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Marissa1204

Una goccia nell'anima - Parte 2

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https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47522-estate-2014-capitolo-1/?do=findComment&comment=836815

 

C’erano delle altre persone, vestite con bambù e foglie, forse degli indigeni, che avevano costruito delle barelle improvvisate con porte che aveva magari portato l’acqua. Presero uno ad uno i superstiti e li misero sulle barelle e poi sui furgoni. Venti persone ammucchiate sul retro di un piccolo furgoncino: Tyler si chiedeva quando sarebbe finito quell’incubo.
Il veicolo partì a manetta, sbatacchiando sul sentiero brullo, facendo sussultare tutti. I bambini probabilmente urlavano, giudicando dalle smorfie sui loro visi.
Lontano dalle zone colpite, arrivarono al primo ospedale, il quale era affollato, anche troppo: stavano cominciando a montare delle tende, magari perché non c’era abbastanza spazio o forse anche per ospitare i morti.
La visuale di Tyler comprendeva il retro del furgone e non sapeva ben dire cosa stesse succedendo. Intanto il mezzo si era fermato e nessuno si era precipitato a prendere i superstiti che erano stati caricati dietro. I bambini che gli stavano allineati affianco furono presi e messi su un altro furgone: che stava succedendo? Dove li portavano? E perché loro non venivano soccorsi?
Il furgone ripartì e Tyler vedeva quell’ospedale sfrecciare davanti a lui, come un’opportunità sfumata: forse non avevano posto e si stavano dirigendo verso un altro ospedale.
Sebbene il furgone stesse andando a tutta birra, non poté a far a meno di ignorare quel volto che gli sfrecciò davanti. Quella folta capigliatura biondo castana, con il viso allungato.
«Luton!» urlò con quanto fiato avesse.
Cominciò ad agitarsi sulla barella improvvisata: quello era il suo migliore amico. Era lì! Doveva  fermarsi!
«LUTON! - continuava ad urlare, con le corde vocali che gli bruciavano e agitandosi - FERMATI! LUTON!»
Il furgone si fermò e Tyler si mise seduto: non poteva correre da Luton, la gamba era rotta.
Rivide di nuovo quella capigliatura biondo castana e riprese a urlare il nome del suo amico, ma quando quello si girò, gli occhi di Tyler non incontrarono quelli profondi e affascinanti di Luton. Non era lui.
Continuò a mugolare il suo nome, come se non riuscisse a metabolizzare che aveva preso un granchio e che dove si trovasse il suo migliore amico fosse ancora un’incognita.
Tyler fece cenno al tizio che guidava il furgone di poter partire e quel viaggio scomodo ricominciò.
Il movimento turbolento del mezzo non faceva altro che peggiorare il dolore alla gamba: chiuse gli occhi, cercando di allontanare la delusione. Dov’erano? Magari li avrebbe trovati nell’ospedale dove si stavano recando: era passato poco tempo dal maremoto, supponeva Tyler, quindi non sarebbero potuti andare lontano. Ma la vastità del disastro, chissà dove li aveva trascinati.  
Prima che potesse pensare ad altro, il veicolo si era fermato nuovamente: la scena era quasi uguale a quella precedente. Una folla, con delle tende e un ospedale: sembrava di essere in qualche mercato. Stavolta, dopo una manciata di minuti, qualcuno si avvicinò al retro del furgone. Li analizzò, forse li contò e fece cenno a qualcuno in lontananza di avvicinarsi.
Procedettero a farli scendere, usando le barelle improvvisate su cui erano stati adagiati e uno ad uno i superstiti furono portati all’interno dell’ospedale.
La scena che si presentò agli occhi di Tyler rappresentava il degrado assoluto: forse si trovavano a pochi chilometri dal disastro ed essendo l’ospedale più vicino, molto probabilmente era anche il più affollato. L’impressione di Tyler fu tutt’altro che positiva, soprattutto a livello igienico, ma era l’unica cosa che poteva salvarlo e mise da parte il suo essere schizzinoso. Era passata mezz’ora probabilmente e già ringraziava il cielo per non essere morto dissanguato: a quanto pareva gli organi vitali non erano stati toccati.
