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Massimiliano Marconi

La materia dei sogni

Post raccomandati

Commento a In aria

 

«Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita

W. Shakespeare - La tempesta

 

C’è una piccola bottega aperta solo di notte e gestita da un anziano signore.

All’interno, una grande sala piena di brandine allineate.

Tante persone insonni si presentano al cospetto del signore e, interrogati, rispondono alle sue domande. Lui ci pensa un po’ e li indirizza ognuno a una brandina.

Subito un leggero ronzio accarezza le loro orecchie, si insinua nei loro corpi e li rilassa, li riempie di sensazioni suadenti, finché cadono addormentati. È il rumore di minuscoli telai posti sotto ogni brandina. Si avviano appena il corpo tocca il materasso e, da invisibili fili, cominciano a tessere trame impalpabili.

Ogni notte i telai ronzano e mille spolette si muovono senza sosta fino alle prime luci del giorno, quando la sala infine si svuota. Allora il vecchio vaga per gli stretti spazi fra le brandine e raccoglie i tessuti sottilissimi prodotti durante la notte. Un respiro profondo, un attimo di concentrazione e, posata la stoffa sul materasso, con mani esperte la ripiega con cura e la ripone in un raccoglitore con una spessa copertina di cartone.

Gesti abituali dall’aria monotona, quasi da massaia, e invece sempre unici, terribili. Passa e ripassa le mani su ogni lembo di stoffa con movimenti misurati e con l’animo pronto ad accogliere le segrete sensazioni che quella materia gli trasmette; le esperienze oniriche lasciate tra le pieghe del tessuto hanno infinite gradazioni di tono e colore. Passano dalla gioia più pura al più cieco terrore: così sono i sogni. Lui li conosce. E resta là, a riviverle una per una, quasi senza fiato, almeno finché reggerà il suo piccolo cuore.

Ma oggi, mischiata a quei vortici, c’è una percezione diversa.

Alza la testa e scorge un vivace paio di occhi scuri che lo fissano attraverso le righe della veneziana. Si ricorda di quegli occhi, sa di averli già visti, e li ricolloca sul volto di uno degli ospiti di quella notte, il più giovane.

Sorride e con un cenno della mano lo invita a entrare.

Il ragazzo si fa avanti, salutando con un timido

– Buongiorno...

Richiude la porta e si guarda intorno: di giorno l’ambiente ha un aspetto diverso; manca la gente, manca il brusio di respiri e ronzii che di notte riempie la stanza. E tutto quel silenzio, quel vuoto, lo intimidiscono.

– Vieni avanti, figliolo. Dai!

La voce dell’uomo risuona stentorea e rassicurante. Il ragazzo si fa coraggio e si avvicina.

– Be’, dimmi, cos’è che ti ha ricondotto qua? Non sei rimasto soddisfatto?

– No... Tutt’altro. Ero tornato indietro proprio per ringraziarla. Ma...

Il giovane si interrompe per cercare le parole adatte, come se temesse di offendere l’anziano dall’aspetto bonario che ha di fronte.

– Quando sono arrivato alla porta – prosegue – lei era in piedi accanto a una brandina. Pareva in preda a forti emozioni. Ho continuato a osservarla. Vedevo il suo viso che, da un giaciglio all’altro, cambiava espressione, si distendeva, si deformava. Finché non metteva via la stoffa.

L’uomo rimane in silenzio mentre il ragazzo parla, in modo che i suoi stessi ragionamenti sciolgano dubbi e timidezza e possa sentirsi a suo agio.

– Sì, sì... Hai fatto bene. – dice poi. – Ma vieni con me ora. Hai fame? Facciamo colazione.

E, prendendolo sottobraccio, lo guida in un’altra stanza.

Su un piccolo fornello, un bricco di latte e una vecchia caffettiera che spande il suo profumo. In tavola ci sono tazze, pane e barattoli di burro e marmellata. Entrambi si siedono e iniziano a mangiare.

La conversazione riprende, fra caffellatte e fette di pane, e, in breve, diventa naturale anche per il giovane rivolgersi all’altro in confidenza.

– Perché le domande? Penso a quelle che mi hai fatto: erano molto personali, intime, tanto che più di una volta sono rimasto indeciso se risponderti.

– Questo lavoro mi costringe a passare molto tempo da solo, rinchiuso. Le cose che chiedo servono a due cose: rimettermi in contatto con il mondo attraverso i pensieri e i desideri della gente e nello stesso tempo, come dire, sintonizzarmi con la persona che ho di fronte, in modo che il suo sogno sia unico, personale, ma anche universale.

Ascolta attento ogni risposta, ma i suoi occhi non smettono di vagare lungo le pareti, lungo gli scaffali che le ricoprono fino al soffitto: migliaia di volumi: migliaia di raccoglitori identici a quelli usati per riporre le tele dei sogni.

– Ma allora, se questi che riempiono le pareti sono ciò che penso...

