il segreto sta nello scrivere da ubriachi e revisionare da sobri.

Scherzi a parte, secondo me un personaggio totalmente cattivo o totalmente buono è poco efficace. Meglio un buono con qualcosa di cattivo e un cattivo con qualcosa di buono, perché noi stessi siamo buoni e cattivi insieme: siamo come divisi tra Luce e Ombra. Si rischia di cadere nel cliché con personaggi tutti buoni o tutti cattivi. Anche evitare i cliché è di per sé un cliché, quindi alla fine i personaggi migliori sono quelli "misti".

 

 

7 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Il libro che sto scrivendo ora invece ha un solo protagonista ed è in prima persona, e mi sono accorta che è più difficile mantenere le distanze ed evitare che finisca per pensare come me

 

Questo è il motivo principale per cui non scrivo cose lunghe in prima persona. Per i racconti sul WD va benissimo.

 

7 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Finora comunque ci sto riuscendo, e ha ereditato solo i miei gusti musicali (poteva andargli peggio:P).

 

Meno male :asd:

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Il 19/5/2020 alle 19:52, Silverwillow ha scritto:

I miei "cattivi" finiscono per avere tutti, se non proprio una giustificazione, dei motivi comprensibili.

Provo a dirti la mia, @Silverwillow. Cosa intendi con comprensibili? Secondo me anche i cattivi devono avere la loro logica e le loro motivazioni plausibili dal loro punto di vista. Un cattivo senza una ragione comprensibile dal suo punto di vista non credo che possa reggere. Certo, più la motivazione va contro l'etica e cose del genere, più il cattivo risulterà cattivo, ma anche la cattiveria più cattiva ha bisogno di un punto di vista solido e comprensibile purché ci si cali nella sua ottica... cattiva. :) 

Quindi, se con comprensibili intendi quello che ho detto qui, allora secondo me fai bene. Se invece intendi che rendi i cattivi tutto sommato condivisibili, allora sì, non stai creando un cattivo vero e proprio, ma magari "solo" un antagonista. Che va benissimo lo stesso, eh.

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5 ore fa, AdStr ha scritto:

Secondo me anche i cattivi devono avere la loro logica e le loro motivazioni plausibili dal loro punto di vista.

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

Scherzi a parte, secondo me un personaggio totalmente cattivo o totalmente buono è poco efficace

In effetti i cattivi privi di motivazione rischiano di essere poco credibili e diventare cliché. L'unica giustificazione, in mancanza d'altro, è un disturbo mentale (che nei thriller spesso funziona, ma è appunto un'anomalia, non la norma).

Io ne ho creati solo un paio fatti così, ed erano personaggi molto marginali. Quando invece creo degli antagonisti cerco di capire i loro motivi, e spesso diventano, oltre che comprensibili, condivisibili a livello emotivo (un trauma o un'ingiustizia subita, le pressioni sociali, un sogno diventato ossessione, ecc.). Probabilmente è un bene, perché risultano umani e credibili. D'altro canto però se un antagonista serve a introdurre tensione nella storia (penso soprattutto ai thriller, o ai fantasy, ma vale per qualunque altro genere) renderlo troppo comprensibile può diventare un problema.

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4 minuti fa, Silverwillow ha scritto:

In effetti i cattivi privi di motivazione rischiano di essere poco credibili e diventare cliché. 

Solitamente i cattivi sono i personaggi più interessanti, un po' come la Divina Commedia, dove la parte che si preferisce è l'Inferno: forse perché l'uomo riesce a riconoscere di più l'imperfezione che la perfezione.

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Come tutti quelli che scrivono, c'è qualcosa di me nei personaggi dei miei romanzi, sia nei buoni, che nei cattivi. Però, poi, i personaggi marciano con le proprie gambe, vivendo le situazioni, non da me preordinate, mano a mano che si verificano. Cerco di non giustificare i cattivi, ma di spiegare i loro processi mentali, anche quando sono, o sembrano, molto lontani dai miei processi mentali, specialmente i corrotti, che nella vita reale aborro al punto che li manderei a morte. 

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Secondo me non ci dovrebbero essere molti di punti di contatto tra autore e personaggi. Mentre scriviamo una storia, stiamo di fatto creando un prodotto, non molto diverso da un paio di scarpe o qualsiasi altra cosa. Come tutti i prodotti, deve essere bella, deve funzionare e deve attirare un pubblico target. Credo sia errato attribuire alla storia cose che ci riguardano, il rischio è di non essere né lucidi né obiettivi per creare un meccanismo che davvero funzioni, o di affezionarsi in modo morboso al testo senza obiettività. Al giorno d'oggi credo che l'idea romantica dello scrittore "artista" sia un po' fuori luogo, essendo l'editoria un'industria. Di fatto per creare una storia serve più altro la tecnica, la bella scrittura, scrivere di cose che conosciamo, questo sì, e un tipo di sensibilità tale rendere credibili cose che non ci riguardano in prima persona.