Attorno a lui un coro di lamenti che, nonostante fosse sordo, non poteva non udire: il cuore gli vibrava mentre sfilava dinanzi a quei lettini con persone che imploravano di essere aiutate. Non c’erano abbastanza posti letti in quel piano e alcuni erano stati adagiati sul pavimento o sui davanzali delle enormi finestre. Sembrava un accampamento. E si rese conto, che molto probabilmente, anche lui sarebbe finito sul pavimento, magari ignorato.
Come pensato, coloro che lo stavano trasportando lo fermarono sotto uno dei davanzali e Tyler sprofondò nello sconforto: non era meglio morire?
«Ehi, non lasciatemi qui! Ho la gamba rotta!» pensò di aver urlato a chiunque gli passasse accanto.
Gli si avvicinò un’infermiera, la quale gli stava dicendo qualcosa, ma Tyler non poteva sentirla: si portò le dita alle orecchie per farle capire che era sordo. Lei gliele esaminò e poi passò alla gamba. Scandendo bene le parole, per permettere a Tyler di leggere le labbra, gli disse:
«Per le orecchie non possiamo fare niente. Guariranno da sole nel giro di qualche giorno. Per la gamba la opereremo quando sarà il tuo turno»
Tyler si guardò intorno: il suo turno sarebbe potuto essere tra qualche giorno per tutta la gente che c’era.
«Non devi preoccuparti: tanto non hai fretta. Qual è il tuo nome?» gli chiese l’infermiera e dopo aver avuto la risposta se lo annotò su un taccuino. La donna si voltò e corse verso l’uscita: c’era qualcuno che aveva bisogno di lei da qualche altra parte.
«Dove va? Aspetti! Ho bisogno di aiuto!» le urlò sempre più disperato. Si sentiva ignorato e il dolore alla gamba non faceva altro che peggiorare, come se una spada gli trapassasse la carne. Quando il dolore era troppo insopportabile, si portava una mano tra i denti per evitare di urlare, rischiando di rompersela a sangue.
Ad un certo punto, sentì la bile salire lungo l’esofago, a causa di tutto quel dolore e la puzza di malati. Cominciò a tossire e si alzò leggermente: vomitò anche l’anima. Tutta l’acqua che gli asfissiava i polmoni fuoriuscì insieme a tanto fango che aveva inghiottito mentre veniva sbattuto da una parte all’altra dall’oceano.
Tyler chiuse gli occhi per evitare che tutto quel dolore potesse penetrargli attraverso la pelle, espandendo un freddo interiore di cui non aveva bisogno. Provò a mettersi in piedi, dando forza sulla gamba sana: a cosa gli servisse non ne aveva idea. C’era voluto tanto per arrivare lì, sembrava stupido scappare, ma voleva farsi notare per essere soccorso. Fece attenzione a tenere la gamba destra tesa, la quale pendeva storta. Cercò di non guardarla troppo per evitare di vomitare nuovamente. La porta sotto il suo peso fece un brusco movimento, che quasi lo fece scivolare; piantò la mano sulla parete per mantenere un certo equilibrio e saltò “fuori” dalla barella. Nel farlo però la gamba infortunata urtò contro il letto di un paziente non cosciente, provocandogli un dolore talmente forte da farlo cadere nuovamente a terra sulla porta.
«Non puoi camminare! Aspetta il tuo turno! Ti opereremo domani, vedrai!» gli urlò un’altra infermiera che aveva visto tutta quella scena poco dignitosa. Tyler non aveva capito niente, perché, tenendo lo sguardo basso, non le aveva letto le labbra. Ma dalla sua faccia capì che in quel modo non avrebbe ottenuto nulla.
«Avete un telefono? Devo chiamare casa!» pensò di aver urlato, facendo il gesto della cornetta e avvicinandola all’orecchio.
La donna muovendo le labbra lentamente, disse:
«Ne abbiamo uno fisso. Lo userai quando potrai camminare!» e detto questo se ne andò, distratta dalle urla che giungevano dalla hall. Un altro furgone di feriti: Tyler allungò il collo, cercando di scorgere qualcuno dei suoi amici, ma ciò che vedeva era solo l’andirivieni di infermieri e barelle, senza dargli il tempo di capire chi fossero i nuovi arrivati.
“Quando potrò camminare, userò il telefono. Chissà fra quanto?” si disse, amaramente, distendendosi nuovamente lungo la parete, in attesa del suo turno.
Solo in quel momento si rese conto di quanto fosse stanco e le palpebre pesanti chiusero il palcoscenico davanti a quello spettacolo orribile.

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