– Sì, ogni volume raccoglie un sogno.

– ... Allora, dicevo, che senso ha raccoglierli tutti, se ognuno di essi può essere universale?

– Sfumature. Stile. Il tema di un sogno può essere universale, ma la trama che lo compone deve essere scelta con cura, e, in base alle risposte, pers...

Si blocca. Sospira e beve un sorso di caffellatte. Poi, con fare tranquillo, riprende:

– Uff, ragazzo, con tutte queste spiegazioni, concetti... mi fai sentire pedante! Un vecchio maestro barbogio. Non è questo il mio mestiere. Il mio compito è solo darvi dei buoni sogni.

– Sì, hai ragione. Il tuo mestiere è un altro.

L’uomo lo guarda: è sicuro che il giovane abbia capito, ma non può non chiedere:

– Già. E qual è?

– Lo scrittore, no?

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Ciao @Massimiliano Marconi,

il tuo racconto non ha particolari problemi di refusi, toglierei un po' di puntini di sospensione come in questo caso:

17 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

... Allora, dicevo,

Non abusarne troppo, appesantiscono la lettura; come anche i due punti uno dietro l'altro

 

17 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

fino al soffitto: migliaia di volumi: migliaia di raccoglitori

qui ci vuole la virgola.

17 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

quasi da massaia

Togli il quasi. Il quasi è una particella che non dà indicazioni sicure e precise al lettore. Io la userei poco.

 

Nel complesso l'idea che sta alla base di quello che hai scritto mi è piaciuta molto. Il fatto che delle persone vadano da questo signore per sognare mi stuzzica, è davvero interessante e apre a molti scenari. Tuttavia, ed è qui la mia critica, a mio modo di vedere ti sei fermato alla base, ma non sei andato avanti a svilupparla. Nel senso che io da lettore mi aspetto di più: hai la mia attenzione e ora? Perché la gente va lì a sognare? Per insonnia? Perché il signore "sente" i sogni? E perché vuole dare dei buoni sogni? Forse perché questo tuo racconto è ambientato in un mondo dove è impossibile sognare? E qual è il rapporto tra lui e il ragazzo? Inevitabile quindi che queste domande (sono solo esempi miei) irrisolte portino a un finale forzato, brusco.

 

Poi magari il tuo è un esercizio di stile che non si aspetta granché e va bene. Però l'idea c'è ed è molto valida, sarebbe bello svilupparla.

 

A presto.

 

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Ciao e grazie @Alessiomantelli. Felicissimo che l'idea ti sia piaciuta. In effetti, posso dire che il testo è una via di mezzo fra un racconto e un esercizio di stile: è nato dietro una piccola suggestione (quasi un incipit) e doveva restare entro un certo numero di caratteri. E l'idea di dargli uno sviluppo ce l'avrei.

Per quanto riguarda quei due punti ripetuti, proprio non me li spiego. Nell'originale c'è un punto e virgola ("migliaia di volumi; migliaia di raccoglitori" - copia/incolla dal mio file). Un piccolo bug?

Grazie ancora per l'attenzione

Massimiliano

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Ospite AndC

Ciao @Massimiliano Marconi

 

Un bel racconto, secondo me.

 

Ti direi che, sempre a mio avviso, non c'è bisogno di usare tutti quegli accapo... sopratutto nell'incipit spezzano un po' la lettura.

 

A livello sintattico-grammaticale e scorrevolezza delle frasi non ho davvero nulla da appuntare: fila tutto abbastanza liscio. Il ritmo non è molto veloce, ma comunque è coerente a sé e anche al contenuto della storia.

 

Ti faccio dunque solo alcune minuscole e sorvolabili annotazioni... 

 

Forse l'unica cosa poco corretta, secondo me è questa, ma trattasi sempre di una bazzecola:

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

le esperienze oniriche lasciate tra le pieghe del tessuto hanno infinite gradazioni di tono e colore. Passano dalla gioia più pura al più cieco terrore: così sono i sogni. Lui li conosce. E resta là, a riviverle una per una, quasi senza fiato, almeno finché reggerà il suo piccolo cuore.

"Riveverle" al femminile è riferito alle esperienze "oniriche", ma nel periodo si frappone sintatticamente l'oggetto "sogni" al maschile... salta secondo me la connessione troppo lontana per essere implicita (due frasi prima) e con un elemento differente e in mezzo a fuorviarla.

 

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Passano dalla gioia più pura al più cieco terrore

Qui, invece, i due "più" mi sembrano caricare davvero molto... è voluta, ma sopratutto il "più cieco" mi ha fatto uno strano effetto... la domanda logica e da rompiscatole sarebbe quante gradazioni di "cecità" esistono, per esserci un più e un meno, lo stesso vale per la "purezza", anche se in minor importanza... sono frasi un po' "fatte", altisonanti... non è che siano brutte o sbagliate, ma questo esagerato calcar la mano, a mio avviso, un po' stride... basterebbe anche "dalla gioia più pura al cieco terrore" secondo me.