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3 ore fa, carla q. ha scritto:

Secondo me non ci dovrebbero essere molti di punti di contatto tra autore e personaggi. Mentre scriviamo una storia, stiamo di fatto creando un prodotto, non molto diverso da un paio di scarpe

 

Questa è la ragione, secondo me, dei sempre più frequenti personaggi piatti, squallidi, visti e rivisti. Sto leggendo romanzi rosa (sebbene non sia il mio genere preferito) e nei testi odierni, italiani soprattutto, sia self che non, ogni pagina mi pare un supplizio. I personaggi sono testoline vuote (mi auguro non siano lo specchio di autori/autrici xD).

Credo che vita vissuta e sensazioni personali siano la chiave. Cito con nostalgia Elinor e Marianne Dashwood (ragione e sentimento, Jane Austen) Elizabeth Bennet e Darcy  (Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen) Caterina Earnshaw/Linton ed Heatchliff (Cime Tempestose, E. Brontë), Jane Eyre ecc... Questi sono personaggi palpabili, unici, che restano impressi per davvero (pur non essendo autobiografici). Il genere rosa di oggi, più du tutti, sfocia nella banalità ed a me dispiace. Sarà perché i personaggi sono concepiti quasi sempre come "prodotti di fabbrica"? 

 

Lucidità ed obiettività uno scrittore (non più aspirante) dovrebbe averla a prescindere. 

 

 

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ciao Luciano, 

io credo esattamente il contrario, cioè che per costruire un personaggio davvero indimenticabile e di spessore, si debba a maggior ragione trascendere dal nostro vissuto personale. La vita vera è una cosa, ma il personaggio deve riuscire a condensare in duecento pagine molto di più. Anche io non amo il genere rosa, ma tutti i romanzi di narrativa, anche di altri generi, sono dei prodotti che vengono scelti e selezionati perché si ritiene possano essere venduti. Il termine prodotto non lo intendo in maniera negativa anzi, se prendi un caso letterario di un certo rilievo, in Italia il primo che mi viene in mente è La solitudine dei numeri primi, io direi che è un buonissimo prodotto: bella storia drammatica, titolo geniale, scrittura asciutta, target di pubblico molto ampio, ad avercene di "prodotti" così! :) 

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@carla q. invece secondo me si può giungere a un compromesso ragionevole. Metti un po' di te (e un po' di chi conosci) nelle tue storie, così non solo ti identifichi e ti emozioni di più, ma descrivi efficacemente quello che sai. Però con il giusto distacco ed equilibrio.

Poi tanto di cappello a chi riesce a trascendere in tutto e per tutto come te: sono due modi di scrivere che hanno pro e contro e ciascuno può sentirsi affine all'uno o all'altro.

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@Silverwillow Ciao. Quando creo un personaggio, mi guardo intorno, prendo spunto da più persone e cerco di inserire alcune loro caratteristiche in un "contenitore"

A livello inconscio penso che in ogni personaggio ci sia una percentuale di me stesso.

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Il 19/5/2020 alle 19:52, Silverwillow ha scritto:

Volentieri:lol:Sarei di sicuro molto particolare come assassina...

Lo psicanalista è il migliore amico dello scrittorexD Eppure mi sorprende sempre finire un romanzo e scoprire che quasi in ogni personaggio c'è qualcosa di me, anche senza volere...

 

Ecco, io ci provo ma non ci riesco. I miei "cattivi" finiscono per avere tutti, se non proprio una giustificazione, dei motivi comprensibili. Mi piacerebbe riuscire a creare un cattivo "puro" , senza tante complicazioni.

Credo che in questo ti possa aiutare, purtroppo, conoscere dei cattivi veri. Neanche io mi identifico però li descrivo pensando alle loro motivazioni che hanno a che fare con una distruttività malata. Non so se ho capito bene quello che intendi ma forse, come pensavo io, immagini il cattivo come una persona sofferente che reagisce a un dolore che ha subito. Il cattivo vero non ha dolore, è semplicemente vuoto. Così schiacciare gli altri è l'unica cosa che riescono a fare. Però una volta non ci credevo. Non riuscirei, ad ogni modo, a scrivere di torture o violenze oltre a un certo livello, dovrei forse, per riuscirci,  identificarmi troppo con il cattivo di cui ho compreso la struttura generale ma poi devo fermarmi lì. 