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Alza la testa e scorge un vivace paio di occhi scuri che lo fissano attraverso le righe della veneziana. Si ricorda di quegli occhi, sa di averli già visti, e li ricolloca sul volto di uno degli ospiti di quella notte, il più giovane.

"Quella" anche non mi convince troppo perché la notte non è in corso ma passata... ce lo aggiungerei..."della notte appena trascorsa"... non so...

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Il ragazzo si fa avanti, salutando con un timido

– Buongiorno...

Qui, l'essere andato a capo, nuovamente mi convince poco... avrebbe più senso se ci fossero i due punti (come farai per le due battute finali), oppure lasciarlo sullo stesso rigo.

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Buongiorno...

Richiude la porta e si guarda intorno: di giorno l’ambiente ha un aspetto diverso

Qui, volendo, si può variare la ripetizione di "giorno" che un po' spicca... magari "mattina", o "con la luce del sole"... più che altro risalta l'informazione ormai assodata che sia giorno.

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Ma vieni con me ora.

Io un po' ci vedrei una virgola prima di "ora", ma non è che sia così convinto se consigliarla o meno, solo ce l'avrei messa.

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Sì, ogni volume raccoglie un sogno.

– ... Allora, dicevo, che senso ha raccoglierli tutti,

Anche questa ripetizione di "raccogliere" si potrebbe variare, ma non è necessario, ci sta nel parlato... però che so "catalogarle" o simili...

 

22 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

Le cose che chiedo servono a due cose: rimettermi in contatto con il mondo attraverso i pensieri e i desideri della gente e nello stesso tempo, come dire, sintonizzarmi con la persona che ho di fronte, in modo che il suo sogno sia unico, personale, ma anche universale.

Qui, le due "e" mi avevano confuso per un attimo... non so questa frase non scorre benissimo, fra virgole, congiunzioni, hai poi sottinteso la proposizione causale "a" del verbo "servire" nei due verbi indiretti dopo i due punti... il che fa un po' stridere  che dopo "nello stesso tempo" ci sia subito un infinito... non so... sono forse sciocchezze, ma secondo me questa frase non scorre benissimo. 

 

Nel testo ci sono anche altre piccole ripetizioni che non ti ho segnalato, come ad esempio quella del verbo "passare", ma mi paiono volute e quasi non si avvertono se non a sensazione...

 

Comunque, a parte queste mie annotazioni personali, la storia è molto bella, il tema interessante ed è raccontata bene. Si avverte, come già ti hanno fatto notare una sorta di "vuoto" che caratterizza tutto il racconto: la materia contenutistica è tanta, ma un po' ti perdi in spiegazioni, lasciando personaggi e azioni dissolversi nella spiegazione dell'idea stessa... non è un "raccontare" in questo caso sbagliato secondo me, ma lascia un po' a bocca asciutta.

Il finale è molto bello, mi è piaciuto e convince... la storia si immagina bene, eppure, risulta più l'incipit di una storia più lunga che una storia conclusiva in sé... l'ottima idea che hai avuto non si esaurisce nel racconto stesso, per quanto tu ne abbia fatto un racconto conclusivo.

 

Ciao!

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Grazie @AndC. Le tue (vostre) indicazioni sono davvero preziose. Lo spirito di questa Officina mi piace molto. Come dicevo nell'altra risposta, questo testo doveva rispettare un certo numero di caratteri e non l'ho modificato (se non in qualche parola) prima di pubblicarlo qui. L'intenzione di ampliarlo ci sarebbe, e grazie ai suggerimenti raccolti penso di avere già qualche idea sul come fare. Mi resta un solo dubbio da sciogliere. A parte la forzata brevità di cui dicevo sopra, pensi che dovrei caratterizzare di più i personaggi in caso di "ampliamento"? Perché a volte ho il timore di caricarli troppo e, così facendo, renderli delle caricature (scusa il gioco di parole). E quindi lascio molto all'immaginazione di chi legge.

Grazie ancora per l'attenta lettura e a presto

Massimiliano

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Ciao @Massimiliano Marconi

ho beccato il tuo racconto catturata dal titolo, perché sì, Shakespeare è sempre una certezza per me, e devo dire che mi hai piacevolmente colpito.

L'inizio è direttamente accattivante e affascinante: dopo le prime righe volevo già sapere tutto di questo strano posto, dell'uomo che ci lavorava, della gente che ci andava.

Alla fine mi è rimasta comunque la domanda di come facciano queste persone a capire dove andare, o meglio, perché loro si recano lì se non sanno cosa accade veramente?

Mi ha dato l'impressione di un posto losco, usciti dal quale però ci si sente meglio; quindi fammi sapere dove si trova! :D

Quando il ragazzino è tornato indietro e ha cominciato a parlare con il vecchio, ho pensato che potesse essere un giusto successore, ma avendo scoperto (solo alla fine, giustamente) che si trattava di uno scrittore... insomma, è uno dei sogni (concedimi il termine) più grandi che un lettore possa realizzare: incontrare il proprio autore preferito, scoprire come fa a creare quei mondi, a tessere le sue trame.

Grammatica e sintassi perfetti, a mio parere, non ho trovato refusi.

Si tratta davvero di uno dei racconti più belli che mi sia capitato di leggere.

Ottimo lavoro!

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Ospite AndC

@Massimiliano Marconi

 

Ciao 

 

13 ore fa, Massimiliano Marconi ha scritto:

A parte la forzata brevità di cui dicevo sopra, pensi che dovrei caratterizzare di più i personaggi in caso di "ampliamento"?

 

Non è una domanda semplicissima, tanto più che io sono solito comportarmi un po' come te sui personaggi e spesso li lascio "aleatori"... diciamo che però non è quello che consiglio... la caratterizzazione è certamente importante, ma al di là di dire se il personaggio ha gli occhi neri e i capelli biondi, la caratterizzazione dovrebbe essere anche "caratteriale" (appunto), e sopratutto, secondo me, emotiva...

 

Quel che forse un po' manca ai tuoi personaggi (non tanto al protagonista) è proprio un po' di "pathos" seconde me, cosa di cui poi risente un po' tutta la storia.

 

Il personaggio del ragazzo, più che essere un personaggio, può apparire come un "burattino" (senza offesa, intendo) ad usufrutto della trama: il suo scopo di esistenza è quello di essere la causa o scusa per spiegare la storia, il personaggio nasce e si estingue in tale compito e ciò lo può far apparire "piatto".

 

Provo a riassumerla brutalmente: dopo aver usufruito durante i servigi del tessitore di sogni, il ragazzo torna nella sua bottega il giorno dopo, per ringraziarlo, ma sopratutto per chiedere spiegazioni. Spiegazioni che il protagonista dà e il racconto finisce.

 

Come ti dicevano nell'altro commento, alcune domande quali: perché la gente, ma sopratutto il ragazzo si è recato nella bottega? Prima non aveva nessuna idea di cosa andava incontro per dover tornare dopo a scoprire i dettagli della sua esperienza? Non poteva chiederli al termine del "trattamento" stesso? E così via...

 

Tutte queste domande possono nascere tra l'altro proprio perché la trama della storia è qui egemone.

 

La stessa trama è poi, come ti dicevo, lineare... da un punto di partenza (una situazione misteriosa) arriva dritta al finale (spiegazione di tale mistero)... il tutto è un po' raccontato e spiegato, e lo è a grandi linee, in generale, molto "vago" o per massimi sistemi se vogliamo: non c'è ad esempio il particolare di un sogno... sarebbe bello magari conoscere quello del ragazzo, già questo potrebbe caratterizzare maggiormente il personaggio.

 

Il racconto si muove per un "parlare universale" e quasi per niente specifico, questo non crea una particolare caratterizzazione, sia di trama che di personaggi.

 

Il concetto finale è che i sogni, come gli scritti, sono sia universali che personali: dalla vicenda personale, singola, specifica, esprimono caratteri universali. Nel tuo racconto, sempre a mio avviso, manca la specificità di cose, azione, personaggi, dialoghi...

 

Dici che il vecchio fa delle domande ai suoi "clienti"... ne ha fatte molte al ragazzo il quale a sua volta chiede il perché di tali domande, ma quali domande queste siano, non è scritto.

Banale esempio: se iniziassi addirittura con il dialogo di un paio di domande che l'anziano fa al ragazzo, caratterizzeresti il personaggio e la storia.

 

Oppure dici che le esperienze oniriche hanno "infinite gradazioni di tono", ma appunto non ne specifiche neanche una (rosso, giallo, verde...).

Parli  delle sensazioni oniriche che passano "dalla gioia più pura al più cieco terrore", ma non ci dici quali di queste effettivamente provano i personaggi: ciò non li caratterizza.

Quando poi il ragazzo dice al vecchio che l'ha osservato e gli  "pareva in preda a forti emozioni.... Vedevo il suo viso che, da un giaciglio all’altro, cambiava espressione, si distendeva, si deformava..." non specifichi quali siano queste forti emozioni: in quel momento era ansia, felicità, tristezza?

 

Come dire: in questo racconto c'è sì tutto a livello universale e teorico, e si legge bene ed è una bella storia, ma non c'è al contempo nulla di veramente specifico.

 

Ecco, dunque, io cercherei di caratterizzare i personaggi caratterizzando al contempo la storia più nello specifico.

 

Non deve essere eccessivo, ma poi alla fine una via di mezzo fra quello che hai scritto (il generale/universale) e qualcosa di più personale (specifico), almeno secondo me.

 

Per farlo ed essere sicuri che possa funzionare meglio, ovviamente non c'è che da fare qualche prova e vedere e testarne i risultati.