Credo che non possiamo fare a meno di mettere noi stessi e il nostro mondo in qualsiasi cosa facciamo. Credo però che si possa riuscire con l'esperienza a distaccarsi sufficientemente dai personaggi in modo da far notare di meno quel che c'è di nostro, soprattutto se riusciamo a distaccarci un po' da noi stessi. Ci sto lavorando! 

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Credo sia la cosa più semplice scrivere il proprio "io" e lasciare uscire ogni parte di sé. Perché nel buono e nel cattivo del personaggio, sono certa, c'è sempre il nostro essere che, anche se soltanto fantastico, riesce a prendere forma.

Spesso ho l'impressione, anche quando dipingo, di riuscire a dare voce al mio mondo dalle mille sfumature, non è visibile agli altri, eppure mi appartiene.

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13 ore fa, leopard ha scritto:

Credo che in questo ti possa aiutare, purtroppo, conoscere dei cattivi veri

Ciao @leopard la tua risposta mi ha dato da riflettere, quindi ti ringrazio. Il fatto è che sono convinta che i cattivi non esistano. Ciò che noi definiamo una cattiva azione è sempre relativo, e può essere banale o addirittura buona per altri. È il concetto stesso di morale a essere relativo: al periodo storico, alla classe sociale, all'età, alla provenienza geografica, ecc.  Un magnate della finanza che ruba per arricchirsi, un bambino che ruba un giocattolo, un senzatetto che ruba per mangiare: hanno al centro lo stesso reato/colpa, ma noi non li giudichiamo allo stesso modo, né legalmente né moralmente. 

14 ore fa, leopard ha scritto:

Il cattivo vero non ha dolore, è semplicemente vuoto

In questo caso, secondo me, si entra nel campo delle malattie mentali. Che siano dovute a traumi o a difetti organici, ci deve essere un buon motivo per cui una persona è priva di morale o di empatia, non è una condizione naturale. Per me è come se fossero ciechi, ed è difficile per chi non lo è descriverlo.

Io non ho difficoltà a identificarmi con qualcuno che compie brutte azioni (tortura, omicidio, ecc.) ma i loro motivi devono avere senso per me, prima che per il lettore. Posso scrivere di personaggi negativi (sociopatici, pedofili, assassini seriali, mafiosi senza scrupoli), ma non riesco a farne dei protagonisti, fatico a vedere il mondo coi loro occhi. È un po' un limite, che vorrei superare.

14 ore fa, leopard ha scritto:

Credo che non possiamo fare a meno di mettere noi stessi e il nostro mondo in qualsiasi cosa facciamo. Credo però che si possa riuscire con l'esperienza a distaccarsi sufficientemente dai personaggi in modo da far notare di meno quel che c'è di nostro, soprattutto se riusciamo a distaccarci un po' da noi stessi.

Sono d'accordo con te in parte: un po' di distacco ci vuole, ma forse identificarsi nei personaggi non è una brutta cosa, perché li rende vivi. I grandi protagonisti della letteratura, che citava qualcuno più su, sono nati da scrittori con una sensibilità fuori dal comune, in grado di infondere nei personaggi le loro osservazioni sul carattere umano, che senza dubbio derivavano non solo dagli altri ma anche da loro stessi.

 

7 ore fa, Astrid& ha scritto:

Spesso ho l'impressione, anche quando dipingo, di riuscire a dare voce al mio mondo dalle mille sfumature, non è visibile agli altri, eppure mi appartiene.

È quello che intendevo. Non lo facciamo volontariamente, ma quando creiamo qualcosa, quel qualcosa ha per forza una parte di noi, anche se gli altri non lo vedono

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18 ore fa, Silverwillow ha scritto:
Il 12/7/2020 alle 02:19, leopard ha scritto:

Il cattivo vero non ha dolore, è semplicemente vuoto

In questo caso, secondo me, si entra nel campo delle malattie mentali. Che siano dovute a traumi o a difetti organici, ci deve essere un buon motivo per cui una persona è priva di morale o di empatia, non è una condizione naturale. Per me è come se fossero ciechi, ed è difficile per chi non lo è descriverlo.