 

Nel tuo caso stiamo parlando che bisogna affinare un prodotto e le tue capacità che già ci sono... affinare è un lavoro lungo e meticoloso, che passa anch'esso attraverso diverse prove.

 

Sicuramente, il primo metro di giudizio più corretto potrà essere la tua personale sensazione: senti di aver espresso tutto ciò che volevi dire in questo racconto? E, oltre a questo, senti che esso ti rappresenta anche come scrittore, ossia in stile e contenuto e tutto il resto?

Già avere da sé queste due risposte positive, può darti il senso di "compiuto" o meno.

Il resto poi diventa giudizio esterno, sempre importante, ma al tempo cangiante e personale.

 

Spero che tale riflessione possa esserti di aiuto e, attenzione, si tratta di riflettere in maniera più approfondita su una serie di aspetti sì importanti, ma che appunto si possono affinare per provare a migliorare un prodotto già buono e stabile di suo...

 

Ciao!

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Ti ringrazio moltissimo @AndC, per questa risposta. Me la sono letta e riletta (da qui un certo ritardo) e ci ho trovato un sacco di spunti interessanti, primo fra tutti il suggerimento di far iniziare il racconto con le domande che l'anziano pone al ragazzo prima di avviarlo alla sua brandina. Quando rimetterò mano al testo sicuramente farò tesoro delle tue parole.

Grazie ancora e alle prossime letture

Massimiliano

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Carissima @RomBones, sono veramente entusiasta del tuo commento. Pur nella brevità del testo (come dicevo sopra, avevo un limite di caratteri da rispettare) sei riuscita a cogliere il senso, piuttosto ben nascosto, del racconto:

Il 17/5/2020 alle 13:59, RomBones ha scritto:

Quando il ragazzino è tornato indietro e ha cominciato a parlare con il vecchio, ho pensato che potesse essere un giusto successore

È proprio così. Il ragazzo dovrebbe succedere all'anziano nella gestione della bottega e quindi diventare lui stesso uno scrittore. E questo sarà certamente il fulcro del racconto nel momento in cui deciderò di ampliarlo, senza trascurare i molti interrogativi lasciati in sospeso ed evidenziati da te e altri lettori.

Ti ringrazio davvero tanto, Romana, e ti aspetto per le prossime letture.

Massimiliano

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@Massimiliano Marconi ben trovato, è la prima volta che leggo un tuo racconto, trovo la tua scrittura equilibrata e corretta (punti di sospensione a parte), decisamente 

originale l'idea. Alla luce dell'osservazione di @RomBones mi viene facile pensare (libera interpretazione) che i "clienti" altri non sono che i vari personaggi che lo scrittore anziano imbastisce (nei sogni ci sta tutta l'umanità e lui ne diventa l'interprete). Gradevole lettura, anche se la parte iniziale mi sembra più promettente della conclusione. Comunque un ottimo pezzo. 👍

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Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Commento a In aria

 

«Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita

W. Shakespeare - La tempesta

 

C’è una piccola bottega aperta solo di notte e gestita da un anziano signore.

All’interno, una grande sala piena di brandine allineate.

Tante persone insonni si presentano al cospetto del signore e, interrogati, rispondono alle sue domande. Lui ci pensa un po’ e li indirizza ognuno a una brandina.

Subito un leggero ronzio accarezza le loro orecchie, si insinua nei loro corpi e li rilassa, li riempie di sensazioni suadenti, finché cadono addormentati. È il rumore di minuscoli telai posti sotto ogni brandina. Si avviano appena il corpo tocca il materasso e, da invisibili fili, cominciano a tessere trame impalpabili.

Ogni notte i telai ronzano e mille spolette si muovono senza sosta fino alle prime luci del giorno, quando la sala infine si svuota. Allora il vecchio vaga per gli stretti spazi fra le brandine e raccoglie i tessuti sottilissimi prodotti durante la notte. Un respiro profondo, un attimo di concentrazione e, posata la stoffa sul materasso, con mani esperte la ripiega con cura e la ripone in un raccoglitore con una spessa copertina di cartone.

Gesti abituali dall’aria monotona, quasi da massaia, e invece sempre unici, terribili. Passa e ripassa le mani su ogni lembo di stoffa con movimenti misurati e con l’animo pronto ad accogliere le segrete sensazioni che quella materia gli trasmette; le esperienze oniriche lasciate tra le pieghe del tessuto hanno infinite gradazioni di tono e colore. Passano dalla gioia più pura al più cieco terrore: così sono i sogni. Lui li conosce. E resta là, a riviverle una per una, quasi senza fiato, almeno finché reggerà il suo piccolo cuore.

Ma oggi, mischiata a quei vortici, c’è una percezione diversa.

Alza la testa e scorge un vivace paio di occhi scuri che lo fissano attraverso le righe della veneziana. Si ricorda di quegli occhi, sa di averli già visti, e li ricolloca sul volto di uno degli ospiti di quella notte, il più giovane.