Io non ho difficoltà a identificarmi con qualcuno che compie brutte azioni (tortura, omicidio, ecc.) ma i loro motivi devono avere senso per me, prima che per il lettore. Posso scrivere di personaggi negativi (sociopatici, pedofili, assassini seriali, mafiosi senza scrupoli), ma non riesco a farne dei protagonisti, fatico a vedere il mondo coi loro occhi. È un po' un limite, che vorrei superare.

sì, in parte entro nel campo delle malattie mentali però è anche vero che sono fenomeni troppo diffusi per trattarsi di un deficit. A volte basta lasciare le briglie sciolte e non punirli. Pensa a quelli che hanno una famiglia, sono irreprensibili e poi vanno in vacanza in certi luoghi dove magari possono avere rapporti sessuali con le bambine. O gli haters sui social che si sentono protetti. Lo fanno, perchè lo fanno gli altri, perchè non si mettono nei panni delle vittime  pur appartenendo alla stessa cultura, non pensano, si autogiustificano, non si sentono responsabili. Ci sono esperimenti di psicologia sociale che mostrano come molte persone, nel momento in cui ritengono di non poter essere considerati responsabili di ciò che fanno (per esempio perchè glielo permette un'autorità, famoso è l'esperimento di MIlgram) compiono qualsiasi cattiveria e con questo intendo fare del male fisico o morale a un'altra persona, non di qualcosa strettamente collegato ad una cultura e nemmeno a persone bisognose che rubano per fame. Probabilmente ho sviluppato una visione più pessimistica nel tempo. Però ritengo che alla base di tante cattiverie ci sia più una sorta di stupidità, concretezza morale, banalità di pensiero, mancanza di profondità che chissà quale misterioso trauma o deficit. Ho sempre pensato che la cosa più difficile da capire sia la stupidità, non la follia. Il manager che ruba per arricchirsi, perchè lo fa? Non ha nemmeno il tempo di godersi tutte le ville con piscina che si è comprato. Al di là dei meccanismi nel quale può essersi impigliato (magari è sceso a patti con la mafia e non può più tirarsi indietro ma poniamo che non sia questo il caso) cosa lo spinge a voler possedere sempre di più, sempre più ammirato per le sue ferrari che nemmeno guida? è uguale al bambino di 4 vuole il giocattolo del fratellino per pura rivalità, ma, in un uomo adulto, è vanità fatua, sciocca. Che culturalmente giustifichiamo tutti desiderando un sacco di cose firmate e via dicendo. Un fenomeno che appartiene a tutti, senza che ci siano traumi o deficit particolari

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19 ore fa, Silverwillow ha scritto:

Posso scrivere di personaggi negativi (sociopatici, pedofili, assassini seriali, mafiosi senza scrupoli), ma non riesco a farne dei protagonisti, fatico a vedere il mondo coi loro occhi.

quello non l'ho mai fatto nemmeno io. Magari gli lascio degli spazi, anche un capitolo intero per mostrarlo, ma rimane l'antagonista

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Il 19/5/2020 alle 17:13, Silverwillow ha scritto:

È un tema che mi ha sempre affascinata: quanto di noi mettiamo nei nostri personaggi, magari senza accorgercene?

Tempo fa, ad esempio, ho letto un articolo che sconsigliava di dare ai personaggi i nostri stessi interessi: libri, film, canzoni, ecc. Non ricordo il motivo per cui fosse sconsigliato, ma non mi sono trovata del tutto d'accordo. Certo, se il personaggio in questione non ha niente a che fare con noi, può essere una forzatura dovuta solo alla pigrizia (è più facile scrivere di ciò che già conosciamo bene). Ma se invece condivide alcuni nostri tratti caratteriali, potrebbe benissimo avere anche alcuni nostri interessi.

Mi sono posta di recente il problema nel creare personaggi difficili. Mi sono resa conto che c'era qualcosa di mio in tutti loro, anche quelli più negativi. Proprio a causa di ciò, ho grosse difficoltà a cerare personaggi davvero "cattivi" (almeno se devono avere un ruolo importante) perché non riuscirei a rispecchiarmici in nessun modo. Secondo voi è una questione di affettuosa vanità (come la madre che si vanta che il neonato ha i suoi stessi occhi) oppure qualcosa di inevitabile, che coinvolge tutti gli scrittori? I vostri personaggi (che siano investigatori disillusi, ragazze ingenue, assassini sociopatici, donne in carriera o padri assenti) vi somigliano in qualche modo?

Per evitare questo problema, ho deciso di costruire il mio protagonista non nella mia fantasia, ma basandolo su una persona esistente, che conosco. Nonostante questo mi sono accorto che a tratti tendevo a sconfinare in me stesso e dovevo "ripulirne" le caratteristiche. Credo che specialmente agli esordi sia abbastanza facile cadere nel rischio di mettere troppo di sè. 

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