Sorride e con un cenno della mano lo invita a entrare.

Il ragazzo si fa avanti, salutando con un timido

– Buongiorno...

Richiude la porta e si guarda intorno: di giorno l’ambiente ha un aspetto diverso; manca la gente, manca il brusio di respiri e ronzii che di notte riempie la stanza. E tutto quel silenzio, quel vuoto, lo intimidiscono.

– Vieni avanti, figliolo. Dai!

La voce dell’uomo risuona stentorea e rassicurante. Il ragazzo si fa coraggio e si avvicina.

– Be’, dimmi, cos’è che ti ha ricondotto qua? Non sei rimasto soddisfatto?

– No... Tutt’altro. Ero tornato indietro proprio per ringraziarla. Ma...

Il giovane si interrompe per cercare le parole adatte, come se temesse di offendere l’anziano dall’aspetto bonario che ha di fronte.

– Quando sono arrivato alla porta – prosegue – lei era in piedi accanto a una brandina. Pareva in preda a forti emozioni. Ho continuato a osservarla. Vedevo il suo viso che, da un giaciglio all’altro, cambiava espressione, si distendeva, si deformava. Finché non metteva via la stoffa.

L’uomo rimane in silenzio mentre il ragazzo parla, in modo che i suoi stessi ragionamenti sciolgano dubbi e timidezza e possa sentirsi a suo agio.

– Sì, sì... Hai fatto bene. – dice poi. – Ma vieni con me ora. Hai fame? Facciamo colazione.

E, prendendolo sottobraccio, lo guida in un’altra stanza.

Su un piccolo fornello, un bricco di latte e una vecchia caffettiera che spande il suo profumo. In tavola ci sono tazze, pane e barattoli di burro e marmellata. Entrambi si siedono e iniziano a mangiare.

La conversazione riprende, fra caffellatte e fette di pane, e, in breve, diventa naturale anche per il giovane rivolgersi all’altro in confidenza.

– Perché le domande? Penso a quelle che mi hai fatto: erano molto personali, intime, tanto che più di una volta sono rimasto indeciso se risponderti.

– Questo lavoro mi costringe a passare molto tempo da solo, rinchiuso. Le cose che chiedo servono a due cose: rimettermi in contatto con il mondo attraverso i pensieri e i desideri della gente e nello stesso tempo, come dire, sintonizzarmi con la persona che ho di fronte, in modo che il suo sogno sia unico, personale, ma anche universale.

Ascolta attento ogni risposta, ma i suoi occhi non smettono di vagare lungo le pareti, lungo gli scaffali che le ricoprono fino al soffitto: migliaia di volumi: migliaia di raccoglitori identici a quelli usati per riporre le tele dei sogni.

– Ma allora, se questi che riempiono le pareti sono ciò che penso...

– Sì, ogni volume raccoglie un sogno.

– ... Allora, dicevo, che senso ha raccoglierli tutti, se ognuno di essi può essere universale?

– Sfumature. Stile. Il tema di un sogno può essere universale, ma la trama che lo compone deve essere scelta con cura, e, in base alle risposte, pers...

Si blocca. Sospira e beve un sorso di caffellatte. Poi, con fare tranquillo, riprende:

– Uff, ragazzo, con tutte queste spiegazioni, concetti... mi fai sentire pedante! Un vecchio maestro barbogio. Non è questo il mio mestiere. Il mio compito è solo darvi dei buoni sogni.

– Sì, hai ragione. Il tuo mestiere è un altro.

L’uomo lo guarda: è sicuro che il giovane abbia capito, ma non può non chiedere:

– Già. E qual è?

– Lo scrittore, no?

Mi è piaciuto molto. I personaggi ben definiti, la trama molto particolare, non è una cosa già sentita. È scritto poi molto bene, non vi sono errori grammaticali e hai una buona padronanza dell'italiano. Continua così 

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Ciao @Massimiliano Marconi

 

Forse è la prima volta che leggo qualcosa di tuo. Ti faccio i miei complimenti per la storia e per lo stile. Apprezzo anche l’uso dei puntini di sospensione, non sono contrario, io li uso frequentemente perché  nel rappresentare taluni punti o parti del discorso non vedo perché non li si debba usare, in quanto nel parlare comune ci sono spesso interruzioni improvvise, troncature, sospiri, sospensioni… e non vedo in quale altro modo possano essere rappresentate queste espressioni. Certo, in tutte le cose non bisogna esagerare.

Racconti come i tuoi vorrei trovarne più spesso, leggo molto prima di trovarne uno, non che io sia un genio,  beninteso, ma spesso faccio fatica a leggere tanti testi che sembrano provenire tutti da un'unica matrice, sia per quanto riguarda la trama che l’introspezione dei personaggi. Praticamente sono tanti  testi diversi che dicono tutti la stessa cosa.

Nel tuo testo invece no, si può ancora sognare e addirittura qualcuno può raccogliere anche i sogni. Bellissima storia. Raccogliere i sogni con l’ordito di un tessuto, cercarne l’universalità, l’archetipo universale come direbbe Jung, e al contempo cercare la singolarità di questi sogni, la diversità tipica di ogni essere umano. È un compito che sembra quasi avere del sacro, del divino, come pure il volerli catalogare. Per quale scopo? Non è dato sapere, non lo hai specificato. I motivi potrebbero essere molteplici.

Il tuo testo, secondo me, merita molto di essere approfondito, sia nei significati che nell’introspezione dei personaggi, nonché  nelle descrizioni ambientali, che potrebbero fondersi magistralmente nella contestualizzazione generale,  di per sé suggestiva e misteriosa.

Ma sopratutto apprezzo molto la tua originalità, richiamata si dal verso di Shakespeare, ma sviluppata originalmente.

E poi io sono molto sensibile quando si fanno riferimenti al passato, che oggi si vuole cancellare, dimenticare.

È stato un vero piacere leggerti, grazie per aver scritto e postato questa bella storia.

 

 

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Buon lunedì @Massimiliano Marconi:sss: piacere di leggerti, ti volevo fare i complimenti per il titolo. Sensazionale e grandioso. Vediamo il resto, sarà senz'altro interessante^^.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

«Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita

W. Shakespeare - La tempesta

Bell'inizio:D

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

C’è una piccola bottega aperta solo di notte e gestita da un anziano signore. Qui, non andrei a capoAll’interno, una grande sala piena di brandine allineate.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Tante persone insonni si presentano al cospetto del signore e, interrogati, rispondono alle sue domande. Lui ci pensa un po’ e li indirizza ognuno a una brandina.

Subito un leggero ronzio accarezza le loro orecchie, si insinua nei loro corpi e li rilassa, li riempie di sensazioni suadenti, finché cadono addormentati. È il rumore di minuscoli telai posti sotto ogni brandina. Si avviano appena il corpo tocca il materasso e, da invisibili fili, cominciano a tessere trame impalpabili.

Pezzo molto interessante.

li riempie di sensazioni suadenti  (il ronzio?)

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Ogni notte i telai ronzano e mille spolette si muovono senza sosta fino alle prime luci del giorno, quando la sala infine si svuota. Allora il vecchio vaga per gli stretti spazi fra le brandine e raccoglie i tessuti sottilissimi prodotti durante la notte. Un respiro profondo, un attimo di concentrazione e, posata la stoffa sul materasso, con mani esperte la ripiega con cura e la ripone in un raccoglitore con una spessa copertina di cartone.

Se leggo, mi viene in mente i bozzoli delle farfalle.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Gesti abituali dall’aria monotona, quasi da massaia, e invece sempre unici, terribili.

Qui  cancellerei:  e invece

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Passa e ripassa le mani su ogni lembo di stoffa con movimenti misurati e con l’animo pronto ad accogliere le segrete sensazioni che quella materia gli trasmette; le esperienze oniriche lasciate tra le pieghe del tessuto hanno infinite gradazioni di tono e colore.

Che cosa sono le esperienze oniriche?

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Passano dalla gioia più pura al più cieco terrore: così sono i sogni. Lui li conosce. E resta là, a riviverle una per una, quasi senza fiato, almeno finché reggerà il suo piccolo cuore.

Frase colma di senso, bellissima!

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Alza la testa e scorge un vivace paio di occhi scuri che lo fissano attraverso le righe della veneziana. Si ricorda di quegli occhi, sa di averli già visti, e li ricolloca sul volto di uno degli ospiti di quella notte, il più giovane.

Vedo questa tenera immagine.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Sorride e con un cenno della mano lo invita a entrare. Anche qui, non andrei a capoIl ragazzo si fa avanti, salutandolo con un timido buongiorno

Scriverei questa frase in questo modo.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Richiude la porta e si guarda intorno: di giorno l’ambiente ha un aspetto diverso; manca la gente, manca il brusio di respiri e ronzii che di notte riempie la stanza.

Ronzii che di notte riempiono la stanza.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Vieni avanti, figliolo. Dai!

La voce dell’uomo risuona stentorea e rassicurante. Il ragazzo si fa coraggio e si avvicina.

– Be’, dimmi, cos’è che ti ha ricondotto qua? Non sei rimasto soddisfatto?

– No... Tutt’altro. Ero tornato indietro proprio per ringraziarla. Ma...

I dialoghi posseggono un bel tono ma preferirei la struttura dei punti caporali, dicono che sono più adatti nei dialoghi.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Quando sono arrivato alla porta – prosegue – lei era in piedi accanto a una brandina. Pareva in preda a forti emozioni. Ho continuato a osservarla. Vedevo il suo viso che, da un giaciglio all’altro, cambiava espressione, si distendeva, si deformava. Finché non metteva via la stoffa.

Questa frase mi piace.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

L’uomo rimane in silenzio mentre il ragazzo parla, in modo che i suoi stessi ragionamenti sciolgano dubbi e timidezza e possa sentirsi a suo agio.

La seconda parte dopo la virgola, risulta poco chiara.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Sì, sì... Hai fatto bene. – dice poi. – Ma vieni con me ora. Hai fame? Facciamo colazione. Qui non andrei a capo E, prendendolo sottobraccio, lo guida in un’altra stanza.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

e,  in breve, diventa naturale anche per il giovane rivolgersi all’altro in confidenza.

Questa parte, non mi piace!

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Perché le domande? Penso a quelle che mi hai fatto: erano molto personali, intime, tanto che più di una volta sono rimasto indeciso se risponderti.

Direi: sono molto personali.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Questo lavoro mi costringe a passare molto tempo da solo, rinchiuso. Le cose che chiedo servono a due cose: rimettermi in contatto con il mondo attraverso i pensieri e i desideri della gente e nello stesso tempo, come dire, sintonizzarmi con la persona che ho di fronte, in modo che il suo sogno sia unico, personale, ma anche universale.

Cancellerei: rinchiuso

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

Ascolta attento ogni risposta, ma i suoi occhi non smettono di vagare lungo le pareti, lungo gli scaffali che le ricoprono fino al soffitto: migliaia di volumi: migliaia di raccoglitori identici a quelli usati per riporre le tele dei sogni.

Chi ascolta attento? Il ragazzo?

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Ma allora, se questi che riempiono le pareti sono ciò che penso...

Questo dialogo non mi piace.

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– ... Allora, dicevo, che senso ha raccoglierli tutti, se ognuno di essi può essere universale?

– Sfumature. Stile. Il tema di un sogno può essere universale, ma la trama che lo compone deve essere scelta con cura, e, in base alle risposte, pers...

Bellissima questa parte :)

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Uff, ragazzo, con tutte queste spiegazioni, concetti... mi fai sentire pedante! Un vecchio maestro barbogio. Non è questo il mio mestiere. Il mio compito è solo darvi dei buoni sogni.

<3

 

Il 15/5/2020 alle 22:49, Massimiliano Marconi ha scritto:

– Sì, hai ragione. Il tuo mestiere è un altro.

L’uomo lo guarda: è sicuro che il giovane abbia capito, ma non può non chiedere:

– Già. E qual è?

– Lo scrittore, no?

:facepalm:No, secondo me è l'acchiappa sogni!

 

Conclusione: testo piacevole, scorrevole e scritto bene. Dialoghi con un bel tono. Mi è piaciuta la tua trama, l'idea di "ricamare" i sogni degli altri. Il finale non lo compreso molto.

Preferirei leggere un dialogo con i punti caporali,  mi dà l'impressione di essere un dialogo più completo.

Nel complesso, ti faccio i miei complimenti.

A rileggerti. Floriana

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@Massimiliano Marconi

 

il racconto è bello per quello che dice ma la bellezza del suo dire è solo un prologo di quello che non dice.

la narrazione vive di se stessa ma anche di una alterità possibile e segreta che gli sta accanto e che fa parte del fascino del racconto.

 tutti coloro che leggono questo racconto sentono l'odore di mille itinerari possibili e misteriosi della storia che non  sono stati detti ma che pure vi abitano e donano forza alla sua bellezza.

 racconti delle parole per circondare un evocato non detto che sta accanto e che le nutre in modo invisibile. questo non detto non ha un volto preciso e la mancanza di lineamenti diventa preda di una larghezza immaginativa che non accadendo espone con forza la sua bellezza priva di confini.

 

Degli uomini entrano in un luogo in cui viene donata la possibilità di accedere al tesoro del sonno e pagano questa possibilità con i loro sogni. i sogni diventano così il prezzo che le anime pagano per sprofondare nel non esserci.

ma dove abita veramente la vita?

nel non esserci del dormiente, nel suo sognare o nelle risposte che dona alle domande poste dall'architetto dei sogni prima che gli venga concesso di dormire?

questo è uno dei molti modi in cui può essere letto il racconto.

 ma leggere il racconto significa farsi penetrare dal tono evocativo che dona orizzonti possibili senza che una sola parola venga detta.

 la forza del racconto abita così in un tacere che circonda le sue parole. 

 

 

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@Poeta Zaza, @Adelaide J. Pellitteri, @Renoir, @Alberto Tosciri, @Floriana, @Milarepa.

 

Grazie davvero di cuore per le vostre letture attente e le bellissime parole spese per il mio racconto. Ho trovato nei vostri commenti un sacco di ottimi suggerimenti e spunti di riflessione. E vi prego di scusarmi per il ritardo nel rispondervi: una piccola pausa e qualche giorno di vacanza lontano da computer & affini.

Grazie ancora e alle prossime letture

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